ANCHE NELLA LINGUA
(parlata e... scritta)

 

Marzo 2011
Molte sono le violenze che, oggi, si devono subire, per "mantenere il proprio terreno", come si dice in inglese. Difendere ciò che è giusto non è più soltanto da riferire ai valori morali ma anche a quelli linguistici.
La lingua, oggi, è assediata, minacciata e persino oltraggiata, da più parti (con determinazione tanto feroce quanto inconsapevole), in nome di un diritto all'ignoranza pura e semplice (imparentata con il "diritto" alla superficialità della vita epidermica "disegnata" dalle varie campagne pubblicitarie- divenute "modelli" subliminali). Non ci vuole molto ad accorgersi e a vergognarsi del basso livello della lingua "corrente" (anche perché i tempi dell'analfabetismo generalizzato sono lontani/ l'istruzione viene impartita in modo capillare a tutta la popolazione, nelle scuole dell'obbligo/ la cultura viene approfondita nelle scuole superiori/ le specilizzazioni e i dottorati vengono elargiti nelle università).
Ci sono errori per tutte le "portate". Partono dalla moda di fare di ogni sintagma una frase (di usare una scrittura indifferente all'assenza dolente dei pilastri reggenti dei periodi/ di obliare le "parentele" d'obbligo tra reggenti e secondarie e tra i rispettivi predicati verbali/ di cominciare i periodi con i funzionali, senza domandarsi se il predicato sia "al di là" o "al di qua" del punto e se il punto abbia ragion d'essere là dove viene collocato) e culminano nell'ignoranza totale della funzione di pronomi/ particelle pronominali e annessi e connessi "fronzoli" grammaticali. Può accadere, perciò, di leggere, anche in opere molto note, testi di questo tipo: "Ero felice. Io. Dentro. Allora. Ma nulla cantava sul mio viso. Quando la notizia che aspettavo giunse". Tale linguicidio (che viene fatto passare come "espressività" e persino come incisività) non fa altro che sradicare le fondamenta della lingua bella, elegante, duttile, armoniosa, corretta e degna di essere definita "letteraria"/ non fa che dare la patente di scrittore a chiunque abbia imparato a sillabare e possa infilare una parolina dopo l'altra senza doversi preoccupare del perché dei vari segni di interpunzione e delle varie "seccature"-regole / non fa che rendere "opera" scritta qualunque resoconto scritto che abbia una parvenza di decenza a forma di muro di gomma. L'importante, oggi, è che l'opera scritta possa essere venduta e comprata. Molti di quelli che oggi vanno sotto il nome di "libri" un tempo si chiamavano in altro modo. Il resoconto- la storia commovente- l'evento (tragici o gioiosi) erano cronaca o racconti riportati da chi sapeva scrivere: se un personaggio forniva un foglietto con una frase come l'esempio suddetto, allo "scrittore", egli, se non la riportava tra virgolette, la traduceva in un gergo "letterario" sapiente (che non separasse, con il punto -invalicabile- i sintagmi/ non li rendesse frammenti senza costrutto e desse ai predicati una unitarietà di soggetto e di armonia).

Le generazioni del passato (con l'eccezione di pochi privilegiati, che avevano accesso all'istruzione e alla "erudizione") erano "autorizzate" a parlare "male" la lingua italiana, poiché conoscevano soltanto il dialetto e imparavano la lingua italiana per "sentito dire" e per sintesi (e sincresi) coniugate sull'ignoranza totale delle regole di base (id est: sull'analfabetismo imperante). Le generazioni del presente (che dovrebbero essere tutte alfabetizzate abbastanza da evitare gli errori grossolani) non godono delle stesse giustificazioni.

La società odierna è colonizzata dall'uso di errori a tal punto da logorare le "porte" della grammatica e forzarle, legittimando l'uso di "errori" davvero brutti: vedi l'uso di "gli" (che voleva dire "a lui") al plurale (e cioè con la valenza di "loro"/ a loro). Mi auguro (sinceramente) che non accada lo stesso con tutti gli altri obbrobri (come, per esempio, "che ne pensa di questo" e "mia mamma") che sono entrati a far parte del linguaggio generale e feriscono, ormai, soltanto l'orecchio di pochi, impazzando ovunque e, purtroppo, anche nella carta stampata e in TV.
L'acculturazione operata dai Mass Media è soltanto epidermica e aggrava, anziché alleviare, i mali inflitti alla lingua, portando alla massificazione di alterazioni tristemente impoverenti. Ne è un esempio lampante l'uso indiscriminato del verbo "chiedere", con cui i Media hanno insegnato all'intera nazione a dimenticare in toto le vere accezioni etimologiche/ a non distinguere più tra chiedere per ottenere e domandare per sapere/ a perdere le ricchezze vernacolari sfaccettate (che facevano una ben chiara e colorita distinzione tra "domandare"- per avere una risposta verbale- e "cercare", nel senso di chiedere- per ottenere un favore o un bene materiale).
Gente con titoli superiori e anche universitari, oggi, dimostra di non conoscere la lingua/ sbaglia, a volte, con diversi livelli di gravità, il "progetto" della funzionalità di tempi e modi dei verbi (vedi il ricorrente "lo facesse"-"dicesse", al posto del legittimo "lo faccia"-"lo dica"). Accade persino che qualche "dottore" sbagli la transitività dei verbi (a seconda del regionalismo dal quale "approda" al suo italiano: v. "Il luogo che ero andato"/ "Dammi la cosa che ti ho prestato, perché ce l'ho bisogno- o ce l'ho di bisogno"/ "Scendi la bambina"/ "Esci la macchina"/ eccetera) e che, sulla stessa scia, trasmissioni televisive "colte" sfoggino sfondi con scritte come "esiste ancora qualcosa da ridere?" (come se il verbo ridere fosse transitivo e potesse avere un complemento oggetto). Accade anche che sedicenti "critici" scrivano recensioni dall'inizio come il seguente (appeso all'assenza dolosa del periodo reggente mai concepito): "Scrittore dotato di vena feconda dove scorrono in uguali proporzioni fantasmagoria e coscienza delle situazioni"/ dall'incedere come questo (con la punteggiatura pinocchiesca e la reggenza e la semantica verbale e soggettuale traballanti): "
Tizio, giornalista e scrittore, è nato in ***, ha studiato in *** e in ***. Nel suo libro***, presentato durante ***, nel Comune di *** , si percepisce tutto il mistero delle grandi metropoli, da *** a *** e da*** a ***. Ma anche *** e*** assumono aspetti così particolari da far sorgere nel lettore il dubbio che esistano davvero"/ dalle citazioni come la seguente (con il punto usato come virgola per due volte/ con l'introduzione di un secondo soggetto inopportuno, preceduto da un verbo che avrebbe dovuto dipendere, invece, dal soggetto già esistente -"fortezza"/ con un funzionale a inizio periodo, ecc.): "Quella che narro è la storia di un vecchio manoscritto, ritrovato per caso nella casa avita. Un'antica fortezza in collina immersa nel verde, che era sopravvissuta ai secoli  e aveva sfidato il tempo. Si stendevano ai suoi piedi selve di girasole. Pareva sospesa quando arrivai. Sul muro ancora ecc.".

Le cose suddette sono importanti e gravi, ma non sono le sole a meritare attenzione e preoccupazione.
Ogni lingua è legata al popolo che la usa come codice di comunicazione- trasmissione (di messaggi- pensieri- parole- sentimenti- sensazioni- valutazioni- assunti detti e/o scritti) ed è, perciò, in evoluzione. Ciò è un dato di fatto innegabile: una lingua è una vera e propria "creatura" (che vive e respira con il popolo cui appartiene).
Direi che il problema sia proprio questo, a livello mondiale e non soltanto italiano: i popoli della terra stanno vivendo un momento di globalizzazione negativa (che mina alla base le identità qualificanti a livello storico ed etnologico)/ un momento di confusione destabilizzante (in cui tutti sono tutti e ognuno è nessuno)/ un momento di nichilismo-onnipotenza autodistruttivo pericoloso (in cui la storia dei popoli mondiali dimentica di darsi la mano senza perdere le nuance magnifiche e variegate della propria conoscenza e del proprio sapere e rischia di scimmiottarsi a vicenda nelle esteriorità-maschere consumistiche indotte)/ un momento di maremoto indiscriminato votato all'innesco di "mescolanze" snaturanti (che, lungi dal portare all'amicizia tra i popoli, si limitano ad appiattire ciò che vale e portano al nulla e allo squallore culturale). La lingua, come ogni altra ricchezza umana, è a rischio, nella mareale ondata delle "migrazioni" di finte culture senza radici che imperversano (abbattendo confini e barriere di ogni tipologia)/ ha bisogno di barricate difensive (onde mantenere intatto il "corpo" su cui innestare le evoluzioni-crescite glottologiche commisurate al passare del tempo e alla storia umana di riferimento).

Non si può e non si deve far finta di nulla, in un simile quadro, di fronte agli attacchi subiti dalla lingua, specialmente quando sono diretti e mortali, perché sferrati dalle barricate che dovrebbero difenderla.
Il danno che l'attacco alla lingua può causare oggi non è paragonabile a quello che l'ignoranza (nel senso di ignorare) poteva causarle ieri. Può accadere che siano gli stessi "addetti ai lavori" (coloro che "fanno cultura" e che si spacciano per esperti) a minacciare la letteratura, oggi, mentre, ieri, gli addetti ai lavori sapevano il fatto loro e si preoccupavano di volgarizzare la cultura (cioè di farla arrivare al volgo, che non aveva accesso alle chiavi del regno linguistico, non poteva danneggiarlo e poteva, anzi, solo arricchirlo, con le "contaminazioni" prelevate e usate dagli scrittori, a mo' di particolari connotanti dalla valenza geograficamente e storicamente preziosa).

Quanto sopra è la sola ragione da cui questa pagina prende forma.

Elenco, qua sotto, una certa "popolazione" di errori in cerca di giusta "patria".
Lo faccio a riprova del fatto che è necessario combattere una guerra, per difendere la dignità/ l'originalità/ la correttezza e la bellezza della lingua (e cioè del fatto che occorre farsi scudieri/ cavalieri/ paggi/ difensori della lingua, in questa epoca che ha perso di vista la specificità dei ruoli/ ha imbrogliato le carte/ ha svalutato le cose importanti/ ha messo in minoranza tutto ciò che un tempo aveva valore e contava).
Gli editori del passato, per esempio, cercavano personalmente "i talenti", gli "scrittori", coloro che, come si diceva anticamente, avevano "la penna appuntita", sapevano cioè usare la lingua in modo magistrale, piegandola, come oro fuso, alla magia della narrazione. L'editoria odierna non cerca più "scrittori", ma "scritti" che abbiano o possano avere "visibilità" e vendibilità. Non è più lo scrittore che fa l'opera, ma viceversa. Si celebra, oggi, in altre parole, il funerale della scrittura e degli scrittori altogether (tritandoli nelle intercapedini della regola di mercato,che ha soppiantato anime e valori).

La marea di scrittura in cerca di mercato (e di introiti) si riversa sui vari "lettori" e/o "editor" come un vero flagello e fa sì che essi difficilmente possano prendersi il tempo (e la briga) di entrare nell'atmosfera dell'opera che leggono (perché, trovandosi davanti a montagne di pagine da guardare, più che leggerle, le scorrono probabilmente odiandole e sperando che finiscano presto). Può accadere, perciò, che, senza troppa riflessione, si mettano a toccare/ sostituire/ mutilare/ snaturare anche opere che meriterebbero una lettura "goduta" e "rispettata" e che modifichino particolari intoccabili (non sapendo nulla del disegno progettuale esterno e dei fili della tessitura interna, né del perché delle caratteristiche-parole necessarie a lanciare scale tra i personaggi e l'ambiente vicino e lontano). Non avendo alcuna "chiave" delle origini di ciò che leggono (né di chi ne ha concepito le righe e le pagine), non sono in grado, il più delle volte, di vagliare il singolo vocabolo, di collocarlo nella giusta prospettiva-consistenza e finiscono per sostituirlo con quello cui il loro orecchio è abituato o con quello che avrebbero usato loro, se avessero scritto quel libro.

La verità è che nessuno potrebbe scrivere il libro di un'altra persona, perché ciò che si scrive non cade dal pero. Ciò che lo scrittore mette in parole nasce da esperienze vissute/ dal tessuto connettivo inscindibile da luoghi- persone- voci- sensazioni- tragedie- gioie- dolori- realtà sociali e geografiche- sentimenti e malesseri che sono entrati nel citoplasma, prima che nella parola, e che, da lì, dettano la legge del verbo singolo e delle trame che ne derivano. La parola si duplica, si moltiplica, si clona, si divide, muta e si dirama in direzioni quasi sempre imprevedibili, tracciate da una legge che un tempo sembrava insita nell'inchiostro della penna e che oggi pare fluire dalle dita alla tastiera. Ogni parola cerca la sua collocazione peculiare, unica, indispensabile e insostituibile, tra gli sciami verbali che affiorano alla mente di chi scrive e che si affollano, si accavallano, sgomitano, cercando udienza e urgente dispaccio tra i "mattoni" della stanza-pagina di ogni edificio-libro in costruzione. Abitano nel cuore e negli occhi dello scrittore, quelle parole; sono fatte di ricordi vivi, che dolgono come parti anatomiche asportate o da asportare, a volte. Sono fatte di vita reale che più tale non è e che non sa trattenere il pianto accorato (invisibile e ignoto ai più) del suo viaggio senza ritorno nel tempo che fu. Parlo dei libri che sono case del mondo/ della gente che lo abita/ delle disavventure che lo tormentano/ delle anime che vi si aggirano, inquiete/ delle orme che vi si arrabattano a tutta rosa dei venti/ delle ferite che azzoppano gli ippogrifi della mente/ dei gineprai- ricettacolo- catene di tutti i voli che osano sfidare i cieli infidi in agguato/ dei franchi tiratori appostati sotto l'albero di tutti gli ibis più belli del creato/ delle trasmigrazioni alterate e degli stormi umani mutilati...
Non parlo dei libri- cronaca vuota e inutile, inventati a tavolino/ non parlo dei libri che un computer potrebbe scrivere al posto dell'essere umano/ non parlo delle parole usate soltanto per poter vendere la carta su cui sono impresse/ non parlo dei libri che dovrebbero essere giornali- almanacchi o altro ancora o di quelli che sostituiscono i fotoromanzi- rivista di vari livelli di validità o di bassezza di un tempo. Parlo dei libri che tentano operazioni impossibili di gare senza requie con la corsa irrefrenabile del tempo senza cuore/ dei libri che cercano nell'etere muto i forzieri pieni delle voci- delle risate- dei matrimoni- delle battaglie- degli amori- dei canti di guerra e dei riti funebri dei popoli svaniti nel nulla del passato senza memoria/ dei libri che non sono soltanto carta, perché contengono il cuore che pulsa e che duole degli esseri vivi che li hanno ispirati.

Non nego di aver pensato, a volte, che un altro mestiere sarebbe una scelta più "equa" per certi addetti ai lavori visibilmente spaesati nel campo "letterario"/ di aver desiderato metterli al lavoro e vederli sudare su opere proprie (onde portarli a scoprire, finalmente, che un'opera scritta è un universo fatto di intrecci in cui le parole non cadono a caso, come fiocchi di neve impazzita, e hanno una funzione ben precisa e non intercambiabile). M'inchino, però, agli scrittori eccelsi innumerevoli (e anche ai "lettori"-scrittori qualificati e meritevoli di gran rispetto).

***

La verità è che le opere degne di tale nome non dovrebbero aver bisogno di correzioni/ che gli editori non dovrebbero aver bisogno delle opere da correggere e risagomare/ che le manomissioni delle opere originali stanno ai veri scrittori come le rovine delle guerre stanno alle popolazioni colpite e che la parola scritta può chiamarsi libro soltanto quando nasce con una sua anima. Ah, dimenticavo: i libri dotati di anima hanno diritto a mantenere l'inprinting originale, il respiro autentico, gli squarci lirici e a non celebrare il funerale del connubio sine qua non tra la scelta di ogni singolo sintagma/ l'essenza semantica di ogni periodo/ l'armonia interna ed esterna di ogni brano e il canto globale fatto di intrecci interni omogenei non disgiunti da richiami coerenti con realtà esterne presenti pur nella loro assenza apparente).

Le corrrezioni sottostanti sono un ESEMPIO DI "popolazione" di errori in cerca di giusta "patria":

  1.  un raccolto è “prospero”/ l'autore degli errori (che, da qui in poi, definirò "l'a.") scrive "prosperoso”:   l’anno può essere prospero; “prosperosa” può essere una fanciulla avvenente e formosa.
  2. la forma corretta è “suo padre”/ l'a. scrive “il suo padre”/ / "Suo padre e sua madre" sono la terminologia CORRETTA da usare// “sua mamma- suo papà- la sua madre- il suo padre" sono obbrobri da evitare!
  3. “lo fecero sentire come un uccello che scorrazzasse nel sole” è la frase corretta / l'a. scrive “che scorrazzava”: l’indicativo è il tempo delle azioni reali (“scorrazzare nel sole”, per gli esseri umani, tutto  è fuorché reale e, comunque, “lo fecero sentire come” è già l’ambientazione giusta del tempo delle azioni desiderative-evocative-irreali: il congiuntivo).
  4. I ballerini erano talmente bravi che impiegavano tempo a planare, quando si libravano nell’aria, “come piume lente ad abbandonare la carezza del vento”/ l'a. scrive: “come piume lente abbandonate alla carezza del vento”: sono due concetti diversi (i ballerini non erano piume lente: erano piume leggere-leggiadre, tanto che potevano permettersi di ‘attardarsi’ nella carezza del vento per un tempo non consentito ai corpi materiali/ non si abbandonavano alla carezza del vento: tardavano per un momento prima di abbandonarla).
  5. (la scuola del protagonista) “non poté essere accantonata e fu piazzata” (i due verbi sono di pari livello e dipendono dallo stesso complemento d'agente)/ l'a. sostituisce “fu piazzata” con “si piazzò”, perdendo di vista la forma passiva e creando, tra i due verbi uniti dalla "e", una dicotomia asintattica (un' imperfezione linguistica).
  6. “(il bambino) seguì a distanza la donna e la bambina”/ l'a. scrive: “quella si lasciò distanziare” (e, così, perde di vista il soggetto giusto, che è il bambino e introduce il soggetto fuori luogo e maccheronico "quella").
  7. “gettare per terra”/ l'a. scrive “verso terra” (si getta per terra qualcosa che cade a terra -seguendo la giusta legge di gravità)/ si getta verso terra qualcosa che si presume debba percorrere una lunga distanza (prima di poter "atterrare") o trovare altra destinazione (prima di cadere per terra).
  8. La via del ritorno/ l'a. scrive “la strada” (si dice "via", in lingua italiana, quella simbolica /ideologica e, per antonomasia, collegata alla evangelica "diritta via": la via di casa/ la via del ritorno/ la retta via/ la via degli affetti, ecc.).
  9. L'a. trasforma, in un remorseless/steady linguicidio, tutti i condizionali e i congiuntivi in ‘imperfetto’ (al posto di OGNI “SAREBBE ACCADUTO”, scrive “ACCADEVA” e, al poto di ogni "non sapeva che cosa stesse per accadere", scrive "non sapeva che cosa stava per accadere": vale anche qui il discorso sul congiuntivo).
  10. “ciò che dicevano” (in quel momento)/ l'a. scrive “le loro parole” (che rompe l'immediatezza conversativa, con immotivato tono genralizzato).
  11.  (tizio, maschile o femminile che sia) “aveva intravisto” (qualcosa o qualcuno maschile o femminile che sia)/ l'a. scrive “aveva intravista”: aveva intravisto è la terza persona singolare del trapassato prossimo (se l'a. si ripassa modi e tempi dell'indicativo si accorge che i tempi composti terminano con un participio passato che non si può aggettivare- e che non si può, quindi, accordare!).
  12. “i soldi che hai speso”/ l'a. scrive “che hai spesi” (è un passato prossimo: si comporta come sopra!)
  13. “chiedere la mano”/ l'a. scrive “richiedere” la mano (il sostantivo è “richiesta"- della mano, ma il verbo appropriato è “chiedere" la mano).
  14. “ospitale”/ l'a. scrive “cordiale” (come se essere gioviali e gentili, magari nel salutare qualcuno, volesse dire essere ospitali, cioè disposti a ospitare la gente).
  15. “per rispetto nei confronti di lui” (quel "di lui" è necessario a specificare bene, tra i presenti di ambo i sessi, il destinatario del rispetto/ e risponde alla perfetta logica di pensiero che è "of him")/ l'a. scrive “nei suoi confronti a lui” (breve frase piena di incongruenze-errori-pasticci indecisi tra complementi di specificazione e di termine) .
  16. “come chi sappia di vivere”)/ l'a. scrive “sapeva”/ è  il congiuntivo il modo giusto dei verbi, per azioni di quel tipo- eteree-non dimostrabili- possibili nel tempo narrante quanto in qualsiasi tempo narrato e persino da narrare (l’indicativo è il tempo delle azioni certe e sicure “straniere” nel testo citato).
  17. “quando fu il suo turno di bere”/ l'a. scrive “bevve un sorso d’acqua” (che è altro dal testo necessario ad esprimere il concetto legato al gathering di persone vive che officiano un rituale, chiamando i morti come testimoni, avvicendandosi, a turno, alla brocca degli antenati).
  18. “una cosa sola gli stava a cuore”/ l'a. scrive “solo una cosa gli stava a cuore” (meno elegante e meno corretto, perché fa iniziare il periodo con un funzionale).
  19. “quasi subito”/l'a.  scrive “precipitosamente": “quasi subito” indica un gesto compiuto quasi normalmente, con un attimo di incertezza dovuto a un ripensamento o a un timore passeggero/ ”precipitosamente” è un gesto eclatante che si fa quando si fugge da qualcosa (per ira o per paura o, comunque, con movimenti bruschi e irrefrenabili).
  20. “non vide”/l'a. scrive “non scrutò” (non vedere è un’azione involontaria/ scrutare è un’azione ‘molto’ volontaria da usare a proposito, nei casi giusti ).
  21.  “…era sgattaiolato giù”: l'a. toglie “era”, lasciando il periodo senza predicato.
  22. “fitto fitto” è espressione letteraria/ sta per intenso: l'a. scrive SOLO ‘FITTO’, che è BRUTTO E HA ALTRO SENSO.
  23. “segni rassicuranti” riferito agli odori è ok// l'a. scrive “profumo”, che non va bene, in quel contesto: gli odori, per l’uomo primitivo, che è in perfetta sintonia con la natura, sono “cippi” di orientamento proprio come il sole e la luna.
  24. “Aveva visto quell’odore aleggiare”: il bambino non sa che è vapore acqueo e lo chiama “odore” (e lo vede, perché è un vapore molto denso/ e lo ‘annusa’ anche, quando si dirada e va lontano)/ l'a. scrive “percepito”(dimenticando che l’uso letterario dei termini  ha una valenza molteplice, che va oltre l’educazione sensoriale elementare e che si fa nota connotante di ambientazioni-atmosfere e di sensazioni-personaggi  -e, by the way: le parole composte-composite non sono errori/ sono “parole-bauletto”).
  25. “C’era, nell’odore principale, un altro odore, un odore dolce ecc.”/ l'a. scrive “C'era un odore dolce" (scambiando per ripetizione” la reiterazione  accentuativa, che è espressiva e incalzante e si ricollega anche a un termine precedente -‘odorino’- inteso come stimolatore di acquolina in bocca). Il primo esempio è "prova" di linguaggio vivo- agile- ricco- elastico e interessante e il secondo di scrittura piatta e anonima.  
  26. “…di quell’erba robusta chiamata ecc.”: l'a. scrive "dell'erba robusta ecc." (l’aggettivo dimostrativo serve a specificare tra le erbe quella giusta).
  27. “…quello della sua famiglia si chiamava X, come quello di tutte le famiglie”/ l'a. scrive “come per tutte le famiglie”: il primo esempio è corretto per la sintassi e soprattutto per l’estetica/ Il secondo è struttura glotto- vernacolare sbilenca, che potrebbe "funzionare"sia in sintassi che in estetica, soltanto se facesse seguito a un altro periodo causale con “per”.
  28. “il verso simile a un  latrato (dei babbuini) ” dice che il verso dei babbuini è simile a ‘un’ (indeterminato) latrato-altro / l'a. scrive “il verso simile al latrato (dei babbuini)" (ma l'uso di ‘al’ "determina"-specifica che il verso dei babbuini è simile al latrato dei babbuini stessi -dice, cioè, una cosa alquanto senza senso).
  29. “C’erano due capanni ” (elencati dopo i due punti)/ l'a. mette il verbo dopo i due punti: non occorre il verbo dopo i due punti- vale quello iniziale- i due punti servono a questo.
  30. “…sua madre era sotto il capanno”/ “era” vuol dire "era lì/ c ’era" (che è una conferma per il bambino di riferimento)/ l'a. scrive “si trovava”:  è genericamente locativo (nonché spagnoleggiante) e non è secondo estetica/ ‘essere in un luogo ‘  è la scelta estetica elettiva.
  31. Sua madre “lo guardò e”/ sta bene così: si riferisce a un gesto repentino compiuto dalla madre prima di un altro gesto (un'azione prima di un'altra)/ l'a. scrive "sua madre guardandolo": non va bene/ esprime un'azione compiuta in un tempo prolungato non idoneo alla parentela verbale del periodo e non è corretto (perché la madre fece due azioni separate e concluse e non un'azione nell'altra).
  32. … "perché la sorgente è lontana , ma torniamo agli spiriti e alla domanda che hai fatto prima”//L'a. spezza il periodo, con il punto, e inizia la frase con “ma”// l’ERRORE DI INIZIARE I PERIODI CON I FUNZIONALI è PROPRIO UNO DEI PILASTRI CADUTI DELLA CITTà-LINGUA CHE occorre DIFENDere.  
  33. … l'a. sostituisce “comunque” con “infatti”: “infatti” sta per effettivamente- comunque sta per "in ogni caso"/ il senso di ‘comunque’ è riduttivo, quello di ‘infatti’ è rafforzativo (le parole non sono da usare a caso, hanno una funzione ben precisa).
  34. “…Invidiati da buona parte del villaggio e dei villaggi vicini”/ l'a. scrive "... e dai villaggi vicini": è sbagliato/ occorre “dei”(partitivo)  non “dai”(che esclude “buona parte” e implica TUTTI i villaggi vicini).
  35. "La scuola somigliava a una grande scatola, che il bambino aveva visto nella casa del nonno, che era il capo”- il riferimento alla posizione del nonno sottolinea l’importanza della scatola attraverso l’importanza del nonno/ l'a. scrive lo stesso testo senza il riferimento alla posizione del nonno (saltando un abbinamento-parole vitale nel dare corpo e vita alle vie dei pensieri e delle suggestioni non dette del personaggio).
  36. “due grandi alberi”/L'a. scrive “due fusti”: nella flora gli alberi si chiamano essenze (magari ad alto fusto)/ "alberi" va benissimo o, in alternativa, sarebbe corretto specificare la tipologia degli alberi (e scrivere “ manghi”, che è il plur. corretto della mangifera indica).
  37. “Chissà perché", pensò il bambino, camminando/ l'a. non usa la prima virgola e toglie a verbo e soggetto la funzione peculiare che hanno, qui, di afterthought, separati dal resto, tra le due virgole/ Pensa, forse, al fatto che  il verbo non vada separato dai suoi complementi diretti (e verbo e soggetto sono uniti, infatti, tanto da poter essere giostrati, volendo, anche nella forma "Camminando, il bambino pensò").
  38. “…perché ormai era consapevole di essere in ritardo”/ l'a. scrive la frase senza “era”, com'è sua abitudine, ma, per farlo, dovrebbe concepire la prima parte del periodo in altro modo e usare la punteggiatura in modo appropriato/I periodi nati come elenchi di azioni non vanno rotti (per non creare periodi falsi e mal concepiti).
  39.  “Hai capitooo?”/ l'a. non usa le “o” che ritiene di ‘troppo’, ma... dovrebbe immaginare di dover scrivere una commedia: come suggerirebbe agli attori la differenza tra una domanda normale e una domanda urlata e prolungata/ come veicolerebbe loro i toni e i giusti suoni da emettere?/ la scrittura è anche questo (e gli scrittori possono e devono usare la lingua come materiale elastico da avvolgere attorno alla realtà di cui fare un plastico il più possibile fedele, pur nel rispetto della poliedricità grammaticale).
  40. Il bambino esagitato, dopo i maltrattamenti del maestro, pensa che “la parola stupido, la parola capra e la parola mucca” siano delle offese immeritate/ la ripetizione è parte dell’espressione mentale infantile, come la successiva espressione “quel maestro non era bravo affatto”: ci sono discorsi indiretti calibrati su quelli diretti-inespressi/ lo stesso discorso vale per il seguito/ Il bambino pensa più o meno come segue: “quel maestro non era bravo affatto, perché non solo lo picchiava e lo sgridava, ma ‘anche’ si faceva sentire dalle altre classi”/ è chiaro che chi scrive non si esprimerebbe in quel modo infantile e che deve prestare i pensieri al personaggio infantile/ Non può prestargli parole che lui non direbbe (come la parola “squarciagola”, che l'a. maldestramente suggerisce, per esempio, in altro caso).
  41. “Suo fratello e suo padre avevano dovuto tagliare i rami e rimuoverli uno per volta"/ l'a. scrive “Suo fratello e suo padre ecc. 'rimuovendoli' uno per volta”: la valenza dei due verbi della stessa importanza, nel primo esempio, è corretta e pone le due azioni sullo stesso piano temporale e semantico/ l'uso del gerundio, nel secondo esempio, altera l'equilibrio-"prestigio" tra i due predicati- inficia l'efficacia della frase e la rende meno incisiva.
  42. “steli duri e lucidi e fianchi ecc.”/ l'a. scrive "steli duri e lucidi e 'dei' fianchi”(in cui la congiunzione unisce due elementi che non hanno in comune l’anima sintattica e semantica)/ può scrivere “degli” steli e “dei” fianchi, ma non può aggiungere il partitivo a uno solo degli elementi elencati.
  43. “due dei cespi spinosi”/ l'a. scrive la frase senza “dei”: non va bene/ “due cespi” sono due a caso/ “due dei cespi ” sono due di quelli specifici, che vengono descritti dopo- hanno un riferimento preciso.
  44. “salire di un paio dei gradini ”/ l'a. scrive "di" al posto di “dei”/ vale il discorso precedente: “un paio dei gradini” (un paio di quelli specifici che loro stessi avevano creato) è diverso da “un paio di gradini” (qualsiasi). Scrivere in modo comprensibile è importante; scrivere in un modo comprensibile e (allo stesso tempo) non creare stridore nella poliedricità sfaccettata della parola a più piani (mai casuali) di lettura fa la differenza tra lo scrittore e lo scrivano.
  45. “È proprio il cespo il punto vitale in cui la linfa affluisce, quando ecc. ”/ l'a. scrive senza la virgola (che serve a separare la temporale).
  46. “Suggerisco la seconda ipotesi”, dice il figlio e il padre risponde: “E suggerisci bene”/ l'a. scrive "E dici bene": Il primo esempio fornisce un “suggerisci" che non è "ripetizione" ma verbo ripescato volutamente dal padre (nelle parole del figlio) e restituito al figlio quasi come un encomio/ il secondo esempio è laconico e manca della forza partecipativa e istintiva che lega i due personaggi in questione.
  47. “Incidi il bunch alla radice, così. Vai su, un po’ di sbiego, e poi torna giù, allargando un po’”/ L'a. scrive: “Incidi il bunch alla radice, poi vai su un po’ di sbiego e torna giù, allargando un po’”(forma apparentemente scorrevole e, nella sostanza di riferimento, tanto corretta quanto piatta e poco sentita)/ La prima forma dice, invece, che c’è un personaggio dietro le parole (il padre), che pronuncia la prima frase breve, incisiva e lenta, concludendola con "così", perché deve aspettare che suo figlio esegua le istruzioni. L'a. dimentica che chi parla è appeso alla cima di una palma e che tra una frase e l'altra c'è il tempo dell'esecuzione / scrive una frase che va bene per una recita scolastica. Quella prima frase del padre è insieme istruzione, attesa, osservazione e conferma della corretta esecuzione: è quasi un premio, per suo figlio, l'apprendista. La seconda frase è la continuazione dell'insegnamento, ma viene "offerta" con minore enfasi e con tono fiducioso dal padre, che, ormai, ha visto che il figlio si muove con maestria. Non bisogna mai dimenticare che i dialoghi delle scene vere contengono il respiro (e magari il fiato corto), le emozioni, gli stati d'animo e persino il "rumore" dei pensieri dei personaggi (e delle loro peculiarità legate alle culture di appartenenza). Scrivere sarebbe operazione da tavolo, se non fosse lo strumento della trasposizione della realtà nella scultura verbale da realizzare (senza mai prescindere dalla correttezza formale). Vero è che ci sono sculture e sculture (a seconda della grandezza dello scultore), ma vero è anche che chi usa la lingua come una successione di parole vuote non tira fuori nessuna scultura e si limita a girare attorno al materiale informe che vorrebbe scolpire.

 48-“Ora fissa la corteccia. Legane bene il lato piatto, bravo, così”/ /L'a. scrive questo testo con la ‘e’ congiunzione al posto del punto centrale: il discorso precedente vale anche qui (l'uomo è sull’albero, è stanco. Parla a scatti. Stacca le frasi. Dà al figlio il tempo di recepirle e di applicarle). Chi scrive deve ‘scegliere’ le parole e la punteggiatura in base al suo stile, sì, ma soprattutto in base al “respiro” dell’opera (che i lettori attenti “respirano”, a loro volta ). 

  1. “La prima frustata colse il bambino di sorpresa e le altre giunsero a destinazione, sulle gambe”/l'a. scrive il periodo senza la virgola, ma i vari complementi necessitano del ‘divisorio’ sintattico (che è proprio la virgola).
  2. “adulti che”: l'a. usa “ i quali” dove "che" è corretto e viceversa.
  3. ...“con il marito che lo spirito le aveva trovato ”/ l'a. scrive la frase con “le avrebbe” (alterando la realtà delle azioni del racconto con quella delle azioni ipotetiche). La storia popolare riporta che quella donna viveva in due dimensioni contemporaneamente: quella reale e quella degli spiriti, invisibile al marito. La voce narrante (presa dalla credenza tribale) lo riporta come un dato reale e non ipotetico. L'uso del giornalistico “avrebbe”, in questo caso, è quanto mai fuori luogo (in un racconto primitivo che del 'diplomatico’ condizionale ‘congiuntivato’ della cronaca non conosce l'esistenza e che non è opera della fantasia narrante).
  4. “La rimandò dai suoi genitori e si scelse un’altra moglie, ma quella volta”/ l'a. scrive “ma 'questa' volta ” (si tratta di un errore molto diffuso e molto fastidioso nelle letture contemporanee): “quella” è un termine che la voce narrante usa e che riferisce, però, al soggetto di riferimento e al suo tempo e non al proprio tempo (aggettivi e pronomi dimostrativi hanno una forma da usare per riferimenti “vicini a chi parla” e una per riferimenti “lontani da chi parla”: “questa” è per la forma “vicina a chi parla” e chi parla, nel caso specifico, non è il personaggio cui il pronome fa riferimento/ non va bene, in questo caso).
  5. ...“sarebbero stati in grado di andarsene dal villaggio e di vivere ovunque”/l'a. scrive la frase con “ovunque volessero” senza la congiunzione: la congiunzione è necessaria (andarsene e vivere sono due cose diverse)/ “volessero” è meglio non metterlo e “ovunque” è esaustivo da solo (perché il seguito sottinteso esclude “volessero” e si coniuga meglio con “dovessero”: ovunque dovessero andare, a cercare la loro sopravvivenza/ ovunque fossero costretti a dover emigrare, per sopravvivere, ecc).
  6. “Notò che gli occhi della guaritrice dardeggiavano in direzione della bambina ”/ l'a. scrive “notò che dardeggiarono”: non è corretto/ è un obbrobrio sintattico ed estetico/ non ha la giusta valenza temporale: l’azione “notò” è limitata al momento in cui il bambino si voltò; l’azione “dardeggiavano” è commisurata al tempo che la bambina impiegò a volteggiare al suono del tamburo (ovvero: il bambino capisce che gli occhi della guaritrice stavano dardeggiando in quella direzione e che tale azione era in corso da prima che lui si voltasse).

7. “È sparita, pensò"/ l'a. scrive la frase senza la virgola (che è prescritta, invece, onde non dover leggere la breve frase come segue: è sparitapensò).

  1. ...“hanno mandato i figli fuori, a studiare, quando qui la scuola non c’era: hanno fatto bene”/ l'a. non usa i due punti e mette la virgola/ questo è il tipico esempio di uso appropriato dei due punti, invece (sono la puntualizzazione affermativa di fronte alla quale la virgola  è soltanto un surrogato non altrettanto efficace).
  2. ...“magazzino grandissimo ben riparato”/ l'a.scrive “ottimamente riparato ”. Il magazzino della tartaruga aveva ripari buoni e non ottimi /"ben riparato"va bene /’ottimamente’, inoltre, è l’avverbio di un superlativo, non è proprio "il massimo".
  3. “I vari animali ispezionarono il magazzino e concordarono sul fatto che nessuno avrebbe potuto rubare le provviste”/ l'a. non scrive “provviste” ma “del cibo” e aggiunge “da quel luogo”: “cibo” è riduttivo rispetto a “provviste” (più completo e dovizioso) e “da quel luogo” è un’aggiunta pleonastica, perché “magazzino” c’è già nella frase di riferimento/ il primo testo è l'esempio linguistico giusto.

4. L'a. è recidivo nel mancato uso delle virgole delimitative dei complementi indiretti (e delle parentetiche) e nella sostituzione di vari soggetti (come “tartaruga”) con pronomi (come “essa”) che, in assenza totale del nome nelle vicinanze , non bastano e non sono belli.

  1. “La madre bagnò la testa dei figli grandi e piccoli, la insaponò, la strofinò e la ecc. ”/ l'a. scrive "la madre bagnò la testa dei figli grandi e piccoli, le insaponò, le strofinò ecc", ma il soggetto è testa (ed è singolare).
  2. “Le due bambine”/ l'a scrive “le due fanciulle” (termine valido, benché ottocentesco e più adatto ad adolescenti, ma fuori contesto, nel caso specifico).
  3. "I fratelli dissero che forse ecc."/ l'a. scrive " i fratelli affermarono” (ma “affermarono” ha una valenza che non collima con il forse, né con l’attenzione superficiale e disattenta e né con il tono di 'sentito dire' con cui i fratelli maggiori rispondono distrattamente al fratellino piccolo).
  4. “Capivillaggio/ l'a. scrive il plurale come “capovillaggio”, ma è errato: i nomi composti contenenti la parola “capo” non restano invariati al plurale/ non mutano in plurale la desinenza del secondo nome, come gli altri nomi composti/ volgono al plurale proprio la parola “capo” (e non la seconda, come alcuni casi che non sto a elencare in questa sede).
  5. ...“pietanze che preparava”/ l'a. scrive “le pietanze che cucinava”, ma la pietanza non si cucina: è il risultato delle vivande già cucinate.
  6. ...“baniano”/ l'a. scrive “banano”: il baniano produce plantain- il banano produce banane .
  7. ...“mi piace assaissimo la plantain” è espressione infantile vivida e più bella di quella comprendente "assai" usata dall'a.
  8. “Ci siamo, adesso scoprirò che sarebbe stato meglio andare a scuola”/ l'a. scrive “che 'era' meglio andare a scuola" (l’imperfetto è maccheronico/ non si riferisce al tempo giusto dell’azione “andare a scuola”, che sarebbe dovuta accadere di mattina, cioè in un tempo passato rispetto alla considerazione-riflessione del bambino- e che -cosa essenziale- non è accaduta).
  9.  “andò a coricarsi con la madre”/ l'a. scrive “andò verso la madre” (?): "andò verso" e poi evaporò? "Andò" e si coricò, invece.
  10. “Il sorgere del giorno non riportò la bambina alla famiglia A. e portò dolore e disgrazia alla vedova X”/ l'a. scrive “”non riportò la bambina alla famiglia A, ma solo dolore alla vedova X”/ non è corretto:1- “solo” è fuori luogo, perché il dolore è soprattutto anche della famiglia A, 2) far dipendere “solo dolore” dal verbo “riportare” non ha senso: “ma riportò solo dolore ” è un'affermazione falsa e scorretta, poiché legate al sorgere del giorno (soggetto), insieme al dolore, sono incluse cose sottintese, benché non elencate.
11. L'a. usa la congiunzione “e” senza riguardo per i sintagmi da essa legati (né distinzione tra attributi e predicati e senza fare attenzione alle ‘parentele’-legami tra le varie tessere del mosaico-lingua).

12. “La donna disse e gridò che non era vero”/ l'a. scrive “gridò la sua innocenza” (e aggiunge pure “confermando il suo amore verso il marito”), ma questa espressione va bene in un film di Perry Mason- non va riferita a una donna africana del bush, che è stata malmenata, ha ormai la voce rauca, non ha più lacrime ed è stanca di opporre i suoi “non è vero” alle macchinazioni molteplici dei suoi aguzzini: è una donna primitiva che sta per essere assassinata, non conosce la parola ‘innocenza’, dice: “non è vero” e poi lo grida e lo ripete e infine lo mormora, ogni volta che le muovono una nuova accusa che non sta né in cielo né in terra. La parola scritta deve convogliare nella pagina le caratteristiche e la dignità dei personaggi e usare un linguaggio compatibile con esse (e con i luoghi e il tempo di appartenenza).

  1. “La loro famiglia sia bandita e i loro beni siano confiscati” (il primo predicato è singolare/ il secondo è plurale)/ l'a. non usa “siano” (per la sua idiosincrasia verso le ripetizioni), presupponendo che il verbo reggente basti, ma tale verbo è singolare e l'a. produce questo risultato: i loro beni “sia” confiscati (...).
  2. "Siano rintracciati i genitori della donna uccisa/ siano i beni di questa gente confiscati", ecc./ L'a. usa il verbo essere solo una volta, ma le parole del capo (tribale) richiedono la ripetizione del verbo, perché l'uomo impartisce ordini lapidari e ripetitivi: è un uomo primitivo e non parla in modo sintetico/ è prolisso e martellante, anche perché adatta il linguaggio alla comunità semplice e  testarda -nella cui mente vuole imprimere i concetti.
  3. L'a. usa “sperimentare” al posto di “esperimentare”/ si diverte cercando i sinonimi, ma sbaglia la scelta: "sperimentare" ha più a che fare con la "messa alla prova" (anche di macchinari) o con la "osservazione dell'effetto" (anche di versi poetici)/ è esperimentare il verbo legato alla "esperienza" provata sulla propria pelle.
  4. “Fu contento, quando sua madre prese le mandorline, perché era molto curioso ecc.”/ l'a. scrive il periodo senza “era”/ crea un linguaggio monco simile a quello pubblicitario e lontano dall’effondersi idiomatico che ‘lievita’ come le maree e rispetta la correttezza e la bellezza della lingua.
  5. ...“doveva occuparsi” (della semina)/ l'a. scrive “si occupava”, come se il contadino avesse avuto alternative (“doveva”, invece, ovvero "non poteva esimersi" dal farlo: senza semina sarebbero morti)/ il significato dei verbi, ausiliari o no, non sempre è optional).
  6. “Temeva che la sua famiglia se la sarebbe vista brutta"/ l'a. non scrive "se la sarebbe vista brutta" ma “avrebbe avuto problemi” (un asfittico e satiricamente ‘delicato’ eufemismo britannico, fuori luogo ove la gente vede la morte in faccia- e non simbolicamente/ dove sono in molti a non sopravvivere alla stagione delle piogge).
  7. L'a. non ha "occhio" per i brani che sono l’apice nobilitante delle opere/ scambia per ripetizione anche il ritmo poetico, cadenzato dal ‘ritorno’ di alcune parole che, nel lirismo, sono come note musicali. Dovrebbe pensare ai musicisti compositori: se dovessero eliminare tutte le note uguali o simili, addio musica.
  8. ...“dietro di lei la distesa di ecc., davanti a lei ecc.”: è il bambino che osserva la scena/ l'a. toglie “a lei” (sempre per il terrore delle ripetizioni), ingenera dubbio tra "davanti a lei" e "davanti a lui", cioè all’altro personaggio presente nella scena.
  9. L'a. scrive “ed aveva ” (arcaico) / meglio "e aveva", come nel linguaggio parlato.

10. “Mammaaaa!”/ l'a. non usa le “a” di troppo che "di troppo" non sono e che sono indispensabili a capire che il bambino grida (e non chiama semplicemente).

  1. ...“che”/ l'a. è sempre indeciso tra "che" e “i quali” e continua a sostituirli senza la precisa linea estetica giusta.
  2. ...“la tagliò in listelli sottili”/ l'a. non usa “tagliò” ma “divise": è “tagliò” è il verbo giusto, perché il contadino fece la liana praticamente a fette/ eseguì l’azione faticosamente, tra le mani, camminando/tagliò i segmenti tra pollice e indice. Il verbo dividere ha soprattutto accezione di "distinguere in parti" (come nella divisione dei beni) ed è più appropriato nelle "divisioni" matematiche che in quelle di "tagliare" e di "spaccare". I verbi non si scelgono a caso: non si può dire "si tagliarono la proprietà in parti uguali", si DEVE dire "si divisero la proprietà in parti uguali" e si deve lasciare "tagliare" per gli usi giusti, come quello relativo alla liana di riferimento.  
  3. ...“così che il maestro potesse vedere che lo sapeva fare” (è una frase compatibile con i pensieri del personaggio e con le accezioni semantiche del caso)/ l'a. scrive “potesse vedere la sua abilità”: il bambino non pensa in termini di ‘abilità’ e, comunque non era ‘abile’/aveva intrecciato goffamente la sola base del cestino e doveva lasciarla incompleta, per far vedere al maestro che stava imparando e che si sforzava di eseguire gl'intrecci di base senza l'aiuto degli adulti. Il primo esempio è quello giusto.
  4. ...“la pioggia era continua e insistente”/ l'a. usa la frase senza 'era', lasciando il periodo ‘orfano’ e sospeso (com'è abituato a fare regolarmente).
  5. “La gente aveva l’impressione che qualcuno avesse aperto una cataratta (quella del cielo) e l’avesse dimenticata aperta”(ovvero spalancata)/sempre per la sua fissazione delle ripetizioni, l'a. non scrive “aperta” ma “schiusa” (che dovrebbe essere “socchiusa”, nella migliore delle ipotesi, e che, nelle altre ipotesi, si riferisce alla ‘schiusa’ come quella delle uova). L'a. dovrebbe ricordare che la matematica e cocciuta ricerca dei sinonimi è la morte dell’immediatezza e del valore della scrittura.
  6. ...“raccolse erbe eduli e una zucca e tornò a casa”/ stesso discorso delle ripetizioni che tali non sono/ l'a. non usa la prima “e” (che unisce i due sostantivi e  lascia soltanto quella che unisce i due predicati, ottenendo così un periodo imperfetto -zoppo dell’elegia minuscola che, per quanto assurdo possa sembrare, nasce da quel segmento di frase: “erbe eduli e una zucca”).
  7. “Il fuoco non aveva forza, perché i rami erano bagnati, e non sarebbe durato a lungo, perché i rami erano anche sottili”/ l’a. scrive: “Il fuoco non aveva forza, perché i rami bagnati e sottili non sarebbero durati”/tale testo appare corretto soltanto a una lettura superficiale, ma a un attento esame risulta, invece, squinternato/  la forza e la durata sono due cose diverse: il fuoco non ha forza, perché la legna bagnata fa fumo e non produce la fiamma che potrebbe far bollire la pentola/ quando la legna sarà asciutta brucerà in un attimo, perché è sottile, e non darà al cibo tempo sufficiente alla cottura./ Questi concetti sono contenuti tutti nel primo esempio e sono, invece, sovrapposti in modo illogico nel secondo (che immola la forza reiterativa e il ‘mordente’ gnomico su un altare sacrificale immotivato).
  8. “Quella notte tutti si alzarono e ci fu un grande andirivieni”/ l'a. scrive soltanto ”Quella notte ci fu un grande andirivieni”, che è corretto ma non dice la stessa cosa/ Il primo esempio dà informazioni che il secondo non può dare: quali e quanti membri della famiglia hanno avuto il mal di pancia e sono stati artefici dell’andirivieni? / Le parole sono ‘immagini’ (leggendole si ha accesso a dette immagini)/ Le immagini contenute nel primo esempio mostrano il padre, la madre, il primo figlio, il secondo figlio, la terza figlia, il quarto figlio e persino l'ultimo (con le varie caratterizzazioni tipiche di ogni personaggio) lamentarsi, alzarsi, uscire, rientrare, incontrarsi, scontrarsi, scambiarsi borbottii, frasi e bofonchiamenti/ Le immagini del secondo esempio sono latitanti, perché non hanno riferimenti precisi (e non possono escludere che alcuni membri della famiglia abbiano dormito bene).
  9. Ci sono infiniti altri casi in cui l'a. si lascia ossessionare dalle ‘ripetizioni’ (di particelle pronominali o avverbiali, di articoli o di preposizioni e anche di verbi e di virgole) e produce risultati troppo lineari e quasi puerili.
  10.  “Il bambino aveva visto che sua madre aveva comprato”/ l'a. scrive “aveva visto sua madre comprare”: tra VEDER COMPRARE e VEDERE CHE HA COMPRATO C'è LA DIFFERENZA CHE separa l'essere presente nel luogo dell'acquisto dall'essere presente nel luogo in cui l'oggetto dell'acquisto viene conservato e, cioè, in casa. Il bambino ha intravisto la stoffa nuova e ha capito che sua madre l'ha comprata/ immagina che l'abbia comprata al mercato, ma non sa quando né ha assistito all'acquisto (è una sorpresa che la madre fa ai bambini, che sono nel bush e non vedono che cosa compra la madre, quando va alle fiere, a chilometri di distanza dal villaggio). Ogni affermazione, nella scrittura attenta e valida, è un tassello che deve inserirsi nel grande mosaico dell'architettura generale.
  11. ...“e quando lei aveva detto a ecc. (ai bambini)”/l'a. scrive la frase senza “lei”, che è soggetto indispensabile, perché la frase è in successione e fa parte di un periodo che ha come soggetto “il bambino”. 
  12. “Non avrebbe potuto essere usato, ma avrebbe dovuto essere lasciato a marcire nella terra”/ l'a. scrive “non avrebbe potuto essere usato, ma anzi lasciato a marcire nella terra”: tale periodo sembra comprensibile e apparentemente "innocuo", ma fa dipendere la frase secondaria (affermativa/ un'affermazione) da quella principale e dal suo verbo negativo (una negazione) ed è, perciò, un vero e proprio pasticcio disastroso e brutto/ se andare all'arrembaggio e farsi capire è lo scopo, l'a. lo ha raggiunto, ma, se lo scopo è scrivere in modo corretto (e possibilmente letterario), l'a. deve imparare a liberarsi dalle fobie e "indulgere" in "precisazioni" opportune dei ruoli sintattici ed estetici.
  13. L'a. tende a togliere il secondo verbo e ad ‘accorpare’ le frasi secondarie a quelle principali un po’ ovunque, ma, così facendo, incorre nei rischi simili al punto soprastante e, anche quando gli va bene, perché i predicati verbali sono compatibili, impoverisce il testo e lo rende anonimo.
  14. L'a. non usa “atavica” in relazione alla paura tribale, ma “forte”: i riti tribali di cui si parla sono atavici, però, e tale è la paura inconscia che la gente ne ha (nessun caso è più idoneo all'uso di questo attributo//gli attributi vanno ‘commisurati’ alle dimensioni geografiche e psicologiche narrate: quelli che vanno bene a New York, non necessariamente vanno bene nella giungla). Temo che l'a. abbia consultato i correttori telematici (che definiscono "usurati" alcuni termini). Tali correttori non possono essere il discrimine da usare nell'archiettura di un'opera impegnata e, soprattutto, non possono cancellare dal vocabolario i termini troppo usati (ci sono casi in cui servono e sono insostituibili).
  15. L'a. non usa la parola “team”, in riferimento al gruppo degli esorcizzatori in maschera, ma questo è ciò che essi sono : un team di inseguitori del male (serve nel testo una parola che suggerisca alla mente di chi legge la forza gregaria di quel rito, in cui ogni persona ha una funzione precisa). L'a. non la sostituisce con niente e, soprattutto, non sa che, nei luoghi di riferimento, è proprio il termine inglese che dà il nome a quegli uomini in maschera.
  16. ...“suoni-…- che invitavano e- …- facevano…”/ l'a. usa i verbi “invitava” e “faceva” (ma il soggetto è “suoni”, plurale!)
  17. L'a. non scrive “i brividi confinavano con la paura”, ma “sconfinavano nella paura” (probabilmente perché trova irresistibile la forza evocativa della parola che richiama il concetto di spazio "sconfinato"), ma le due parole hanno valenza DIVERSA: i brividi che il villaggio provava ‘confinavano’ (soltanto) con la paura- vale a dire che la facevano vibrare nell’inconscio, la ricordavano, ma non vi sconfinavano dentro, cioè non vi entravano, altrimenti avrebbero trasformato la collettività in una folla terrorizzata.
  18. L'a. usa “piangere”al posto di “frignare”: frignare è piagnucolare, attirare l’attenzione/ piangere è la manifestazione estrema del dolore e del disagio senza argini.
  19. ...“tutti conoscevano come utile la sua funzione”(quella del banditore)/ l'a. usa ‘necessaria’ al posto di ‘utile’: Non ha capito che necessario, in un contesto primitivo (e ancora preistorico), è soltanto ciò che aiuta a sopravvivere e che ciò che riguarda la vita sociale è soltanto utile, non indispensabile.
  20. “Gl’insegnò a distinguere i piatti dei primi dai piatti dei secondi”/ l'a. scrive “Gl'insegnò a distinguere i primi piatti dai secondi piatti”: i piatti dei primi sono i recipienti tesi e i piatti dei secondi sono i recipienti fondi/ i primi e i secondi piatti sono le pietanze/ Il personaggio in questione insegna allo steward quali piatti servano per i primi e quali per i secondi (ovvero per le pietanze che vengono servite come primo e per quelle che vengono servite come secondo).
  21. ...“nella casa di sotto e in altre case”/L'a. scrive "nella casa di sotto e in altre": ne deriva una frase sospesa in cui non si capisce “altre” a che cosa si riferisca, perché non concorda né con "nella" e né con "casa" (i termini precedenti)/ Ripeto: i sostantivi simili non sempre sono ripetizioni e sono indispensabili dove il genere o il numero non coincidono.
  22. ...“la mattanza dimostrò che quelle non erano state soltanto parole e che il master" ecc./ l'a. perde di vista il soggetto e scrive “il master dimostrò che quelle non erano state soltanto parole”: distorce, in tal modo, il senso di un intero brano e tutte le sue parentele con i proverbi e i detti antichi (fu il momento del pericolo a mettere alla prova il datore di lavoro, inducendolo a dimostrare affetto e lealtà e anon tirarsi indietro neppure di fronte alla mattanza che mieteva le vite umane a migliaia/ fu, cioè, la mattanza a dimostrare che "gli amici si conoscono nel momento del bisogno", in altre parole).
  23. “Erano giunti e se n’erano andati”/ l'a. scrive “giunti e se n’erano andati”: ha le idee confuse, a dir poco, circa il dove e il quando fare a meno del predicato verbale e, infatti, qui ha eliminato il verbo principale (e nessuno può fare una tale cosa, neppure i "potentissimi" addetti ai lavori -che in tale categoria, alla fine, do not fit at all).
  24. l'a. usa, al posto dei giusti soggetti o dei pronomi canonici sostitutivi, “quelli" ("quelli dissero- quelli se ne andarono-ecc.”), tirandosi dietro le abitudini vernacolari di provenienza/ in altri punti, al posto di “quelli” usa “coloro”, con risultati alquanto "desueti"// "coloro che" può essere (in un brano che abbia già inserito la voce narrante e l'uditorio nel giusto alveo linguistico) un buon soggetto/"quelli che" ha bisogno di partitivo (vedi: "quelli di voi che ecc.").
  25. ...“dava soldi a sua cognata perché si prendesse cura ecc. ”/ l'a. scrive “perché si prendessero", ma il verbo si riferisce a “sua cognata” (singolare!)
  26. “Gl’Integralisti presero il nome dal Corano, come sempre” e scelsero X/ l'a. scrive “come sempre il nome fu X ” (?!)/ Scelgono il nome, di volta in volta, per ogni insurrezione, nel Corano e “quella volta” scelsero X/ ogni volta ne scelgono uno diverso, ma sempre coranico (l'a. è visibilmente inadeguato non soltanto al sapere- ai viaggi e alle latitudini con cui pare volersi cimentare, ma anche alla decenza linguistica).
  27. “Immisurabili”/ l'a. usa “incommensurabili” (?!)/ Sono due cose DIVERSE: è immisurabile il termine che deriva da misurabile e che ha significato opposto) e non quello che deriva dal latino incommensurabilis ...
  28. ...“ahimè”/ l'a. scrive “ahilui” (?!): la grammatica prevede un termine che deriva da “ahi” (l’espressione che esprime il dolore) e quel termine è “ahimè” (riferibile a tutti i generi e a tutti i numeri, siano pure collettivi!)/ ahilui (lungi dalla letteratura) non esiste (è un termine fumettistico- satirico che impazza tra sms e e-mail che tutto sono fuorché lingua corretta).
  29. ...“la capanna-ospedale non offriva che i muri e il medico”/ l'a. non usa “il” medico ma “i” medici (?!): è già tanto che ci sia “un” medico, in quel luogo sperduto (non si tratta mica di un ospedale occidentale/ e l'a. non potrebbe scrivere di cose che conosce e lasciare in pace ciò che è lontano dalla sua portata?).
  30. ...“lo prendeva in braccio, lo lavava, lo portava in giro (con la sua bambina) e s’inorgogliva quando la gente diceva che i due bambini si assomigliavano”: si parla della donna e del bambino che non era suo figlio (e del fatto che lei gli volesse bene come se fosse suo)  / l'a. non usa l'imperfetto ma il passato remoto (e meno male che si limita a restare nell'ambito dell'indicativo!)/ scrive: “lo prese in braccio, lo lavò, lo coccolò ecc.": ciò fa presupporre che le azioni si siano svolte una volta sola (poi che fece la donna? Defenestrò il bambino?)/ il tempo delle azioni continuative è l’imperfetto -ma l'a. non ne conosce la valenza, tanto che, in altri punti, commette il crimine di usarlo al posto del congiuntivo: per lui, modi e tempi dei verbi sono facoltativi, ovvero da usare in base all'umore del momento.
RISPOSTE ALLE DOMANDE DELL'a.:

-31: "Eseguire le volute" ha la valenza espressiva di "fare piroette".
- 32: “Esaudire la richiesta di quell’uomo fece capire ai ragazzi che chi possedeva dei palmeti era considerato abbiente e fortunato dal resto della gente” vuol dire: 'Evadere quell'ordine di vino di palma, esaudire quella richiesta di acquisto, illuminò i ragazzi: fece capire loro di essere considerati ricchi'.
-33: “Le ricette che necessitavano di una spezia quella spezia  avrebbero avuto e le altre che necessitavano di altri ingredienti i giusti ingredienti avrebbero avuto”: ha la cadenza reiterativa tipicamente popolana e africana (come "If that must be, let it be/ be it).
-34: "Funzione religiosa" è la Messa/ tutto ciò che avviene in chiesa è una funzione religiosa.
-35: "mmlo" è il nome di un antichissimo strumento a corda fatto con vescica di animali.
-36: "Le esperienze passano nell’animo umano come sfumature cromatiche. S’impongono, inizialmente con colori vividi e quasi affilati, poi, gradualmente, sbiadiscono e passano dal primo piano al secondo e a quelli successivi, lasciando che nuovi eventi si sovrappongano alle stratificazioni cronologiche del divenire emotivo”: rappresenta uno di quei tasselli con cui la voce narrante cuce insieme il tragitto underground della trama/ tira i remi in barca, di tanto in tanto.
-38 : “Erano in molti a sostenere, cioè, che, prima ancora di entrare, la gente si sentisse dire che era attesa e che i problemi erano questo e quello”, vuole rifarsi al modo popolano di esprimersi, significa: "Erano in molti a sostenere che, ancor prima di entrare, la gente si sentisse enumerare i suoi problemi"…
-39 : “Non poté, però, fare a meno di domandarsi perché non potesse esistere il villaggio dei giorni e delle sere insieme in armonia e delle tradizioni meravigliose e di tutta la saggezza che gli anziani avrebbero potuto tramandare in assenza delle superstizioni malefiche che, invece, turbavano la pace, l’armonia e la sicurezza vitale della comunità”, è una riflessione dolorosa, in cui il protagonista si domanda perché il male, sotto forma di superstizioni e di pratiche tribali terribili, debba rendere impossibile il suo sogno del ritorno al passato (quello dei tempi dell'infanzia e del villaggio che si riuniva/ perpetuava le tradizioni/ ascoltava gli anziani/ tramandava la conoscenza e la saggezza).
-40: " foglie-fiori" è una delle parole-bauletto tipiche della narrativa che oscilla sempre tra la prosa e la poesia, alter ego che cova sotto le ceneri vigili della scrittura elegiaca.
-41: "Bianchi" inteso come individui dalla pelle bianca/ è buona cosa scrivere con lettera maiuscola "Bianchi" e "Neri" e, tutti i nomi dei popoli (maggioranze e minoranze varie/ secondo l'arcaica tradizione grammaticale) e anche l'aggettivazione sostantivata delle religioni, pur sapendo che oggigiorno è consuetudine editoriale non onorare più tali regole. Occorre ricordare che le varie confraternite religiose (e le varie razze) delle civiltà mescolate e a confronto tale abitudine la rispettano ancora e che si aspettano lo stesso riguardo dai "vicini" letterari.  
-42 : “ e la parentela elettiva con le culture non sue”/ ecco la spiegazione: la parentela con le culture di appartenenza non si sceglie, quella con le culture non proprie sì/ è, perciò, elettiva.


CONCLUSIONE-
Ogni testo scritto è un biglietto da visita/ ogni opera definisce il suo autore.
La veste grafica delle opere (e gli editori, con tutto il seguito di editing vari e gli annessi e connessi interventi teorici o pratici) possono CAMBIARE. UNA COSA non cambierà mai: l’autore risponderà per sempre di ognuna delle parole contenute nei suoi scritti e di tutta la tessitura che imbastiscono, perché i libri durano e, anche  quando nessuno ricorderà più chi li abbia pubblicati (e/o, eventualmente, rimaneggiti), essi continueranno a definire l’autore per quello che contengono e per la forma in cui sono stati pubblicati (e non per la forma in cui sono stati concepiti).

AUGURO A OGNI AUTORE VALIDO DI POTER INDOSSARE I LIBRI CHE PUBBLICA come abiti perfetti o, meglio, come calzature che "gli calzino" a pennello (e mai come scarpe strette e azzoppanti).
Auguro all'editoria di tornare alla ricerca dei talenti e, comunque, di non pubblicare mai libri a detrimento delle paternità-firme e, in alternativa, di mandarli, piuttosto, AL MACERO.

 

se vuoi scrivere un messaggio, clicca qui messaggi da leggere