Il © di questa pagina e di tutto il blog è di bruna spagnuolo: uso e copia non autorizzati del materiale sono vietati dalla legge.

A T T U A L I T A'
 
C U L T U R A
 
C U L T U R E

e

...

DINTORNI

...

www.brunaspagnuolososvoliindistress.com


"ATTUALITA'/ CULTURA/ CULTURE E.. DINTORNI" è UNA SEZIONE aperta al vicino e al lontano, con welcoming abbraccio.

ATTUALITA', OGGI, E', QUASI QUOTIDIANAMENTE, SEQUELA DI BRUTTE NOTIZIE (DI CRONACA NAZIONALE -AHIME' A TINTE CHE SFOCIANO SEMPRE NEL NERO- E INTE RNAZIONALE -A TINTE CHE VANNO DAL GRIGIO AL NERO PIU' NERO CHE MAI). CONOSCONO TUTTI LE NOTIZIE CORRENTI (SI SUSSEGUONO, A COVONI, SUGLI SCHERMI, E INONDANO TUTTE LE CASE). BYPASSERO' LE NOTIZIE ATTUALI (E. SOPRATTUTTO, QUELLE DELLA CRONACA PRIVATA E DOLOROSA CHE AFFLIGGE L'ANIMO DI TUTTI, PER AFFETTUOSA SOLIDARIETA' SINCERA) ITALIANE (NON PER MANCANZA DI RISPETTO O DI PARTECIPAZIONE, MA PERCHE' GODONO GIA' DELL'ATTENZIONE MEDIATICA ACCANITA E PERSINO MORBOSA/ E NON HANNO BISOGNO DEL MIO UMILE APPORTO DI INTERESSE).
ATTUALITA' SARA', IN QUESTA PAGINA, LA CRONACA (NON PROPRIO DEL GIORNO) SCONOSCIUTA AI PIU', QUELLA CHE DECIDE I DESTINI DI INTERI POPOLI (TRAVOLTI DA VERE E TEMPESTE ANNIENTANTI DI CUI IGNORANO I GORGHI INIZIALI E LA DIREZIONE DELLE correnti postume) E CHE SEMBRA LONTANA DAL SINGOLO (SPECIALMENTE SE RISIEDE IN ALTRA NAZIONE). CI SARA' QUALCHE ECCEZIONE, DI TANTO IN TANTO, MA *ATTUALITA'*, QUI, VUOLE ESSERE OMAGGIO ALLE REALTA' DOLENTI E RACCCAPRICCIANTI CHE IL MONDO VIVE IN ALCUNE SUE PARTI E CHE ALTRE SUE PARTI NON CONOSCONO/ MISCONOSCONO O ALTERANO E SERVONO ALL'OPINIONE PUBBLICA SOTTO FALSE SPOGLIE.

INDICE DI QUESTA PAGINA: Giuliano Gemma è morto/ Malala Yousafzai/ Sudan/ schiavismo/ crocifissioni/ orrori senza fine e… Corte europea dei "diritti dell’uomo" iconoclasta e lesiva dei "diritti"/ CULTURA-CULTURE:La Nigeria (specchio di africanità) e i suoi festival/

.Ottobre 2013/ GIULIANO GEMMA è MORTO...

Il suo volto, il suo genio, la sua statura artistica, la carica umana che trasudava dalla sua voce e dalla sua immagine, il valore senza prezzo della sua presenza nel panorama cinematografico italiano e mondiale erano patrimonio nazionale, innanzitutto, e poi anche internazionale e individuale. Giuliano Gemma era parte della vita di tutti gli italiani (e di quella delle popolazioni di tutto il mondo, nella misura in cui il cinema si è interfacciato con le loro angolazioni artistiche e culturali). Era una risorsa umana importante e... l'abbiamo perduta. Tale risorsa è scomparsa dalla faccia della terra, che è triste di doverla accogliere nel suo grembo (invece di ospitarne ancora le impronte nella povere, il riso e i pensieri nel vento, i gesti e l'arte nella storia). Molti artisti e molti volti noti sono scomparsi e, con loro, abbiamo perduto risorse irripetibili del genere umano. Parlo di questa risorsa in particolare e non di tutte, perché non mi basterebbe lo spazio, per ospitare tutti i nomi che meritano di essere citati e, soprattutto, perché pare esserci stato l'attimo fatale negletto in cui il binario funesto poteva essere connesso con lo scambio diretto verso la vita (anziché con quello che lo ha condotto alla morte). Non vorrei essere pulce nei panni di coloro che dovessero avere la responsabilità (se tali coloro esistono) di aver tolto a un essere umano la vita che avevano nel palmo della mano e di averla smarrita tra i pensieri indisciplinati della mente. Non vorrei farmi cavallo di Troia neppure in una ipotetica realtà virtuale di tali personaggi eventualmente responsabili di aver giustiziato l'attimo salvifico contenente la eventuale riscrittura rosea di una trama drammatica del film della vita che apparteneva al singolo (rispondente al nome Giuliano Gemma) e che, insieme a lui, apparteneva a una realtà universale (dal singolo stesso sganciata, perché ormai parte dell'inconscio collettivo e della wealth culturale world-wide). Nessuno, forse, sa con certezza, se la vita di Giuliano Gemma avrebbe potuto essere salvata e io meno di tutti. Alcune cose, però, le so: 1) la vita di un essere umano qualsiasi è un tesoro incalcolabile (e quella di una persona che è risorsa umana e simbolo per le moltitudini lo è a maggior ragione), per ogni vita in pericolo, conviene disturbare tutte le ambulanze che servono (da una a cento, se occorre); 2) giudicare a occhio chi possa aspettare e chi no è da stolti (tanto più che gli operatori di pronto intervento difficilmente hanno la qualifica di chirurghi e di esperti in traumatologia e chirurgia in generale ); 3) subordinare, eventualmente, il ricovero immediato di un incidentato a quello di altri e non chiedere l'intervento di ambulanze aggiuntive è da irresponsabili e da stolti/colpevoli; 4) non correre a spron battuto a mettere l'incidentato nelle mani di chi possa fare tutti gli accertamenti del caso e intervenire tempestivamente, ove necessario, è follia conclamata (che... si può tradurre in molto peggio).

Giuliano Gemma non è più tra noi, questa è l'amara verità. Non potremo rivederlo che nei lavori già compiuti e ormai appartenenti all'antologia del western o del cinema globale, ma non potremo mai più ricevere il dono di nuove interpretazioni sue, né quello di saperlo al lavoro, da qualche parte, con la serietà tenace e impeccabile di cui era dotato (e di cui l'Italia e il mondo si adornavano volentieri, in questi tempi difficili e senza certezze).

PAKISTAN/10. 10. 2012/ Malala Yousafzai
Qualcuno (totalmente "digiuno" di informazioni sul luogo di riferimento e sulle sue componenti politico-etniche-religiose/nonché totalmente lontano dalla lettura delle molte pagine scritte e pubblicate -sull'argomento- nel passato recente e nel presente) potrebbe aver pensato che i Talebani potessero essere guerriglieri "normali" interessati a difendere la propria terra. Quel qualcuno oggi sa che aveva preso un tragico abbaglio, perché chi può compiere un gesto vile come sparare alla testa di una persona che è ancora una bambina, non solo non ha nulla di "normale", ma non ha neppure nulla di umano e offende la stessa essenza di ciò che può essere definito umano. Malala ha 14 anni (un numero di anni estremamente limitato per meritare un trattamento così disumano), l'età in cui raccontare la verità delle cose e sognare un mondo migliore è parte del respiro racchiuso in ogni battito di ciglia. Chi ha strisciato nell'ombra come l'insidia dei serpenti e le ha sparato a sangue freddo ha fatto i conti senza l'oste, perché, se ieri Malala era soltanto un'adolescente che indossava il dupatà e scriveva il diario come tutte le adolescenti del mondo, narrando la realtà del "suo"mondo minacciato dall'ottusità maschilista-sessista-disumana, oggi Malala Yousafzai è stata trasformata (per ironia della sorte, proprio da chi le ha sparato per impedirle di assurgere a simbolo) in un simbolo il cui dupatà si fa bandiera per l'anelito al sacrosanto diritto di esistere senza brutali assassini capaci di imbavagliare il respiro vitale degli esseri umani (specialmente di sesso femminile), di uccidere gli orizzonti della cultura e delle intelligenze e di sopprimere fisicamente anche i ragazzini. Grazie a ciò che hanno fatto a Malala si può dire che, loro malgrado, i Talebani sappiano come trasformare una ragazzina in bandiera.

Malala è ancora una bambina/ ha il cuore pieno di sogni e la mente piena di aspirazioni/ merita di vivere e di veder realizzate le aspettative di miglioramento delle condizioni di vita (o, meglio, di civiltà) del suo entourage/ merita di vedere l'avvento di un ambiente in cui studiare e ambire alle vette del sapere sia un diritto ineliminabile degli esseri umani di ambo i sessi e di qualsiasi ceto.

***

Resisti, Malala, resisti, piccolina, non cedere alla violenza truculenta di coloro che, per non aver tremato davanti alla purezza del tuo capo coperto dal velo e del tuo sguardo pulito di bambina, devono essere dei bruti che si nascondono dietro la falsa pretesa di voler difendere le tradizioni. Resisti, bambina, vieni fuori dal tunnel del pericolo di vita in cui ti hanno sprofondato: hai ancora molto da fare. Hai preso posizione quasi senza esserne consapevole, attirata dall'amore per la conoscenza/ devi riemergere dalle conseguenze di questo vile attentato e devi tornare, perché ora rappresenti un esempio da seguire (un esempio che le adolescenti presenti e future devono imitare con coraggio incrollabile e con tenacia duratura).

Riprenditi, Malala, per favore, riprenditi. Le donne (giovanissime, giovani e meno giovani) hanno bisogno di te (in Pakistan, in Afghanistan e ovunque ci siano serpenti umani capaci di infliggere discriminazioni vergognose e violenze inenarrabili a donne di ogni età e condizione e persino di colpire in pieno volo delle giovani colombe leggiadre come te). Hai avuto un coraggio da leone. Hai saputo (con l'istintività incosciente e meravigliosa dell'animo ancora totalmente ignaro delle vie tortuose dei compromessi ideologici) ergerti contro un intero sistema sociale in un luogo come Swat, ove, per secoli e secoli, le donne hanno vissuto nell'ombra (mai sognandosi di avere voce in capitolo e di esporre le proprie idee in pubblico, se non per onorare il ruolo in cui la consuetudine familiare e tribale le ha da sempre configurate). Hai innalzato il tuo dupatà come un vessillo, senza rendertene conto e senza sapere di divenire una guida. Lo sei, ora, sei una guida per tutte le donne. Sei una bandiera e non puoi non sapere che le bandiere sono fatte per guidare i singoli e le folle. Ti aspettiamo, perciò, sulle barricate delle donne che sanno di essere dotate di intelletto e di avere il diritto di accedere a tutte le vie della conoscenza scalabili dal quoziente intellettivo e dai talenti ricevuti da Dio. Guarisci e torna a disegnare nel vento la tua silouette da candido giglio: la tua nazione sarà onorata di proteggerti e di ospitarti degnamente, ma, se così non dovesse essere, la mia nazione ti accoglierà, ne sono sicura.

Ti faccio, a nome delle donne italiane di tutte le età, auguri e auguri e auguri infiniti di guarigione e... di realizzazione dei sogni che hanno affollato e affollano il tuo cuore.

God bless you, Malala, improve and get well soon: your country shall honor and protect you as you deserve and if not, come to my country.


***

Bruna Spagnuolo: Sudan/ schiavismo/ crocifissioni/ orrori senza fine e… Corte europea dei ‘diritti dell’uomo’ iconoclasta e lesiva dei ‘diritti’-(1)

28 Novembre 2009

INDICE di questo articolo-inchiesta:
Introduzione/ Sudan complesso e pieno di orrori/ Quadro orientativo di eventi e persone del Sudan/ Dimensione islamica senza onore e Corte dei diritti dell'uomo iconoclasta/ Quanti atti mancano ancora alla tragedia del Sudan?/ Conclusione.

Introduzione- Un miliardo e venti milioni di persone patiscono la fame, nel mondo. Sono i bambini, per lo più, a morire (cadono come foglie leggiadre strappate ai rami della vita anzitempo). La morte di un bambino dovrebbe scuotere la coscienza degli uomini/ la morte di molti bambini dovrebbe zittire il mondo (e riempirlo di meditazione consapevole e di voglia di resurrezione), ma… così non è. Il mondo continua la sua folle corsa verso il nulla, immemore e rumoroso (indifferente/ senz’anima e… violento). La violenza esplode, su tutto il pianeta, nel micro e nel macro-cosmo (nelle case dei rioni/ nei rioni delle città/ nelle città delle nazioni/ nelle nazioni del mondo). L’escalation insensata della violenza ha infettato e continua a infettare il genere umano, che trasforma la terra in un formicaio impazzito (pazzo non solo e non tanto per la violenza diretta contro le sue stesse viscere quanto per l’incosciente indifferenza nei confronti della sua gregaria corsa suicida). Ha volti infiniti la violenza… (volti orrendi/ deformi/ vestiti di incubi spaventosi). Tutti i suoi volti sono esecrabili e tutti sono spaventosi, eppure ce ne sono alcuni impossibili persino da abbozzare con i pensieri…

La Passione di Cristo di Mel Gibson ha fatto tanto parlare di sé (perché il genere umano si è riscoperto, di colpo, uno ‘stomaco’ troppo delicato per un film così ‘violento’- si tratta di quello stesso ‘genere umano’ o, meglio, di quella stessa parte di genere umano, guarda caso, che si fa i fatti suoi allegramente, cascasse il mondo, purché non caschi in testa a lui).

‘Quel’ genere umano (anzi quella campionatura di genere umano) farà meglio a smettere di fingere: ha lo stomaco duro abbastanza per l’ipocrisia (di voler ’sdrammatizzare’ la passione -ricostruita da Gibson con il puntiglio della ricerca storica e anatomica) e, peggio, per l’indifferenza (a ciò che, lontano dagli occhi, non duole neppure nel cuore). È tempo (anche per gli ipocriti e gli ignavi) di aprire gli occhi sul mondo -ove Cristo continua a essere crocifisso e non solo in senso metaforico(…), perché il mondo non è soltanto la dimensione in cui gli uomini sono liberi di vivere e magari anche di pensare-parlare e persino divertirsi. Il mondo è anche molte dimensioni in cui la vita vale meno di niente (minacciata da orrori deambulanti in sembianze umane).

Sudan complesso e pieno di orrori

Una delle summenzionate dimensioni si chiama Sudan… Il solo nome di questa nazione è capace di inviare scariche elettriche alla spina dorsale della gente (ancora umana), per tutte le stragi, le tragedie, i genocidi che evoca (ormai per inerzia). Pensavo che di peggio non si sarebbe potuto appurare su quella nazione. Sbagliavo. Pensavo che neppure le iene più vili potessero spingersi oltre il peggio. Sbagliavo. Pensavo che persino i mostri più frustrati, abbrutiti, indottrinati, randagi, efferati avessero una soglia-limite nelle malformazioni marce della loro assenza di anima e di Dio. Sbagliavo. Sbagliavo, sì, su tutta la linea. Alcuni individui che di umano avevano (e hanno) soltanto le sembianze (come sepolcri-vestiario ricoprenti i reali verminai che invece sono), in Sudan, nello scorso Agosto, in Tombura Yambio, hanno preso in ostaggio dei loro connazionali di fede cristiana. Chiamare ‘rapitori’ quelle ‘entità’ (putrefatte in tutta la gamma estensiva della loro umanità originale) sarebbe ingiusto e fuoriluogo/ chiamarle demoni sarebbe un complimento/ chiamarle sciacalli sarebbe un’offesa per gli sciacalli medesimi, perché quegli strani esseri respiranti (alieni umani a due zampe- indegni anche delle loro stesse ‘zampe’) ‘strada facendo’ hanno allegramente crocifisso sette esseri umani. Hanno crocifisso (nel senso letterale del termine) persone vive, martellando nelle loro carni lunghi chiodi, trafiggendone i muscoli e le ossa (e lacerandone l’integrità fisica, la resistenza spirituale e il respiro vitale). Hanno agghiacciato la foresta con urla disumane/ hanno usato gli alberi come croci e i loro connazionali come inchiodati vivi a ripetizione/ hanno prestato gambe-volto e braccia al fetore peggiore dell’oppressione (e all’oppressione più schifosa che ci sia: quella che nega all’uomo il diritto di pregare il suo Dio e che si fa anti-Dio e trucidatrice di Dio stesso- che è in tutto e in tutti).

Quegli esseri (i tentacoli mussulmani del governo di Khartoum) si sentono autorizzati a punire chi non prega ‘con il sedere per aria’, come umoristicamente si dice dei Mussulmani, e chi non chiama Dio come lo chiamano loro. I Mussulmani moderati (e per bene) sono i primi a doversi preoccupare di ‘quella’ progenie islamica (che della sua umanità ha alterato e corrotto qualsiasi alito vitale).

Il Sudan trattiene il respiro, in attesa delle elezioni politiche (‘promesse’ dagli accordi di pace del 2005) da tenersi nel 2010. Non osa respirare (nel timore di perdere la speranza con ogni respiro) il Sud del Sudan (cristiano/ animista)/ cerca di resistere e prega, in attesa del referendum (per l’autodeterminazione del Sud) previsto per il 2011 (e, intanto, vede uccidere la sua gente, bruciare le sue case, distruggere le sue chiese, crocifiggere i suoi giovani). Il Nord arabo/ il governo di Khartoum (quello stesso che ha imposto la legge coranica), il ‘covo’ del presidente Al Bashir che ha sul capo un ordine di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, permetterà mai che gli accordi di ‘pace’ vengano onorati? Potrà mai accadere ciò, là dove chi comanda sfugge alla legge internazionale e usa vocabolari in cui parole come ‘pace’ (e anche come ‘onore’) sono latitanti? Non è chiara la manovra vile (oltre ogni demoniaca ampiezza) insita negli orrori reiterati (volti a sabotare qualsiasi straccio della parvenza ‘civile’ necessaria alle invocate ‘urne’) che pugnalano al cuore la nazione (e la privano della dignità di ‘popolo’)? Chi potrà dare al Sudan (e al suo Sud e al suo Ovest stremati e moribondi) l’ombrello anti-stragi/degradazione totale degli esseri umani? Chi potrà dare un senso al martirio continuo degli ultimi degli uomini (primi tra i figli di Dio)? Chi potrà impedire ai figli maledetti del Sudan (i Caino di araba progenie) di usare braccia fratricide (spesso giunte da lontano e anche addestrate dalla stessa Al Qaeda) per trucidare i loro inermi fratelli del Sud e dell’Ovest (oggi come ieri vecchi e nuovi Abele)? Chi salverà il Sud e l’Ovest (Abele), se l’ONU influente e forte che servirebbe (per andare a prelevare Caino per la collottola e sbatterlo ‘in galera’) non è ancora nato (perché quello vecchio e obsoleto ne usurpa ancora il posto e ne spende le risorse)?

Il vescovo della diocesi di Tombura Yambio (Monsignor Hiiboro Kussala) ha denunciato gli attacchi e le persecuzioni delle milizie governative al Sinodo dei vescovi per l’Africa, in Vaticano, ma… cui prodest? Il Sinodo ha potuto soltanto ascoltare il racconto raccapricciante degli orrori inimmaginabili che accadono in Sudan, rabbrividire e parlare della crocifissione di questi Cristiani del terzo millennio, ma non ha potuto certo fare qualcosa di concreto… Radio Vaticana ha trasmesso le parole di Monsignor Kussala (e ha fatto arricciare la pelle di chi le ha sentite), ma Al -Bashir, intanto, non paga per il genocidio del Darfur (anche se è stato, finalmente, quest’anno, incriminato dal tribunale internazionale dell’Aja) e per nessuno degli altri (perché non esiste organizzazione o figura di sorta che possa andare ad arrestarlo e sottoporlo al giudizio di una giustizia severa). Gl’indifesi erano, sono, saranno alla mercé della soverchieria/ della prepotenza/ della violenza, della sopraffazione e dei massacri.

Il Sudan è la nazione che non c’è, perché ha una testa (il Nord arabo, che impone la legge coranica) che rema per suo conto, a danno del resto del corpo/ un corpo (Khartoum, con il governo di Al Bashir) portatore di virus letali/ gambe (il Sud) che potrebbero traghettarlo lontano, ma che vengono segate senza pietà dal capo e dal corpo idrocefali (dimentichi di esservi appoggiati sopra e di averne un bisogno disperato).


Vivere la fede cristiana, in Sudan, può significare essere pronti a morire. Andare in chiesa può significare immolarsi proprio come Cristo, sulla croce. Ciò fa rizzare i capelli per vari motivi. Nessuno vuole morire, eppure, in Sudan, la gente va a pregare sapendo di rischiare la vita. Ciò trasforma la preghiera in qualcosa che trascende la libertà di culto e la libertà in generale e che va a imparentarsi con i grandi valori (sacri) del genere umano. Chi entra in chiesa sapendo che potrebbe non tornarne vivo (e tremando di paura nel profondo del cuore) afferma la nobiltà massima del coraggio umano (l’eroismo dei temerari della purezza di intenti/dei pazzi dell’amore di Dio e della speranza immortale).

Chi, invece, ordina e compie massacri (come le crocifissioni) talmente truculenti da risultare osceni persino per le belve feroci afferma la più penosa/ infima/ bieca/ ottusa/ illimitata/ imbecille/ miserabile pochezza del proprio elettroencefalogramma piatto (perché esce dall’appartenenza al genere degli esseri viventi- umani e animali - e persino dall’appartenenza alle sostanze vegetali e minerali e a tutte le sostanze contenute nell’universo.

Il Sudan ha una realtà complessa fatta di disuguaglianze, differenze, disparità, paradossi, miseria (tanta miseria, che non avrebbe ragion d’essere in un paese produttore di greggio) e… violenza: 1) il Nord e il Sud si trovano contrapposti geograficamente, politicamente ed economicamente; 2) il governo centrale è padre traligno ed elargisce ai figli del Nord opportunità off limits per i figli del Sud; 3) tra le popolazioni del Nord (ove l’Islamismo ha spazzato via tutti i contrafforti della fede cristiana e di altri culti e ogni appartenenza di chi la professava) e quelle del Sud, non è rimasto nulla che possa fare da collante (tra le etnie diverse che, ormai, come si sa, al Nord sono islamiche e al Sud hanno mantenuto le radici africane). Le cose paiono migliorare, a fasi alterne (dal 2003 in poi), a chi le guarda dall’esterno, ma, al loro interno, restano legate ai disagi inestirpabili e immutati che hanno radici profonde (coloro che hanno lavorato e lavorano nell’organizzazione congiunta Onu-Unione Africana lo sanno molto bene). L’Assemblea per l’Africa si è avvalsa dell’opera di 244 vescovi che, come monsignor Kussala, hanno partecipato al sinodo.

Sono molti coloro che attaccano ‘i preti’ e ‘la Chiesa’ in generale, ma nessuno di quei ‘criticoni’, alla fin fine, rischia nulla (perché nessuno di loro va nelle zone colpite da violenze inaudite). Chi rischia di tutto e di più (e anche la sola-unica vita preziosa che ha) sono poi, in fondo, sempre i religiosi. Sono loro che si frappongono tra i molti boia della terra e gl’innumerevoli ultimi-derelitti-poveri-perseguitati e uccisi (e che, ‘una volta sì e una volta sempre’ perdono la vita su barricate che non hanno innalzato, accanto a figli-fratelli che non hanno nessun potere o aiuto su cui contare).

Le genti africane sono in tumulto e ne hanno ben motivo: hanno bisogno di disegnare un proprio cammino, nel futuro (che è diventato presente senza di loro). Le potenze mondiali non stanno investendo in tale direzione. È ancora la Chiesa la sola (mi pare) a rischiare (anche in vite umane) nei luoghi in cui per parole come riconciliazione-giustizia-pace (che il mondo ricco e viziato rischia di archiviare nei file della retorica) la gente muore a ripetizione. Il papa ha chiesto agli esseri umani del mondo di volgere gli occhi all’Africa e i padri sinodali hanno pronunciato parole di incoraggiamento per le nazioni africane e per i loro popoli. Il loro ‘consiglio’ a quelle genti è di appropriarsi del loro destino/ di diventare artefici del proprio futuro e di quello dei loro figli.

Gli uomini di chiesa che non sono latitanti, là dove l’umanità è prostrata dalla sofferenza (e la violenza abbatte vittime numerose come i fili d’erba dei covoni mietuti) sono eroi proprio come quelli che cadono in divisa per valori irrinunciabili legati alla sopravvivenza dei pochi o dei molti. Non si tratta più di morire per la fede cristiana o per un’altra fede. Si tratta di non lasciare la mano del proprio simile perseguitato neppure quando aiutarlo può significare cadere sotto i colpi del suo assassino (e, se ciò, accade perché lo si ritiene figlio dello stesso Dio-padre e, indi, fratello, tanto di guadagnato alla causa dell’onore e dell’amore con la A maiuscola). Quella progenie di gente religiosa (che va dove Dio la chiama e che è pronta a morire nella ‘vigna del Signore’), quando si trova esposta ai venti della guerra e delle belve sanguinarie di turno (insieme ai più poveri e indifesi del pianeta) nulla chiede alle popolazioni del mondo ‘benestante’ (e, se proprio osa, chiede preghiere). Questo chiede il vescovo di Tombura Yambio: preghiere, tante preghiere («Vogliamo i Buo­ni Samaritani: i nostri fratelli, i nostri amici nella comunità internazionale possono veni­re in nostro aiuto. Ma più an­cora di questo, chiediamo pre­ghiere, tante»- Corriere della Sera, 16 Ottobre 2009-Raffaella a).

Il diritto sacrosanto a pregare Dio come e dove si vuole (chiamandolo con il nome che la propria religione gli ha dato) è negato a molta gente, in molti luoghi di questa nostra terra disastrata (abitata da disastrosi esseri guerrafondai/prepotenti). Il Sudan è uno di questi luoghi e intride la sua terra del sangue dei suoi figli (per mezzo dell’islamizzazione forzata, che non prevede il rispetto della libertà di pensiero/ di preghiera e di credo). È vero che dietro l’intolleranza religiosa si nascondono scopi politico-geografici e lotte di potere, ma è vero anche che per i poveri e i semplici quei motivi non sono chiari (e non hanno alcuna importanza). Ha importanza il dolore (tanto dolore…) seminato ‘a catinelle’ (come pioggia dolorosa di pianto impotente e senza ‘remissione’ alcuna). Le mine che scoppiano devastano i tuguri e gli ospedali e creano folle ‘randage’ senza appartenenze/destinazioni. Sono sei milioni i senza tetto (di ambo i sessi e di tutte le età). Non hanno alcun punto di appoggio o di riferimento (a parte i due o tre medici e i pochissimi volontari delle organizzazioni umanitarie- che possono cambiare lo stato di abiezione dei milioni di diseredati del Sud nella misura in cui le gocce di una pioggerella primaverile possono modificare la consistenza degli oceani mondiali).

E…, come se il baratro non fosse sazio abbastanza del suo vuoto, altre piaghe nascono dalle voragini del male (che abita nelle sembianze umane di certe creature mutanti/ antropofaghe/ contaminate dagli effluvi di satana e dei suoi inferi): i mercanti arabi formano carovane nomadi/ vanno ‘a caccia di schaivi’ e catturano (indovinate un po’?) i bambini. I bambini di due tribù particolari (Dinka e Nuer) del Sud del Sudan sono stati ‘razziati’ a migliaia. Almeno diecimila bambini sono stati strappati alle loro famiglie, alla loro infanzia, alla loro terra, in un colpo solo, anni fa.

Gli esseri maledetti (che non so in base a quale alchimia possano definirsi umani) che vanno sotto il nome di ‘mercanti’ si procurano veri e propri ‘armenti’ di innocenti ‘cuccioli d’uomo’ (da tramutare in ricche vendite per le loro lerce tasche putride e puzzolenti) e li guidano come ‘mandrie’ da macello, attraverso migliaia di km di uno dei territori più inospitali del mondo. I macellai (standosene a cavallo, protetti dal sole, e concedendosi cibo e acqua) di esseri umani e di innocenti indifesi hanno guidato quei diecimila bambini, attraverso il deserto e la savana, alcuni anni fa, per ‘aggirare’ le zone a rischio-guerra/massacri. Hanno sottoposto dieci migliaia di innocenti a un’epopea terrificante e inenarrabile, in cui le esili gambe infantili hanno fornito ‘cibo’ facile alle belve (che hanno pescato a piacimento nel ‘branco’ sfiancato delle piccole creature umane stanche-debilitate-affamate-disperate e abbrutite) e corpicini galleggianti alle paludi dei guadi del Nilo (che sono state più clementi degli schiavisti mostruosi e hanno cullato i piccoli cadaveri con il loro liquido abbraccio). Centinaia di bambini sono morti sbranati o annegati (e, forse, sono stati proprio loro i più fortunati, perché il destino da schiavi dei sopravvissuti, che hanno raggiunto il Nord, è stato persino peggiore). Come si lava una macchia simile dalla ‘fedina penale’ del genere umano? Come si può perdonare tale indefinibile bruttura immensa e nefasta (che ha commesso genocidi il cui numero totale e immenso non è stato mai accertato da nessuno…)/ come ci si può riconciliare con le sembianze umane che si fanno ‘maschere’ diaboliche e letali/ come accettare la parentela pitecantropa con tali dna dotati di atavico fetore/ come non piegarsi in due sotto il peso di una malvagità che è marchio infamante per un numero di generazioni che neppure la fine del mondo potrà ‘ripulire’ (sia pure in milioni di miliardi di crogiuoli)? E… (soprattutto) come perdonare il ‘sigillo’ governativo su tale ‘pratica’ orrenda e il silenzio colpevole di un’intera nazione che sa (conosce la ‘procedura’ della cattura degli schiavi, soprattutto bambini, la avalla e la trova comoda e ‘normale’). E mi domando: i testimoni involontari, magari ‘stranieri’, non hanno visto nulla? E gli altri popoli, quelli che non ‘comprano’ gli esseri umani razziati, neppure hanno visto? E i Guerriglieri, quelli che hanno difeso il Sud (e il suo petrolio) dov’erano quando i mercanti commettevano quel crimine esecrando e perché non sono intervenuti? È evidente che da qualche parte ci sono enormi, spaventose omissioni… (come ‘catalogare’ l’indifferenza mostruosa che ha permesso-lasciato accadere-ignorato-coperto una cosa che non ha parametri neppure nella peggiore ‘letteratura’ di qualsiasi ‘galleria’ degli orrori?).

Quadro orientativo di eventi e persone del Sudan

(id est: anamnesi remota del baratro di nefandezze con cui i boia prima violentano la propria umanità, poi ‘crocifiggono’ quella degl’innocenti)

Il Sudan cominciò ad esistere (come autogoverno), nel 1953 (con gran delusione dell’Egitto, che non voleva vederlo assurgere a Stato e che, con il senno di poi, forse aveva ragione), ma nacque, a tutti gli effetti, politicamente, nel 1955, quando furono indette le prime elezioni e furono vinte (a scapito della Umma) dal Partito Nazionale Unionista (sostenuto dal presidente egiziano Nasser). La dichiarazione di indipendenza (della maggioranza parlamentare di Azhari, nel 1956) portò alla stesura della Costituzione provvisoria (che rafforzò il Nord e penalizzò irrimediabilmente il Sud, perché gettò a mare il progetto della federazione equa e pacifica, in cui le zone rurali avevano posto tutte le loro speranze, e gettò le basi di uno Stato destinato a diventare l’inferno che è sempre stato ed è e che lo avrebbe marchiato come un luogo di genocidi e di stragi). Quello fu l’inizio della guerra civile (che durò fino al ’72) e dello sfacelo totale. È stato allora che è nata la resistenza, nel Sud. Ibrahim Abbud (colpo di Stato- 1958) liberalizzò il prezzo del cotone (disastro economico non indifferente per un paese che aveva bisogno di bilanciarsi con cautela)/ sciolse i partiti/ creò ”il” consiglio supremo (per ‘garantire’ ovvero imporre le leggi dell’Islam a ‘tutte’ le popolazioni -che ‘tutte’ islamiche non erano- e, udite-udite, per imporre la lingua araba a un paese che di lingue ne aveva 400)/ espulse (1962) tutti i missionari dalle scuole del Sudan meridionale, per poter ‘giocare sporco’ senza testimoni. Ecco il nome del primo responsabile di alcune delle mostruosità più indicibili del globo terrestre: Ibrahim Abbud. È lui che ha dato il via agli orrori del Sudan. L’ingenuità del Sud non poteva sapere che protestare contro la liberalizzazione del prezzo del cotone (che avrebbe affamato i poveri del Sud e arricchito i ricchi del Nord) e mobilitarsi (invocando democrazia) avrebbe dato il via a una tragedia senza fine e si ribellò con forza (tanto che, nel ’64, Abbud dovette dimettersi ed essere sostituito da un governo di transizione). Il disastro economico innescato con la liberalizzazione del prezzo del cotone si propagò a macchia d’olio. Il partito Umma conquistò il potere (1965) e lo riperse (1969- colpo di stato di Gaafar al-Nimeiry), a causa della corruzione faziosa e senza rimedio del parlamento e della ribellione del Sud (che veniva lasciato fuori dai giochi politici e fatto segno di malversazioni e sfruttamento). I ribelli Anya -Nya (1971) formarono il Movimento di Liberazione del Sudan Meridionale (SSLM) e diedero a buona parte dei coltivatori del Sud una certa stabilità (e protezione): Nimeiry negoziò con loro (trattati di pace di Addis Abeba- 1972), riconoscendo l’autonomia regionale delle tre province meridionali, in cambio del cessate il fuoco (a Nimeiry va il merito del periodo migliore di quella terra tormentata: il prezzo del petrolio aumentò, i paesi arabi investirono in Sudan e un certo benessere cominciò a fare capolino). Nimeiry fu rieletto e le speranze parvero buone, ma… il coacervo di tramatori opportunisti, marci, corrotti e incompetenti che formava il governo ebbe ragione delle buone intenzioni del povero Nimeiry: indebitarono lo Stato al punto che non sarebbe riemerso mai più dalla voragine in cui lo avevano sprofondato (otto miliardi di debiti causarono la bancarotta del paese-1978). Il periodo delle vacche magre che seguì tolse a Nimeiry la maschera del salvatore (non senza ‘zampino’ di ‘angeli’ tentatori), quando (1983) la Chevron, scoprendo i giacimenti nel Sud del Sudan, firmò la condanna a morte di intere popolazioni (poteva mai mancare la ‘benedizione’ delle multinazionali internazionali anche in quei genocidi terribili?). Nimeiry (vile e infame, come tutti i suoi accoliti e anche peggiore, perché dotato della scintilla della sensibilità e dell’intelligenza) si lasciò manipolare (in nome del greggio e del dio denaro) dal Fronte Nazionale Islamico (FNI), si rimangiò il trattato di Addis Abeba e impose la sharia, la legge islamica, a chi islamico non era mai stato e mai sarebbe stato (nel Sud). Il poco barlume di lustro che Nimeiry aveva dato al nome di presidente (caso isolato e ‘improprio’ per il Sudan) fece la fine dell’oro del demonio (che è carbone, infine) e perì miseramente, imbrattato del fango abominevole (che abbonda negli stagni maleodoranti di tutti i criminali della storia). Nimeiry fu rieletto, in quello stesso 1983 (e si disse che anche in ciò si fosse attenuto alla discesa della china del tradimento del popolo e si fosse servito di brogli, ma nessuno se ne stupì, perché la china del male è una valanga: se ne salva soltanto chi non la innesca e ne resta lontano).

Il Sud riprese le armi. L’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (la potente e prestigiosa SPLA del carismatico John Garang) mise in fuga le radici del male: costrinse le compagnie petrolifere (foriere di genocidi e di distruzione ovunque vadano) ad abbandonare il Sudan. Ciò (guarda caso) risvegliò le coscienze ‘letargiche’ di coloro che non avevano avuto le mani in pasta (cioè in ‘greggio’) e che volevano mettercele e di coloro che le mani in pasta ce le avevano avute per bene e mise a nudo la loro ‘anima’ nera e ‘profumata’ di ‘oro nero’. I partiti settentrionali sudanesi (e persino l’FNI, che era stato il diavolo consigliere di Nimeiry- viva la negazione assoluta di ombre minime di dignità) e specialmente i partiti di ‘opposizione’ (che non avevano comandato e non si erano ingrassati e che speravano di farlo al ritorno delle multinazionali petrolifere), insieme agli organismi finanziari internazionali (che erano la spina dorsale delle industrie petrolifere) si scagliarono contro Nimeiry (e contro la Sharia, da lui promulgata, che andava bene fino a quando trucidava gl’inermi contadini del Sud e non intaccava i loro sporchi interessi, ma che li ‘contrariava’ quando limitava la loro ‘libertà’ politica e, peggio, aveva ‘effetti collaterali’ sul latrocinio generalizzato dei sistemi finanziari ‘casalinghi’ e ‘forestieri’). Nessuno pianse per Nimeiry, quando il suo ministro della difesa (Abdul al- Dahab) approfittò del suo viaggio negli USA (1985), prese il potere e indisse le elezioni per l’anno dopo. Le elezioni furono vinte dalla Umma. Primo ministro fu il suo capo (Sadiq al-Mahdi).

Dodicimila ribelli del Sud (SPLA) accerchiarono le armate fedeli al governo, presero il controllo e chiesero le dimissioni di Mahdi (in tale processo cadde anche la loro maschera e mostrò la metamorfosi operata dall’ambizione sui vertici spla: le zone rurali videro, allora, una faccia nuova del ruolo dei loro amati ‘guerriglieri’, che causarono sofferenze enormi alla loro stessa gente cui tagliarono le vie di approvvigionamento alimentare e sanitario).

Il governo sudanese si è macchiato di crimini spropositati (e lo ha fatto dall’inizio alla fine), giungendo fino a manipolare la Carta dei Diritti dell’uomo e a sostituire il termine che indica l’essere umano/ la persona umana, con il sostantivo ‘mussulmano’/ a dichiarare fuorilegge gli stessi partiti mussulmani (se caratterizzati da buonsenso e moderazione)/ a lasciare campo libero ai mussulmani fondamentalisti (a detrimento di quelli moderati)/ a concedere loro privilegi su privilegi, commettendo un’ingiustizia dopo l’altra verso i moderati e, soprattutto verso le genti di altre religioni (come la libertà dei Mussulmani di arringare i Cristiani e gli Animisti, per fare proseliti tra loro, e il divieto severissimo di fare altrettanto per Cristiani e Animisti).

Le disgrazie degli ultimi della terra abbondano sempre (e confermano il detto “piove sempre sul bagnato”), ma in Sudan si può dire proprio che non hanno ‘badato a spese’: tra le disgrazie del Sud non ci mancava che il petrolio, che è stato come il ‘formaggio’ dietro il cui ‘aroma’ il dissennato comportamento criminale del gatto-governo (e del Nord arabo) non poteva che peggiorare…! E il Sud, con la scoperta dei giacimenti petroliferi, è finito davvero in padella e, da lì, nella brace senza rimedio (dove ha scoperto che le sue popolazioni sono state ‘promosse’ -dal governo-, ovvero upgraded, passando dal ruolo di nemici da combattere a quello di presenze ingombranti da eliminare ipso facto). Avete capito bene: il governo, ‘quel’ governo sui generis (e speriamo irripetibile e ‘fugabile’ come un incubo che non ha ragion d’essere) ha deciso che la gran parte dei figli della sua nazione vada eliminata, per ‘sgomberare’ la via ai giacimenti di petrolio (e, ergo, alle brame di introiti). E non è che ci voglia la palla di cristallo per indovinare simili intenzioni, perché sono state ‘illustrate’ a chiare lettere (con tanto di gigantografie dell’horror più macabro e inimmaginabile), attraverso la ‘pulizia’ del Sud, cioè lo sterminio delle sue genti (messo ‘in scena’ con strategie spaventose). Non sembra possibile credere che creature capaci di tanto esistano ed è inaccettabile pensare che respirino sotto il cielo (quello stesso cielo che si ammanta di chiari di luna e di malie stellari/ quello stesso cielo sotto il quale respiriamo tutti). Mi manca l’aria al pensiero che aliti infernali come quelli si alimentino nella nostra stessa atmosfera…

Non potendo disporre di uno spiegamento di forze sufficiente a uno sterminio di massa celere (e all’ingrosso), ‘la mente malata’ chiamata governo (cioè il potere dittatoriale imposto al popolo come un flagello), ha deciso di farlo ‘al minuto’: ha cominciato a catturare i giovani (crocifiggendoli incidentalmente, strada facendo)/ a uccidere gli adulti maschi (gettandone i cadaveri nell’acqua potabile, per infettare a tempo indeterminato i pozzi che, per quelle zone, sono rari e preziosi come oro)/ a razziare e vendere come schiavi donne e bambini/ a smembrare e disperdere le famiglie (per sgomberare le zone del petrolio). Non ci si domandi come mai le milizie governative non abbiano pensato di lucrare anche su giovani e adulti vendendoli come schiavi (piuttosto che ‘sprecarli’ con massacri che, per di più, costano fatica). La risposta è una semplice questione del ‘dare e avere’ studiato in ragioneria: la ‘cattura’ e il ‘trasporto’, per la vendita al ‘dettaglio’ creerebbero ‘uscite’ superiori alle ‘entrate’ e perciò non sarebbero ‘convenienti’, mentre la ‘eliminazione’ fisica degli ‘ingombri’ umani, non pesa sul budget passivo e non intacca quello attivo (comunque garantito dal compenso governativo)/ la cattura su larga scala di uomini giovani e forti e di adulti nel pieno del vigore viene, per contro, scartata come una pazzia, perché metterebbe le milizie a rischio di sopraffazione (sanno i servi vili del potere, i traditori del genere umano, di ‘razziare’ uomini -capaci di organizzarsi, ribellarsi, liberarsi- e non bestie).

E… mi domando, ancora una volta: a che cosa serve un ONU che, non impedendo tali cose, se non le ratifica, le permette e che, se non toglie dal posto di potere belve come quelle che governano il Sudan, le appoggia? Proclamare la tregua (per merito degli USA) è stata una buona cosa, come no, ma… dove ha portato e dove porterà? Sia benedetta comunque, per tutte le vite che ha salvato (e benedetta sarebbe se avesse anche salvato una vita soltanto), ma scade e… che accadrà?

E… tutto ciò non basta: c’è anche la carestia a dare manforte ai criminali e a sterminare centinaia di migliaia di esseri umani.

I missionari in Sudan

Non c’è che la fede a tendere una mano alla gente di quella terra maltrattata e martoriata persino dall’inclemenza del clima (oltre che da un cinquantennio circa di brutture e di guerra). Non c’è che la fede a ridare dignità ai bambini spezzati nel loro inconscio tenero/ devastati nel corpo e nello spirito (come i bambini-soldato): quelli di loro che incrociano la strada dei missionari ne osservano il comportamento caritatevole, fraterno, pacato, orante/ se ne riempiono gli occhi e la psiche/ risalgono dai gironi dell’inferno in cui erano sprofondati/ si aprono alla vita e si predispongono a crescere nel rispetto e nell’accoglienza della propria gente- non è poca cosa, direi… Come non ringraziare Dio, per ogni fraticello stoico che allestisce tende-ospedale/ fa da chirurgo e da insegnante per infermieri/ si prende cura dei lebbrosi (anche quando non possono più essere curati e hanno piaghe aperte che fanno ribrezzo)/ non si lascia abbattere dalla mancanza di medicinali (che condanna a morte i lebbrosi che potrebbero guarire). Dio sia lodato per ognuno di questi personaggi magnifici capaci di ridare dignità al tempo che resta da vivere ai lebbrosi (e per ogni giorno che i malati passano lavorando e sentendosi utili a se stessi e ai propri cari, anziché sentirsi reietti-mostruosi-abbandonati)/ capaci di abbracciare i lebbrosi senza paura/ capaci di pagare anche con la prigione e con la tortura la costruzione di scuole e di ospedali e l’aiuto ai poveri. Dio sia lodato per ogni piccola suora che insegna a leggere e a scrivere alle donne sudanesi e le sottrae all’ignoranza, alla carenza di igiene e alla sottomissione e ai soprusi.

Dio sia invocato, invece, perché scagli le coorti del bene (dove sono e che cosa aspettano?!?!?) contro le coorti del male che torturano, seviziano, crocifiggono i religiosi sudanesi (‘colpevoli’ di cose come ‘permettere a migliaia di bambini di andare a scuola’/ accogliere i profughi stremati e ridare loro dignità di essere umani).

Vivere in Sudan (quando si ha altra nazionalità che permetterebbe di starsene snug and safe elsewhere) è da pazzi e, siccome nessuno è più ‘pazzo’ dei seguaci del Vangelo, i missionari sono i più ‘pazzi’ esseri umani che esistano. La pagano questa pazzia, la pagano a caro prezzo (con ansia indicibile/ con la paura reiterata che aleggia nei luoghi come il Sudan e che adombra i risvegli e il riposo/ con carcerazione/ con torture e anche con la vita). L’insicurezza diventa l’alter ego dei missionari, in Sudan (dove la guerra non basta, perché vi si verificano scontri anche dove non dovrebbero esserci- persino tra i militari governativi che, ogni due per tre, dimenticano di appartenere allo stesso esercito, ricordano solo la provenienza da etnie diverse, si trucidano tra loro e finiscono a decine nelle fosse comuni). Hanno avuto bisogno di un coraggio da leoni i missionari stranieri, per restare in Sudan, quando la corte internazionale ha condannato il presidente Al- Bashir, ma non sono fuggiti (non hanno disertato le barricate degli umili…) e, oltre a subire il clima di pericolo incombente, hanno anche dovuto ingoiare il boccone amaro della mancata triplice condanna del presidente sudanese. La Corte dell’Aja ha emesso mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità e ha omesso di condannarlo anche per genocidio, per ‘insufficienza’ di prove (ma, di grazia, la corte internazionale voleva qualche cargo di popolazioni sterminate o qualche carovana con ‘armenti’ di bambini da massacrare al suo cospetto?). I missionari non si spingono fino a porsi domande ‘impertinenti’ come le mie, ma si domandano come mai una corte internazionale non si scomodi a mandare qualcuno in disguise ad aggirarsi nei luoghi in cui i genocidi si sono consumati (dove non è necessario prendersi il disturbo di ‘interrogare’ i sopravvissuti, che portano negli occhi e nella psiche i segni terrificanti delle ‘menomazioni’ sociali e ne narrano l’orrore per chi vuole ricordarsi di essere dotato di orecchie). Ciò che accade o si decreta in Khartoum si propaga, nel resto del Sudan, con effetti immediati (che raggiungono il Sud in men che non si dica, nonostante la distanza e le difficoltà di comunicazione). Le città-villaggio del Nord e del Sud ne divengono casse di risonanza come per inerzia (i voli si bloccano/ i mezzi di comunicazione si fermano- chi si trova in viaggio entra in una bolla senza certezze e senza tempo/ vi si sente in trappola e non può fare altro che attendere, ignorando fino a quando…).

Paola Vismara, rifugiata del Darfur (5 Marzo 2009.- Korogocho.org) scrive: «RUMBEK: SOSTA FORZATA …dalla Via Crucis alla Pasqua -Mi viene in mente il “carpe diem” del poeta Catullo anche se qui non c’è proprio nulla che susciti la poesia e il senso artistico: nessuno crederebbe all’estrema povertà di ciò che non oso neppure chiamare “episcopio”. Un cortile… costruzioni fatiscenti… In refettorio si rischia di non avere l’acqua corrente da quel che resta di un rubinetto… l’odore dell’acqua ferruginosa la dice lunga sullo stato dei tubi… saranno più che arrugginiti. Due tavoli in plastica ed alcune sedie, anch’esse in plastica ormai rotte… questo refettorio è stato ricavato da quella che era l’officina dei Comboniani, prima della guerra. Le stanze per chi è di passaggio sono strette e piccole, veri “forni” di giorno e di notte: si trovano infatti in ‘baracche’ di legno ereditate da no so quale organizzazione…» / «Vengo a sapere che dovremo rimanere a Rumbek almeno tre giorni… comincio a temere di perdere il volo internazionale di ritorno in Italia! Ma all’iniziale reazione di paura segue quella più razionale: approfitterò per conoscere le persone, i problemi e le speranze della diocesi, la cittadina, e la gente… Cerco di carpire altre testimonianze… Mi trovo a condividere i pasti frugalissimi con il Vescovo di Rumbek, il comboniano Mons. Cesare Mazzolari… e decido di proporre un’intervista per l’emittente diocesana (di Bolzano) Radio Sacra Famiglia, con cui collaboro dal 2006. La risposta è positiva, l’appuntamento è fissato per il pomeriggio… nella sua abitazione. Con sorpresa mi rendo conto che è solo una piccola stanza in muratura con una tettoia sotto la quale c’è un tavolo, che funziona da ufficio. Questo è tutto. In questo territorio solo dieci anni fa si moriva di fame, quella vera, quella più terribile… Mons. Mazzolari ha cercato di combatterla con le uniche armi che aveva a disposizione: la voce, i contatti, le conoscenze, le testimonianze. Ha fatto di tutto per fermare la strage per fame che imperversava tra “il gregge a lui affidato”. E come “buon Pastore” ha dato la sua vita per il suo gregge. Lo si vede dalle mani sicuramente affette dall’artrosi, dalle gambe che gli impediscono di camminare normalmente…»/ «Chi è abituato all’Africa un po’ più “civilizzata”, magari turistica, ai paesaggi e ai tramonti che rivelano una bellezza naturale resa ancora più apprezzabile dall’intervento umano, riuscirà difficilmente ad immaginare questa desolazione! Ma se ad ogni situazione corrisponde una causa ed un effetto, prima di sparare giudizi estremamente critici e negativi, o di esprimere considerazioni pietistiche e giustificative, mi chiedo: “Perché qui tutto è ridotto in questo stato?” Ricercare la causa - o le cause - significa scontrarsi con quella “bestia” feroce che ogni popolo ed ogni epoca storica purtroppo conosce: la GUERRA! Certamente un breve giro nella Rumbek di oggi aiuta a capire... pur straziando gli occhi e il cuore! Sono trascorsi quasi quattro anni dalla firma del “Trattato di pace” del 2005: se il tempo corre veloce, non così velocemente scompaiono i segni della guerra. Rumbek è stata uno dei centri più bombardati... gruppi di mattoni rimasti l’uno sull’altro a testimonianza di edifici andati distrutti, muri ancora anneriti dal fuoco, case dalle pareti sconquassate il cui tetto non esiste più... un mezzo aereo militare ai bordi della strada nei pressi dell’aeroporto, un carro armato fermo ed arrugginito nel cortile della scuola secondaria statale… La desolazione è resa ancora più tragica dalle capanne in paglia e fango fatiscenti, cadenti a pezzi ...eppure ancora abitate. Se questo non basta, immaginate l’effetto che fa vedere dei tuguri costituiti da qualche palo che tiene sollevato ciò che resta di laceri teloni di plastica rovinati dalle piogge e dal sole, bianchi-azzurri-verdi–non importa!... tutti resi rossicci dall’abbondante polvere sollevata dai mezzi di trasporto che passano sulla strada principale, recentemente rifatta, ma non ancora asfaltata. Anche lì la presenza di donne, bambini, anziani fa pensare a quanti “crocifissi viventi” ci sono ancora in certe parti del mondo...»/ «Fr. Andrea (il parroco sudanese della principale parrocchia in Rumbek) deve andare in una sorta di ‘ospedaletto privato’, che preferirei chiamare “lazzaretto”, dove ha dovuto ricoverare un ragazzo... immaginavo la miseria... ma non fino a quel grado. Uno stanzone che probabilmente serviva da magazzino, qualche sacco di cemento, sedie di plastica rotte, un caldo infernale anche se l’orologio segna solo le 9 del mattino... una latta contenente olio di motore... e per terra un lacero materasso di gommapiuma, su cui questo ragazzo ha trascorso la notte... su un tavolo sconquassato il resto della misera cena che don Andrea gli ha portato ieri. Le pareti sono sporche. Ad una delle travi è legato il sacchetto che serviva da flebo... Il buon senso mi suggerisce di non fotografare... Poi nel cortile, sotto gli alberi, accanto a piccoli divisori fatti con le canne... un brulicare di ammalati stesi per terra, chi su materassi, chi su semplici stuoie o sulla nuda terra»./ «È venerdì: un gruppo di fedeli celebra la Via Crucis accanto alla “cattedrale” che solo pochi anni fa era anch’essa mutilata (senza il tetto!) come alcune delle persone che pregano… raccolte attorno al catechista, incuranti dei rumori e della polvere sollevata da camion, auto e moto sulla strada principale sterrata, poco distante… Il sorriso di Fr. Andrea, quel suo volto nero incorniciato da barba e capelli brizzolati, mi assicura che la speranza non può morire se ci sono ancora preti santi come lui: povero tra i poveri, cui stanno a cuore i più miseri come gli ammalati lasciati soli e i prigionieri che vivono in condizioni disumane... La Via Crucis di questo popolo e di questa tormentata diocesi un giorno terminerà… grazie all’incrollabile fede sua e di altri sacerdoti»./ «Promettono la Pasqua le donne avvolte dai “sari” bianchi bordati di blu, noti in tutto il mondo, ricco e povero: le Suore di Madre Teresa si curvano sulle mille forme di miseria, soprattutto sui piccoli orfani… Promettono la Pasqua le Suore tanzaniane che condividono gli sforzi pastorali per la promozione della donna e dei catechisti… e condividono la povertà della parrocchia in una casa che in ogni stagione delle piogge si riduce a colabrodo…Promettono la Pasqua i giovani cristiani della diocesi – in larga maggioranza denka».

Bruna Spagnuolo: Sudan/ schiavismo/ crocifissioni/ orrori senza fine e… Corte europea dei ‘diritti dell’uomo’ iconoclasta e lesiva dei ‘diritti’ (2)02 Dicembre 2009
 

Dimensione Islamica senza onore e Corte dei diritti dell’uomo iconoclasta

Si parla tanto di radici cristiane (ignorate, svendute e/o rinnegate) e di crocifissi da staccare dal muro, ma… ci sono tante cose di cui non si parla. Molti (quasi tutti) non ne parlano perché le ignorano. Molti altri non ne parlano per non aprire gli occhi a chi li mantiene comodamente bendati. Certo è che l’ottusità non ha una nazionalità precisa, né una cultura precisa e né una religione precisa (perché l’Islam ha un profondo senso dell’onore, ma la parte di esso che, in Sudan, commette atrocità senza quartiere, si è forgiato un islam senza onore a sua immagine e somiglianza). L’ottusità della gente grossolana di cuore, rocciosa di spirito e opaca di cervello può essere localizzata tanto in specifiche zone geografiche che world wide, purtroppo, perché, se fosse ‘isolabile’, la si potrebbe ‘circoscrivere’. Il Sudan pare eccellere (manco a dirlo apposta), in questo genere di ‘specialità’ e, se ne esistesse una graduatoria, la vincerebbe da campione. Basa ancora, infatti, il suo sistema di vita sulla schiavitù (che, in quel paese islamico rappresenta un ‘mercato’ molto comune, apprezzato, proficuo e fiorente!). Vere e proprie milizie islamiche razziano il Sud, catturano donne e bambini e li vendono come schiavi nel Nord. Il Nord (che si ritiene pure più progredito del Sud) compra gli esseri umani (come se fossero patate/ bistecche o carne macinata) e vi s’ingrassa. Il singolo ‘cittadino’ sudanese (islamico, del Nord islamico, di origini arabe) considerando ogni creatura umana (pagata con denaro suonante) una sua proprietà (come un montone o un galletto ruspante o… un somaro da traino), ne dispone come meglio crede. Ciò vuol dire che un bambino-schiavo può essere sodomizzato a piacimento da qualsiasi immondo essere adulto arabo e mussulmano e può essere ‘adibito’ a qualsiasi ‘uso’ schifoso immaginabile e/o inimmaginabile (e può, ovviamente, anche essere ucciso, se la cosa non ‘minaccia’ di danneggiare troppo le tasche del suo ‘padrone’). Cose del genere (nel terzo millennio) suonano come tragiche freddure inventate ‘per vedere l’effetto che fanno’ (e sono orrori di cui il mondo non vuole sentir parlare). Molte-molte (troppe) migliaia di esseri umani (e specialmente donne e bambini- i bambini…, mio Dio) sono, a tutti gli effetti, gli ‘orrori’ di cui il mondo non sa o non vuole sapere. Quegli ‘orrori’ sono creature umane vessate, piegate, spezzate, annientate, distrutte nella loro dignità umana, schiacciate nei diritti basilari di qualsiasi creatura respirante (a qualsiasi animale vengono garantiti più diritti che a quelle creature umane). Questo è un delitto talmente indicibile da gareggiare di per sé con la crocifissione (e la passione completa) di Cristo, eppure… non basta. La mostruosa sottospecie di schiavisti sudanesi (che offendono la religione islamica e persino i culti di cavernicoli e scimmioni) non si accontenta di ‘acquistare’ delle vite umane, di infierire su di esse, di commettere ogni genere di abuso e sopruso: si spinge oltre, molto oltre… Scrive Antonio Socci (Il Giornale, 17 Aprile 2009): «L’ISLAM METTE IN CROCE I CRISTIANI- Mi ha scritto - sconvolto - un membro della Lega italiana dei Diritti dell’uomo segnalandomi il caso di un cristiano sudanese che sarebbe stato crocifisso dal suo padrone musulmano. Giuseppe, questo il nome della vittima, all’età di set­te anni venne deportato e venduto come schiavo al Nord del Paese. Lì pare abbia subito ogni sorta dl violenza e di abuso dal padrone islamico per dieci lunghi anni in cui veniva apostrofato “schiavo nero” e considerato meno di un animale. Una domenica essendosi fermato a pregare da cristiano ha perduto un cammello, così il padrone furibondo ha preso Giuseppe, l’ha torturato e poi l’ha crocifisso a un tavolaccio di legno, con lunghi chiodi piantati nelle mani, nei piedi e nelle ginocchia. Il padrone ha anche voluto buttargli sulle gambe dell’acido perché soffrisse di più. Il ragazzo è incredibilmente riuscito a sopravvivere a questo martirio, ma riportando per sempre gravi meno­mazioni fisiche non era più abile al lavoro. Così un’orga­nizzazione umanitaria ha potuto riscattarlo e riportarlo libero al suo villaggio cristiano. Non ho notizie dirette su questo caso, ma purtroppo di storie così non c’è da sor­prendersi. È nota la vicenda di quattro catechisti sudane­si fustigati e poi crocifissi qualche anno fa per non aver voluto tornare all’islam: ne parla il bel libro di Camille Eid, A morte in nome di Allah».

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza di ‘condanna’ per l’Italia (che espone il Crocifisso nelle scuole) e la UE che fa? Tace? È iconoclasta anch'essa? La Corte dei diritti dell’uomo farebbe meglio a fare almeno un ‘pensierino’ (come gli alunni di prima elementare) su come salvare i bambini razziati, sodomizzati, venduti e uccisi, invece di commettere crimini come quella sentenza (e spiegherò bene, più avanti perché è un crimine a tutti gli effetti).

I bambini rapiti, seviziati, sodomizzati, schiavizzati, crocifissi, mutilati nel corpo e nello spirito ben si accostano al simbolo del Crocifisso. Il Crocifisso ben li rappresenta; in esso quei bambini s’identificano. Teniamolo il Crocifisso, perché non offende i Mussulmani e nessun individuo di altre religioni. È il simbolo del patire sommo sulla faccia della terra (e della passione inflitta a tanti/ inflitta ancora/ inflitta a dispetto dei diritti dell’uomo/ inflitta a donne, a vecchi, a bambini…/ inflitta in troppi angoli del mondo e inflitta in Sudan in modo così eclatante che il sole fa fatica a sorgere e a tramontare…).

Le diatribe pro-contro il Crocifisso sono raramente produttive/ non dicono le cose che sarebbe bene dire (le cose sobrie/pacate/giuste/buone). Invoco pacatezza proprio io (che non risparmio la veemenza a coloro che entrano nelle schiere degl’inferi e si abbandonano al male più sfrenato). La invoco, sì, con tutta l’anima, ma… non posso esimere né me stessa né gli altri da un’attenta esortazione alla cautela. Si parla tanto di identità culturali (legate alla storia dei popoli)… Dov ‘è finita l’identità del ‘nostro’ popolo (il popolo italiano) e perché siamo sempre pronti a gettarla in pattumiera con tanta superficiale incoscienza? Giovani e più attempati si cimentano da mane a sera nella dialettica (salottiera) e dimenticano di calarla nella realtà ambientale e in quella storica e sociale (preoccupandosi di dare il benservito a questo e a quello e sacrificando, nel processo, buona parte degl’interessi delle future generazioni e del paese intero). Tanto di cappello al mondo intero, ma… l’Europa è altro dal resto del mondo (per radici storiche) e gli Stati europei vari, oltre a una base comune, hanno storie e culture individuali (per fortuna!) e le devono mantenere. La storia italiana senza l’identità religiosa che l’ha contraddistinta per secoli che storia è? E la storia europea senza l’identità cristiana (che le è sempre appartenuta) che storia è? Non s’invochino, per favore, i ‘campanilismi’ allargati (per ‘mutazioni’ politico-ideologiche dovute a sovrapposizioni-miscellanee di ibride provenienze), ma il buonsenso. È bene (molto bene) essere pronti all’accoglienza e aprire le porte delle strutture sociali (e anche e soprattutto del cuore) agli ‘emigranti’ dell’era multirazziale, ma non bisogna confondere l’accoglienza con ‘provvedimenti’ che rischiano di snaturare ciò che noi siamo. Il Crocifisso alle pareti non offende nessuno (anche perché le altre religioni ne compendiano l’origine storica e il diritto a esistere), ma, se anche offendesse i nuovi arrivati, non andrebbe tolto. Il succo è: noi, che con esso siamo vissuti (e che abbiamo avuto antenati che alla sua ombra ci hanno trasmesso il DNA), non contiamo nulla? E i nostri eredi contano ancor meno di nulla? E, in ogni caso, le razze che si mescolano devono arricchirsi, non impoverirsi: togliere i simboli (che sono sfondo della storia dei popoli) è un sopruso ai vari popoli di riferimento (e ogni sopruso è un crimine). Il divieto di appendere il Crocifisso è, dunque, un crimine ed è inaccettabile, nella misura in cui è una violenza fatta a milioni di persone (e tale sarebbe anche se fosse una violenza fatta a migliaia/ a centinaia/ a decine e a poche unità di persone che non vogliono farne a meno). Si fa tesoro del neorealismo e dei suoi film-documento (identificanti), di cui la nostra storia non va privata (ma…, con tutto il rispetto, importerà qualcosa al giudice turco e a quello serbo-della corte europea ‘dei diritti umani’- del nostro neorealismo?): si può mai pensare di accettare soprusi grossolani come quello appena ‘perpetrato’ dalla Corte europea dei ‘diritti’ dell’uomo? E l’uomo italiano, poi, i diritti non li ha? Mi tornano in mente Don Camillo e il suo grande Crocifisso (e, ne risento i dialoghi e mi commuovo di fronte all’insuperabile bravura del grande Fernandel-don Camillo, che, con il Crocifisso sulle spalle sfida la bufera e il gelo, scalando la montagna, come un simbolico Golgota, angustiandosi perché il Cristo lo punisce con il silenzio, a causa delle sue bonarie intemperanze verso il suo acerrimo nemico comunista, cui, in realtà, è legato da amicizia profonda e solidale). Don Camillo e Peppone (che fingono di essere nemici e che si rendono conto, invece, che l’assenza dell’uno mutila e snatura il mondo dell’altro) chiudono la ‘saga’ di quei meravigliosi ‘affreschi’ storici con una ‘pedalata’ che esce dall’opera di Giovannino Guareschi e dal film di Carmine Gallone e vive di vita propria (per farsi simbolo ed entrare nella ‘letteratura’ mentale di chi coltiva il passato per migliorare il futuro). Quei due ‘ciclisti’ (che ‘gareggiano’ apparentemente, ma che si fermano, a turno, per non perdersi di vista/ essere sempre a tiro di ‘voce’ e di eventuale aiuto) simboleggiano il passato e il presente dei popoli. Il passato viene ‘trasportato’ lontano, dal tempo (la ‘bicicletta’), ma non tanto lontano da non avere ‘voce’ per il presente… Il passato dell’Europa (e dell’Italia) contiene il Crocifisso. Il presente e il passato restano a tiro di ‘voce’ anche attraverso il Crocifisso. ‘Gettare’ quel simbolo è un gesto ‘simbolicamente’ (appunto) pericoloso/ è l’inizio di un comportamento allarmante che va oltre il ‘gesto’ apparentemente ‘innocuo’ e assurge a pietra miliare dai seguenti significati: allontanarsi dal passato/ non sentirne più la voce/ non poterlo più ‘chiamare’/ permettere che il presente diventi passato senza trasmettere al futuro la giusta identità e che il futuro diventi presente e poi passato con popoli che non sanno più chi erano e, di conseguenza, chi sono e chi saranno.

Il punto è: se milioni di persone credono in qualcosa, amano qualcosa, desiderano qualcosa hanno diritto al rispetto della loro volontà. La gente può votare per scegliersi i politici. La volontà dei cittadini è sovrana per diritto di voto (nella scelta di individui che si fanno scegliere con le campagne elettorali): mi sa dire la ‘corte europea dei diritti dell’uomo’ di quali ‘diritti’ si occupa e perché la volontà dei popoli non sarebbe sovrana nella scelta di Cristo e del simbolo che lo rappresenta (forse perché il Crocifisso non fa campagne elettorali)? La volontà del singolo è importante, ma cade di fronte a quella della maggioranza. Il Crocifisso esula persino da tale problema, perché riguarda l’intera storia di vari popoli (urbi et orbi) e, allo stesso tempo, vi rientra, perché nessuno ha indetto ‘votazioni’ per consultare i vari popoli interessati. L’imposizione di questa corte dei diritti che i diritti lede, invece, è una vera e propria sopraffazione e non va accettata, perché lede, appunto, il principio sacrosanta della libertà (e della sovranità che i popoli hanno entro i confini riconosciuti a livello internazionale). Una corte dei diritti (proprio perché è tenuta a rispettare i diritti) non può e non deve fare ‘tutto’ quello che le passa per la testa (anche perché è formata da quattro gatti che non devono scavalcare la volontà dei popoli che rappresentano)/ DEVE consultare i popoli interessati (sugli argomenti di vitale importanza). Di vitale importanza è o non è l’esposizione o la non esposizione del Crocifisso? Sì, mille milioni di volte sì e vi spiego perché. Un divieto di questo tipo è un ‘precedente’ importante come una diga (e tutti sanno che cosa accade quando una diga cade). ‘Questa’ diga, in particolare, non deve cadere (e chi può, faccia di tutto per ‘restaurarla’): nello specifico, la Ue faccia quel che le compete e sconfessi quella campionatura di giudici (che provengono da culture altre e vedono le cose con occhi non qualificati perché magari involontariamente miopi riguardo alla nostra storia). La Ue si svegli: 1) perché quella corte inalbera l'egida del Consiglio d'Europa, 2) perché la gente non ha capito chi ha emesso quel verdetto insano e lo addebita alla Ue, 3) perché, se lascia mano libera a una corte di quel genere, che accadrà ‘poi’? ‘Perseguiteranno’ chi non si attiene al divieto? E, dunque, c’è pericolo di altre ‘violenze’ da subire? Si cadrà in un braccio di ferro in cui vince il più ‘forte’ (cioè prepotente)? Violenza per violenza, potremmo ritrovarci a dover adorare gli dei pagani (se qualcuno più furbo e più ‘potente’ sapesse trovare le vie traverse per imporceli)? La libertà di culto è sacra (questo pare ancora garantito), ma… non siamo sul filo del rasoio e non stiamo entrando in un campo minato? Non ho capito perché la suddetta ‘Corte’ si senta ‘progressista’ con simili provvedimenti, quando ci sono cose ‘reali’ che dovrebbe fare e che non fa. La Francia vive una realtà multirazziale da molto prima di noi e ha lasciato che i suoi ‘immigrati’ restassero fuori dall’inserimento sociale per tempi spaventosamente lunghi (tanto che nelle periferie-ghetto si sono verificate vere e proprie guerriglie, che hanno suonato il campanello d’allarme e hanno detto a tutti che ‘i Francesi importati’ si sentivano -e spero non si sentano più- cittadini di serie B). Lo stesso dicasi degli stranieri nella snob Gran Bretagna. Le cose da fare, appunto, sono altre (come garantire a tutti gli stessi diritti ‘veri’, lo stesso standard di vita e lo stesso decoro). Occuparsi del ‘vestiario’ della gente e degli ‘arredi’ (o dei ‘soprammobili’) è indecoroso (specialmente quando i disagi veri sono altri e sono impellenti). I nostri immigrati tcn (provenienti da third country nations) chiedono altri diritti e altre attenzioni. Non hanno nulla contro il Cristo e contro il Crocifisso. Hanno tutto, invece, contro i maltrattamenti, gli abusi, la povertà incipiente in cui sono costretti a vivere (e contro le ‘acque forti’ che li strapazzano e li abbrutiscono, spesso, nei meandri burocratici della regolarizzazione dei loro soggiorni- dove, se non sono estremisti, ci diventano, dopo i viaggi infiniti da un ufficio all’altro/ i trattamenti non sempre ‘civili’/ le spese spropositate di documenti superflui che potrebbero essere evitati con la buona volontà intelligente/ gli sportelli inospitali che li convocano e poi li ignorano e causano permessi e assenze dal lavoro e la perdita del lavoro stesso -trovato a caro prezzo e più prezioso dell’aria). La Corte ‘Europea’ dei diritti dell’uomo può permettere che gli extracomunitari vivano, il più delle volte, in scantinati, per le strade, in capanne, in ricoveri o in condizioni precarie al limite della sopravvivenza (e che, spesso muoiano ‘tritati’ insieme all’immondizia dei bidoni nei quali si proteggono dal freddo), nei vari Stati d’Europa, ma ‘non può permettere’ che il Crocifisso adorni dignitosamente le pareti ‘parlando’ di un evento che, se non fosse di natura religiosa, rientrerebbe nella storia umana e, se così non fosse, rientrerebbe nella storia degli antichi Romani (e sarebbe ‘comunque’ di natura storica). Tutti gli argomenti storici possono adornare le pareti di qualsiasi edificio pubblico (o vogliamo eliminare/negare la storia che eventualmente possa dare fastidio a qualcuno, come ha fatto la Gran Bretagna con l’olocausto?).

Non si tolga il Crocifisso e si dia anche agli allievi di altre religioni il diritto di esporre il proprio simbolo più importante (se ne hanno uno): perché, invece di fare violenza agli eredi di una certa storia, non si sceglie di estendere un diritto sacrosanto anche agli eredi di altri tipi di storia? / Perché, invece di impedire ai Cattolici e ai Cristiani vari di far conoscere il loro Cristo (e la loro religione) ai loro compagni di altro credo, non si sceglie di lasciar loro tale diritto e di estenderlo ai loro compagni di altra religione? Perché la Corte dei diritti sceglie di essere “Navis Stultorum” quando dovrebbe essere esempio di tolleranza e di ‘integrazione’ vera? Il punto è proprio questo: togliendo un diritto a dei popoli si commette ingiustizia e dunque un crimine e la cosa è di una gravità inaudita perché proviene da un organismo preposto alla tutela dei ‘diritti’ umani (‘alla faccia del bicarbonato!’, direbbe un comico, se la cosa si prestasse alla comicità). Chi toglie qualcosa a qualcuno (che non è d’accordo), con un’imposizione, commette violenza (anche e soprattutto nella res publica). Non sta né in cielo né in terra che una nazione come l’Italia, che fino a qualche decennio fa aveva un ‘territorio’ religioso (cattolico) che coincideva perfettamente (in toto) con il territorio geografico, debba vedersi imporre la ‘scomparsa’ del suo simbolo religioso più importante. Basterebbe solo una briciola di saggezza, per capire di che cosa sto parlando, ma, se non è ancora chiaro, lo illustrerò con un esempio. È accaduto, alcuni anni fa (quando l’arrivo dei bambini stranieri nelle scuole era ancora una ‘novità) che un paio di maestre (colleghe di mia sorella) decidessero di non festeggiare il Natale nella loro scuola (e condizionassero tutte le colleghe- la mia esterrefatta e adirata sorella inclusa), “per non offendere” il piccolo Mohammed, l’unico allievo straniero e mussulmano dell’Istituto. La cosa fece scalpore e fu risaputa in giro (e si racconta ancora come una leggenda metropolitana). Era un fatto vero, purtroppo. Quelle due maestre, nella loro ignoranza tapina hanno fatto qualcosa che somiglia esattamente a quello che la Corte europea dei diritti ha fatto ora (a milioni di cittadini europei): hanno leso i diritti sacrosanti di centinaia di bambini, credendo di ‘regalare’ un vantaggio a un solo loro compagno. Hanno (quelle due stupide donne) fatto un’ingiustizia e creato tra il piccolo Mohammed e i suoi compagni una insanabile frattura (cosa assolutamente in contrasto con la natura del compito pedagogico cui erano chiamate). La religione, qui, non c’entra: si tratta di pochezza. La pochezza delle due maestre passi, ma… quella della Corte dei diritti come la metabolizziamo? È impazzita(?): nel tentativo di ‘accogliere’ bene l’Islam o chicchessia è diventata iconoclasta/ ha dimenticato che ‘accoglienza’ non vuol dire ‘svestirsi’ delle proprie identità, ma mantenerle saldamente e arricchirsi delle altre? Questa benedetta Corte ha proprio ‘toppato’ e di brutto anche, perché ha trasformato in sottrazione ciò che necessariamente e assolutamente deve essere gestito come ‘addizione’-arricchimento-crescita. E, se tutte le volte che dobbiamo integrarci con qualcuno o, meglio, che qualcuno deve integrarsi con noi, dobbiamo ‘disfarci’ di una nostra ‘nota’ storica/ religiosa/ paesaggistica (magari)/ architettonica (perché no? Che ne dice la Corte dei diritti? E che ne dice la UE?), DOVE ANDREMO A FINIRE? I Crocifissi sono, ‘molto sempre’, delle statue (delle opere d’arte piccole o grandi o piccolissime): li dobbiamo togliere? E certo! Offendono l’occhio di qualcuno (il ‘diritto’ di genitori stranieri a crescere i figli a modo loro anche in Italia)…, ma il Cristo non è solo nelle scuole… È in molti altri luoghi pubblici (piazze/ eremi/ santuari/ viali). Giganteggia su cime e su campanili, accoglie i turisti dietro curve, accanto a fontane e nei posti più impensati (da opere d’arte nei materiali più disparati): se le piccole croci sul muro offendono i vari Mohamed piccoli e grandi, quanto di più li offenderanno le grandi croci imponenti e artistiche, che si fanno richiamo di folle…(?) Abbiamo statue e campanili e architetture a iosa che sono un’offesa unica alle culture religiose altrui: ‘che famo’? E levamo tutte’? La Corte europea dei diritti è pazza da legare e infrange i diritti a rotta di collo, altro che difenderli! E la Ue non le dice nulla (ma non è una novità/ si è capito da un pezzo che non sta dalla parte della saggezza e che, se può calpestare i diritti dei popoli, lo fa: vedi uranio impoverito/ vedi ‘furto’ dell’acqua/ vedi interessenze varie con multinazionali e con governi che si macchiano di genocidi). Il problema è gravissimo: se basta un qualsiasi individuo (straniero o autoctono poco importa) a sollevare uno pseudo- problema di ‘integrazione’ (e a lanciarlo, come una palla di neve da trasformare in valanga), possiamo aspettarci che, al primo benpensante che si senta offeso dalla monumentalità di certa ‘architettura’ (‘a sfondo religioso’, Dio ci liberi), quella ‘lungimirante’ (come una talpa!) Corte (con la benedizione della shortsighted Ue) ci chieda di abbattere intere città magnifiche (come Firenze o Venezia) e ci ‘condanni’ se poco poco non ce ne mostriamo pure contenti. Siamo messi proprio male, allora, perché abbiamo un retaggio di ricchezza enorme (in fatto di arte- e religiosa, per giunta e per colmo di sventura!?!): vuoi vedere, ‘mo’ che ce ne dobbiamo pure vergognare? E certo, come ci permettiamo di avere ‘cose’ come la pala di San Zeno del Mantegna (con quella Crocifissione meravigliosa breathtaking) che potrebbe offendere ‘qualcuno’ di coloro che provengono da altre culture-altri popoli e che hanno il diritto (a detta di quella ‘Corte’ che non vede oltre il suo naso) di ‘integrarsi’ in casa nostra ‘educando i loro figli senza il disturbo dei nostri simboli religiosi’?

E diamoci, allora, alla pazza gioia (perché no?): andiamo proprio via dall’Italia e dall’Europa e consegniamo tutto quanto (non senza aver prima raso al suolo le ‘offensive’ opere d’arte…) ai nostri ‘ospiti (eh? Che ne dice la Corte dei ‘diritti’ dei miei stivali e che ne dice la UE?). Dio ci salvi (se può pure Lui, perché con certe teste opache alla luce ha vita ben difficile, mi sa…): ma perché, santa pazienza, perché buona parte di quelli che comandano sono ‘scarsi’ di sale? Ed è un vero guaio, perché, una volta entrati nel ruolo d’importanza, sono fuori dalla portata dei consigli sensati. Le due maestre hanno almeno ricevuto una bella lezione (che probabilmente non saranno state in grado di metabolizzare e di ‘investire’ in vivai di semine educative future- perché sicuramente caratterizzate da thick brain) dal padre del piccolo Mohammed. L’uomo (un operaio semplice e non acculturato) disse parole di una disarmante saggezza, più o meno di questo contenuto: “Sono io che sono venuto in Italia e siete voi che dovete dirmi cosa fare e come comportarmi in casa vostra, non il contrario. Ho portato mio figlio qui e voglio che faccia quello che fanno i bambini italiani e non che i bambini italiani smettano di essere tali per far piacere a lui. E poi… la nostra religione mussulmana riconosce Gesù, non capisco dove sia il problema”. La Corte dei diritti (e la UE che dovrebbe prenderla per la collottola e non lo fa) da chi riceverà la sua lezione? Il problema, ahimè, è nella miopia di chi non si accorge di voler spingere i popoli a doversi disfare delle proprie identità (Deus avertat) in favore di quelle altrui, proprio come chi scambia il rispetto e l’accoglienza verso altre culture con lo stolto e contorto tentativo di snaturare la propria. Abbiamo bisogno di voli di saggezza (così che… quod bonum faustum fortunatumque sit).

La Corte europea dei ‘diritti’, piuttosto che dedicare il suo tempo a un provvedimento iconoclasta e lesivo dei ‘diritti’ degl’Italiani (e degli Europei e di tutti i Cristiani del mondo), avrebbe fatto meglio a porgere l’orecchio al grido di dolore degli innocenti perseguitati e a far giungere la voce dell’Europa (sia pure cantando una ninnananna) dove l’infanzia non è solo negata, ma anche trucidata (che spreco di risorse e di buone intenzioni maldirette, in un mondo che pullula di drammi urgenti e agghiaccianti…). Non vedo barlumi di speranza in quella direzione, però, e immagino che i giudici famigerati di quella Corte europea, se avessero una qualche giurisdizione mondiale, avrebbero di che sbizzarrirsi e, magari, chissà, potrebbero spingere la loro ‘giustizia’ fino a creare veri e propri ‘cantieri’ di abbattimento di alcune meraviglie del mondo (‘obbrobri offensivi’ per Islam talebano e altre religioni…), come l’imponente e suggestivo Cristo che svetta sulla montagna del Corcovado e ‘offende’ con la sua bellezza tutta la grandissima baia di Rio De Janeiro. Mi piacerebbe proprio dare quei ‘giudici’ in pasto ai Brasiliani, che non sono certo rammolliti e ‘permissivi’ come noi e che a chi osasse toccare il simbolo più amato di Rio (l’abbraccio caloroso del loro popolo ospitale) strapperebbero piuttosto il cuore. Non onora l’Europa e neppure il mondo la ‘condanna’ inflitta da detta ‘corte europea’ all’Italia e si ‘assorella’ (ci vuole un termine nuovo: ‘affratellarsi’ è una parola troppo armoniosa per la destinazione d’uso) con l’entropia violenta della caprina ignoranza con cui i Talebani hanno sfregiato i budda secolari/ imponenti/ giganteschi/ straordinari e unici (esempi di un’impagabile testimonianza di arte antica/ inno alla genialità del piccolo uomo mortale che, in nome delle cose in cui crede, può fare meraviglie grandiose). Era una ‘corte’ (al femminile) pure quella che condannò le due statue magnifiche della valle di Bamiyan: il 02 Marzo del 2001, in Afghanistan, gli integralisti eseguirono la sentenza della ‘Corte’ Suprema che imponeva di eliminare le statue pre-islamiche (e cioè tutti i tesori incalcolabili dell’arte, i templi e i monasteri). L’Islam moderato (e colto) fu il primo a inorridire, in tutto il mondo. I volti dei budda (tanto amati dalla nostra povera Maria Grazia Cutuli, che tanto scrisse della loro locazione afghana) erano stati sfregiati da invasori antichi, ma il vero scempio delle statue (con mitraglie e persino con missili) fu fatto dai Talebani, che ne avevano già danneggiato i piedi (trasformandoli in deposito di armi). Occorre vigilare sulle organizzazioni (come la Corte Europea dei diritti) dalla vista corta, perché potrebbero diventare il braccio dei vari talebani (dell’ultima ora e sotto mentite spoglie) e fare scempio delle culture e delle ricchezze dei popoli, in nome di fanatismi privi del lume dell’alfabetizzazione della mente e dello spirito. Gli uomini di buona volontà devono vigilare, per evitare l’avvento degli ottusi, perché l’ottusità del cervello va a braccetto con quella del cuore (e non ha orecchie per il pianto di chi soffre).

Non mi risulta (e mi piacerebbe tanto sbagliarmi) che la Ue (Corte dei diritti inclusa) abbia rattristato il suo ‘cuore’ con il grido di orrore che proviene dal Sudan. Mi risulta che solo il cuore di cittadini americani (Cristiani) duole per i bambini catturati come bestie nel Sud del Sudan/venduti come schiavi nel Nord e crea organizzazioni attraverso cui tendere la mano (agli schiavi del terzo millennio). Solo organizzazioni di Cristiani americani piangono per quei bambini e fanno molto di più: pagano riscatti, comprano la loro libertà, li liberano, restituiscono loro la dignità umana… L’Europa non ha tempo per queste ‘inezie’ (è occupata a gettare i Crocifissi dalla finestra/ a emanare decreti con cui ledere i diritti dei cittadini europei/ a togliere loro i simboli storico-religiosi/ a scatenare diatribe sterili, che autoimplodono e non restituiscono la dignità a nessuno).

L’Europa tace… e i suoi Cattolici? I Cattolici europei (ormai incolonnati e incamminati verso non sanno dove, sotto la guida delle voci imberbi dei loro figli spesso troppo giovani e svogliati per conoscere la storia e troppo viziati per conquistarsi l’atavico rispetto della religione) sono latitanti/ non ci sono/ disertano le barricate del bene in Sudan/ tradiscono gli esseri umani venduti come schiavi e, così facendo, lasciano via libera allo schiavismo (che, per dormire bene, continuano a credere abolito da qualche secolo).

I Cattolici italiani (che erano la totalità degli abitanti dello stivale solo qualche anno fa) sono diventati trasparenti (anzi sono dei camaleonti: riflettono gli sfondi del momento) e non pronunciano più parole incisive/ non cambiano più le cose per il bene/ non si fanno sentire/ sono dei desaparecidos (dove sono quando servono i vari CL ecc.)? Si autocreano, autoincensano, autonutrono, autoaiutano, autocelebrano (autoproliferano)/ espletano tutte le loro ‘funzioni’ all’interno delle loro ‘messapie’ (che ingrandiscono e fortificano) e non hanno nulla da dare al mondo ‘esterno’(?)/ a chi e a che cosa servono, dunque(?)/ in che cosa migliorano il mondo con la loro presenza? I preti e i religiosi, in generale, fanno molto, invece/ vanno dappertutto e pagano un prezzo altissimo (insieme ai diseredati di tutto il mondo). Il papa, il tanto criticato papa (che, alla sua età, avrebbe bisogno di pace e di silenzio -e di riposo per il suo corpo anziano e pieno di dolori) si sobbarca ore infinite di standing, spostamenti, viaggi, sforzi, sacrifici/ ha sempre parole da dire- esortazioni da far giungere dove possono fare la differenza tra la vita e la morte- aiuti da inventare per le sue coorti di missionari e sacerdoti ‘sul campo di battaglia’/ non dimentica l’Africa e alza la voce in sua difesa, ma rimane ‘voce nel deserto’… (perché neanche i Cattolici hanno tempo per ascoltarla, occupati come sono a recitare la parte dei ‘progressisti’- ma verso quale progresso incedono, se, strada facendo ‘si’ perdono i pezzi di ciò che erano e non sanno che cosa diventeranno?). Il minestrone delle critiche trite (del solito ritornello pseudostorico sulle crociate/ sull’inquisizione/ sui Borgia e persino sul nazismo) è diventato un comodo haven in cui gl’ignavi trovano nazionalità ibrida (e identità altrettanto ibride, dalle quali non devono muovere un dito per aiutare nessuno e, possibilmente, non devono neppure sentirsi in colpa per le defezioni eclatanti nelle decisioni che ‘scolpiscono’ il domani dei loro figli). Gl’ignavi che mi fanno più pena sono proprio gl’ignavi cattolici (e quelli con figli giovani pseudoeruditi, ai quali permettono di sputare sentenze sulla loro religione/ su ciò che erano i loro padri e i padri dei padri/ su tutto ciò che conta e su più ancora e ai quali lasciano tracciare una pista senza direzioni precise che non li porterà da nessuna parte). Beati coloro che hanno sofferto per guadagnare la loro dignità e per difendere la loro identità (perché sapranno sempre per che cosa vale la pena di lottare e, quel che più conta, sapranno sempre in quale direzione andare).

Noi (popoli fortunati che un tempo eravamo popoli sfortunati) finiremo per smarrirci (perché accecati dagli agi che ci hanno reso indolenti) e per scoprire (troppo tardi) che eravamo fortunati quando eravamo sfortunati (quando cioè sapevamo bene chi erano i nostri predecessori/ sapevamo quanto avevamo sofferto e sapevamo in che direzione arrampicarci- con sacrificio/sudore/ fatica- per salire).

I Cattolici ‘progressisti’ (intellettuali) sono i peggiori (perché si sentono ‘colti’ solo attaccando la Chiesa -quasi vergognandosi di essere cattolici e mancando del fegato per scegliersi un’altra religione o, magari, sentendosi troppo ‘grandi’ e troppo ‘intellettuali’ per non trovare pecche anche in altro credo) e sono quelli cui la magnifica ventata rigenerante del passaggio di Giovanni Paolo II (nella Chiesa cattolica e nel mondo) dovrebbe aver dato ‘la sveglia’. Non ha funzionato… Hanno scelto (tristemente) di rimanere in disparte (anche allora). Pecche (storiche e inquisizioni varie) hanno fatto il loro tempo/ errori e scandali (inevitabili in tutte le religioni) non sono giustificazioni sufficienti per l’ignavia (in nessun caso e per nessuno). Non c’è popolo senza religione (e la religione fa parte dell’identità basilare dei popoli). Non sbaglia muri chi non fabbrica e la storia (anche quella religiosa) è piena di errori, ma è anche piena di esempi luminosi (ed è a quelli che occorre guardare in tempi difficili). Sono dignitosi e rispettabili, comunque, coloro che non rinnegano le loro posizioni (e che ne hanno una, in ogni caso): dove sono i Cattolici che prendono posizione e che si schierano da qualche parte? Non sento le loro voci levarsi quando dovrebbero (non le sento gridare dove servirebbero).

Quanti atti mancano ancora alla tragedia del Sudan?

Il colpo di stato nel colpo di stato (1989) del generale Omar al-Bashir (Ecco in quale punto della storia sudanese questo personaggio compare) eliminò il regime al potere/ fece piazza pulita dei partiti politici/ creò una giunta militare (con l’aiuto e la partecipazione del Fronte Nazionale Islamico, FNI, cui fece un ‘lifting’ chiamandolo Partito del Congresso Nazionale, PCN) e iniziò la sua carriera di presidente firmatario dei genocidi massicci che, da lì in poi, si sarebbero consumati. Le organizzazioni africane per i diritti umani lo accusarono (1995) del genocidio (in cui morirono un milione di persone/ tre milioni di profughi cercarono scampo nei paesi confinanti) dei Nubiani: come e perché la corte internazionale dell’Aja non ha tenuto conto della testimonianza autorevole delle organizzazioni africane? Al- Bashir, proprio lui, fu rieletto (1996) e con il 76% dei voti (?). ‘Ospitò’ Osama Bin Laden, nei primi anni Novanta, e si attirò l’embargo degli USA (nel 1998-dopo il bombardamento delle ambasciate americane di Tanzania e Kenya) e il bombardamento di un obiettivo terroristico (coincidente con un impianto chimico -poi si scoprì- nei paraggi di Khartoum). Al-Bashir dichiarò lo stato d’emergenza e rinnovò il suo ‘gabinetto’.

Stremati da fame e guerra, orde di sfollati affollarono i centri umanitari (tra il 1998 e 2002). Le elezioni del 2000 furono boicottate dalla maggioranza dei partiti di opposizione, ma al- Bashir si autoinvestì del potere (2001-Febbraio) forte dell’86,5% dei voti (Dio sa come ottenuti). Le pressioni delle organizzazioni internazionali per i diritti umani misero alle strette il governo di Khartoum, che annunciò (dicembre 2001) di aver ‘liberato’ 14.500 schiavi (ma chi li vide mai e chi potrà verificare la veridicità di tale ‘annuncio’?). SPLA e FSDP (Forza Sudanese di Difesa Popolare) misero da parte le loro rivalità e si unirono (Gennaio 2002) contro il governo: in Ottobre furono avviate le trattative di pace tra SPLA e governo, in Kenya, non senza la zampa degli USA, che minacciarono, ove la pace non fosse stata raggiunta entro il marzo 2003, di aumentare i proventi altissimi pagati alla SPLA (ecco, ahimè, la prima anima di ‘cartone’ e anzi di sterlina sudanese dei guerriglieri che erano i difensori dei derelitti) e di perpetuare l’embargo, e non senza ambizioni del capo della SPLA (ecco la seconda anima di cartone dei guerriglieri: il potere), John Garang, che pretendeva la vicepresidenza del Sudan e le province meridionali di Nuba, Abyei e Nilo Azzurro, di cui il Nord si era appropriato nel 1972). La questione rimase irrisolta, ma, tra Aprile e Dicembre, (in nome dell’interesse economico e non in nome delle vite umane ‘sperperate’ e di quelle della totalità della popolazione del Sud, che viveva al di sotto della soglia di povertà) governo e SPLA si accordarono: avrebbero 1) riunito le loro truppe in un unico esercito (ma che bella pensata! E ci si meraviglia poi se si scannanoi a vicenda) di 39 mila uomini; 2) si sarebbero spartita la torta dei profitti del petrolio nel gennaio 2004; 3) avrebbero approntato una nuova costituzione entro il 2004; 4) avrebbero concesso l'autonomia amministrativa al Sud, sempre nel 2004; 5) avrebbero indetto un referendum (nel 2010 sull'indipendenza del Sud). Il leader del FNI, Hassan al-Turabi (incarcerato anni prima) fu ‘riabilitato’ (Ottobre 2003) insieme al suo partito.

La Cina, che si fregiava di ‘alleggerire’ il Sudan del 55% delle sue esportazioni (con Malesia e Canada- e chi è senza colpa scagli l’ultima della migliaia di milioni di pietre assassine), finanziò (2004) un condotto petrolifero diretto al Mar Rosso (con tutti gli annessi e connessi disastri ambientali e umani del caso). Ciò portò al ‘Sudan’ (cioè alle tasche ladre del suo governo divoratore del popolo) un netto annuo di 500 mila dollari.

La pace, in tutte le tiritere varie, fu sempre latitante. Lo spirito che animò gl’interlocutori ebbe sempre l’ala dell’avidità come angelo protettore e se ne videro i frutti velenosi e perversi da subito: mentre ancora si trattava la pace (fra Nord e Sud), le truppe governative si scagliarono con ferocia contro il Darfur (Gennaio 2004), nel Sudan occidentale (che cadeva ormai sotto le doppie zampe del Nord e del Sud) e il suo Movimento di liberazione sudanese (SLA), che prima si era chiamato Movimento di liberazione di Darfur e che aveva soltanto un anno di vita. Il Darfur aveva creato quel movimento per sopravvivere agli attacchi criminali dei gruppi di nomadi arabi -delle popolazioni Janjawid (armate e addestrate dal governo sudanese- vergogna delle vergogne più nere- che le usava come ‘manovalanza’-intermediaria della sua politica di genocidio), che, dopo aver abbandonato il Sahel (desertificato a dovere) erano pronte a ‘liberare’ il Darfur dai suoi legittimi abitanti (i gruppi etnici neri mussulmani Masaalit, Fur e Zaghawa) e a prendersi le terre che essi avevano rispettato e mantenuto vive e ben irrigate. La ‘materna’ cura che il governo sudanese (guidata dal ‘cuore’ del suo presidente) seppe fornire ai suoi figli del Sudan occidentale costò (entro il 2004) diecimila vite umane/ un milione di sfollati (fatti oggetto di violenze fisiche, di torture, sevizie di ogni genere e stupri, durante la loro fuga verso il Ciad)/ distruzione di proprietà e poderi/ sfacelo e rovine smisurate. Le torture contro i profughi bambini del Darfur furono denunciate dall’Organizzazione mondiale contro la tortura. Al Turabi e i membri del suo partito (per quanto corrotti, erano probabilmente ancora ‘infettati’ da residui di umanità invisi ad Al-Bashir) furono di nuovo arrestati (2004- Marzo), a Maggio i confini del Ciad furono violati (l’inventiva dissacrante di Al-Bashir non si è fermata davanti a niente)/ l’esercito del Ciad fu attaccato. I suoi segugi allertarono al-Bashir sulla possibilità che i gruppi armati di Darfur, Nuba, Abyei e Nilo Azzurro potessero unirsi. La guerra esplose, furente, di nuovo, e seminò altra distruzione (e morte – se ancora ce ne fosse stato bisogno) e, in tutto ciò, non so come collocare il fatto che (Aprile 2004) la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite volle astenersi (capite? Astenersi…) dalle giuste sanzioni che avrebbe dovuto infliggere al governo sudanese (e non si vergognò di continuare a chiamarsi Commissione per i ‘diritti umani’). Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) dell'ONU, però, trovò (un mese dopo) il fiato per annunciare al mondo (come se il mondo non lo sapesse) che tre milioni di persone erano vittime di fame e malattie causate dalla guerra (e chissà la guerra da chi era mai causata/ lo sterminio di tanta gente a chi era da addebitare/ la mancata cattura del lupus in fabula Al-bashir quale petto poteva mai decorare se non quello dell’Onu)…

La drammaticità (in Giugno) della situazione del Darfur era ormai sotto gli occhi di tutto il mondo: era una vergogna senza proporzioni che gridava, come una piaga aperta nel fianco del genere umano. Non poteva più passare inosservata. Colin Powell andò in Sudan a chiedere di far cessare gli attacchi contro i civili, in Darfur (e l’ONU non seppe fare altro che ‘spendere’ le parole di Kofi Annan, dichiarando che la comunità internazionale avrebbe dovuto “agire”/ difendere la popolazione del Darfur ma ‘solo ove il governo di Khartoum non avesse preso i provvedimenti del caso’ -ma quali provvedimenti voleva dal mandante dei genocidi? E chi doveva intervenire, se le nazioni unite ‘era lui’?). L'ONU, che non aveva mosso né un dito né un piede per impedire i genocidi, descrisse (non so con quale faccia tosta) la tragedia del Darfur come la peggiore crisi umanitaria del mondo (alleluia! Ce la fece, alla fine! Peccato che non arrivò anche a battersi il petto e a recitare il mea culpa!): ‘te credo’, la stima (a Marzo 2005) era di 180.000 morti e due milioni di sfollati (200.000 rifugiati in Ciad), solo in Darfur e solo nel tempo di diciotto mesi. La Commissione dell'ONU per il Darfur (mi addolora sapere che ne esistesse una) trasse conclusioni che gridano vendetta al cielo e che inducono a domandarsi che cosa aspetti la comunità internazionale a sciogliere con disonore un simile covo di vipere false e criminali. Eccole le conclusioni: il governo (sudanese, badate bene) non si era macchiato di genocidio (per carità, e di che cosa era responsabile, allora?), ma ‘solo’ (assurdo degli assurdi) di “gravi violazioni dei diritti umani” (e ci voleva la scienza infusa dell’ONU per asserire ciò?) e ‘della legge internazionale’ (si è proprio sforzato l’ONU)”. ‘Quella’ commissione (con lettera minuscola) è peggio di al-Bashir e pensa al proprio tornaconto (e non certo ad evitare i genocidi efferati): ha negato ciò che avrebbe obbligato la comunità internazionale a intervenire (‘i genocidi’) e ha ‘ammesso’ ciò che non ‘scomoda‘ l’ONU (i ‘crimini contro l'umanità’-povera umanità tradita da chi dovrebbe ergersi a suo baluardo di difesa!). Non ho capito, però, perché l’onu non debba scomodarsi per i crimini contro l’umanità (che razza di ordinamento gli hanno dato? Lo hanno concepito perché si ‘disturbi’ quando i genocidi sono denunciabili? Ma… ciò vuol dire che per denunciare un genocidio esso deve essere già accaduto (e deve poter essere pure dimostrato ‘con prove’- Dio salvi questo nostro mondo folle da chi lo dovrebbe difendere…). L’Onu, dunque, va mandato perché vada a constatare l’estinzione dei popoli…(?!?)


Conclusione

Il Sudan, intanto, ha ‘riesumato’ la “guerra santa” di un ventennio addietro (il Darfur rischia l’estinzione): dov’è l’ONU? E, visto che l’Onu è inutile, dove sono tutti gli esseri umani che credono in Dio (o in una divinità qualsiasi) e si ritengono fratelli di chi soffre? Dove sono i Cattolici, i Testimoni di Geova, i Luterani, i Protestanti, gli Avventisti, i Mormoni, i Mussulmani buoni, gli Indù e tutti gli altri? Perché non fanno nulla? Perché non creano un grido unico e così forte da far tremare quel Nord islamico e il suo malefico regime? E, se i Cattolici devono servire soltanto ad attaccare (in modo sterile) la Chiesa (che ha le sue pecche storiche/ pregresse/ presenti e i suoi pedofili, ma ha anche tanti santi, c’è/ è sui campi di battaglia con i suoi puri di cuore…) e non a dare aiuto ai fratelli d’altri lidi né ai missionari (prodotti da quella stessa chiesa e pronti a morire con i fratelli perseguitati e massacrati), piuttosto che restare ‘presunti’ cattolici si ‘sbattezzino’ e non se ne parli più. I Cristiani muoiono anche in Vietnam (le alture risuonano delle stragi tremende compiute dal regime che stermina le popolazioni Montagnard). L’ONU tace/ è assente/ non ha corpo snello né gambe agili e utili a salvare la vita umana (a difendere davvero i diritti umani- di cui la vita è il diritto estremo) e tacciono tutte le religioni e i loro popoli (anche i Cattolici)… (erano due milioni i Montagnard/ sono solo 770 mila o, meglio, erano 770.000 nella scorsa primavera: mentre l’Europa pensa a togliere i Crocifissi ai suoi popoli cristiani e i Cattolici italiani (invece di dire all’unisono ‘non osare!’) gareggiano per vincere il premio delle lingue più ‘leziose’, quel piccolo popolo cristiano viene sterminato (nel silenzio tanto rumoroso quanto colpevole del mondo ‘fortunato’). Il cuore si fa così pesante, di fronte a tali genocidi, che quasi fatica a battere nel petto (consapevole soltanto della disarmante impotenza) e, intanto, quei fratelli lontani muoiono. Dov’è l’ONU (ancora una volta)? Che cosa fa l’ONU? A chi serve un ONU così obsoleto e così INUTILE? E… dove sono i fratelli Cristiani del mondo? Perché non si mobilitano per impedire lo scempio infame dello sterminio dei loro fratelli cristiani montagnard? E perché la UE sostiene il governo (il regime!) di Hanoi che sta perpetrando tale genocidio?!? I radicali (che stanno a Cattolici e Cristiani come il diavolo all’acquasanta- perché non hanno mai dimenticato che i giornali definivano la sua leader femminile “la macellaia” e la inseguivano, per ritrarla con il grembiule insanguinato davanti ai locali in cui lasciava i tavoli pure insanguinati su cui aveva eseguito aborti clandestini e dai quali scappava, per sfuggire alla cattura- ai tempi in cui l’aborto aveva ancora il suo nome: omicidio) alzano da tempo la voce contro il genocidio dei Montagnard (Tutte le vite difese, in varie lotte contro l’ingiustizia, faranno ammenda per le piccole vite prese con gli aborti, che ne dite? E tutte le vite non difese dai Cristiani vari potranno andare in pari con quelle degli aborti non fatti?). La vita è sacra (niente è più vero di questo), ma se lo è, allora, chi non la difende (e lascia che si compiano genocidi inenarrabili) dove si colloca (e come si definisce)? Ignorare gli eventi è una buona giustificazione (la totale assenza di preghiere per la vita dei Montagnard, nelle varie chiese, dipenderà da questo? Me lo auguro…). Non si può dire altrettanto per l’ONU (che sa e che dovrebbe avere mezzi e strumenti e uomini e armi, se necessario…, per salvare interi popoli dall’estinzione): come non gridare e gridare e gridare che è assurdo/ che è ingiusto/ che è scandaloso/ che è vergognoso che un simile organismo esista (e che sprechi montagne enormi di risorse umane e monetarie nella ‘manutenzione’ mangiona delle sue stesse ‘spire’ serpentifere disposte a spirale senza spiragli veri e risolutivi per le popolazioni che se dovevano sprofondare sprofondano e se dovevano estinguersi si estinguono)?!?

E volete sapere una cosa ancora peggiore? Esistono individui (indegni di chiamarsi uomini) che difendono le ragioni dell’interesse e del potere (ovvero non vedono nulla di male in ciò che è accaduto e accade in Sudan e ritengono che si tratti di ‘civilissime’ cose ‘normali’ di politica interna che non dovrebbe rivestire nota d’importanza e non dovrebbe attirare ‘interferenze): se fossi cattiva, augurerei loro di ‘esperimentare’ né più né meno che le violenze dei bambini sudanesi, ma cose così non si augurano neppure ai nemici; mi limito, perciò, a sconsigliare a quegl’ibridi umani di non trasferirsi con i bambini al seguito nelle terre dissacrate dagli schiavisti sudanesi, perché potrebbe capitare ai loro figli di fare la fine dei bambini schiavi sodomizzati, ammazzati e crocifissi (e potrebbero provare in prima persona che cosa voglia dire vivere sotto un governo tanto ‘civile’ da razziare esseri umani, venderli come schiavi e ritenere lo schiavismo una pratica ‘normale’). Vergogna a coloro (li citerei con nome e cognome, ma sarebbe troppo onore) che difendono gli schiavisti/ vergogna da qui a ‘sette volte sette’ generazioni (e, comunque, provo per loro pena). Ci vorrebbe un mondo pieno di ‘predisposizione’ all’amicizia e al perdono (e ci vorrebbe che tutti avessimo l’animo scevro da odi e da rancori, cosa assai difficile, in presenza di delitti e di crimini tanto grandi da non avere ‘bilance’ che li possano ‘pesare’). L’orrore che provo è infinito, ma devo confessare che esso nulla ha a che a vedere con l’odio. Non si può provare odio per le creature mostruose, fuori misura, fuori range umano. Ciò che si prova è sgomento (uno sgomento senza nome e senza parametri-parole) e un senso di impotenza che paralizza persino la preghiera (di fronte all’evidenza delle ‘mutazioni’ che possono ‘aggredire’ una certa stirpe di uomini e trasformarli in creature dalle caratteristiche avulse dai geni umani). La paura, la lacerazione cosmica di certe dimensioni geografiche violate (che si fa intermittenza ultrasonica dei silenzi dalle sirene spiegate) trasforma coloro che sono ancora “men of men” (Wilbur Smith mi presti il suo titolo) in radar ignari del grido dell’innocenza trafitta/ dell’amicizia tradita/ dell’umanità ‘sconsacrata’. Sono quelle le ‘emittenti’ vive delle preghiere non recitate (che giungeranno, infine, dove sono attese). Gli animi deformi (perpetratori di ignominie innominabili) ne riceveranno il ‘ritorno’ e tremeranno, perché (là dove gli ONU non servono/ il petrolio non scalda/ il denaro non ha patrie/ l’amico non trama/ gli alfabeti non compendiano la morte/ gli afflitti si trasfigurano in sorriso/ i potenti si sciolgono nei crogiuoli delle loro azioni/ la semina della gioia germoglia in girotondi di bambini…) non troveranno putrefazione da respirare e si estingueranno, polverizzandosi, come funghi velenosi cancellati dall’oblio.

Bruna Spagnuolo

2-fine

CULTURA/CULTURE E... DINTORNI

Bruna Spagnuolo: La Nigeria (specchio di africanità) e i suoi festival

Indice: Piccolo inciso-ambientazione introduttivo/ l’Islam, le sue festività e il suo calendario/ africanizzazione dell’Islam e festival nigeriani/ Durbar Festival/ Eyo Festival/ Iko Okochi Festival/ Arugungu Fishing Festival/ Sharo-Shadi Festival/ Shango Festival/ Osun-Osogbo sacred grove Festival/ Benin Festival/ Onitsha Ivory Festivals/ Other festivals/ Conclusione/ Note-approfondimento.

N. B.- Ho cercato di fissare in questo articolo gli argomenti che ho illustrato nella conferenza del sette Maggio 2009, presso L’Università degli Studi di Genova (facoltà di scienze della formazione- distum/ dipartimento di studi umanistici-corsi di geografia sociale) laboratorio di geografia sociale applicata (di cui è responsabile e coordinatore la prof.ssa Nicoletta Varani).

Piccolo ‘inciso‘-Ambientazione introduttivo- Le abitudini di vita/ le credenze/ le tradizioni/ i riti e i rituali dei popoli (e dei popoli tribali in special modo) sono strettamente legati al territorio (geomorfologico-climatico-ambientale-sociale) di appartenenza e alla dipendenza dalle risorse naturali (che ne condizionano la sopravvivenza); interagiscono immancabilmente con flora, fauna e clima e con le ‘forze’ preponderanti della natura.
La Nigeria(1), uno dei paesi più popolati-‘popolosi’ del pianeta, è un universo a sé stante, in tutti i sensi suddetti; è unlike qualsiasi altra realtà mondiale e presenta caratteristiche-manifestazioni culturali molto eterogenee. Le differenze sono notevoli tra villaggio e villaggio e tra Stato e Stato e diventano abissali tra Nord e Sud (a causa dei retaggi-influenze-altre dovuti ai contatti con popoli provenienti da paesi confinanti o vicini per stili di vita o con popoli invasori/ e a causa del territorio completamente diverso che ha imposto loro stili di vita diversi).
La popolazione umana, distribuita sui 923.768 chilometri quadrati del territorio nigeriano, si è quadruplicata nel giro di 56 anni (dai 34 milioni di abitanti del 1950 è passata ai 145 milioni di abitanti nel 2006). La ‘popolazione’ della fauna domestica nazionale, nello stesso arco di tempo, si è più che decuplicata (è cresciuta di undici volte, passando dai 6 milioni di capi di bestiame ai 67 milioni) (2). Ciò si traduce in 16 milioni di bovini e 51 milioni di capre e pecore, per lo più dislocati nel Nord, dove sono, da troppo tempo ormai, un peso insostenibile sulla consistenza dei pascoli e una causa di desertificazione (destinata a divenire fenomeno inarrestabile di desertizzazione senza rimedio) di tutto il settentrione nigeriano. I catastrofisti prevedono che, nel 2050, la popolazione nigeriana giunga a 289 milioni di abitanti, che l’aumento conseguenziale degli animali mantenga gli stessi rate e che, inevitabilmente, l’intervento dell'uomo sui delicati equilibri dell'ambiente debba innescare un’escalation-desertificazione whose last saying belongs to nature.
Ignara di tutto questo, la popolazione nigeriana perpetua nei vari villaggi e nei vari Stati la tradizione millenaria delle varie identità-appartenenze tribali e culturali.

La Nigeria, a suo modo, è la cartina di tornasole di tutti i ‘sintomi’ africani remoti e prossimi. Tutte le sue ‘manifestazioni’ ne sono un coacervo (direi inconsapevole); nei suoi innumerevoli ‘festival’ ciò, almeno a me, appare chiaro. Alcuni aspetti delle celebrazioni nigeriane lanciano richiami addirittura verso quelli di altre culture-nazioni le cui influenze (come vene aperte) confluiscono-defluiscono (attraverso i confini geografici, che mai coincidono con quelli mentali degli esseri umani). Il cuore del territorio Tuareg, tra Agadez e Niamey, per esempio, ospita la magia dei crepuscoli con cui il deserto circonda i Bororo e i Woodabe (Peul), mentre sguainano le spade e danzano, con i Tuareg, il ricordo dei nobili guerrieri loro antenati (sferzati dai tamburi e accarezzati dalle nenie delle donne). Tutto ciò (con le feste relative del Gerewol) s’imparenta con parecchie componenti-manifestazioni culturali nigeriane e con il loro aspetto pubblico-‘recitato’ (come molte delle influenze-identità etniche che viaggiano da confine a confine, da/per la Nigeria, seguendo i movimenti migratori delle popolazioni, che, da tempo immemorabile -ignaro della storia e dei borders da essa decisi e modificati- viaggiano, interagiscono e si mescolano, effettuando ‘scambi’ che travalicano le strategie-commercio consapevoli). Tutto il mondo è soggetto alla legge delle influenze culturali. Nessuno è in grado di ‘vedere’/ rintracciare/ ripercorrere le mappe imprevedibili delle ‘fughe’ che lo scibile umano ha inciso nei millenni (con gli spostamenti-matasse ingarbugliate ormai avvolte attorno al globo terrestre in modo inesorabilmente impredicibile). Soltanto le punte finali delle trame più recenti sono chiaramente individuabili; le altre fanno parte, ormai, degli stessi mitocondri dei singoli individui di ogni popolazione. Tale discorso, complesso e vastissimo, non può essere approfondito in questa sede, che darà la priorità alla ‘traduzione’ (per la mentalità occidentale) dei ‘fenomeni’ culturali africano-nigeriani conosciuti come ‘festival’. Ci sono, in Nigeria, un’infinità di ‘festival’, cioè di celebrazioni (più antiche delle stesse religioni maggioritarie) legate ai momenti più importanti della vita umana (le coltivazioni, il raccolto, le ‘tappe’ varie del rito nuziale, la nomina dei capi e anche i funerali). La ‘celebrazione’ (danzata e festeggiata) dei funerali africani tradizionali è da mettere in relazione con le credenze tribali, che sentono il dovere di ‘accompagnare’ (con canti, danze e allegria) la partenza del defunto e il suo ricongiungimento con gli antenati che lo hanno preceduto.
Alcuni dei principali ‘festival’ nigeriani sono collegati alle ricorrenze religiose dell’anno islamico (che si snoda attorno agli ‘appuntamenti’ più importanti del credo islamico); conviene, perciò, spendere un po’ di attenzione su questo argomento.

L’Islam, le sue festività e il suo calendario
Le feste islamiche più importanti in assoluto sono la Grande Festa e la Piccola Festa (le due feste ‘canoniche’).
La Grande Festa (in arabo Īd Al-Kabīr/ عيد ﺍﻟﻜﺒﻴﺮ), detta anche Festa del Sacrificio (in arabo Īd Al-Adha/ عيدالأضحى ), o festa dello sgozzamento (in arabo Īd Al-Nahr/ عيد ﺍﻟﻨﺤﺮ), o anche  festa dell’offerta (in arabo īd al-qurbān عيد ﺍﻟﻘﺮﺑﺎﻥ), si celebra, con cadenza annuale, il 10 del mese di Dhu Al-Higgia, cioè nell’ultimo mese del calendario islamico. Prevede la durata di tre o quattro giorni e il sacrificio di un montone o di un altro capo di bestiame (pecora, capra, bue o cammello), purché adulto e sano. Le varie vittime destinate al sacrificio devono essere immolate (per sgozzamento, liberando le carni dal sangue e rendendole pure), per mano di un uomo “in stato di purità legale”, nello stesso momento in cui i pellegrini immolano le loro vittime sacrificali, nella valle di Mina, a La Mecca, e, comunque, tra la fine della preghiera del mattino e l’inizio della preghiera del pomeriggio. Le carni della vittima vanno divise in tre parti (una da consumare subito in famiglia, l’altra da conservare per successivo uso e la terza da donare a chi è così povero da non poter comprare un animale da immolare). Gli animali grandi (come buoi o cammelli) possono essere sacrificati in ‘comproprietà’ da diversi capifamiglia (fino a un massimo di sette). Coloro che assolvono all’obbligo del pellegrinaggio e che affluiscono a La Mecca a milioni (due milioni ogni anno), possono pagare l’animale e lasciarlo sacrificare ritualmente in appositi stabilimenti, dove potrà essere appropriatamente conservato e, successivamente, spedito a paesi (islamici) bisognosi (per carestie, guerre, terremoti o recessioni). Ascesi e digiuno sono vietati in quei giorni (che sono “i giorni della letizia”). Questa festività è un monumento a una fede che si fa baluardo di indiscussa obbedienza e sottomissione a Dio (Islām); s’ispira al sacrificio che Abramo (secondo l’Islam, ispirato da uno dei sogni chiamati rū'ya rabbānī, usati da Dio per comunicare la sua volontà agli esseri umani e ben distinti dal sogno confuso chiamato rū'ya shayṭānī, "sogno diabolico", usato dal diavolo per indurre l’uomo in tentazione) era pronto a fare immolando suo figlio Ismaele (chiamato Isacco- come nelle tradizioni cristiane- anche in metà delle tradizioni islamiche –vedi quella Ṭabarī) e che viene impedito da un angelo e realizzato con un montone.
La Piccola Festa (in arabo īd al-ṣaghīr, عيد ﺍﻟﺼﻐﻴﺮ), detta anche la festa della rottura del digiuno (īd Al-fītr), cade il 1° del mese di šawwal, alla fine del Ramadan (durante il quale ogni credente, come tutti sanno, deve osservare il digiuno, senza interruzioni, dall’alba al tramonto). Il festeggiamento dura tre giorni, interrompe l’impegno ascetico di tutti e sprona alle elemosine chiunque ne abbia la possibilità.

Il mondo islamico festeggia (con preghiere, narrazioni e insegnamenti) anche la nascita del suo grande profeta Maometto (Mawlid al-Nabi), che ricorre il 12 del mese di Rabi al-awwal.
Le date del calendario islamico (che si basa sul ciclo lunare) non coincidono con quelle del calendario gregoriano e, forse, è il caso di spiegare come mai.
L’anno islamico viene definito egiriano. Tale termine deriva da egira (3), nome dato alla fuga di Maometto da La Mecca a Medina (622 d. C.). Quell’evento ha per il mondo islamico importanza sine qua non; da esso parte il calcolo del tempo annuale e su di esso si basa, in toto, lo snodarsi del calendario islamico. L’anno 622 del calendario gregoriano (che è il primo anno dell’egira), si abbrevia con AH1: dal latino anno hegirae. L’anno islamico è decisamente più breve di quello cristiano (essendo, al contrario di quello cristiano, che è solare, lunare) e ha mesi e feste che non seguono le stagioni come quelli cristiani. Mantiene, però, lo zodiaco solare (di babilonese memoria- diviso in dodici buruj/ torri) e lo zodiaco lunare (di indiana parentela- diviso in 28 manazil/ stazioni) tanto diffuso nell’astrologia medioevale latino/bizantina.
 Il profeta Maometto, in occasione del suo ultimo pellegrinaggio a La Mecca, nel 631, abolì le intercalazioni e causò la non corrispondenza dell’anno egiriano a quello solare e il fatto che ognuno dei suoi mesi lunari venga a passare attraverso tutte le stagioni in un ciclo di 33 anni. L’Egira fu fissata, nel 637, dal califfo Omar, che scelse come capodanno il primo giorno del mese di Muharram (i capodanno dell’Egira si contano e sono numerati).
L’anno egiriano, che è un anno lunare della durata di 354 giorni, slitta in avanti di 11 giorni rispetto al calendario solare, che è fisso. La gente estranea al mondo islamico immagina il notissimo ‘fenomeno’ chiamato Ramadan come un periodo di penitenza simile alla Quaresima cristiana e non capisce come mai si sposti in continuazione tra un anno e l’altro. La spiegazione è semplice: il Ramadan, nel calendario egiriano è fisso ed è il nono mese; nel calendario gregoriano capita ogni anno in una data o in un mese diverso, per via dello slittamento degli 11 giorni suddetti. Il mese di Ramadan ha termine (e con esso il digiuno del mondo islamico) quando spunta la luna del mese di Sciawwal, cioè del decimo mese dell’anno egiriano lunare.
Ecco i mesi del calendario egiriano:1. Muharram, 2. Safar, 3. Rabi Al-Awwal, 4.Rabi al-Akhhir, 5. Jumada Al-Ula, 6. Jumada Al-Akhira, 7. Rajab, 8.Shaban, 9. Ramadan, 10. Shawwal, 11. Dhu’l - Ka’da, 12. Dhu’l – Hijja.
Il mese di Muharram aveva un alone di sacralità, poiché iniziava con la festa della rivelazione coranica di Maometto (la notte del decreto -Laylat al-qadr- che, in seguito all’introduzione dell’astinenza fu trasferita negli ultimi giorni del Ramadan, divenuto il mese più sacro dell’anno). L’inizio dei mesi islamici è decretato dall’osservazione della comparsa della luna da parte di un testimone (e può avvenire due o tre giorni dopo il novilunio, cioè quando la piccola falce lunare diviene visibile a occhio nudo). La comparsa del piccolo spicchio della giovane luna dell’inizio del mese di Ramadan, però (data l’importanza mondiale che l’evento ha), deve essere testimoniato da almeno due credenti (con conseguente notifica all’autorità – come il qadi). I tempi moderni, ormai, mettono a disposizione dell’avvistamento della luna una tecnologia avanzata (e strumenti che vedono ben più lontano della semplice vista umana).
Il mese di Ramadan è, come tutti sanno, un periodo di digiuno e di astinenza. Il digiuno va osservato dall’alba al tramonto e può essere interrotto fino all’ora in cui lo schiarirsi del cielo rende possibile distinguere un filo bianco da un filo nero. L’astinenza dai divertimenti e dai piaceri va intesa, sì, come un periodo di espiazione, ma anche come un tempo di riposo atto a ritemprare il corpo e lo spirito.

I giorni della settimana (indicati dal corrispondente numero ordinale) partono dalla domenica. Il giorno festivo (dedicato alla riunione e alla preghiera solenne, nella moschea) è il venerdì (yaum al Jum’a). Altro giorno speciale è il sabato (yaum al sabt), di ebraica provenienza e di memoria babilonese.

Lo scadianziario 2009 delle festività islamiche (compatibilmente con la consapevolezza che a determinare l'inizio del mese è la visibilità della luna e che  le date sono sempre suscettibili di anticipo o posticipo di 24 ore) accadrà più o meno come segue: Ashura (7 gennaio), Mawlid (9 marzo); 1° giorno del Ramadan/inizio del mese di digiuno (22 agosto); festa della rottura del digiuno (22 settembre); festa del sacrificio (27 novembre), capodanno islamico -1431 dell’Egira- (18 dicembre), Ashura -giorno di digiuno, commemorativo del giorno in cui è stato salvato il profeta Mosè (27 dicembre).
La Ashura(in arabo عاشوراء), da non confondere con la Asura induista, deriva da ashara che vuol dire dieci, ed è un evento religioso che si celebra il dieci del mese islamico di muharram. Richiama lo Yom Kippur ebraico (celebrato nel decimo giorno del primo mese ebraico di Tishri), dal quale si dice che derivi. Il profeta Maometto avrebbe istituito la Ashura prima dell’avvento del Ramadan e, per differenziarla dalla celebrazione ebraica, l’avrebbe fatta iniziare un giorno prima (gli Ebrei ricordavano, con un solo giorno di digiuno, l’uscita dall’Egitto sotto la guida del profeta Mosé; Maometto avrebbe decretato di avere, come e più dei profeti biblici, diritto al digiuno e, perciò, ne avrebbe decretato due giorni). Questa celebrazione può avere quattro ‘motivi ispiratori’ (l’approdo dell’arca di Noè/ la nascita del profeta Ibrahim/ l’abbandono di Adamo del paradiso terrestre/ la costruzione de La Mecca) e altrettante ‘interpretazioni’ celebrative. L’avvento del Ramadan ha reso il digiuno dell’Ashura facoltativo (cioè ‘consigliato’) e la sua celebrazione meno ‘severa’, ma solo tra i Sunniti, perché tra gli Sciiti, invece, essa dura per 40 giorni, commemora il martirio dell’imam Hussein (Al Husayn ibn ‘Alī -nipote di Maometto) insieme a quello di 72 suoi fedelissimi (avvenuto a Karbalā, in Iraq, per mano del califfo Omayyade Yazid I) e viene vissuta come un vero e proprio evento luttuoso (con tanto di autoflagellazioni sanguinose ed episodi collettivi autolesivi alquanto impressionanti). La tomba dell’Imam e dei suoi partigiani ha trasformato la città di Karbala, in Iraq, nel principale centro delle celebrazioni sciite: in ricordo della data della strage (avvenuta il 10 del mese di Muharram, il primo dei quattro mesi sacri dell’anno mussulmano –da haram: “proibito per motivi religiosi”), centinaia di migliaia di pellegrini ogni anno, vi si recano, a commemorare il lutto e a piangere l’Imam.

Africanizzazione dell’Islam e ‘festival’nigeriani
L’Islam ha conquistato l’Africa, ma l’Africa, a sua volta, ha conquistato l’Islam e lo ha fatto proprio nel modo caratteristico in cui congloba e ripartorisce ciò che vi entra. La concezione (pur sciita) dell’Ashura, in Nordafrica, per esempio, è sentitissima e assume aspetti che nulla hanno a che vedere con la stessa festività sciita di altri paesi; ciò è legato all’importanza che lo sciismo ebbe in Nordafrica (da quando i Fatimidi(4) vi giunsero, fecero crollare la potenza ibadita(5) e vi misero forti radici), ma è legato anche e soprattutto alle vie-pensiero di una cultura africana da sempre. Prova lampante ne è il fatto che la celebrazione dell’Ashura si è diffusa e si è ‘affermata’, con le tipiche caratteristiche gloriosamente giocose africane, anche in regioni africane non raggiunte dai Fatimidi. La verità è che le vere conquiste dei popoli conquistatori non sono quelle fatte con le armi in pugno,ma quelle effettuate inconsapevolmente attraverso la penetrazione lenta e inesorabile delle loro culture (immemori e ignare dei confini e delle appartenenze e libere di atterrare e radicare nelle più imprevedibili e disparate realtà -a volo di vento e di onde-movimenti migratori e commerciali). Non per nulla si disse dei Romani Graecia capta ferum victorem cepit. Non sbagliano, secondo me, coloro che mettono le differenziazioni celebrative nordafricane in relazione con le feste ataviche, più antiche dell’Islam (come quelle berbere, per esempio), confluite nelle manifestazioni ufficiali islamiche. La Ashura nordafricana e africana in generale è davvero molto lontana da quella sciita ‘classica’: prepara frittelle e golosità ed è la ‘patria’ dei bambini che, sciamando in giro, per farseli donare, richiamano alla memoria i loro coetanei di lingua inglese che festeggiano Halloween; vede le popolazioni di alcune località africane fabbricare maschere (persino in Cabilia) e andare in giro mascherati (come in Occidente a carnevale) e altre allestire scene e parate carnevalesche che si svluppano attorno a un personaggio-leone conosciuto come bu jlud, quello della pelle, (dalla Libia al Marocco). Io credo che non ci siano spiegazioni da cercare e che l’Africa sia semplicemente l’Africa, un continente-cultura a sé stante, con il quale qualsiasi interferenza-influenza-penetrazione deve fare i conti (prima-durante-dopo il suo ‘viaggio’-invasione-conquista). Ogni cultura-altra che raggiunga l’Africa non può che tuffarsi nella sua africanità, lasciarsene ‘digerire’ e riemergerne modificata e, a sua volta, africanizzata. È la legge del grande (geografico, antropologico, etnografico, etnologico, epistemologico, glottologico, affascinante) complesso, poliedrico, misterioso cosmo africano.
La Nigeria, a mio avviso, è più Africa che mai (nel bene e nel male) e lo è anche nel suo modo di vivere la sua islamizzazione che, pur rispettando tutti i dettami dell’Islam, avvolge il culto e le preghiere nelle sue tradizioni e le sue manifestazioni-cultura (fatte di africanità orgogliosa e vera) nel culto e nelle preghiere.
 Sono almeno 250 i diversi popoli che vivono in Nigeria e che parlano altrettante lingue. Hanno infinite storie diverse e varie religioni che convivono a stretto contatto, tra ritmi di vita febbrili e variopinti; hanno ricchezze indicibili di ritmi musicali (afrobeat, reggae e legate alle pratiche magiche del juju) e rituali tradizionali, che vengono ‘celebrati’ fin negli angoli più sperduti dei vari Stati e della nazione e che vanno sotto il nome di ‘festival’. Essi sono la sintesi d’elezione delle filosofie tribali (imperniate sulle pratiche divinatorie e sul Pantheon delle divinità ataviche locali).

 DURBAR FESTIVAL
Appartenenza- Le origini di questa tradizione sono di natura bellica. Le scene leggiadre disegnate da cavalli e cavalieri affondano le radici nelle orde feroci delle cavallerie guerriere (esperte nell’arte della guerra) appartenenti alle popolazioni che vivevano in Kano e che gravitavano attorno a quella città antica del Nord-Nigeria. I primi Durbar festival erano una dimostrazione di forza e di preparazione tattica dei capi militari dei vari reggimenti/ una gara di maestria cavallerizza, di arte della guerra e di ostentazione di lealtà nei confronti dell’emiro (cioè di ‘ strategie-devozione sicuramente non disinteressate). Il Durbar (localmente chiamato Hawan Sallah), nei tempi moderni, ha conservato tutto il fascino colorato e la malia incantatrice del passato e viene, spesso, organizzato in onore di capi di Stato e di dignitari di rilievo (che immancabilmente si rendono conto del fatto che lo spettacolo trasuda coraggio e senso dell’onore).
Il dove e il come del Durbar Festival- Il Durbar è una celebrazione annuale che ricorre in molte città nigeriane e si celebra al culmine delle festività islamiche più importanti (vedi le arabe Al Id Al-Kabīr alias Al Id Al-Adha, o Al Id al-Fitr alias Al Id al-Baghīr). Inizia con le preghiere e culmina in una parata suggestiva di migliaia di cavalieri e di cavalli (agghindati in modo regale) che attraversano la città, seguiti da bande musicali, e si dirigono al palazzo dell’emiro, tra una folla immensa assiepata ovunque. I Durbar più importanti sono quelli di Kano, Katsina e Bida (la città della mitica produzione dei vetri antichi come bucchero –vedi le Bida beads usate come moneta di scambio nelle trattative commerciali di antica memoria). Il più importante è il Kano Sallah Durbar, che si celebra in genere in occasione della “grande festa” islamica (Id El Kabīr- the big Sallah) e della “piccola festa” (Al Id al- fītr, the small Sallah), per le quali i Nigeriani (anche non mussulmani) si spostano da un luogo all’altro, per raggiungere famiglie, amici e parenti, scambiandosi gli auguri gioiosi di buon Sallah. Questo ‘festival’ è uno spettacolo di immagini in movimento, di colori e di suggestioni che hanno attratto per secoli curiosi e visitatori antichi (mercanti arabi del Nordafrica, esploratori europei, ufficiali coloniali inglesi, nobili e ricchi africani, folle di gente di ogni estrazione sociale) e moderni (presidenti, capi di Stato, turisti e viaggiatori). Tutti sono stati e sono affascinati da questa manifestazione culturale unica al mondo (sfoggio memorabile di magnificenza e passerella inimmaginabile di musica africana).
Coloro che partecipano alla cerimonia del Durbar Festival cavalcano cavalli dalle gualdrappe in prezioso tartan (l’esclusiva stoffa di lana scozzese tessuta alla saia) e dai finimenti sontuosi e indossano abiti arabegggianti preziossimi (completati da turbanti vistosi e principeschi). Le tuniche di ottima fattura dei cavalieri (chiamate babanringa, che vuol dire grandi tuniche), le fasce colorate incrociate sul petto e attorno alla vita, dal colore intonato con quello dei turbanti, i tessuti luccicanti e gemmati e l’andatura regale dei bellissimi cavalli creano un’atmosfera dagl’indescrivibili risvolti fiabeschi. Il momento più spettacolare è quello in cui colonne e colonne di cavalieri (a gruppi ben distinti di abbigliamento uguale, che definisce il villaggio di provenienza) portano le loro cavalcature imponenti al trotto e poi al galoppo, volando come falchi colorati verso il padiglione dal quale sua altezza, l’emiro, guarda la parata, circondato dai suoi dignitari. La cavalcata irruente sembra voler spazzare via tutto ciò che trova sul suo cammino e va a fermarsi, come per miracolo, a qualche metro dall’emiro, mentre i cavalieri fendono l’aria con lance e spade e lanciano nell’aria urla marziali di saluto. Le nuvole di polvere sollevate dal galoppo assordante, il grido guerriero dei cavalieri che esprimono devozione, lealtà e rispetto alla regalità dell’emiro e, con lui, alle massime autorità di Kano e dei suoi dintorni, scatenano nella folla entusiamo e boati che risuonano per chilometri (ricordando il clamore delle guerre sepolte nel passato). Il centro di partenza e di arrivo della parata imponente del Durbar Festival è il palazzo dell’emiro (una costruzione fortificata costruita, nel 5° secolo, da Muhammadu Rumfa, il legislatore più amato e rispettato della storia di Kano). L’attuale emiro, sua altezza reale Alhaji Ado Bayero, è, secondo la linea fulana di successione, il 13° emiro di Kano.
Il Durbar festival di Katsina non è meno suggestivo. Tenuto nel Sallah della Grande Festa islamica (Al Id Al-Kabīr), comincia con preghiere, fuori città, prosegue con processioni in pompa magna di cavalieri verso la città e verso il palazzo dell’Emiro, dove i gruppi (agghindati sontuosamente e divisi per villaggi, distretti e nobili casati) occupano il posto loro assegnato, guardano l’emiro giungere per ultimo, con il suo retinue (seguito), e prendere posto fuori dal palazzo, per ricevere il Jahi (omaggio) della parata spettacolare. Ogni gruppo attraversa la piazza, galoppando a rotta di collo, con le spade scintillanti nel sole, arriva a pochi passi dall’emiro e s’immobilizza di colpo, con le spade alzate. Il Dogari (le truppe dell’emiro e la sua guardia reale) offre l’ultimo sfoggio di fierezza e di prodezza, poi l’emiro si ritira, con i suoi dignitari, dando l’avvio al divertimento generale, in un tripudio di fanfare, tamburi, danze e canti (tra cui sono rinomate le affascinanti rappresentazioni fulane chiamate shadi). Il festival di Katsina viene celebrato di mattina, al contrario di quello di Kano (e ciò, credo, sia un ottimo motivo per poterli ammirare entrambi).
Nota storica- L’imponente celebrazione appena descritta parla del passaggio degli Habe (di hausa progenie) nell’antica Kano e dintorni e dell’impronta remota di mercanti e missionari (provenienti da Kartoum/Tripoli/Tunisi e dalla penisola araba – come testimoniano l’artigianato e il disegno architettonico delle antiche case). Famosa (fino agli anni Settanta) per le noccioline tritate e per le ‘piramidi’ di cotone(6) (che, con il decadimento dell’agricoltura sono praticamente scomparse), Kano, comunque, conserva, in Nigeria, il suo prestigio di ‘città commerciale’ e. forse, se non lo perde, una parte notevole di merito va al suo Durbar Festival (‘stemma’ culturale di risonanza mondiale e richiamo ininterrotto di turismo). Il Durbar Festival è nato quando l’emirato, che, all’epoca, era uno Stato sempre in guerra, esigeva da ogni città, distretto o casato nobile il contributo bellico di un esercito una volta o due ogni anno. Estendendo la richiesta anche ai tempi di pace, gli emiri crearono la parata militare del Durbar, usandola come ostentazione di forza e di expertise nelle arti marziali (e, di conseguenza, come deterrente contro eventuali invasioni).
EYO FESTIVAL
Appartenenza- Questo ‘festival’ è legato a Lagos (l’antica Eko della laguna) in modo indissolubile ed è legato agli ‘umori’ (positivi e negativi) di questa città dalle radici Oduduwa e dalle origini più Yoruba che mai. Non si può, infatti, parlare di questo ‘festival’ senza essere consapevoli di alcune cose basilari: 1) esiste un capo (Oba) di Lagos; 2) tutte le tradizioni delle terre Oduduwa sono rinvenibili in Lagos (i riti religiosi di lagos corrispondono a quelli praticati in Ekiti, in Oyo e in Ijebu); 3) a dispetto dei punti 1 e 2, Lagos ha una sua identità peculiare legata alla religiosità yoruba e alla sua fede negli antenati. Eyo è la celebrazione (in maschera) di questa particolare identità ed è talmente unica da non temere confronti con le innumerevoli altre ‘mascherate’ nigeriane. Potrebbe far pensare a una rassomiglianza con altre mascherate di egungun (antenati), in terra yoruba (vedi la mascherata di Lobanika, di Arekujaye e di altre località dai nomi complicati), ma l’Eyo festival delle eleganti maschere biancovestite è di Lagos e di Lagos soltanto; è unico e raro e si differenzia da qualunque celebrazione rinvenibile in altre comunità yoruba (anche per la ‘occidentalità’ del cappello a tesa larga –retaggio, forse delle memorie-commercio di provenienza portoghese).
Nota storica- Questo festival si celebra in base ai dettami della tradizione e nelle occasioni a essa legate, ma rappresenta principalmente il rituale finale delle sepolture ‘importanti’ (degli Oba). Si ricollega alle religioni indigene, che onorano il loro Pantheon di divinità, riveriscono il loro Oba e ne celebrano l’insediamento e la morte. L’Oba è l’anima dell’ Eyo Festival, i cui partecipanti sono tenuti a riverirlo prima e al di sopra di tutto. Circa la metà delle etnie yoruba contemporanee è passata al Cristianesimo; un quarto è passato all’Islam; il resto pratica ancora le antiche religioni animiste. L’Eyo festival mantiene vivo e up to date il legame con le antiche origini (proponendole alle nuove generazioni sotto forma di folklore e porgendogliele come ‘concentrato di tradizioni’ da tramandare). Le guide dei popoli yoruba erano e sono (for ever and ever) gli Oba. Detti capi erano abituati a governare con l’ausilio di un consiglio di minstri, ma, nei tempi della Nigeria federale hanno un ruolo (apparentemente) puramente onorario e ‘prendono in mano’ il comando soltanto nei giorni dei festival. I racconti sussurrati (con il gusto delle narrazioni antiche fatte per suscitare sensazione o per alleggerire il peso della paura dei tabù tribali difficili da sradicare) parlano di sacrifici umani da dedicare agli Oba defunti (e si spingono fino a ipotizzare l’assassinio di 30 giovinetti, sulle cui teste mozzate il corpo dell’Oba- probabilmente il primo dei cinque Oba più importanti- andrebbe adagiato). Sperando che simili nefandezze siano soltanto ‘dicerie’ o che siano ormai relegate in un lontano passato (ben sepolto sotto le nuove identità-progresso), mi limito a parlare dell’odierno Eyo festival. Aduke Joseph (in Showcasing Nigeria Digest) così lo descrive: “Eyo, a mixture of tradition and modernity is respected. The voice is not so guttural neither does it sound like it is from the earth. The dance is modern. The white is immaculate. Even the ‘opambata’ (abbigliamento) embroidered cleanly”.
Il dove e come dell’Eyo festival- Lagos diviene meta di folle impressionanti, durante l’Eyo day: il principale nastro asfaltato della città viene chiuso al traffico dal Carter Bridge alla Tinubu Square e si riempie di un fiume in piena di gente (che forma una processione imponente da Idumota a Iga Idunganran, ove rende omaggio all’Oba). La moltitudine è un caleidoscopio di gruppi etnici e di colori, in cui gli Eyo, avvolti in pregiatissimo cotone bianco ricamato (costituito da un velo- Iboju- un indumento superiore –agbada- e un indumento inferiore –Aropale), spiccano come fenicotteri dall’andatura maestosa (e insieme felina). Il ‘festival’ che onora gli antenati (engungun- “En- GOON- gun”), dura 24 giorni, in ognuno dei quali un danzatore impersona un engungun, lasciandosene possedere e danzando freneticamente per tutta la città. L’ultimo giorno è destinato ai riti sacrificali compiuti da un sacerdote tribale, che sacrifca degli animali e ne versa il sangue sull’altarino antico riservato a tali celebrazioni. Le vittime sacrificali, raccolte e preparate ad uopo, formano la base del festino alimentare finale che tutti attendono.
Gli Eyo- Ciò che Aduke scrive degli Eyo non ha affatto un effetto rassicurante: “From afar the Eyo looks friendly, but do not mistake him for an angel. The powers it displays are not that holy. The essence of the spiritual prowess (prodezza) of the Yoruba Pantheon is not missing. When it comes to what Eyo can do and cause to happen, the European hat has nothing to do with it. The charms (talismani), amulets and rings concealed by all that white gaiety are potent, very much so. And that is why certain Eyos aren’t to be joked with”.
L’Eyo più importante è Adamu-Orisa. Ecco che cosa Aduke dice di lui: “Adamu-Orisa is number one Eyo. Weeping with a permanently running nose, Adamu-Orisa comes to town only on serious occasions such as when an Oba of Lagos Joins his ancestors. May your ancestors come to your rescue if you dare laugh at Adamu-Orisa’s dirty demeanour. He is a serious one and while he is around all around him must remain so, No joking”.
Gli Eyo delle altre estrazioni-“case” differiscono dagli Orisha, che conducono vita riservata e non amano farsi vedere in pubblico. L’Orisha Adamu si veste di nero e cammina tra un’avanguardia e una retroguardia di Olopa Adamu (guardie del corpo). Gli Eyo Orisha importanti sono cinque: L’elenco dei loro nomi (ancora valido, per quel che ne so) è il seguente: Eyo Alakete, Eyo Oniko, Eyo Ologede, Eyo Agere, Eyo Adamu (la guida Orisha). Gli Eyo Orisha si fanno vedere soltanto in occasione della celebrazione Orisha solenne destinata ai defunti importanti. L’Adamu Orisha ha ‘messo in scena’ (per così dire) il suo primo ‘festival’ il 20 Febbraio del ’54 (per commerare l’Oba Akintoye) e altri 70 festival. L’ultimo è stato quello del Settembre 2003 (organizzato in morte dell’Oba Adeyinka Oyekan).
 IKO OKOCHI FESTIVAL
Sintesiintroduttiva- Questo evento (chiamato anche Friendship Festival), che ‘accade’ una sola volta all’anno (in un luogo chiamato Afikpo, nell’Ebonyi State) e dura dall’ultima settimana di Novembre alla seconda di Dicembre; è l’insieme di vari cerimoniali e rituali (detti ‘di passaggio’) congegnati in modo da creare una vera rete di retaggi-scambi di sapere ancestrale e di tradizioni tra varie località dello Stato di riferimento. Le popolazioni dell’Ebonyi State sono affascinate dal cerimoniale di questo ‘festival’, che offre sfilate senza fine di maschere antiche e moderne; incanta con le danze dei guerrieri e delle fanciulle in abiti bellissimi e con l’arrivo maestoso della regina delle mascherate di Afikpo (Okna Oworoworo); insegna come nascere maschi, in quei luoghi, porti i ragazzi ad attendere con ansia indicibile il momento in cui potranno diventare uomini (superando le prove dell’iniziazione) ed essere ritenuti e dichiarati degni del culto ogo. Il festival Iko Okochi (dei villaggi di Afikpo) ha come inizio il festival (propedeutico al suo inizio reale) chiamato Iko Onouka (dei villaggi di Oziza). L’Iko Onouka comprende la danza guerriera mascherata, durante la quale viene scelto il guerriero più prode, la suggestiva Beauty Pageant, attraverso la quale viene designata la fanciulla più bella e l’iniziazione degli adolescenti.  
Iko Onouka- È una festa tanto antica quanto il gruppo dei villaggi di Oziza, dove viene celebrata. Il suo cerimoniale prevede il rito dell’uscita della divinità Eze anyi Ozziza (dio dell’acqua e della guerra) dal suo watery groove nel Cross River, della sua visita alla comunità di Oziza e della sua benedizione; la danza guerriera dalla quale emerge il guerriero più prode; l’elezione della più graziosa, elegante e bella fanciulla della comunità (che regnerà per un anno) e l’iniziazione dei giovani Ogo. L’Iko Onouka di Oziza è accolto dal gruppo dei quattro grandi villaggi che compongono Afikpo come un vento di buone nuove, poiché soltanto quando esso si conclude può avere luogo, in Afikpo, l’Iko Okochi.
Iko Okochi- È il dry season friendship festival; ha inizio subito dopo la fine dell’Iko Onouka e comprende vari eventi, tra cui l’attesissima giocosa e maliziosa Okpa maskerade e l’iniziazione dei giovani Ogo o Egebele. La cosa più spettacolare di questa festa è la parata delle maschere (almeno 200- chiamate nje nje, peripatetiche) che ne proclamano l’apertura (e che sono un segnale dell’inizio celebrativo destinato specialmente alle ragazze). Esse possono, allora, lasciare le loro case, per quattro giorni, e farsi ospitare da amiche di famiglie Iko. Quelle di loro che desiderano essere corteggiate devono attraversare la piazza (dove l’intero villaggio è riunito, per guardare le nje nje e le ragazze) del villaggio ospitante, per farsi inseguire dai giovani del villaggio (che ne individueranno la dimora temporanea e, di sera, balleranno con loro alla luce della luna). Ci si aspetta che ogni ragazza si accompagni con almeno tre Iko di diversi gruppi o villaggi. La data di inizio di tali eventi può variare di anno in anno.
Arugungu Fishing Festival
 Questo ‘festival’ è nato nell’agosto del 1934, in occasione della visita (storica) del sultano Dan Mu’azu, in Arugungu (ar-GOON-goo), una città sulla riva del fiume omonimo, nel Kebbi State, a circa una sessantina di miglia da Sokoto; da allora è diventato un evento annuale. Viene celebrato tra Febbraio e Marzo e segna la fine della stagione del raccolto. È molto popolare e appassiona l’intera popolazione alla pesca. Circa 5000 uomini di tutte le età, durante questo festival, si lanciano nel fiume, brandendo il retino come un’arma (e, a volte, litigando nel bel mezzo del fiume, quando ambiscono alle stesse grosse ‘prede’). Suonatori di tamburi e di zucche piene di semi coadiuvano i pescatori, dalle loro agili canoe, producendo ritmi che spingono i pescatori ad agire in preda a una vera frenesia e che portano i pesci verso acque basse. Le grandi reti gettate, allora, ‘mietono’ una ricchezza infinita di pesci, dal gigantesco pesce persico del Nilo ( i cui esemplari possono raggiungere i 63 chili e mezzo) al pesce palla. Questo ‘fishing’ festival viene organizzato dagli emiri di quello Stato, che proteggono, tra un festival e l’altro, per un intero anno, circa un chilometro e mezzo del fiume Arugungu, vietandovi la pesca, così che possa offrire ricchezze miracolose nei 45 minuti frenetici dell’appuntamento celebrativo ormai famoso. I migliori esemplari pescati vengono offerti agli emiri.L’Arugungu fishing festival si è ripetuto regolarmente, sin dagli anni Trenta, e, strada facendo, si è arricchito di nuove ‘sezioni’, come le gare di canoe e dei tuffi più spettacolari.
Sharo/Shadi Festival
Il festival Sharo o Shadi appartiene alla cultura fulana e rientra nei complessi sistemi di iniziazione legati all’età. È, in sostanza il più importante rito di iniziazione e dà il nome alla festa: Sharo/ Shadi, cioè il raduno della fustigazione, che, pare, abbia avuto origine dai Fulani Jaiful (ritenuti di stirpe e di rango superiore). Ecco come si svolge: giovani concorrenti, generalmente celibi, si presentano (a torso nudo accompagnati da belle ragazze), uno alla volta, al centro di un apposito cerchio, nel bel mezzo della folla. Ogni giovane viene accolto dalla folla con acclamazioni e tam tam di tamburo incredibilmente assordanti e viene sfidato da un altro giovane a torso nudo, che esce dalla folla brandendo una frusta, minacciandolo e tentando di spaventarlo.
La folla canta, emette grida di giubilo e percuote i tamburi in modo sempre più forte. I due avversari si studiano, si vantano, si lanciano frasi a effetto, galvanizzando la folla. La fustigazione ha inizio, quando l’eccitazione della folla è al massimo. Lo sfidante alza la frusta e colpisce il suo avversario, che, se non vuole essere marchiato come codardo, deve ricevere le frustate senza accusare il dolore e senza battere ciglio.
Shango Festival
Questo Festival, che si celebra ogni anno in terra yoruba, è dedicato a Shango, dio del tuono, antico re di Oyo e antenato inquieto (morto suicida-per impiccagione). Dura circa 20 giorni, durante i quali molti sacrifici devono essere immolati al tempietto del dio Shango, nel compound del sacerdote ereditario, in Lagos. L’ultimo giorno è quello in cui il sacerdote di Shango viene posseduto dal dio e riceve poteri straordinari (mangia fuoco e ingoia polvere da sparo); allora gli adoratori sanno che il dio è tra loro, fanno grandi festeggiamenti e, con un’ultima processione, vanno fino al palazzo dell’Oba, dove mangiano carne arrostita, bevono vino di palma e danzano fino a notte fonda. I sacerdoti di questa divinità hanno conosciuto potere e ricchezza (nei tempi in cui gli Oba governavano e le popolazioni tribali erano totalmente votate al culto dell’antico pantheon di dei). Il loro potere, oggi, è scemato di molto, ma è tutt’altro che finito; essi sono sicuramente meno ricchi e meno potenti, ma possono ancora condizionare la vita dei singoli e delle collettività (specialmente nei villaggi, ove la giustizia viene amministrata per vie tribali, con il beneplacito ‘ufficioso’ delle autorità goverantive locali e federali).Il dio Shango è ancora temuto e riverito (e chiamato ad amministrare la giustizia, quando qualcuno giura in suo nome).
OSUN-Osogbo sacred grove FESTIVAL
L’Osun Osogbo (oppure Oshun-Oshogbo) festival, che cade nel mese di agosto (l’ultimo venerdì), è dedicato a un personaggio-divinità molto poliedrico e molto amato dalle popolazioni locali: Osun, dea del fiume, regina e prima fondatrice di Osogbo, eroina dalle molte vicende straordinarie (che avrebbero stabilizzato lo Stato di Osogbo) e figura leggendaria. La leggenda, infatti, narra che ella dimorava in un luogo bellissimo, possedeva poteri magici (che aiutavano la sua gente e spaventavano i nemici), elargiva il dono della maternità alle donne sterili e guariva gli ammalati con l’acqua ‘virtuosa’ del suo fiume. Osun, che era una delle mogli di Shango, è, da tempo immemorabile, ritenuta dea della fertilità, della protezione e della benedizione ed è adorata nei territori yoruba e specialmente in quelli bagnati dal fiume Osun. I suoi santuari più importanti sono in Oshogbo (o Osogbo, che deriva da Oso Igbo, spirito della foresta). Molti sono i sacerdoti di questa divinità e quello principale, in occasione del festival, celebra molti riti e rituali attorno al palazzo-tempio principale della dea. Io la definirei la dea ecologica, perché, in suo onore (e nella speranza di dare rifugio alla sua magica e benevola presenza) i villaggi circondati da aree brulle creavano (e sarebbe bello se ancora lo facessero) più boschetti possibili fuori dall’abitato.
La ‘struttura’ portante del cerimoniale del festival di Osun è la seguente: accensione di sedici lampade che dovranno bruciare per tutta la notte, illuminando le danze (accompagnate dal ritmo frenetico dei tamburi) e i canti numerosi (dedicati alla dea dalla collettività e da singoli devoti e, specialmente, da donne che le chiedono la fertilità). Le celebrazioni terminano, come sempre, attorno al palazzo dell’Oba e immergono la città in una sorta di carnevale, ma il cuore della celebrazione era/è/resterà quella ‘galleria’ spettacolare a cielo aperto fatta di sculture yoruba rarissime e incredibili dell’Osun sacred grove, tra le quali la presenza della dea pare ancora aggirarsi. Quel luogo, uno dei più suggestivi del mondo, è impregnato di arte divinatoria e di cosmologia antica (in cui le etnie yoruba nigeriane riconoscono le loro radici e cercano il filo di Arianna che possa legarli a chi li governa dallo Stato locale e federale senza staccarli dal cordone ombelicale della dea Osun).
Gli antichi Yoruba usavano creare sculture belle e uniche come quelle del Sacred Grove in ognuno dei loro siti stanziali, ma, ahimè, nei giorni nostri (irrispettosi delle radici etniche-antropologiche-mistiche o storiche che siano) quello rimane il solo esempio di un fenomeno straordinario (che è patria di arte e di bellezza).
 La magia del luogo e delle sculture dalle forme eleganti, movimentate, sinuose, quasi eteree delle creazioni-presenze-monumenti ha indotto la famosa artista austriaca Suzanne Wenger a dedicare la sua vita a quel luogo (portando alla luce molte opere, facendosi nigeriana e Yoruba–il cui nome Yoruba è Aduuni Olorisha- la favorita degli Orisha- divenendo alta sacerdotessa e riuscendo a far riconoscere il Sacred Grove come Unesco World Heritage nel 2005), per più di 30 anni e fino al giorno della sua morte (avvenuta nel Gennaio 2009). La sua presenza ha fatto rivivere l’Osun Festival e la forza dell’arte (che ha ‘partorito’ il movimento dei New Sacred Artists). Il Sacred Grove di Osun, ora, torna a vivere; le sue sculture non sono più come scheletri-dinosauri nel loro cimitero (che notizia confortente e bella…). Speriamo soltanto che la scomparsa di Suzanne Wenger (la Nera bianca che è stata più africana di qualsiasi Africano, che ha amato la terra d’Africa e quel lembo di essa, nel quale ha dissotterrato, ripulito, ‘partorito’ le forme più impensabili dell’arte yoruba, le tipologie più svariate di divinità buone e malvage) non crei il vuoto attorno ai New Sacred Artists e che non li induca ad abbandonare il Sacred Grove al suo destino; speriamo, altresì, che il riconoscimento del Sacred Grove come patrimonio dell’umanità impedisca ai fondi unesco di perire miseramente nei labirinti della miseria (e della corruzione senza argini).
Benin Festival
Questo Festival è una celebrazione squisitamente bucolica, un esempio fiabesco di come le mappe primitive della vita umana (e dei suoi appassionanti risvolti sentimentali) siano inestricabilmente intrecciate con quelle delle tappe rurali obbligate (e incontrovertibilmente legate alle stagioni).
Il Benin Festival ha luogo alla fine della stagione delle piogge e dopo il raccolto, come una harvest celebration, appunto, ma si snoda su binari sociali fatti di allegria, di allusioni e delle gioiose atmosfere imparentate con i ‘panegirici’ pre-fidanzamento/pre-rito nuziale. È un evento atteso e straordinario, che avviene con cadenza quadriennale ed è, perciò, l’occasione sine qua non per chi cerca moglie/marito, ma è una chance destinata soltanto ai più ricchi, perché i poveri, pur facendo parte dell’atmosfera gioiosa, non hanno la possibilità di far partecipare i figli (e specialmente le figlie) alla cerimonia della formazione delle coppie (non potendo permettersi di comprare gli ornamenti del caso). Ragazzi e ragazze in età da marito vengono messi in mostra gli uni di fronte alle altre, per fare la conoscenza rituale. Le ragazze, nelle antiche edizioni di detto festival, avevano le braccia e le gambe completamente ricoperte di ornamenti così pesanti che, per reggerli, tenevano le braccia in alto e le mani appoggiate alla testa e avevano il capo ricoperto di una miriade di perline di corallo e di intricate treccine. Maschi e femmine hanno il corpo dipinto e i ragazzi mostrano la loro forza nel tiro alla fune. Anticamente i giovani in età da marito venivano esposti in completa nudità; nei tempi attuali essi sono vestiti (per accontentare la tendenza a storcere il naso di fronte alle nudità, creata dalla nuove interferenze culturali), ma la distanza tra chi è più ricco e chi è più povero non si è accorciata (perché anche i ‘costumi’ costano).
ONITSHA IVORY Festivals
Le radici remote degli Onitsha Ivories- L’antica società Ibo era dedita all’agricoltura e viveva di stenti, sudando nei campi e studiando il cielo, come i rain birds, per carpirne i tragitti-pioggia più o meno imminenti o remoti. Era difficile che un Ibo diventasse ricco; erano rari coloro che vi riuscivano. Il potere, in realtà, per un Ibo, consisteva nell’essere in grado di mantenersi, con la famiglia. Ciò chiarisce molte cose e spiega come mai, in tempi più recenti, il benessere sia diventato uno status di vitale importanza (da esibire) per i Nigeriani di estrazione Ibo. Molte delle tradizioni Ibo stanno morendo, risucchiate dalla corsa al nuovo e al benessere, ma la tradizione dei festival Onitsha Ivories si rafforza, poiché è legata al possesso e al commercio dell’avorio.
Gli Onitsha Ivories oggi- Ognuno dei festival che vanno sotto questo nome ha come protagoniste le donne in costume, ma soltanto le donne con il titolo di ivory claimers, cioè quelle in grado di proclamarsi in possesso di ricchezza notevole (in grado, in sostanza, di ‘reperire’ avorio e corallo sufficienti a ‘mettersi in costume’). Le donne che possono comprare l’avorio e il corallo con cui agghindarsi sono, generalmente, le mogli degli uomini (commercianti) ricchi o sono, esse stesse, commercianti abili negli affari. Ogni donna che aspiri a un Onitsha Ivory deve possedere due enormi (che pesino fino a 25 chili) pezzi-ornamenti di avorio (uno per ogni gamba), due larghi e imponenti bracciali (sempre di avorio) per i polsi e gioielli d’oro e di corallo (del valore di milioni di dollari).
Le celebrazioni- La donna Ivory Claimer deve, poi, organizzare (e finanziare) una festa (e invitare praticamente tutta la comunità); durante tale festa uno dei ‘sacerdoti’ tribali designati all’incombenza si esibisce in una cerimonia purificatrice del completo ‘assetto’ delle ricchezze sopradescritte, soltanto se la padrona della festa è in grado anche di indossare una tunica bianca tutta ricamata (anch’essa comprata a prezzi altissimi) e di portare in mano una tromba di avorio e una bacchetta a coda di cavallo. Le Ivory Claimers non rischierebbero mai di diventare lo zimbello del villaggio di appartenenza e invitano la comunità ad assistere al cerimoniale soltanto quando sono in regola con tutte le clausole prescritte. Ricevono, allora, tra il giubilo generale, il titolo di OZO (Oh-zo), si pavoneggiano senza ritegno tra amici, parenti e conoscenti e si sentono realizzate e ‘arrivate’ nella vita. L’occasione diviene ricca nota di costume ed è per gli occhi una festa, poiché ogni organizzatrice dell’Onitsha Ivory festival del momento viene acclamata da tutta la gente del villaggio e circondata dalle donne del suo stesso ‘rango’ (stesso titolo), che rendono principesca l’occasione con il loro abbigliamento multimilionario.
Anche gli uomini possono farsi assegnare il titolo di Ozo.
Other festivals
Infinite sono le etnie nigeriane(6) e, perciò, infinite sono anche le celebrazioni rituali legate a tradizioni scomparse o a tradizioni ancora vigenti. Cambiano tra Stato e Stato e, ancor di più cambiano tra Nord E Sud; neppure quelle legate alla terra e alla stagione del raccolto coincidono né si assomigliano, poiché le tradizioni alimentari delle popolazioni del Sud differiscono completamente da quelle delle popolazioni del Nord. Il Sud ha per il grande tubero chiamato igname la riverenza senza limiti che i popoli occidentali del passato hanno sempre avuto per il pane e il Nord ce l’ha per il mais e per la sua farina. Il Nord ha un retaggio di ‘riverenza’ per il raccolto del cotone e delle arachidi e il Sud pensa allo gnam come a qualcosa di sacro e vorrebbe poter compiere magie per per produrre noci di cocco grandi come angurie (e, spesso, qualcuno, nei villaggi più arretrati, si macchia di crimini orrendi, sacrificando esseri umani a tale scopo). Le comunità del Nord e quelle del Sud, perciò, celebrano festival totalmente diversi tra loro: alcuni villaggi del Nord celebrano festival simili alle feste della mietitura e del raccolto in senso lato; quelli del Sud celebrano il festival del nuovo gnam (quando i primi tuberi sono grossi abbastanza da poter essere consumati).
Le tribù del delta del Niger celebrano tre festival importanti (Ikwerre/ Kalabari/ Okrika) per festeggiare-evocare-.placare gli spiriti dell’acqua della regione. Coloro che si mettono in maschera per l’occasione indossano copricapo incisi e decorati a forma di pesci o di uccelli acquatici. Ogni festival ha inizio con le attese ‘rivelazioni’ dell’arte divinatoria praticata dal sacerdote della divinità in questione; prosegue con i sacrifici rituali e con i canti e i balli che descrivono gli aspetti della divinità. Il centro del festival è un uomo mascherato da divinità.
Conclusione
Ho descritto soltanto alcuni dei ‘festival’ nigeriani più noti, ma ne esistono molti altri che meriterebbero attenzione (e, ne sono sicura, moltissimi di cui si ignora l’esistenza).
La Nigeria, nell’inconscio collettivo mondiale, non è altro che una nazione africana come tante. Chiunque la conosca per sentito dire o per poche nozioni geografiche, non la distingue dal resto dell’Africa più di tanto e ne confonde i ‘profili’. Non c’è da meravigliarsene, poiché persino chi vi passa buona parte della sua vita fatica a orientarsi nel macroscopico mondo culturale sfaccettato e stratificato che la compone. Gli stessi Nigeriani conoscono a malapena le ricorrenze-festività delle innumerevoli località (e delle infinite etnie, sparse nella vastità del territorio federale come stelle sconosciute di una galassia immisurabile), poiché la Nigeria, per la sua ‘sistemazione’ territoriale, per così dire, è un caleidoscopio immenso di realtà culturali (dovute alle identità etnico-tribali senza fine e all’universo, praticamente inesplorabile, delle credenze-pratiche-rituali-filosofie di vita) numerose come gli antenati delle popolazioni attuali. Credo che nessuna nazione al mondo possa vantare un numero di tradizioni-rituali-celebrazioni-manifestazioni (‘festival’) grande come quello della Nigeria (e, se mi è permesso osare, credo che ogni popolazione dei vari Stati federali e persino dei vari grandi villaggi conservi per sé tradizioni segrete che, per nulla al mondo, mostrerebbe ‘oltreconfine’). Il numero delle ‘celebrazioni’-tradizioni molto famose (ed estremamente popolari all’interno degli Stati di riferimento/ dello Stato federale e persino a livello mondiale) è, comunque, oggettivamente notevole.
La complessità colorata/ grandiosa/ affascinante/ intrigante/ seducente/ misteriosa di tutta l’Africa (con le implicazioni-cultura tribali di legami mistici e preistorici e con il senso del divino e il timore di manifestazioni-fenomeni-elementi della natura/della vita e della morte) entra nei ‘festival’ nigeriani (e disegna gli affreschi strabilianti unici al mondo di ognuna delle loro inquadrature mozzafiato e degl’innumereveli rituali legati alla variegata ricchezza di retaggi-passaggi-sovrapposizioni-fusioni-culture). L’occhio ‘turistico’ non è destinato a cogliere la valenza poliedrica della manifestazione visiva-visibile di quelle che appaiono come tradizioni ‘riesumate’ dalla massificazione del bisogno di appartenenza e che sono, in realtà, espressione-calendario di un mondo socio-culturale-ideologico ancora perfettamente coincidente con la cadenza-respiro del polso etnico localmente e federalmente collettivo (a dispetto di tutte le interferenze-invasioni- forzature/modernità-globalizzazioni pericolosamente omologanti). La ‘facciata’, che può bastare al turista e può soddisfare anche il globetrotter occidentale più convinto e ‘spericolato’, offre vari appuntamenti (come raggiungerli è sfida privata). Ecco una ‘tipologia’ della descrizione e dei tempi degli eventi-festival ‘calendarizzati’in Nigeria:

 

Iko Okochi Afikpo

Dance, Music

November-December

Ebonyi

Kwagh-hir puppet theatre

Drama

November

Benue

 National festival of arts and culture- nafes

Dance, Drama, Music

September

Benue

Ila Oso Uzuakoli

Dance, Music

December

Abia

Abuja Carnival

Dance, Music

November

FCT

This Day Music Festival

Music

July-October

World Festival of Yoruba Arts and Culture

Dance

November

Lagos

Muson Festival

Music

October

Lagos International Jazz Festival

Music

March

Osun-Osogbo Sacred Grove Festival

Dance

August

Osun

Kagoro Festival

Dance, Music

January

Kaduna

 

La presente tabella è una prova di come non sia possibile ‘incasellare’ la grandezza delle tradizioni (senza ridurre/snaturare la valenza a più letture della cultura cui si fa riferimento -con parole sempre e comunque inadeguate). Un ‘festival’ africano è la ‘drammatizzazione’ periodica di ciò che il popolo in questione ha ereditato (in una trasmissione secolare e/o millenaria) sotto forma di percezioni-suoni-immagini-esperienze (sapori-odori) e che, attraverso fiumi di generazioni, ha metabolizzato e trasformato in sentire-sentimenti-pensieri-‘nozioni’-comportamenti. Ogni singola celebrazione ha un’importanza talmente vasta che necessita di operazioni-recupero a livelli innumerevoli (di disponibilità-studio-approfondimento) e che riceve offesa da qualsiasi programma o timetable di natura riduttiva (in cui tutte le implicazioni culturali-storiche-etniche-filosofiche-etnologiche-ambientali-ideologiche degli eventi menzionati vengono banalizzate da parole come ‘danza’ e ‘musica’ che sono ben lontane dal contenere la risultanza mastodontica del significato complessivo dell’avvenimento). I rituali di un ‘festival’ erano (in tempi ancestrali) riti mondatori/ divinatori/ propiziatori e tali sono ancora (a dispetto di tutta la prosopopea dell’uomo che pretende di trasferirsi nello spazio). La ‘musica’ e la ‘danza’ (che vi si possono ‘ammirare’) fanno parte di una simbologia tanto ampia da non poter essere ‘inscatolata’ in parole-tabelle-etichette prêt-à-porter ; le ‘mascherate descritte come ‘danze’, nelle tabelle ‘sfornate’ per i turisti, sono, in realtà, ben altra cosa (come definire ‘danza’ e ‘musica’ il ‘girovagare’ ritmato di una maschera che porta sul capo la divinità lignea dei suoi antenati, dopo averla rubata al nascondimento geloso di un intero anno, e che espone durante il ‘festival’ del caso, per farle fare il percorso previsto dalla tradizione e farle eseguire le ‘operazioni’ mondatrici/ benedicenti che il villaggio ha atteso per un anno intero o per più tempo?).
I ‘festival’ nigeriani, in particolare, e quelli africani, in generale, sono una cosa interessante da vedere, ma sono, soprattutto, un evento di inestimabile valore antropologico; non possono essere sottovalutati, né copiati, né scimmiottati.
Chiunque si picchi di mettere in scena, nel mondo, eventi di ‘cultura’ africana (che con le tradizioni infinitamente sfaccettate e complesse dei vari paesi di appartenenza non spartiscono neppure la più lontana finzione) sono degli illusi o, peggio, sono users e sciacalli (che, senza farsi troppi scrupoli, cercano di lucrare sugli ultimi della terra). Di questo genere mi pare il Kwanzaa che si organizza in America, ove, alla faccia delle infinite ‘vere’ tradizioni genuinamente africane, si ‘costruisce’ a tavolino il disegno sfacciato di una ‘tradizione’ finta (una in più/una nuova- come se l’Africa non ne avesse di sue o non ne avesse abbastanza- e, per di più, una a scopo di lucro), di cui né l’Africa vera né gli Africani lontani dall’Africa hanno bisogno.

NOTE-approfondimento
(1)-La Nigeria- È ritenuta, nei giorni nostri, Stato leader tra quelli africani, ma, in realtà, non ce la fa a scrollarsi di dosso l’abito di stato Cenerentola, per mancate oculatezze-gestione del ricco sottosuolo (e dei giacimenti di petrolio). Gli anni '70 (con il costo del petrolio alle stelle) avevano fatto balenare la possibilità che la Nigeria diventasse un esempio trainante di prosperità e di democrazia in Africa, ma tale possibilità restò un miraggio, poiché la classe politica giocò male le sue carte (affossata dalla corruzione e dagl’interessi di parte). Il breve momento di gloria affogò in guerre civili sanguinose, massacri, abusi contro i diritti umani e orribili carestie, che l’hanno riempita di criminalità, disoccupazione e sovrappopolazione e ne hanno fatto un paese che passa da un presidente all’altro, sognando e cercando fortemente la stabilità. Credo che a tenere insieme la marea di Stati nigeriani sia il collante pieno di fascino delle lotte e degli stenti profusi nella realizzazione dell’unificazione (in una pacifica repubblica unica). La Nigeria (nell’Africa Occidentale) confina con Benin (ovest)- Ciad e Camerun (est)- Niger (nord)- Glofo di Guinea (sud). Le sue principali città sono Abuja (capitale)- Lagos - Abeokuta- Ibadan- Port Harcourt- Kano- Kaduna- Jos- Benin City. La Nigeria settentrionale è stata dominata (per oltre 600 anni) dall’Impero di Kanem Bornu (nelle vicinanze del lago Chad), che si è arricchito con il commercio tra il Nord e il Sud (ovvero tra i Berberi del Nord Africa e le popolazioni delle foreste). Gli Stati hausa (XVIII secolo), e, soprattutto, le città hausa erano sotto il controllo dei Fulani (non del tutto islamizzati). Un Fulano islamizzatissimo (Usuman Dan Fodio) si levò contro i costumi hausa corrotti, ebbe largo seguito e (1804) fondò un Stato unico (hausa), che, in sua morte, fu diviso tra fratello e figlio (la parte occidentale ebbe come capitale Sokoto). La lingua Hausa, lì, è ancora la prima lingua (e si estende fino al Niger meridionale, dove gli Hausa sono la maggioranza). Oyo ( Sud-Ovest) e Benin (Sud-Est) crearono sistemi organizzativi politici complessi (XV, XVI e XVII secolo). I regni di Ife e Benin hanno prodotto arte straordinaria in avorio, legno, bronzo e ottone. Viaggiatori e commercianti Europei (XVII/ XIX secolo) fondarono città portuali (da cui gestire il traffico degli schiavi destinati alle Americhe). Fu soltanto nel XIX secolo che materie prime e prodotti finiti sostituirono il commercio degli schiavi. Il governo del Regno Unito fondò (1886) la Royal Niger Company e trasformò la Nigeria prima in un protettorato britannico (190), e poi in colonia (1914). Il forte nazionalismo nigeriano post-seconda guerra mondiale indusse i Britannici a dare alla colonia un assetto di autogoverno su basi federali. La completa indipendenza (1. 10. 1960), vedeva una Nigeria come federazione di tre regioni, basate su autogoverno sostanzialmente autonomo. Furono i colpi di Stato (due, ne 196l) a mettere la Nigeria nelle mani dei militari, che, con il secondo golpe, sostituirono i governi regionali con dodici governi statali, per accrescere i poteri federali. Il gruppo maggioritario della regione Est, quello Igbo, non stette al gioco e dichiarò l'indipendenza della Repubblica del Biafra (1967), con la conseguenza della guerra civile (e la conseguente sconfitta-1970). Murtala Ramat Muhammed, salito al potere con un colpo di Stato (1975), promise un rapido ritorno ad un governo civile del paese, ma fu ucciso in un colpo di Stato non riuscito. Gli successe il capo del suo staff, Olusegun Obasanjo, che fece fare una nuova costituzione (1977) e nuove elezioni (vinte da Shehu Shagari). Un colpo di stato istituì il Consiglio Militare Supremo come nuovo organo di governo (1983) e la Nigeria ricadde nelle grinfie dei militari. Le elezioni vennero annullate dal governo militare (1993) e il Generale Sani Abacha prese il potere, ma la sua morte improvvisa (1998) portò al comando Abdulsalami Abubakar (che divenne leader del CMS -attualmente: Consiglio Governante Provvisorio). Egli ridiede valore alla costituzione del 1979 e favorì nuove libere elezioni (1999)- le prime elezioni libere in 16 anni), che elessero come presidente federale Olusegun Obasnjo. Le turbolente elezioni del 2003 riconfermarono Obsanjo, ma (febbraio 2006) il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (Mend) cominciò a compiere attacchi alle organizzazioni petrolifere (con sequestri dei loro tecnici stranieri). Il nuovo presidente Umaru Yar’Adua (dello Stato di Katsina, mussulmano), emerso dalle elezioni del 21 aprile 2007.(definite "dei colossali brogli" dall’opposizione e viste in modo negativo anche da vari osservatori internazionali) ha dovuto affrontare (ad appena un anno dalla sua elezione) l’emergenza di una colossale strage nel Plateau (2008) e pare aver dimostrato un certo polso e sufficiente equità (anche se non si è spinto fino ad invalidare, come, forse, avrebbe dovuto fare, le elezioni locali ‘truccate’ che avevano scatenato quello spargimento immane di sangue-vedi Tellusfolio.it/ Moonisa: Notizie dal fronte nigeriano/ notizie dal fronte nigeriano post-bellico/altre notizie dal fronte nigeriano).
 (2)- La desertificazione, in Nigeria, causa la perdita annuale di 351.000 ettari di terre ‘buone’ per coltivazioni e pascoli, poiché il foraggio necessario a mantenere i 16 milioni di bovini e i 51 milioni di pecore e capre supera la sostenibilità dei pascoli. La desertificazione nasce da una cattiva gestione del territorio e da varie tipologie di un suo eccessivo sfruttamento che si trasformano in un malaugurato processo capace di convertire le terre produttive in terre aride, rimuovendo lo strato vegetale protettivo e lasciando il terreno esposto all’erosione delle intemperie.Vento (vedi le tempeste di polvere) e pioggia, nel primo ‘stadio’ della desertificazione, portano via le particelle più fini del terreno, poi attaccano quelle dello strato sabbioso (che le tempeste di sabbia trasformano in elemento ‘apolide’viaggiante). L’Africa e l’Asia, i due continenti che insieme comprendono 5 dei 6,7 miliardi di persone della popolazione mondiale, sono ‘affette’ dalla concentrazione massiccia di una desertificazione su larga scala. L’avanzamento del Sahara sta dando guerra senza quartiere alle popolazioni del Nord Africa, che non conoscono altra strategia che indietreggiare. Il Sahel, tra il deserto del Sahara e le foreste del sud, sta vivendo al limite delle sue possibilità (diviso tra coltivazioni e allevamenti). L’incremento ‘esplosivo’ di abitanti e di animali da pascolo, a ovest (Senegal/Mauritania e fino al Sudan) e a est (Etiopia e Somalia) sta trasformando le realtà bucoliche di un tempo in deserti. L’Iran è compresso dal deserto e l’Afghanistan è inseguito dal deserto del Registan. La desertificazione della Cina è, probabilmente, la più grave del mondo (e la sua terra emigra sotto forma di emergenza-polvere verso la Corea). Neppure il Sud-America è immune: Brasile e Messico vedono i loro deserti ingigantirsi. Pascolo, coltivazione e taglio degli alberi (con il beneplacito della crescita delle popolazioni e degli animali da pascolo) rafforzano di giorno in giorno la loro alleanza con la desertificazione. Le potenze mondiali, che non hanno tempo per occuparsene (ingolfate nella soluzione dei rate ‘produttivi’ –che non sono le giuste ‘medicine’ della malattia del pianeta e che, anzi, fanno parte delle cause della sua malattia), viaggiano nella direzione opposta, come sempre, a quella in cui si trova la priorità degli interventi in favore della sopravvivenza. Occorrono risvegli veri per le coscienze mondiali che hanno accesso alle stanze dei ‘bottoni’ del comando (e del condizionamento in favore della vita o del suo contrario).
(3)- L'Ègira (in arabo hijra, هجرة, emigrazione) è fuga e trasferimento, ma è anche, e soprattutto, rottura di vincoli tribali e prevenzione dei gravi rischi che i gruppi tribali seguaci di Maometto avrebbero corso nella penisola araba. Il profeta dell’Islam aveva organizzato una prima piccola egira verso l’Etiopia, nel 614, e, con essa aveva messo in salvo il manipolo di fedeli maggiormente a rischio di attacchi e di stragi da parte delle tribù animiste (e anche dei parenti) ostili alla nuova fede (con la quale il profeta della religione islamica aveva sottratto il luogo sacro della Pietra Nera alle tribù animiste -che vi adoravano ognuna le proprie divinità- e lo aveva dedicato al monoteismo). L'Egira con la lettera maiuscola, però, è quella con cui lo stesso Maometto si trasferì da Mecca (ove i suoi stessi concittadini gli erano ostili, perché egli, che aveva scelto il luogo come punto strategico della sua predicazione, era divenuto una minaccia per i loro interessi commerciali e per le loro religioni politeistiche) verso l’oasi di Yathrib (ove le tribù gli chiedevano di prendere il comando e di gestire i rapporti tra le varie tribù dell’oasi) che divenne poi Medina, da ‘citta del Profeta’ (in arabo Madīnat al-Nabī ). Maometto varò, lì, la famosa costituzione di Medina. Coloro che avevano seguito il Profeta a Medina furono definiti ‘coloro che hanno fatto l’Egira’ (in arabo muhājirūn). L’evento chiamato Egira rappresentò, di fatto, la nascita di quello che fu il cuore del primo Stato islamico mondiale e ciò è alla base della scelta (all’epoca del secondo califfo Umar Ibn al-Cattab) dell’anno in cui avvenne (622) come inizio del calendario islamico (l’anno 1 di questa era inizia con un Muharram che parte dal 16 Luglio 622, sebbene l’Egira si sia svolta dal 26 Safar (9 settembre) al 12 Rabi Al-Awwal (24 Settembre). Gli studi degli ‘addetti ai lavori’, che si riferiscono all’Egira con AH (Annus Hegirae) o con E, sottintendono questo tipo di calendario (e ne antepongono la data- separata da un trattino- a quella gregoriana).
(4)-Fatimidi- Dinastia mussulmana sciita che dominò, dal X al XII secolo, su gran parte dell’Africa settentrionale, della Siria e dell’Egitto -e il cui nome deriva da Fatima, figlia di Maometto e moglie del quarto califfo Alì, di cui i Fatimidi si reputavano discendenti.
(5)-IBADITI- Gli Ibaditi sono una setta eretica mussulmana. Hanno preso il nome da Ibadiyya, termine che identifica il ramo dei Kharigiri. Fu fondata da Abd Allah ibn Ibad al-Murri at Tamini (vissuto in Mesopotania tra VII e VIII secolo). Conquistarono l’Oman e fondarono, nell’Africa settentrionale vari piccoli Stati: quello dei Midrariti di Sigilmasa, tra il 722 e il 776; quello dei Rustamidi di Tahart, tra il 757 e il 924, e vari altri Stati minori. Vivono ancora in vari paesi islamici, come l’Algeria (Mzab), la Tunisia (Gerba), la Tripolitania (Gebel Nefusa), l’Oman e Zanzibar. Sono riconoscibili per i costumi molto rigidi e lo studio profondo e pieno di dedizione che dedicano al Corano.

(6)- Il Nord della Nigeria produce il 95% del cotone nigeriano, ma di esso l’80% proviene dagli Stati di Kaduna, Katsina, Bauchi, e Sokoto e il 15 % proviene dagli Stati di Kano, Borno, Plateau, e Niger. È sfumato nei secoli il primato di tale produzione (e delle ‘mitiche’ piramidi di balle di cotone) della leggendaria Kano antica.
(6)- Hausa e Fulani sono, in maggioranza, Mussulmani e vivono nel Nord. Gli Yoruba sono per metà Cristiani, per circa un quarto Mussulmani e per il resto Animisti e vivono nel Sud-Ovest. Gli Igbo sono principalmente cristiani (la maggior parte cattolici e il resto suddivisi tra le religioni Anglicana, Pentecostale ed Evangelica) e vivono in maggior parte nell’area Sud-orientale . Efik, Ibibio/ Annang e Ijaw (gruppo etnico al quarto posto, come numero) sono quasi tutti cristiani. Il Sud è occupato da etnie prevalentemente cristiane (ma anche da villaggi che ancora praticano il cannibalismo e i sacrifici umani, anche se internet non ne sa nulla e le autorità governative si guardano bene dal farne menzione- Vedi articolo: Moonisa- Notizie dal fronte nigeriano post-bellico-www.tellusfolio.it). Più di duecento sono le etnie nigeriane, ma Hausa/Fulani-Yoruba-Igbo (i big Three) sono state e sono le etnie determinanti nella politica e nei giochi di forza militari (nonché negli equilibri tensione/distensione tra i vari fermenti-appartenenze tribali dei vari clan-chiefdoms della nazione). L'allocazione delle risorse e il power-sharing sono sempre stati e sono il ‘pomo della discordia’ tra il Nord e il Sud di questa nazione (il cui ago della bilancia, da sempre, pende in favore del Nord mussulmano e che, in generale e in sostanza, fa torto all’emancipazione -produttiva e acculturata- del Sud cristiano). Proprio la diseguale allocazione delle risorse nei confronti delle ‘regioni’ a elevato livello di emancipazione culturale e imprenditoriale è stata la scintilla del più sanguinoso conflitto civile (ovvero fratricida) della Nigeria, nel 1967 (la guerra del Biafra e la sua secessione voluta dall’etnia Igbo). E, se non è zuppa è pan bagnato: accade la stessa cosa nel Delta del Niger, ove le rivendicazioni delle minoranze (del Sud) Ijaw/ Ilaje/ Urhobo/ Ogoni mettono di nuovo il dito nella piaga delle diseguaglianze localistiche ed etniche (facendo rivendicazioni anche violente contro la federazione e, in primis, contro le multinazionali petrolifere responsabili di sfruttamento di risorse senza ritorno ecologico e senza ridistribuzione del profitto). Sono Ijaw i gruppi che sequestrano i dipendenti delle raffinerie e, precisamente, sono giovani del Consiglio della Gioventù Ijaw (Ijaw Youth Council -IYC). Le altre etnie minoritarie (con qualche voce in capitolo) sono Nupe/ Tiv/ Kanuri (Nord); Igbirra, Idoma, Igala e Birom (Middle Belt).

Per chi vuole saperne di più
Fonti:
1-La nazione di riferimento; i suoi Stati; le sue tradizioni (dal vivo)
2-Bibliografia:
Modern world history- Norman Lowe-Macmillan press LTD- printed in Hong Kong
Enjoy Nigeria- Ian Nason- Spectrum Books LTD- Ibadan-Nigeria
The Sacred Groves of Oshogbo- Susanne Wenger- Verlag Für Wissenswertes- Korneuburg
L’Africa/Le religioni naturiste, ebraismo, cristianesimo e isalmismo in Africa-Ernst Damman-Jaka Book-MI
Made in West Africa- Christine Price-Studio Vista- USA
Letteratura dell’Africa Nera-Cristina Brambilla-Jaka Book-MI
Time Out- Insider’s Guide to Nigeria- Lexan Media Services- Lagos
Mito e letteratura nell’orizzonte culturale africano-Sei-TO
Travel Tourism- Showcasing Nigeria Digest- Vol. 1
Oltre la magia/ religioni e culture nel mondo africano-Jhon S.Mbiti-Sei-TO
Guardian News-Nigeria
Alessandro Bausani, Islam, Milano, Garzanti, 1980
Africa Nera/Mutamenti e continuità-C. Coquery-Sei Torino
Two centuries of African English- Lalage Bown- Heinemann- UK
Storia dell’Africa-Jhon Fage-Sei-TO
Alberto Ventura, "L'islām sunnita nel periodo classico (VII-XVI secolo)", Islam, Storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 1999
Brevissima relazione della distruzione dell’Africa-Bartolomé de las Casas-Emi-BO
Felix Maria Pareja, Islamologia, Roma, Orbis Catholicus, 1951

3-Sitografia:
africanfestivals.com
africangrandfestivals.com
nigeriatourism.net
vhc.unesco.org
citizenside.com
onlinenigeria.com
worldheritagesite.org
allAfrica.com
kadmusarts.com
triumphnewspapaer.Com
fas.usda.gov
lonely planet (digilander.it)
Whatsonwhen.com
Geocities.com
hbskwanzaashop.com
indipendenza energetica.it
it.encarta.msn.com
webalice.it
it.wikimobs.com
easyviaggio.com
centro-peirone.it
corano.it
it.wikipedia.org

 

scrivi un messaggio attualità
leggi messaggi

I sottostanti articoli di Bruna Spagnuolo sono leggibili su www.Tellusfolio.it

I rabdomanti della sventura e l'acqua- Prima parte
I rabdomanti della sventura e l'acqua- Seconda parte
I rabdomanti della sventura e l'acqua- Terza parte
Selezione della specie.
La valenza incredibile del nome Tellus.
La grande Cina (la 'mia'/ 1991)- 1- Ganzu
La grande Cina (la 'mia'/ 1991)- 2.Tongyuang, Xining e i templi
Sguardo ai Balcani e al fiume Ibar in Kosovo (1)
Uno sguardo ai Balcani/ Kosovo... (2)
Vita di serie B? No, grazie. Suicidio- omicidio- eutanasia (1)
Vita di serie B? No, grazie. Suicidio- omicidio- eutanasia (2)
Vita di serie B? No, grazie. Suicidio- omicidio- eutanasia (3)
Sudan: schiavismo/ corcifissioni/ orrori senza fine e... corte europea dei 'diritti dell'uomo' iconoclasta (1)
Sudan: schiavismo/ corcifissioni/ orrori senza fine e... corte europea dei 'diritti dell'uomo' iconoclasta (2)
I festival nigeriani: specchi di africanità dalle molte identità (1)
I festival nigeriani: specchi di africanità dalle molte identità (2)
I festival nigeriani: specchi di africanità dalle molte identità (3)
Cina, Olimpiadi e sangue... Il Tibet piange e il mondo che fa?
Il mondo? Un treno su binari senza prosecuzione
Barack Obama ovvero politico come esempio, politico come personaggio
La fine del mondo ad Haiti e nelle isole caraibiche
Banchettano gli sciacalli sulle spoglie dei vinti (1)/ (2)/ (3)
25 XI gioranta contro la violenza sulle donne
L'Afghanistan, i nostri caduti e le inevitabili 'cogitazioni'
"Mamma e papà" come fantasmi da cancellare
Si vis pacem para bellum 1
Si vis pacem para bellum 2
Si vis pacem para bellum pst-scriptum
La guerra dell'ambiente
La lungimiranza quasi chiaroveggenza di Tellusfolio su Barack Obama
Terremoto in Cina. Gocce piccole per speranze grandi.
Il frastuono della guerra giustizia gli echi del Vangelo
Dietro lo schermo della televisione (Mino reitano)
Il segreto dei grandi
Fiaccola olimpica in manette. Il Tibet piange 2
Sul rapporto parola-immagine in Tellusfolio
Il primo passo verso il crimine storico è la negazione della storia
Pistorius non correrà alle Olimpiadi
Birmania. Figli di nessuno del terzo millennio
Il protocollo di Kyoto
Samoa/ Indonesia/ Filippine/ Messina