MITICA E BELLA ITALIA
...

SUD, LETTERATURA, TEATRO

E...
DINTORNI
...

© by Bruna Spagnuolofoto e testi di Bruna Spagnuolo

targa martucci

LE RADICI DELL'ERBA
FOTO GALLERY
CON DIDASCALIA

 

L'11 giugno 2011 si è celebrata la nona edizione del premio Nicola Martucci-Città di Valenzano. Avevo almeno tre buoni motivi per andarci.

1) Sentivo che "l’eco commossa dei miei passi avrebbe avuto irragionevole suono  di ritorno, in quel luogo mai visitato prima (per le parentele protostoriche –illiriche (peucete) sepolte in ere in cui buona parte della mia scrittura ha inseguito le albe stupite dell'orma messapica (e delle sue varie spoglie-etnie disseminate nella protostoria tramandata).

 


2) Ero tra i finalisti e pensavo che, indipendentemente dal posto previsto per la mia opera edita Le radici dell’erba, la serata del premio mi avrebbe sedotto, per la parte importante che il teatro vi avrebbe giocato. Il teatro e la letteratura, in effetti, sono legati da un matrimonio inscindibile, anche perché l’attore e lo scrittore spesso coincidono e, quando non lo fanno, hanno in comune l’anima stessa del viaggio dell’arte. Il viaggio dello scrittore, del regista, dell’attore nell’arte (o vicevrsa) si annuncia attraverso la percezione, l’accoglienza e la metabolizzazione delle realtà letterarie, storiche e sociali sia simboliche e/o reali che passate e/o attuali. Si sviluppa attraverso la trasposizione di esse nella scrittura teatrale e  nella finzione scenica. Si afferma attraverso il trasferimento degli input- sensazioni- disagi- segni sociali e storici nella regia. Si estende attraverso il simbolico “invio” delle “messi” culturali alle menti in ascolto- oltre stage (ovvero attraverso la messa a dimora di semi-messaggi nel cuore umano). S’innalza attraverso la celebrazione dell’arte oltre la stessa arte (nell’ansia che si fa pensiero pensato- letto- recepito, testo imparato- interpretato- preso dentro di sé- digerito in inconsce personalità invisibili e inconsapevoli, interpretazione di personaggi altri-a volte alter ego, vita recitata come arte al di là dell’arte)”.

3)Sarei stata onorata di assistere all’apertura dell’estate valenzanese (dalla “finestra” del Premio Martucci-Città di Valenzano ideata dal regista Ninni Matera e organizzata dalla “Compagnia del Mulino”, che è un gruppo teatrale) e di conoscere coloro che profondono, ogni anno, da nove anni a questa parte, impegno e sacrifici senza fine in quella manifestazione composita destinata alla poesia, alla narrativa (edita e inedita) e al teatro e in altre iniziative volte a far rivivere il passato (rubando all'erosione del tempo identità essenziali del luogo e delle sue genti). Una delle iniziative cui mi riferisco è "La Notte dei Magi", perché, con il suo mercato/ la reggia di Erode/ i bivacchi/ le botteghe artigiane/ la grotta del Santo Bambino, non solo è una magia da capitalizzare, ma è un mezzo attraverso il quale si possono salvare abitudini inscindibili dal luogo e dai suoi abitanti. Allestire la finzione del mercato porta a usare e memorizzare oggetti (vecchi e nuovi) e a compiere gesti (antichi e attuali) che hanno legato e legano il mercato del luogo alla sua gente. Ripere tale allestimento porta a sperare che le identità legate al passato e al presente possano essere perpetuate e preservate dall'oblio definitivo (che porterebbe con sé i pensieri e i gesti delle genti morte e, altogether, le radici delle genti vive). I bivacchi, sia pure fittizi, portano, a coloro (grandi e piccini) che contribuiscono, con la loro presenza, a rendere possibile l'atmosfera diversa (che sa di passato) di quella notte, un sentore dei ricordi dei pastori, che i bivacchi li hanno vissuti davvero (in montagna, accanto alle greggi condotte all'alpeggio, d'estate/ "alla marina", nelle pianure benedette dal clima mite del mare, negl'inverni troppo gelidi sulle alture). Le botteghe artigiane rispolverano arti e mestieri che i giovani e i bambini hanno già saltato a piè pari (e che, in quella notte speciale, possono quanto meno intuire). La grotta del presepe non è da meno, perché assume, in ogni luogo e in ogni patria, le caratteristiche tipiche della vicenda evangelica inevitabilmente vestita di pennellate storiche ambientali. Un grazie mi viene spontaneo: grazie alla Compagnia del mulino e al regista Ninni Matera, per "La notte dei Magi". Sapere che la "mettono in scena" dà, in qualche modo, cieli più liberi e più ampi al mondo della cultura, alle saggezze antiche in esitnzione (e... alle ali dei miei pensieri). Grazie davvero.

 
VALENZANO TRA PASSATO, PRESENTE E... NATURA
 
Non ho avuto tempi morti, tra l'arrivo, la serata della premiazione e la partenza. Quel luogo mi ha affascinato e, in qualche modo, accolto, con una irragionevole sensazione di deja vue annidata nell'inevitabile atmosfera di novità che mi accoglieva agli angoli delle strade. Il romanico, il neo gotico, il romanico pugliese di certa architettura, i marmi bianchi e rosati, i vicoli lastricati e nitidi come pavimenti da interni mi hanno "mesmerizzato" (qualcosa a metà tra l'incanto, il fascino e l'ipnosi).
 
 
 
 

Mi sono aggirata per le strade completamente da sola, sentendomi a casa in un luogo che vedevo per la prima volta. Ho intuito più che visto l'edificio nel quale si vende il pesce e lo si "vanta" a gran voce; ho intravisto la bancarella delle spezie e dei legumi e ho visto i nonni ai giardini con i nipotini. Ho sentito degli uomini discutere sul referendum, davanti al negozio Dolci Tentazioni, e sono stata tentata di intervenire, per spiegare al signore pro "NO" che sbagliava pensando di "risparmiare" con le centrali nucleari, 1° perché non avremmo comprato l'energia che compriamo, forse, ma avremmo sicuramente speso la stessa cifra per comprare l'uranio da bruciare nella continua alimentazione di ogni centrale, poiché l'Italia è sprovvista di uranio com'è sicuro che alla fine del giorno arriva la notte, 2° perché avremmo prodotto poca energia e un quantitativo immenso di scorie radioattive giornaliere che, ovunque stivate, sarebbero state un potenziale di morte massiccio, tutt'altro che a "risparmio" di vite e pronto a sterminarci tutti (anche perché ben undici centrali avrebbero prodotto scorie che il piccolo stivale, sia pure farcito fino al nucleo magmatico, non avrebbe potuto contenere). Avrei anche voluto domandare a quel signore dove avrebbe pensato di trovare i milioni e milioni e milioni di euro che sarebbero occorsi al salasso irrecuperabile della costruzione e dell'allestimento (e come avrebbe pensato di restituire l'eventuale marea di tale "prestito" insensato -non ripagabile per vari secoli a venire- in un'era che si sta facendo antesignana di crisi economiche sicure, recidive e crescenti, senza esclusione di futuro e di confini). Avrei poi voluto spiegare quanto cercherò di sintetizzare di seguito.
È tempo di addivenire a miti consigli e di fare scelte sostenibili (nonché "compatibili" con la sopravvivenza dell'essere umano e con quella dell'ambiente che gli fa da casa), per molti motivi.

1) Il "No" valeva un sì alle centrali di terza generazione (perché quelle erano state approvate), superate e da smantellare al più presto (anche perché stanno seminando morte planetaria, da Chernobyl, dove ancora hanno l'efferatezza disumana di far funzionare la centrale dal reattore fessurato, mai smantellato e responsabile di genocidio ieri come oggi, nell'omertà sovietica e mondiale/ da Fukushima, dove si misurerà il genocidio soltanto fra alcuni anni e dove hanno commesso un crimine dalle proporzioni incommensurabili contro l'umanità in generale, gettando in mare aperto radioattività liquida che è morte sicura e che causerà alterazioni genetiche a catena di ogni forma di vita/ da varie dislocazioni mondiali, dove le "fuoruscite" letali non si conoscono e non si denunciano e dove le scorie uccidono con gradualità tanto sicura e costante quanto devastante, invisibile e undergruond).

2) Esistono già centrali di quarta-di quinta e di sesta generazione (che non uccidono) e costruire quelle di terza (che dovranno essere smantellate quanto prima, nel mondo) sarebbe stato un gesto autodistruttivo inconsulto e inspiegabile.

3) L'umanità ha voltato pagina, con l'avvento della cellula fotovoltaica.

4) Esiste già la possibilità di costruire centrali troposferiche, che funzionano con il vento (che pescano nella troposfera: la patria perenne del vento) e che, perciò, possono sorgere anche nelle zone non ventose. Occupano lo stesso spazio di una centrale nucleare e possono fornire la stessa quantità di energia (senza uccidere nessuno, neppure gli uccellini, perché fatte di aquiloni).

5) Nessuno parla delle alternative che rispettano la vita umana, perché c'è in atto un vero e proprio complotto contro il genere umano (ritenuto in aumento e "bisognoso" di "sfrondatura" dalla quale sono esclusi i potenti). Le centrali troposferiche, come altre alternative pulite e sicure, non vengono neppure nominate anche perché avulse dai giochi mafiosi degl'intrallazzi politici mangioni.

6) La sfida del terzo millennio è la fusione e, dulcis in fundo, l'era del nucleare è un'era buia cui dobbiamo guardare come al Medioevo della civiltà umana o, anzi, come a qualcosa di peggio, perché il Medioevo, con tutto il suo oscurantismo vario, non si è mai macchiato di genocidio su tanto vasta scala/ non si è mai macchiato del genocidio planetario di milioni di esseri umani (perché milioni sono, nel mondo, coloro che muoiono di tumore, a causa delle esalazioni, delle radiazioni e degli effetti terribili connessi con il nucleare, senza neppure sapere in quale anno-quale luogo-quale occasione-per quanto tempo-per volere di chi e perché hanno toccato-respirato-ingerito i killer silenziosi delle infinite e imprevedibili vie del nucleare).

Io ho appuntato soltanto qualcuno, qua sopra, dei motivi contro il nucleare, ma vorrei che i destinatari di queste mie parole provassero a non dimenticare che le scorie radioattive delle centrali nucleari mondiali sono così tante da rappresentare un problema senza soluzione. Basti pensare che, per liberarsene, le nazioni "civili" (americane ed europee) le hanno persino trasformate in affari. Le hanno inserite nei proiettili e nelle testate dei missili e le hanno usate (e le usano ancora, anche se dicono di no) nelle guerre "umanitarie", scaricandole sulle genti inermi e ignare (pure grate della "liberazione" della loro terra di turno), che se le ritrovano nelle case bombardate e ricostruite e, perciò, nei salotti, nelle camere da letto, nei bagni, nel prato, nelle falde acquifere, nel cibo che mangiano e nell'acqua che bevono. Le hanno messe in mano ai giovani, che sono i vivai dei popoli e che gli Stati arruolano come promesse del futuro mondiale e poi hanno detto che le alterazioni genetiche e i tumori erano una "sindrome" militare. Ne hanno disseminato i bossoli lucenti che hanno attratto i giochi e poi hanno trasformato i bambini in mostri moribondi dalle pance come mutanti. Non credo siano esistite ere più buie di quella in cui l'essere umano riesce a macchiarsi di crimini così subdoli che non possono neppure essere definiti efferati senza essere sminuiti.

 
VALENZANO E IL centro storico, con i suoi scorci mozzafiato,
 
 
con il castello visto dalla facciata principale o dal retro dei vicoli chiusi come stanze dal soffitto aperto su balrumi incredibili di cielo,
 
 
con le sorprese inattese...
 
 
delle numerose chiese
 
 
 
e del cielo ingioiellato dalla torre campanaria bianca della chiesa di Santa Maria di San Luca (alta ben 70 metri e visibile anche dalle angolazioni che nascondono la chiesa di appartenenza, visibile nella foto sottostante).
 
  Questa è la meraviglia che volevo vedere e che nel mondo non ha eguali, il luogo dell'inizio della storia di Valenzano, il luogo dell'incontro tra arte-mito- bellezza e fantasia.
 
 

LE ORIGINI DI VALENZANO E DEL SUO NOME- Il passato lontano, che sfugge alla catalogazione scritta riconosciuta dalla “storia” propriamente detta, trova nella testimonianza di coloro che coltivavano l’arte della scrittura, nei tempi in cui la popolazione era massicciamente e in toto dedita all'agricoltura e alla pastorizia, un valido aiuto a riempire i vuoti della “memoria” che, strada facendo, ha omesso di passare i dati di padre in figlio e di nonno in nipote, li ha perduti tra le pieghe del tempo e non ha lasciato altro che spiragli di verità sepolti nelle evidenze glottologiche spesso difficili da decifrare. I fraticelli sparsi in tutto il meridione e i frati minori in particolare sono un vero e proprio dono del Signore, una fonte storica cui si può attingere con sicura fiducia, poiché, anche quando non erano “testimonianze scritte di prima mano”,  erano le "voci" genuine e umili, attendibili, veritiere e non inquinate da interessi di parte che, oltre a  dedicare la loro vita al duro lavoro costante, la dedicavano anche alla raccolta di dati  (legati agli eventi religiosi della vita di coloro che ruotavano attorno ai conventi e alle piccole chiese di riferimento e legati anche ai resoconti di eventi tramandati, sia pure in parte già imparentati con la leggenda).  La leggendarietà degli eventi contiene, quasi sempre, la storia vera, poiché tutto ciò che non ha avuto altra trasmissione che quella orale si è sempre, inevitabilmente, rivestito di alone leggendario. La leggenda, che riporta le origini dei luoghi e delle genti e che copre le epoche non registrate dalla storia, va “insignita” di storicità, poiché rientra nel “genere” privo di documenti scritti e affidato, sin dal tempo degli accadimenti, alla memoria, con tutte le accezioni leggendarie del caso. Padre Bonaventura da Lama deve, perciò, essere considerato una lampada accesa sul passato delle zone legate alle varie chiese del Meridione leggendario di cui egli ha scritto e, nello specifico, sulle origini della chiesa di Santa Maria di San Luca e di Valenzano.
Risulta, dalla Cronaca dei Minori Osservanti Riformati della Provincia di S. Nicolò (del 1723), dello storico francescano padre Bonaventura Da Lama, appunto, che "circa negli anni del Signore 845" un nobile Barese chiamato Valenziano o Valentiniano (le cui radici erano nell'antica Antiochia), per sfuggire alla tirannia dell’occupazione del territorio di Bari da parte dei Saraceni, si sia cercato un luogo isolato, pieno di pace, di aria buona e di terre fertili, abbia edificato una chiesa di campagna sulle rovine di un’antica cappella peuceta e vi abbia stabilito accanto la sua dimora fissa, dando, così, il via alla nascita del borgo che da lui avrebbe preso il nome (e che sarebbe divenuto la Valenzano odierna). Il francescano dice che il Fondatore di Valenzano "fu un Greco, perché in Bari in quel tempo tutti erano Greci" e che da Antiochia "portò seco quella Santa immagine di Maria sempre Vergine dipinta dall´evangelista S. Luca, e la collocò nella Chiesa Madrice".

La Cronaca di padre Bonaventura è un resoconto affidabile, chiaro e ben circostanziato, basato sulla raccolta di dati oggettivi testimoniali e ambientali. La teoria sull'origine del nome Valenzano, contenuta in detta Cronaca è perfettamente integrabile con le altre due teorie secondo cui il nome Valenzano deriverebbe dalla posizione del borgo antico in una campagna dall’aria buona “quia valet insanus” (come riporta padre Bonaventura) o dalla dicitura vallis sana (aggettivo inteso da tutti come “libera” e da me, invece, inteso come "intera", poiché sicuramente la gente del tempo avrà fatto riferimento al borgo come a un luogo fortunato che come territorio avava una valle sena senI/ sana sana, cioé tutta intera). Ipotizzo, di seguito, il percorso glottologico plausibile della teoria del nome riportata da padre Bonaventura. Il luogo fondato da Valenziano sarà stato oggetto di dialoghi come: -Dove stai andando?- Sto andando addov'a quello di Valenziano.- Il passare del tempo avrà causato un’abbreviazione, nella domanda e nella risposta, trasformandole entrambe nelle univoche “addove a quello di Valenziano?" "Sì, addove a quello di Valenziano!" L'uso reiterato, che tende sempre nel tempo ad abbreviare le frasi, avrà portato al seguente risultato: "addu a Valenziano?" "addu a Valenziano!". Il passare del tempo avrà portato al seguente passaggio: "add'a Valenziano?" "add'a Valenziano!" I tempi successivi avranno coniato un modo ancora più breve di interloquire, tra coloro che s'incontravano lungo tratturi e mulattiere: "a Valenziano?" "a Valenziano!". Era inevitabile che, con il tempo, la destinazione si sostituisse al percorso soppiantandolo totalmente ed estendendosi come nome ("Valenziano") al luogo cui l'oggetto delle traiettorie iniziali erano state legate. La “i” si è sicuramente persa nella pronuncia dialettale, consegnando ai Posteri il solo nome del fondatore leggermente modificato. La dicitura (anch'essa rinvenibile nella testimonianza di padre Bonaventura) della terra che giovava agl’infermi, con l’innesto del latino (“quia valet insanus”) sulle evoluzioni glottologiche vernacolari, sarà pervenuta, sicuramente, alle stesse conclusioni, passando presumibilmente attraverso que valenzanum/ chevalenzianum/Valinzianum e giungendo allo stesso risultato (valenzano) cui è giunta la frase vernacolare (addu a quello di Valenziano) suddetta. Lo stesso deve aver fatto il latino più dotto dell’espressione  “Vallis sana” che, carpito e storpiato dal vernacolo, sarà stato piegato e modificato (sicuramente in vallinzianum/valinzianum/valinziana/valinzana). La sostituzione vernacolare meridionale di tutte le vocali finali (singolari o plurali che siano) con la sesta vocale dal suono indefinito (che nel toscano mancava e che in altre lingue, in cui ha la I senza puntino come grafema, ha grande importanza), avrà fatto il resto, perdendo la memoria della "a" finale e facendo sì che la traduzione nel sopraggiunto toscano scegliesse indifferentemente e inconsapevolmente la "o" finale facendo coincidere il risultato finale (Valenzano) con quello delle altre due teorie. Mi sento di affermare che il nome Valenzano sia un raro esempio di confluenza di ramificazioni glottologiche poliedriche e una testimonianza di come la lingua (e quella vernacolare più che mai) sia una banca-dati imprevedibilmente ricca di input storici dall’immediatezza tanto impalpabile quanto, ahimè, disattesa e, quasi sempre, consegnata all’oblio senza ritorno.

 
 

La chiesa peuceta ricostruita da Valentiniano di Antiochia corrisponde, secondo le informazioni che ho raccolto, a quanto si vede nella foto soprastante e cioè alla parte vecchia che sorge accanto alla nuova chiesa di Santa Maria di San Luca. Guardandola penso ai vari rifacimenti inflitti nel tempo alla parte antica. Alcune fonti danno questa struttura come adibita a sacrestia, ma a me è parso di vedere l'andirivieni dei monaci provenire da locali più vicini agli altari della nuova chiesa. Questa costruzione, comunque, è come un personaggio commovente che mi tocca il cuore. Ha l'aria di una "entità" altera avvezza a essere ossequiata, a spiccare, come uno splendore, tra case di legno e di paglia, e a rappresentare, in un mondo fatto di miseria, calli, sudore e solidarietà, il tempio degli inni, delle implorazioni, dei canti e della speranza. Ha l'aria di una regina mortificata dall'indifferenza generale e dalla irrispettosa "negligenza" con cui i moderni esseri umani le hanno affiancato una nuova regina più giovane e più bella. Ha gli occhi chiusi, come un dinosauro stanco richiuso su folle di ricordi irriducibili e pungenti/ vestito di solitudine e ormai deciso a chiudersi alla vita, nel gesto del coraggio estremo che occorre per fronteggiare i temporali, che prima schiaffeggiano l'intonaco esteriore, poi vi penetrano dentro e, gradualmente, cominciano a insinuarsi, in modo sempre più minaccioso, nella parte più viva del muro... Giungeranno mani ossequiose a porre rimedio al declino e a restituire a questo gioiello storico il suo antico prestigio (facendone un diamante in rilievo tra le altre gemme della bella Valenzano)? Santa Maria di Loreto ha bisogno, forse, di cure più urgenti (ed è una meraviglia da salvare senza se e senza ma/ è un tesoro da non perdere), ma... Valenzano è nata qui; attorno a questo edificio (superbo per i tempi antichi) si sono strette le famiglie dei Valenzanesi; tra le sue pareti hanno celebrato battesimi, matrimoni e funerali. Questa costruzione è il vecchio "cuore" di Valenzano. Il cuore è sempre il cuore: per vecchio che sia va difeso e "curato".

   
 

La storia della chiesa di Santa Maria di San Luca è strettamente interconnessa con quella del tesoro che racchiude: l’icona dipinta da San Luca. La consapevolezza della presenza di tale antichità in quella chiesa è, per me, fonte di commozione ammirata e di un senso di gratitudine (verso le varie generazioni di quei Valenzanesi  che hanno saputo “ammansire”gli avvicendamenti di genti e di stratificazioni-restauri delle mura antiche e custodire fino ai giorni nostri l’Icona di San Luca). Ricchezze incalcolabili sono perite, all’insaputa dei legittimi eredi del futuro, nelle sovrapposizioni delle culture, nelle incursioni-invasioni e nel conseguente “sacco e fuoco” tanto amato dalle antiche peripezie epiche tramandate o sepolte nelle romanze dei menestrelli estinti o mai nati (e nel "sacco" puro e semplice di gestioni senza scrupoli, che hanno spogliato molte chiese di varie ricchezze, commettendo il crimine consapevole del latrocinio o quello inconsapevole dei rifacimenti-disastro "ammodernizzanti"). Ogni ricchezza sopravvissuta e giunta fino a noi è una luce accesa nel firmamento delle identità che ci corrispondono e che ci affratellano, dal vicino al lontano, pur nella diversità delle migrazioni-radici in viaggio dalla preistoria ai tempi biblici/ protostorici/ storici e contemporanei.  L’Icona di San Luca, "viva e vegeta" e sempre al suo posto, in Valenzano, rende tutti più ricchi, per gradi di appartenenza: Valenzano, la Puglia, l'Italia, l'Europa e il mondo. Chi legge penserà che io esageri, ma non è così, perché ogni opera d'arte presente in qualunque angolino sperduto di questo mondo ne nobilita la sua totalità, alla quale appartiene per diritto sancito dalla universalità dell'arte. Questa è la ragione per cui provo il bisogno di esprimere una incontenibile gratitudine verso i Valenzanesi antichi e moderni, che si sono stretti attorno a questa opera, difendendola e conservandola agli eredi legittimi comunali e regionalie e al mondo.

 
  La chiesa di Santa Maria di San Luca, pur dedicando un culto importante al santo di Padova (tanto che alcuni mi hanno indicato la chiesa come chiesa di S. Antonio), era, è e resta il tempio di quell'icona storica che le "vive" dentro come un cuore pulsante e che, sovrastando l'altare, pare ignorare tutti i tempi successivi alle sue vicissitudini (legate a quelle dell'intero borgo del passato).
 
    Padre Bonaventura da Lama fa riferimento anche alle antiche epopee senza quartiere del borgo dei tempi nebulosi ignoti al mondo. Distrutto a fine X secolo, a opera dei Saraceni, riesce ancora oggi a riempire di sgomento la mia immaginazione.  Chiunque abbia capacità immaginative, può sentire il cielo del tempo di riferimento riempirsi delle grida di disperazione della povera gente, del pianto e degli urli delle madri straziate per la sorte dei figli caduti nello scontro e portati via in catene o periti nel rogo, del frastuono generale misto al crepitare delle fiamme divoratrici di tutto ciò che i tronchi, i giunchi e gl’intrecci di paglia avevano trasformato in case calde d’inverno e fresche d’estate, in focolari  e in nidi di affetti. La percezione dell’impotenza disperata della povera gente ridotta in schiavitù e portata a lavorare in Sicilia non manca di lasciare spiragli in cui fa capolino l’immagine di una stirpe piegata ma non spezzata, che, pur nell’ora estrema dello scempio totale del borgo e dei suoi abitanti, sa inventarsi i sortilegi necessari a impedire che, insieme alla chiesa, totalmente rasa al suolo, perisca la preziosa icona di San Luca. La seconda distruzione di Valenzano richiama alla mente la tenacia con cui la gente dell’antico borgo aveva saputo tornare alla vita e far rinascere l’abitato dalle ceneri di quello distrutto, prima di venire attaccato selvaggiamente di nuovo, e incute rispetto per quella stirpe coraggiosa e forte (che, per la seconda volta, tra le fiamme e la distruzione generale, riesce a salvare la preziosa icona). Il grido guerriero saraceno tornò, verso la metà dell'XI secolo, a seminare terrore e distruzione tra i Valenzanesi antichi, che, sicuramente lo sintetizzarono in un unico nome: Apolofar, comandante delle feroci truppe saracene che il principe longobardo Siconolfo di Salerno assoldò per impadronirsi del ricco territorio di Bari. Quel nome dovette rimanere inciso nelle stesse carni della gente di Valenzano, che, per secoli, devono averlo mormorato facendosi il segno della croce. I bambini devono averlo stivato nell’inconscio, insieme ai cigolii più spaventosi delle notti di tempesta e di vento. Tutto ciò di cui il fraticello francescano ha lasciato traccia, lungi dal dover essere relegato nella leggenda, contiene le anamnesi remote di un presente che in quelle tracce può trovare i negativi della realtà sconosciuta da sviluppare.    
 
 
 
 
 
Ci sono meraviglie, nella chiesa di Santa Maria di San Luca, che, insieme ai molti tesori artistici che ingioiellano la nostra Italia a migliaia, andrebbero dichiarate patrimonio dell'umanità. Ho cercato di Carpirne, con l'obiettivo, quanto basta a testimoniare che quella piccolissima chiesa è un autentico splendore e che, dal nascondimento della sua posizione di chiesa annessa a un convento francescano sconosciuto al mondo, suggerisce paralleli con note e famosissime basiliche spettacolari.
 
NATURA E COLORI A VALENZANO
 
 
Immemori del tempo e delle stratificazioni di avventi-storia nuovi irriguardosi del passato e delle sue genti, i volti della natura viaggiano da stagione a stagione, con l'eleganza ignara delle malie che tali non sanno di essere... I passi del viandante trovano folle inusitate di pensieri e brusii di passato senza mistificazioni, oggi come ieri, come domani, in ogni angolo di campagna libero da condizionamenti-edilizia e da manomissioni umane.
 

LA NATURA VI S'INTRUFOLA, OGGI COME IERI (E SPERIAMO COME DOMANI) CON LE GLORIE SILENZIOSE E UMILI CON CUI IL CREATO ONORA IL SUO CREATORE.

 
 
 
NON HANNO BISOGNO DI PARTITE DARE-AVERE I MAGAZZINI DELLE BELLEZZE DI DIO. NEVICANO SENZA RISPARMIO ANCHE DOVE NON PARREBBE ESSERCI HUMUS-VITA PER LA GIOIA DEI COLORI. Dovremmo imparare da loro la generosità senza parole e la bellezza senza vanagloria da far radicare nei pensieri.
 
  NON C'è LIMITE AI VOLTI-DIVINA PROVVIDENZA DEL "PANE QUOTIDIANO" CHE DIO dà ALL'UOMO, COME SI VEDE NELLE DUE foto
SOPRASTANTI .
..
  I fiori coltivati svelano, a mio avviso, la parte più bella chiusa nei gusci ermetici che sono i corpi umani, perché attraverso i fiori l'uomo cerca e persino inventa il volto di Dio racchiuso nelle cose; ecco, qua sotto, alcuni dei fiori coltivati in Valenzano.
 
 
 
 
 
 
 
HO QUALCHE Rammarico:
   
 

1-

Non essere riuscita ad immortalare il volo della farfalla variopinta che, una volta atterrata sul marciapiede visibile nella foto soprastante, altro non sembra che una morta piccola foglia autunnale (nel mezzo della mattonella centrale).

 
2-Non aver visto la chiesa di Ognissanti (che ha avuto importanza di basilica) né del suo suggestivo monastero benedettino. Non ho scattato alcuna foto, perciò, a quella struttura dalla storia affascinante e me ne rammarcio molto. Quel convento e quella chiesa custodiscono ancora il ricordo dell'antica grande fiera di Ognissanti, che li circondava di movimento, di suoni e di vita. Ho l'impressione che, se mi recassi in quel luogo, troverei nell'aria ancora la nostalgia dei belati e dei muggiti degli armenti (adorni delle campanelle, “cioncianelle” e “zicarelle” che dovevano renderli più attraenti per gli acquirenti), del richiamo degli imbonitori impegnati in vere e proprie gare di attrazione dei compratori e dell'andirivieni di "cavalcature" (asini, muli e cavalli), che erano i mezzi di trasporto del tempo, di campagnoli giunti da ognidove, di giovani donne, che alla fiera speravano di essere notate da qualche buon partito che allietasse le loro case con onorate proposte di matrimonio, e di giovani uomini che speravano di individuare le fanciulle dalle trecce robuste e dagli occhi "pampanuti" e pudichi cui inviare il messaggero delle "ambasciate" relative alla richiesta della mano.
  3-Non aver visto neppure il mehir, che si trova tra Valenzano e ceglie.
 
RINGRAZIAMENTI
 
1) Non conosco i vari componenti della Compagnia del Mulino e il loro regista Ninni Matera; di loro ho visto soltanto la performance legata alla serata della premiazione 2011 (e alla mia fugace comparsa al suo interno). Non ho avuto il piacere di conoscere nessuno di loro, né di scambiare una benché minima frase di circostanza. Pensavo di farlo alla fine della manifestazione, ma i due amici che mi avevano accompagnato non potevano fare troppo tardi, avendo due bambini che li aspettavano a casa. Sono andata via con loro, perché, se fossi rimasta, non avrei avuto altro mezzo per raggiungere l'Hotel Federiciano, che è fuori dal centro abitato vero e proprio. Sono semplicemente sparita, senza salutare nessuno. Non sapevo, prima di questa occasione, dell'esistenza di queste persone e della loro presenza-lievito propositiva in quell'angolo di mondo italiano. Mi corre, qui e ora, l'obbligo di dire grazie agli attori della Compagnia del Mulino e al loro regista, che sono gl'involontari e ignari "responsabili" di questa mia "occhiata" a Valenzano.
 
2) Dire grazie ai Valenzanesi per aver conservato ai Posteri l'Icona dipinta da San Luca non basta. Voglio dire loro grazie anche per aver dedicato un monumento all'emigrante. Sono molte le città italiane che hanno eretto un simile monumento e verso tutte provo gratitudine, ma, qui e ora, è il turno di Valenzano. Voglio ringraziare questa città per aver saputo onorare i suoi emigranti. Non tutti hanno, forse, riflettuto su quanto sia giusto che un simile monumento esista e sul legame degli emigranti con la parola "eroi", ma io credo che i diseredati più umili del pianeta, quelli che hanno fatto un forfait di tutti i loro affetti più cari e li hanno investiti in un sogno tutto avvolto nelle nebbie più fitte mai esistite siano da considerare eroi della famiglia e del focolare, eroi degli affetti e dell'abnegazione e, dulcis in fundo, eroi del coraggio. Molti furono gli emigranti italiani che, tra l’ultimo Ottocento e il primo Novecento, tentarono la fortuna (e furono dei coraggiosi, se non addirittura dei temerari). Erano quasi tutti analfabeti e armati soltanto di determinazione e di disperazione. Si  lasciavano alle spalle le zappe, gli orticelli, le zolle e gli aratri di legno dal solo vomero di metallo e migravano, come rondini, dai nidi divenuti troppo piccoli, in cerca di nidi ancora assenti e difficili da individuare e/o costruire. Andavano incontro all'ignoto. Attraversavano marosi minacciosi, che, spesso, si richiudevano come anonime tombe terribili su coloro che, stroncati dalle malattie, morivano sulle navi (insieme al sogno di una vita migliore, alla speranza di far ritorno al paese e di rivedere i volti amati e... alla paura di sparire senza lasciare traccia di sé a chi li avrebbe attesi invano per tutta la vita sentendosi dimenticato e abbandonato). Il ricordo di questi antenati intrepidi e avventurosi ci appartiene e ci onora. Ostentarlo come un cippo della memoria e della storia è un dovere e io rendo onore a chi tale dovere ha innalzato come monumento-bandiera. Grazie, perciò, grazie a Valenzano e... grazie anche a coloro che non dimenticano che i "Migranti" di oggi hanno parentele non molto lontane con i nostri Emigranti del passato e che, da qualche parte, avranno anche loro chi delle loro gesta terrà conto nella loro storia futura.
 

BARI
(una TRA LE MIE molte IMPERDONABILI "LACUNE" italiane ECCELLENTI)

*Premessa: Chiedo venia per la qualità scadente delle foto. Non sapevo che mi avrebbero offerto un giro notturno della città di Bari e non avevo portato con me la macchina fotografica. Ho scattato, con il cellulare e in piena notte, tutte le foto sottostanti . Le inserisco in questa pagina non come documento fotografico ma come omaggio all'atmosfera onirica delle vedute by night (e uso la mancata chiarezza come sfocatura dell'identità degli estranei e dei minori). Alcune foto richiamano il colore sfocato del movimento nell'impressionismo pittorico. Lascio volutamente da parte le foto in cui i personaggi risultano del tutto nitidi e chiari.*

 
NON C'è luogo più ospitale del Sud dell'Italia e non c'è sua regione più ospitale della Puglia. Ho esperimentato di persona l'accoglienza unica e calda, il cibo ottimo, il luogo ameno a misura d'uomo (e di affetti indimenticabili).
 
 
Ho ricevuto in dono, dalla bambina dei miei carissimi amici, il disegno soprastante. Sottoposto ad effetti-filtro, dimostra come l'arte sia un fenomeno
 
 
che non conosce età e che è tutto da coltivare e da scoprire, come l'amicizia e come il mondo dell'amore universale del cui alito essenziale fa parte.
 
  Le vie della Bari notturna affollate e "conviviali" fanno bene al cuore e parlano di una società libera di vivere all'aperto e di godersi la sua città anche di notte, in una socialità amichevole e gioviale.
 
  Le piante esotiche e l'atmosfera che aleggia nell'aria parlano di dimensioni marinare a misura di parentele con altri viaggi in terre lontane (e con quelli legati ai voli pindarici della mente).
 
  IL PROFUMO DI CERTI ALBERI RIEMPIE LA NOTTE DELLA MALIA SENZA NOME DEI MISTERI DELLE INCURSIONI CHE HANNO VIAGGIATO DI MARE IN MARE, DI PORTO IN PORTO, DI TERRA IN TERRA, PORTANDO INVASIONI E DISTRUZIONE E... ANCHE POLLINI E FIORI DOLCI COME IL MIELE.
 
 

La nonna e la nipotina, in giro in piena notte, per mostrare Bari a me, che non avrei avuto altro tempo, sono una prova meravigliosa d'affetto che porto con me. La piccola artista afflitta dalla stanchezza non sa più in che direzione vuole tirare la nonna (e scioglie il mio cuore, che vorrebbe materializzare il vento di Morfeo, che le piccole membra della bambina invocano inconsapevolmente).

LE CHIESE E I "SALOTTI" DI BARI

 
 
  LA BASILICA DI SAN NICOLA è UNO SPETTACOLO MAGNIFICO, DA QUALUNQUE PROSPETTIVA. MI VERGONO DI NON AVERLA VISTA FINO AL PRESENTE, dato che è META DI PELLEGRINAGGIO MONDIALE (SPECIALMENTE DA PARTE DELLE COMUNITà ORTODOSSE).
 
  LE CHIESE SONO TANTE E SONO TUTTE DEI CAPOLAVORI
 
  I VICOLI DELLA CITTà ANTICA SONO pavimentati di marmo e sono così belli che viene voglia di arredarli come salotti principeschi d'eccezione. La meravigliosa nonna, che non smette mai di essere dolce e paziente con la nipotina, dice: "Anche gl'interni di queste case hanno la stessa pavimentazione ed è lustra e così bianca da lasciare chi entra incantato". Io mi accontento di vedere gli esterni e di immaginarli pieni di divani. Abiterà lì, d'ora in avanti, la mia voglia di lirismo e di poesia. Troverà lì il suo porto franco contro le incursioni corsare della mancanza assoluta di amicizia e di altruismo di questo mondo sempre più confuso e attratto da superficialità ed egoismo (volti al disastro "altrui" che, dietro l'angolo, è subito "nostro" di ritorno).
 
  I TEATRI DI BARI SONO TANTI E SONO BELLI, MA QUELLO SOPRASTANTE è "IL" TEATRO (QUELLO CHE LA GENTE AMA E CHIAMA "NOSTRO").
 
 

SUGGESTIVO E BELLO, IL CASTELLO "SVEVO", COME VIENE CHIAMATO IN LOCO, HA UNA STORIA ARCHITETTONICA TRAVAGLIATA (legata a quella dei vari proprietari). Risale, secondo molte fonti, al 1132 (e al re normanno Ruggero II), ma potrebbe avere origini più antiche perse nel tempo, perché già nelle Satire di Orazio (I,5, 96-97) e negli Annali di Tacito (XVI, 2, 7-9) compare un riferimento all'antica Barium e a un luogo fortificato che potrebbe coincidere sia con il kastròn bizantino (Corte del Catapano-Basilica di San Nicola) che con il castello. Fu distrutto, dietro richiesta dei Baresi medesimi, dal re Guglielmo il Malo, che rase al suolo la città intera e salvò soltanto qualche luogo di culto. Fu ricostruito e fortificato, nel 1233, per volere dell'imperatore Federico II (in onore del quale molti hotel odierni ancora si chiamano "Federiciano").L'epoca angioina lo sottopose a molti rifacimenti. Divenne proprietà di Ferdinando d'Aragona, che lo donò alla famiglia ducale degli Sforza. Fu allora che la linea estetica della rocca fu ampliata e addolcita, in vista del passaggio a una figlia degli Sforza, la regina di Polonia, Bona, che amò il castello di Bari, lo elesse a sua dimora e vi restò fino alla morte (1557). Il castello tornò, successivamente, ai reali di Napoli, che lo spogliarono del privilegio di magione nobiliare ambita e lo adibirono a prigione/ caserma.

Il castello, oggi, è circondato dal fossato su tre lati, tranne a Nord, dove un tempo c'era il mare. La cinta di difesa, con i grandi bastioni angolari a lancia, al di là del fossato sono di epoca aragonese. Il cortile ha baluardi cinquecenteschi e mastio svevo. Io ringrazio i miei amici che mi hanno regalato la vista notturna del castello e di tutte le bellezze della Bari che definire "vecchia" è quanto meno riduttivo. Questa Bari magnifica è antica, non vecchia, e comprende tesori che sono patrimonio dell'umanità al pari delle opere archiettoniche che l'UNESCO ha dichiarato tali (e che tali sono!) in Malta.

 
 

 

 
  La Bari by night (bella, con i suoi lidi sfocati, pieni di vita e pervasi, insieme, da atmosfera assonnata) è la cornice stupenda in cui racchiudo gli affetti sinceri che lì ho lasciato e che fanno, ora, della Puglia una terra anche mia (poiché dov'è il nostro cuore là è anche la nostra patria).