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Da Il Cittadino- 1 0ttobre 2011

INSIEME NEL MONDO

PREMIO SPECIALE "MARIO CECCARELLO"

 

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IL PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA
INSIEME NEL MONDO 2011

HA ASSEGNATO A BRUNA SPAGNUOLO
IL PREMIO SPECIALE

MARIO CECCARELLO

 

Nelle foto sopra, in fondo, Bruna Spagnuolo, al microfono, al momento della premiazione, ringrazia Insieme Nel Mondo, per le finalità che persegue, e dedica il suo premio alla libertà, che è l'anima della scrittura e degli scrittori, e a due persone che sono state private della libertà con la violenza e che sono ancora in pericolo di vita, nelle mani di Alqaeda (Franco Lamolinara e Chris Macmanus).

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Nelle foto soprastanti: l'attestato del premio e Bruna Spagnuolo, mentre torna a sedersi.

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Foto sopra: Bruna Spagnuolo, dopo la premiazione, tra il pubblico.

 

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La premiazione si è svolto a Savona

nella suggestiva cornice del convento dei Cappuccini, il 3 settembre 2011

convento tetto

 

convento pendio chiesa

Quel convento è una dimensione. Attende, nel silenzio austero (e immemore del brulichio umano) e accoglie ogni visitatore con la stessa imparziale indifferenza benevola e assorta. Salendo, ci si domanda dove sia la via S. Francesco, poiché è la via Dei Cappuccini che fa l'occhiolino a chi sale, gli addita la croce e il selciato che pare alla chiesa abbarbicato e poi abbraccia e scorta i passi lungo le mura del convento, fino al cancello laterale, all'interno e nel cuore vero e proprio del convento (fatto di angoli nascosti, ove la mano laboriosa e umile dei frati è onnipresente nella sua invisibilità palpabile, che compare sotto forma di fiore-amore davanti alla Madre Celeste e/o sotto mille altre spoglie-testimonianza dell'ora et labora secolare e instancabile.

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La collina del convento sovrasta Savona come una presenza insospettata e discreta; dal basso non la si percepisce affatto e la si scopre, quasi a sorpresa, come una mano tesa, come un invito all'ascesa, come un richiamo verso il cielo e verso Dio,

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quando, con gli occhi pieni dei bellissimi portici e dei tesori architettonici della città (che fa pensare un po' a Venezia/un po' a Firenze/un po' a Verona), si vaga a zonzo, si finisce fuori dalla fascia centrale e si scoprono le scalette reiterate (congegnate ad hoc, come "coincidenze" opportunamente concatenate con i vari "ritorni" della strada carrabile e dei vari tratti di una salita invitante e niente affatto scoraggiante seppure ardua).

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La prima discesa della collina è un esercizio proprorzionato alle montagne più facili da scalare che da ripercorrere all'inverso. Mette a dura prova gli arti inferiori e la determinazione di chi non è abituato alle maratone. La prima risalita sembra aver bisogno di coraggio più che di molta forza delle gambe. Le discese e le risalite successive sono come l'abitudine all'esercizio meditativo: migliorano con la pratica e danno un senso di pace e di benessere dalle stratificazioni consce-inconsce pluriramificate più o meno vicine ai confini insondabili della mente e dell'anima.

Il monastero corona l'ascesa (di chi ha la fortuna di esservi ospitato) come una meta di silenzi e di angoli-bellezza forieri di pace, per lo spirito, e di ricchezza-cultura,
per la mente.

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TORNANDO
DA SAVONA, BRUNA SPAGNUOLO HA dedicato a INSIEME NEL MONDO QUANTO SEGUE:

Insieme Nel Mondo   volto della Divina Provvidenza
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Bruna Spagnuolo
insi nel mondo chiesa filtro
Salda e sicura, la selce s’inerpica
 verso la chiesa del convento dei frati cappuccini,
in cima alla collina di Savona.
Solido e levigato ne è il respiro.
Alla Croce corre e dalla Croce parte,
insieme allo stormire immemore dei rami
(sporgenti come braccia sollevate al cielo)
 e al meditare assorto dei tronchi imbronciati e severi.
Non conosce erosioni,
non tremori – incertezze, superbia o ribellioni.
È,
semplicemente
(paga del seme di eternità che la compone).  
                                                                                                                     Bruna S.

 

Lingua, pane, speranza e letteratura
(alias: Insieme Nel Mondo tra i volti della Divina Provvidenza)
by Bruna Spagnuolo


C’è sempre un argine molto tenue tra il “momento” della narrazione vera e propria e quello del suo travaso nella lirica poetica e nel poema. Il poeta è, a tutti gli effetti, anche scrittore e lo scrittore è, quasi sempre, anche poeta. Poeti e/o scrittori si nasce? Sembrerebbe di sì, stando a ciò che il famoso Ovidio-1 diceva (piangendo, quando era ancora fanciullo e suo padre lo picchiava perché non perdesse tempo con la poesia: “Ma che ci posso fare se anche i lamenti mi vengono fuori in  versi”?), ma è certo che ogni “penna” segue un impulso tutto suo. Fatti salvi tutti i valori sine qua non della vita (e i sacrosanti evangelici dettami), la mia scrittura nasce dal desiderio di rubare al tempo ogni umile-piccola briciola possibile di identità umana globale (in senso etico-religioso, storico, etnologico, etnografico, geografico e soprattutto linguistico, perché la lingua è la memoria-madre delle genti e, insieme al pane, ne è vita). La difesa della lingua dallo sfacelo disgregante, snaturante e annichilente è parte della necessità di prevenire lo smarrimento e la perdita delle mappe, delle radici e delle origini di tutto ciò che identifica le popolazioni e le rende facce uniche, rare e insostituibili dell’immensamente ricco universo umano creato da Dio. La dignità linguistica è sempre a casa nel vernacolo arcaico di ogni località specifica e in ogni sua pluralistica realtà nazionale. Non lo è nella cosmesi snaturante delle interferenze consumistiche pubblicitarie (prive di legami con la vita reale della gente altrettanto reale, con la sua storia in divenire e con la sua terra) foriere dell’assoluto nulla omologante e di generazioni che, tagliando i ponti con gli antenati, non sapranno più chi sono né dove sono dirette. Non lo è là dove proprio alcuni ‘addetti ai lavori’, per carenza o per incuria, non solo non difendono la purezza della lingua, ma ne trasformano l’arricchimento in sfaldamento tanto devastante quanto inconsapevole. Ritengo 1) che la dignità linguistica sia il solo ‘contenitore’ possibile per la semantica e/o per il lirismo, per il valore sociale e per qualsiasi caratteristica di qualsiasi risultato-scrittura che possa definirsi ‘opera’, 2) che la purezza della lingua sia il ‘vestito’ irrinunciabile per le opere definibili ‘letterarie’. Non è inusuale (e, anzi, accade ogni giorno) che la lingua venga malversata e offesa/ che testi affetti da infantilismo letterario e da assoluta assenza di dignità grammaticale e sintattica assurgano al rango di  opere di successo/ che lo sfacelo linguistico incartato nella confezione di libro stampato riceva pure il battesimo di qualche pulpito letterario immemore della dissacrazione delle transitività transitivizzate, delle reggenze assenti e dei periodi pietosamente in bilico sui precipizi privi del fondo salvifico dei predicati di riferimento, della punteggiatura pinocchiesca disseminata alla rinfusa tra i sintagmi smarriti e i funzionali trasformati in capostipiti di periodi orfani delle corrispondenze dirette e secondarie di rito. Esistono (e non sono poche) le ‘opere’ dalle pagine farcite di strutture linguistiche simili a edifici senza fondamenta o a molluschi senza spina dorsale e fanno della lingua la pietosa parodia della creatura (viva, duttile come oro fuso, pulita come acqua di sorgente, armoniosa come musica, bella come la gamma variegata dei colori dell’iride, agile come la luce che s’intrufola nelle impervie asperità dell’anima del mondo) che dovrebbe essere.  La lingua pura negletta dalla massa piange in sordina, ma quella violata e assassinata proprio nei suoi templi (assurti a distributori di cerimoniali-viatico letterari propedeutici alla metamorfosi dello scrittore da underground in industriale) letteralmente muore. I mattatoi della lingua sono, in sostanza, proprio quelle sue entità che indossano l’abito che fa il monaco e che sotto l’abito (ma neanche tanto sotto, alla fin fine) serbano lacune pietose. Andersen colpisce nel segno ancora, con la sua fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore: molti sono i simbolici imperatori che se ne vanno in giro nudi, molti i sarti che cuciono i finti abiti della gloria vanesia e senza tessuto e molte le genuflessioni agli altari sbagliati. La locuzione latina in medio stat virtus è sempre valida, però: è necessario specificare che esistono organizzazioni e manifestazioni letterarie (con relativi letterati) dai vestiti di tutto rispetto (e al di sopra di ogni invisibilità-assenza).

Conservo, tra i miei ricordi ‘letterari’ più belli, alcuni eventi dal valore simbolico. Narro, qui, di seguito, quello che, forse, mi ha reso e mi rende più orgogliosa. Era il 1985, la Biblioteca Civica di Agrate Brianza aveva organizzato un recital poetico, a teatro, in mio onore. Un regista-attore del Teatro Piccolo di Milano aveva studiato una scenografia in cui gli attori recitavano, sulla scena illuminata da luci oniriche e cangianti, alcuni testi estratti dalla mia prima pubblicazione poetica (Interspazi-2 ) e dal mio primo libro di narrativa (Squarci di vita-3 ), aggirandosi e incrociandosi, come per scambiarsi il lirismo e i messaggi contenuti nei testi recitati, e recandosi, a turno, ad abbeverarsi a una fontana centrale dalla quale sgorgava una luce chiara e forte unidirezionale (visibile soltanto quando i volti e le mani degli attori vi si immergevano). Il libro, che era stato in vendita, all’ingresso del teatro, durante il recital, era reperibile nelle librerie e, comunque, consultabile nella biblioteca. L’evento straordinario non fu il recital. Fu una telefonata, che la bibliotecaria mi fece, poco tempo dopo: “Signora Spagnuolo, sono imbarazzata. Non so come dirlo, ma non abbiamo più il suo libro in Biblioteca. Ce lo hanno rubato”. La gentile signora era sinceramente imbarazzata. Non sapeva di farmi, con quella comunicazione, un regalo. Chi poteva rubare un libro acquistabile a sole 8.000 lire (4 E di oggi)? Soltanto chi lo desiderasse immensamente e non potesse permetterselo. Ero grata alla Biblioteca per quel recital e sarei stata grata, nel futuro, al Comune, che mi avrebbe dedicato un altro concerto poetico (in cui Alessandro Quasimodo avrebbe recitato le mie opere) e avrebbe sponsorizzato iniziative culturali da me proposte e finanziato il Gruppo Letterario da me fondato, ma ciò che provai per quel libro rubato fu qualcosa di diverso. Amai (come forse non amerò mai più nessuno dei miei lettori) quel mio lettore, ladro per amore dei miei versi poetici.
Un altro dei ricordi che conservo è legato alla presentazione della mia opera del 2005 (La nonna di Nassiriya/Come la tillandsia gli eroi). C’è sempre, alle presentazioni, qualcuno che cerca in ogni modo di affossare il libro di turno fingendo di lodarlo, per inconfessati meccanismi di ‘difesa del territorio’ o di altra natura. Il ‘qualcuno’ di quella presentazione osò l’affondo finale al momento delle interviste post-presentazione/ post- performance del regista-attore Corrado Accordino. Rivolse alla editrice-4 la seguente domanda: “Come mai avete scelto di pubblicare questa opera particolare che, per di più, osa sfoggiare un titolo con il nome Nassiriya in un periodo in cui tale nome è portatore di polemiche e di contrasti a livello sia nazionale che internazionale?” La dottoressa Nicolini, con il timbro basso e il tono pacato della sua voce, calamitò l’attenzione totale del teatro. Parlò in un silenzio assoluto: “Mio marito e io abbiamo lavorato come responsabili della grossa editoria (Feltrinelli/ Bompiani). Siamo diventati Editori Indipendenti, per non dover pubblicare ciò che si vende sacrificando ciò che ha valore letterario. Abbiamo scelto l’opera di ‘questa’ autrice particolare perché è pregevole e perché, nello sfacelo linguistico generale, brilla come un gioiello per la purezza della lingua”. Quelle parole giunsero a destinazione come un colpo di machete, ma non fu quella la ragione per cui le avrei ricordate: fu l’accenno alla purezza della lingua (alla quale sempre mi accosto con umiltà deferente e con infinita consapevolezza delle ‘deroghe’ sempre in agguato, specialmente nella distrazione e nella fretta).  
Il terzo ricordo, che qui narro, è relativo a un’occasione che mi ha sorpreso e mi ha fatto sentire in colpa (per aver sempre creduto che i risultati dei concorsi letterari fossero ‘pilotati’ e decisi ancor prima e a dispetto della lettura delle opere). Tale occasione è stata la vincita del Premio Città di Valenzano. Ritrovarmi prima classificata, con le Radici dell’erba, in Puglia, è stato il classico avvenimento totalmente imprevisto, ovvero out of the blue, per dirla all’inglese (non mi ero mai recata prima in quella regione/ vi sono giunta ‘forestiera’ e pari pari ne sono ripartita, portando con me il premio e il richiamo atavico delle protostoriche ‘parentele’ peucete del luogo). Mi piace pensare, però, che la giuria di quel Premio-5  abbia scelto il mio Le radici dell’erba come primo classificato (in una competizione che ha avuto cinquecento partecipanti, tra cui molti pugliesi e valenzanesi) anche per la lingua.
Il più recente dei miei ricordi belli è legato al Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo- 9° edizione. È un ricordo a più piani di lettura-emozioni, perché composito e frammentato in vari scomparti-esperienza avulsi dagli ‘ambienti’ letterari soliti. Comincerò con il dire che sentirmi chiamare, fuori concorso, e vedermi assegnare il Premio Speciale Mario Ceccarello, il 3 settembre 2011, mi ha, in primis, gettato in quella sorta di disorientamento momentaneo che somiglia quasi al panico dovuto agli eventi incontrollabilmente sorprendenti (e che avevo già esperimentato a Valenzano, dove, non sentendomi chiamare tra i nove finalisti -premiati, dal basso verso l’alto, prima del vincitore- e credendo fermamente di essere la undicesima finalista non premiata, per la prima volta, ho scoperto che le emozioni forti e inaspettate -anche gioiose- mi colpiscono come veri e propri malori). Tutto ciò dipende, probabilmente, dalla mia abitudine innata a sentirmi mentalmente a mio agio nelle posizioni più umili e meno in vista. Ricevere il Premio Speciale di Insieme Nel Mondo mi ha prima emozionato e poi reso orgogliosa: 1) perché non me lo aspettavo assolutamente, 2) perché non sapevo neppure dell’esistenza di un simile premio, 3) perché intitolare un premio letterario a Mario Ceccarello (decano dei poeti veneziani, morto quasi centenario soltanto tre anni fa/ poeta vernacolare, scrittore e pittore, per ironia della sorte definito “dilettante”) è (ora lo so) perfettamente in linea con la ‘materia’ di cui si compone la ‘struttura’ portante di Insieme nel Mondo (fatta di cuori sensibili a ciò che luce di luce autentica e di valore/ di occhi che ‘vedono’ e di orecchie che ‘sentono’, in questa era che ha bisogno più che mai del ritorno del Nazareno e della sua parola “effeta”, perché è, troppo spesso-troppo sempre, cieca e sorda all’indigenza, al dolore e alla deiezione degli ultimi della terra). Un premio letterario è soltanto un riconoscimento letterario, appunto. Un premio che si chiami Mario Ceccarello e che venga da Insieme nel Mondo è qualcosa di più, qualcosa di simbolicamente proiettato verso l’orizzonte più aperto e libero che ci sia: quello in cui la caratteristica “umana” fatta della scintilla di Dio lotta per emergere dall’appiattimento della vita consumistica, si fa lievito di amicizia e di speranza e presta piedi- mani- volti- parola alla Divina Provvidenza.
Questo nostro mondo contemporaneo, impegnato nella corsa frenetica alla tecnologia più sfrenata, dimentica di essere figlio di Dio e misconosce i suoi fratelli. Misconoscerebbe anche Cristo, perché, se Egli passasse davanti alle nostre porte, noi non lo riconosceremmo e le nostre vie fatte di cemento e di asfalto non conserverebbero neppure le orme dei suoi passi. Lo tratteremmo esattamente come trattiamo gli extracomunitari, i wo combrà e/o i barboni.  La cosa tragica è che ‘quelle’ persone sono precisamente Cristo/ sono loro il Cristo che bussa, se non alle nostre case, ai nostri cuori. Provo il bisogno di dire e di gridare: “Viva Insieme Nel Mondo e Viva il suo presidente, Guglielmo Giusti. Viva William, per le cose che fa, per tutti i passi che presta alla Divina Provvidenza e per il riflesso di essi che è riuscito a trasfondere nella premiazione letteraria (che ha raggiunto le  escoriazioni del mio animo come un balsamo lenitivo). Mi sono da sempre e per sempre sentita inutile sulla faccia di questa terra, perché, in tutta la mia vita, non ho potuto fare altro che passare accanto ai diseredati (fermi ai semafori, intirizziti o annientati dalla calura lungo le strade italiane/ sciamanti in branchi di bambini e di vecchi scalzi e cenciosi nelle varie latitudini mondiali), donando oboli o cibo che impediscono la loro morte ‘quel giorno’, ma che li lasciano esposti alla morte del domani. Non poter dire a nessuno dei miei fratelli in distress “Vieni, ho un posto per te alla mia tavola/ ho un lavoro e del cibo da offrirti/ ho un tetto per te e per i tuoi cari” è il dolore più grande della mia vita. Anni fa ho pensato di dare sollievo a quel tormento unendomi alla grande famiglia che va sotto il nome di C. L. Cercavo alleanze/ cercavo ‘fiumi’ in cui far confluire “il nulla e un poco che io posso dare”. Giunsi alla prima riunione dopo aver incontrato un giovane africano “randagio” che tremava di freddo e che passava come un fantasma invisibile tra gli andirivieni frettolosi e imbacuccati della tarda sera invernale. Ascoltai gli enunciati fatti di riferimenti evangelici e attesi che qualcuno stabilisse un legame tra quei riferimenti teorici e le ‘componenti’ sociali fatte di corpi di carne e di animi arruffati dal disagio e dal bisogno, ma nulla accadde. Sentii la mia voce uscire mio malgrado e quasi gridare: “… ma c’è un uomo, là fuori, che morirà di freddo questa notte, lo abbiamo visto tutti, non dovremmo occuparci di lui, anziché parlare di cose ‘buone’ che non salvano nessuno?” Qualcuno spese soltanto due parole e un gesto della mano, per spazzare via quella mia interruzione ‘inopportuna’ e per riportare tutti alla vecchia- serena- comoda ‘piega’ della riflessione meditata nella ‘pace’ della mente svuotata del ‘rumore materiale’.  Il problema era che in quel rumore materiale c’era quel fratello a rischio della vita e c’erano tanti altri fratelli che forse non sarebbero arrivati vivi alla primavera. Capii come doveva essersi sentita Madre Teresa, quando la voce del vecchio Indiano che diceva “Ho sete” le rimbombava nella mente a ripetizione, tormentandola. La voce che tuonava nella mia mente parlava in francese, perché era della Costa D’Avorio il giovane che avevo incontrato. Gli avevo domandato dove avrebbe dormito e aveva risposto che si sarebbe rifugiato nella cabina del telefono. Avevo guardato la sua statura altissima e statuaria e avevo sgranato gli occhi. Lui aveva detto: “È stretta e persino bassa, lo so, e non so nemmeno io come sia possibile che mi ci inscatoli per una notte intera, ma sono anche fortunato quando la trovo libera. Potrei congelare, senza quella cabina. Mi domando, quando penso alla mia terra: ‘Come faccio a condurre una vita così miserabile?’ ma… non ho scelta, lo faccio, lo faccio e basta”. “Je le fais… Je le fais…. Je le fais” era il mio “ho sete” e m’impediva di sfaccettare empiricamente l’opera che Dio voleva dalla mia anima. Uscii da quell’incontro con il cuore in subbuglio e cercai il giovane africano. Non lo trovai e sperai che avesse seguito il mio consiglio e si fosse recato al centro per i senza tetto fondato da Fratello Ettore o che almeno avesse usato il piccolo obolo che gli avevo dato per andare a dormire in una pensione, in attesa di farsi assistere da un centro cui gli avevo detto di recarsi il giorno dopo. Erano sicuramente validi e buoni gli incontri fatti di meditazione sugli scritti dell’anima bella che fu don Giussani, ma nulla facevano perché il disagio intatto non continuasse a fare a pezzi la pace del mio spirito, perciò li abbandonai. Non riuscivo a sentirmi umana in una comoda leibniziana monade protettiva volta verso il suo interno e non verso l’esterno. Chiamai i volontari di fratello Ettore, ogni volta che, per andare alla stazione FS o tornarne, m’imbattei nei ‘fantasmi’ umani che affollano le invernali fredde notti milanesi. Risposero, gli angeli custodi di fratello Ettore, e accorsero (a sollevare e portare al caldo l’uomo sdraiato e immobile che, grazie a Dio, non era morto come temevo, ma soltanto ubriaco; a soccorrere il clochard assiderato o la vecchia piena di geloni e tanti altri), ma presto scoprii che le facce imprevedibili dell’abiezione sono infinite. Una donna, che ‘abitava’, praticamente, dentro la stazione e che mi narrò di essere abituata a subire violenza tutte le notti e a ritrovarsi gravida ripetutamente, rifiutò di andare al rifugio di fratello Ettore. Mi disse che l’iniziativa era buona, ma che i volontari non potevano sorvegliare e controllare la folla eterogenea degli ‘ospiti’ alloggiati nel capannone per tutta la notte e che il buio portava ruberie, soprusi e violenze. Cominciai a importunare l’assistenza sociale del Comune, dopo di allora; una volta, dedicai la mia attenzione a una donna che aveva le gambe blu e gonfie e quasi in cancrena. Aveva la mente confusa e immersa in luoghi e tempi che con la stazione FS di Milano nulla avevano a che vedere: diceva di non potersi muovere, perché i figli dovevano passare di lì, con l’armento dei buoi, e che lei non avrebbe mai più potuto ricongiungersi a loro, se si fosse spostata. Aveva scelto una panchina di pietra come alloggio e su quella panchina sarebbe sicuramente morta. Ricattai quasi l’assistente sociale e la minacciai persino telefonicamente e lei fece altrettanto con me, ma si decise ad andare a cercare la donna. Io, che mi ero recata lì, per prelevare mia suocera, giunsi al binario con la tachicardia e non la trovai: il treno era arrivato e se n’era andato e della mia anziana suocera non c’era traccia. Erano gli anni settanta (lontani dall’era del cellulare) e i lunghi minuti che passarono tra la ricerca dei gettoni e le telefonate, che feci dalla cabina telefonica, videro il panico colonizzare le mie viscere. La ritrovai a casa e le chiesi scusa, a occhi bassi, e lei, che fu, per me, la mia seconda madre saggia e meravigliosa, aveva gli occhi lucidi, mentre diceva: “Ho aspettato a lungo… Le persone che erano con me si sono preoccupate e non hanno voluto lasciarmi da sola, così ho accettato il passaggio… Scusa tu… Ti ho fatto spaventare…” Promisi che non avrei mai più tardato, ma non potei fare a meno di pensare che la donna confusa cui avevo dedicato del tempo meritava lo stesso affetto e la stessa dignità. Il mio cuore non ha ancora smesso di tributare tenerezza a quel personaggio sfortunato.
La 9° edizione del Premio Insieme Nel Mondo ha, in qualche modo, steso del balsamo sulle vecchie ferite della mia anima. Finalmente, lì, qualcuno chiamato William ha detto le cose che volevo sentire. Guglielmo Giusti ha compiuto le azioni che avrei voluto compiere io, ha ‘visto’ e sentito i fratelli della strada, ha parlato con loro, si è fermato con loro, ha vissuto con loro, ha teso loro la mano che serviva a rialzarsi e a far guarire almeno alcune delle ‘fratture’ inflitte loro dalla vita. Non c’è dono più grande per me… Non c’è nulla che io possa fare per i bambini almajries abbandonati lungo le polverose vie delle città del Nord Nigeriano, perché i genitori islamici ve li portano dai villaggi, aspettandosi che i maschi (sin dai quattro o cinque anni) imparino a guadagnarsi come mendichi ciò che mangiano e s’impadroniscano della lingua araba (presso qualcuno che li raccoglie attorno a sé, come cagnolini randagi, e li manda ad accattonare). Vederli lungo le vie mi spezza il cuore. Portar loro dei sandwich vuol dire portarne dieci, poi cento, poi mille e poi arrendersi all’impotenza insormontabile, perché non si fa in tempo a tendere la mano che il solo bambino presente si trasforma in dieci e poi in cento e viene seguito dalle schiere dei vecchi... Andare a Savona ha guarito il mio cuore. Scoprire l’esistenza di Insieme Nel Mondo e dei frati cui fa da supporto (perché vadano a insegnare a vivere e non a portare la carità) mi ha riempito il cuore di luce e di speranza. So che, grazie a Dio, ci sono tanti volontari, in tanti angoli del mondo-6 , ma Insieme Nel Mondo mi ha conquistato per molte ragioni. Una di esse è l’annunciata nascita di Cristiania, l’organizzazione che amerà i figli che la società- madre snaturata abbandona alle intemperie e alle ambasce senza scampo della strada. Questa è, per me, una notizia magnifica. Un’altra cosa bella, che mi riempie di gioia, è emersa tra le parole di William Giusti (il dottor Guglielmo Giusti, l’amico di tutti e di ognuno, animatore onnipresente, viaggiatore, missionario, cuoco, cameriere, anima di idee- parole- gesti- azioni- iniziative- braccia tese verso i fraticelli sparsi per il mondo come piedi di Cristo in cammino verso tante direzioni-solidarietà dalle imprevedibili coordinate) come una pepita rilucente: qualcosa di importante sarà intitolato a un uomo della strada (Pietro)/ un fratello che tutto ha dato per aggrapparsi alla speranza e che non ce l’ha fatta a sopravvivere alla guerra degli stenti e dell’abiezione (perché forse è stato raggiunto dal calore dell’amicizia di William troppo tardi). L’amicizia è la parte più nobile dell’Amore universale che Dio dona agli uomini; se raffigurassimo l’amore sotto forma di luce, l’amicizia sarebbe la zona più accecante del ‘misurometro’ di tale luce. La forza rigenerante dell’amicizia portata per le vie è un miracolo fatto di amore da/per Dio e di solidarietà magnifica e pura.  Nulla è, perciò, più importante e più bello della notizia relativa a un Premio (o a qualcosa di duraturo come un monumento) che porti il nome di un uomo della strada, perché si parla tanto di uguaglianza e di fratellanza dappertutto, ma, alla fine, i soli nomi che emergono sono quelli della gente famosa (che è ‘importante’, cioè ‘conta’ in quanto ricca e potente). È tempo che le cose cambino e che la regola evangelica (“gli ultimi saranno i primi”) cominci ad avere senso tra i vivi (e non soltanto tra i morti). È magnifico sapere che un uomo della strada sarà ricordato e avrà un suo pulpito post-mortem sulla terra (perché è certo che in cielo ha già un posto risplendente della luce di Dio). È bello pensare che nessun uomo debba morire senza lasciarsi alle spalle degli ‘amici’.  La parola ‘amico’ è un titolo, una onorificenza, un crest, un ‘casato’ nobiliare cui aspirare e cui far accedere coloro che intersecano il nostro sentiero umano (e che Dio ha pensato come nostra ‘famiglia’). Vorrei che esistessero veri e propri ‘uffici’ mondiali abilitati alla distribuzione di simili titoli (a ogni individuo, di ogni età- razza- colore- religione- idioma- nazione- condizione sociale- cultura). Credo che Insieme Nel Mondo sia uno di detti ‘uffici’ e che chiunque (come William Giusti e i suoi collaboratori) si adoperi per gli ultimi della terra (i figli prediletti da Dio) disegni le ‘ipotenuse’ congiungenti tra gli angoli più divergenti della geometria umana/ crei aperture- amicizia a tutta rosa dei venti/ apra porte senza limiti nell’orizzonte delle uguaglianze fraterne e amichevoli.
Il Premio Insieme Nel Mondo è una di quelle porte. È un concorso atipico/ altro dai concorsi letterari e culturali propriamente detti: è un abbraccio di calore umano e di scambi tra menti e dimensioni-sapere.


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Il convento dei Cappuccini è il ‘teatro’ dell’azione celebrativa di Insieme Nel Mondo e ne è  presenza ascetica palpabile, così come la scintilla evangelica palpitante negli ambienti, nell’aria e nell’assenza di scalpiccio dei passi discreti e leggeri (delle schiere dei frati che da molte decine sono arrivati a poche unità che si contano sulle dita di una sola mano) è la presenza invisibile e welcoming (che accoglie i visitatori fuori dalle mura, li guida lungo il sentiero, su per la breve erta salita che conduce alla cucina e all’interno della struttura centrale). Il refettorio, situato a ridosso della cucina, custodisce l’anima antica del luogo; in esso vaga e il ricordo di folle di frati e di brusio di voci. Era una chiesa-7 , un tempo, quella in cui il famoso poeta “testa calda” savonese, Chiabrera (1552-1638), cinquantunenne celebrò le sue nozze con una fanciulla quindicenne. L’estasi di San Francesco, sulla parete di fondo del refettorio, con la sua assenza di firma, parla di mani tanto umili da ritenere l’uso delle profumate e brillanti mestiche naturali e dei pennelli gratificazione-onore già troppo grande. L’autore di quell’affresco (che richiama le opere di Giotto per le atmosfere e le interessenze prospettiche del colore) è sicuramente stato un frate dalla ‘francescanità’ schietta come un limpido cielo e profonda come il profondo mare, a mio umile avviso/ un fraticello che ha cantato con la bellezza dipinta l’umiltà del cuore e l’ardore della sua fede e che ha inciso nella mancata firma la sua devozione sviscerata per San Francesco, il predicatore dell’umiltà più limpida e pura che abbia mai calpestato la madre terra. Due tavole gigantesche (dipinte in Roma dal pittore Allegrini-8 ) affiancano la porta del refettorio e ne rendono regale l’uscita, come affreschi mobili dal valore incalcolabile-9 .  Il soffitto ad ampio respiro di spazio e d’altezza è ‘abitato’ da quello che è sicuramente il cuore del convento tutto e dei suoi ‘abitanti’ (da/verso il mondo provenienti/orientati): un immenso sole, che, a sua volta, ha per cuore la scritta IHS-10 (la stessa essenza cui il cristianesimo mondiale attinge ogni e qualsiasi ispirazione: Iesus hominum salvator). Molto c’è da dire sul convento e molto ancora sui suoi ‘abitanti’-11 , ma occorre farlo in altra sede, perché non c’è spazio, qui, per le molte meraviglie che meritano parole sufficienti alla loro funzione di scala per il cielo. Dirò semplicemente che la sola esistenza delle mura e della collina di quel luogo chiamano l’uomo a Dio e che le pietre stesse parlano.

1- Publius Ovidius Naso; Sulmona, 20 marzo, 43 a. C.

2- Edito dall’allora ambitissima Forum Editrice -di Forlì- del compianto plurilaureato e geniale professor Giampaolo Piccari.

3- Con il quale la Forum Editrice aveva inaugurato la sua collana di libri di viaggio

4- Dottoressa Adriana Nicolini, della Eurapress/ Todariana di Milano

5- di Letteratura e Teatro Nicola Martucci – Città di Valenzano 2011

6- Come la mia meravigliosa amica, madre Semira Carrozzo, che ha fondato una scuola nel Kaduna State, ove accoglie e prepara alla vita 800 bambini

7- La seconda chiesa di quel colle donato ai frati da una famiglia patrizia savonese (1539), in seguito alla delibera di costruzione del chiostro (1538), poiché il convento, divenuto importante meta di studio e di pellegrini e di monaci di passaggio, dovette essere ingrandito (i lavori, in cui la stessa chiesa venne demolita, iniziarono nel 1610).

8- La firma non è visibile e si presume che sia sul retro.  Deve trattarsi di Francesco Allegrini (Gubbio, 1587 – Roma, 1663), figlio del pittore Flaminio Allegrini, poiché le tavole sono state dipinte in Roma ed è Allegrini figlio che fu mandato da suo padre a Roma, fu discepolo del maestro Giuseppe Cesari (il Cavaliere d’Arpino) e poi membro dell’Accademia di San Luca. Fu sempre Allegrini figlio che si recò a Savona ad affrescare la cappella Gavotti, nella cattedrale. Furono i nobili Gavotti a commissionare ad Allegrini, esperto di soggetti storici e religiosi, le due tavole in questione, ma egli prese male le misure e quella fu la ragione per cui, non calzando nei punti di affissione nella casa gentilizia, finirono per impreziosire il convento.   

9- Come tutti i dipinti realizzati su commissione delle famiglie nobili, le tavole in questione sono tempestate di colori che sono veri e propri gioielli: tutti gli azzurri sono stati campiti con autentico turchese macinato e trasformato in mestiche preziose.

10 La scritta IHS (ΙΗΣ in alfabeto greco) proviene dalle abbreviazioni (chiamate oggi Nomina sacra) dei manoscritti greci del Nuovo Testamento (III secolo)/ indica il nome ΙΗΣΟΥΣ (Iesous, in greco antico maiuscolo, in cui le lettere H e S erano, in principio, eta e sigma)/ è di sovente abbinata a XPS (per Christos)/ entrambe utilizzano le prime due lettere e l’ultima del nome Iesus. La scritta latina IHS è rinvenibile anche nelle varianti JHS (in base alla doppia traslitterazione della i greca maiuscola sia come I che come J) e IHC oppure JHC (perché la sigma greca compariva non di rado come sigma lunata (simile alla C dell’alfabeto latino- che può essere traslitterata anche come la S latina).

11- Non potrei definire “inquilini” i frati che a frotte hanno affollato le stanze e gli angoli secolari del convento (sparpagliandosi come formiche operose lungo tutta la collina, trasformandone in pane, frutti, ortaggi, bellezza in fiore  e linfa di miele ogni zolla preziosa, ritornando con animo grato al profumo del cibo e prostrandosi in umile adorazione sulle orme del Cristo Redentore).