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NARRATIVA

DA ANGELI IN GINOCCHIO (opera in quattro volumi-di Bruna Spagnuolo)


Brani estratti dal volume Angela:

Erano tempi in cui le case erano un rifugio contro le intemperie,
le stanze poche e affollate e
le cucine contenevano soltanto uno stipo che odorava di pane.
Ogni volta che la tavola veniva imbandita,
gli angeli si mettevano in ginocchio e pregavano,
perché nessuno si strozzasse con i bocconi ingurgitati con fame.
Fanciulle solerti sparecchiavano in fretta, perché
gli angeli non restassero in ginocchio
accanto alla tavola apparecchiata:
era peccato lasciare gli angeli in ginocchio per incuria o per pigrizia.
Attorno alle tavole frugali, menti assorte accarezzavano
i maggesi fumanti delle miserie dignitose.
Calli gentili riponevano avanzi preziosi,
tenere dita contavano briciole dorate,
aspettando le pignatte borbottanti
del nuovo domani.
Palpebre pesanti e parole stanche rassettavano
i giacigli dei risvegli prematuri.

***

Noepoli, 5 agosto- giorno di fiera.

  Dalla preistoria della casa secolare piena di pace/ dal suo pavimento in cotto slivellato/ dai suoi muri a calce/ dalla sua assenza di tentacoli Massmedia, il suono di clarini-sassofoni-accordi di banda musicale si percepiva come preludio di festa.
  Virgilia ritrovò, dietro le palpebre ancora assonnate, l’infanzia del vestitino nuovo e delle scarpe profumate di fiera, da sfoggiare, togliendo col dito ogni piccola macchia, l’indomani alla processione e al passeggio gremito di passi-musica-gelati.
  La pelle d’oca delle tristezze-nostalgia si vestì di colori e di sole, ma non seppe rubare al tempo il batticuore e lo stupore dell’infanzia nascosta in qualche dove.
  In crescendo, la musica disegnò l’attesa delle messi intrecciate e delle loro danzatrici del passato, portando dietro porte-muri-menti la consapevolezza dolente dei grappoli-amore modificati dal passaggio della falce di altre stagioni.
Al suono della banda che, come nel 5 agosto di ogni anno, passava di buon mattino attraverso i vicoli antichi, la storia tornò a ripetersi…
  Cucita al linguaggio della realtà trasfigurata, l’adolescente sarmentana affidò ancora una volta al balcone il languore dei suoi struggimenti senza nome.
  I sospiri vestiti di nero sorressero i loro cuori trafitti dal ritorno della banda in assenza dei passi per sempre andati.
  La promessa sposa accarezzò con le ciglia il ritorno futuro della banda nel suo sogno realizzato.

Noepoli, 6 agosto. Festa della Madonna Di Costantinopoli.
“La festa è tornata! La processione è passata. Non è avvenuta la danza del grano: è morta la vecchietta che intrecciava le spighe”.
  C’era di nuovo quel lamento, come un richiamo d’aquila nell’aria, perché…?
Chi sapeva che cos’era quella festa per chi l’aveva aspettata come l’aveva lasciata…?
  Che cosa sapeva Virgilia stessa di quel sentore scavante, che la sfuggiva e la inseguiva attraverso le gallerie dei suoi ritorni senza cronologia…? Tentò di seguirlo in scorribande sempre più frequenti, ripromettendosi di servirsi dell’istinto.
  Non ebbe voglia di vedere i fuochi d’artificio. La gente affollava la notte trapunta di stelle, circondando il palcoscenico della banda in silenzioso ascolto, passeggiando nel piazzale davanti alla chiesa, comprando gelati e noccioline, scambiandosi notizie e pettegolezzi sugli emigrati ritornati, sedendo sul muraglione a picco sullo strapiombo e ammirando lo spettacolo ad ampio orizzonte che la Torretta offriva come sempre. In quelle circostanze, quando era bambina, Virgilia aveva, spesso, desiderato nascondere se stessa alla folla e la folla a se stessa, ma aveva dovuto comportarsi “da brava bambina”, sorridere a tutti, rispondere educatamente alle domande e mostrare a sua madre un entusiasmo infantile che era lontana dal provare. Si rese conto, con sorpresa, che anche da adulta aveva continuato a fare “la brava bambina”. Girò sugli alti tacchi e fuggì letteralmente attraverso Le Conche, la lunga scalinata scarsamente illuminata e deserta. Era a se stessa che desiderava nascondersi, fuggendo dalla folla e dal triste sentore di festa…? No, semplicemente non aveva sufficiente capienza di respiro quella sera per le sensazioni che l’assalivano e che dilatavano fino al massimo il suo petto, tra la folla in festa. La gente si salutava e si raggruppava, chiacchierando, sorridendo e ridendo. Tutti si mostravano interessati a tutto con un luccichio innaturale negli occhi e, intanto, ognuno osservava l’altro in cerca dei segni del tempo, cercando inconsce smentite alla caducità della vita. Nessuno si spingeva fino a chiedersi il perché dell’irrequietezza e del bisogno di muoversi tra la folla e di vedere tutti coloro che erano stati lontani per anni o per almeno un anno. Ignorata, dilagava l’inconscia ansia di capitalizzare la realtà prima che essa svanisse nel già accaduto, nel passato e nel non ritorno.
  Il sentore di irrimediabilità del passare del tempo aleggiava su quella festa sin dal giorno della fiera. Sins’inuava nelle prime note della banda che passava tra le case. Alitava sulle bancarelle dei venditori che apparivano spaesati nel contesto rimpicciolito di quella fiera che non aveva più, come nel passato, il suo prolungamento nei campi tra gli animali in vendita, magari infiocchettati. Si condensava nei passi dei rarissimi campagnoli che si recavano alla fiera accarezzando la nostalgia del passato in cui le mulattiere erano state affollate di voci e di colori. S’incistava nel folclore della festa, mentre la processione si snodava come un serpente variopinto dal punto più alto a quello più basso del paese e lungo la strada rotabile, fino al cimitero. Tremava nei canti religiosi, nella musica, nei fuochi pirotecnici e in ogni tentativo di far rivivere le tradizioni. S’ingigantiva nelle ultime ore di festa del sei Agosto.
  Quella notte, alla Torretta, ognuno contava le ore che mancavano alla fine della festa e cercava di afferrarle, di tenerle strette e di non lasciarle andare. Gli anziani dissimulavano come meglio potevano il timore di non rivedere la festa dell’anno successivo e di non trovarsi lì ad accogliere i loro cari che sarebbero tornati da lontano. Gli emigranti pensavano al loro bagaglio già pronto, mentre contavano le assenze tra i volti accoglienti e si chiedevano quante altre voci, quali andature, quanti sguardi familiari sarebbero mancati al prossimo appello di quella festa secolare… E tutti sorridevano o ridevano con esagerata allegria e parlavano con la voce quasi alterata di chi, invece di ridere, potrebbe piangere.

***

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ROSA E GIACOMO
… Rosa e Giacomo erano felici. Nessuno avrebbe potuto desiderare di più: avere una figlia femmina era una fortuna, perché si sarebbe presa cura dei genitori durante la loro vecchiaia; vederla maritata con onore era una doppia fortuna; vederla sposata a chi non la portava lontano e la faceva vivere in condizioni agiate era una tripla fortuna. Loro che avevano avuto quella tripla fortuna per tre figlie erano davvero stati benedetti da Dio, ma Rosa e Giacomo non sapevano che la loro realtà bucolica era destinata a scomparire, stravolgendo la vita di tutti i suoi personaggi, con la nascita della nuova era che sarebbe rimasta a cavallo tra la morte dell’era antica e la nascita dell’era tecnologica.  L’era in cui i padri sapevano che cosa avrebbero fatto i figli e dove avrebbero vissuto era finita. Il contesto identificante delle campagne cominciò a cambiare e i contadini scoprirono che il detto casa quanto puoi stare, terre quante ne puoi comprare non era più del tutto valido e che, anzi, si andava gradualmente invertendo nei paesi. Le preziose terre tanto ambite, tanto faticosamente conquistate e tanto amorevolmente curate dai padri cominciarono a venire abbandonate dai figli, che presero direzioni completamente diverse, si allontanarono e si inurbarono. Il nuovo fermento portò le due figlie minori di Rosa a inurbarsi. La prima figlia rimase, nella sua bella casa, ormai ritenuta dagli altri soltanto una casa di campagna senza comodità, e non volle inurbarsi: fedele al volere e al carattere del suo taciturno e pacifico marito, lasciò che le sue figlie seguissero l’andamento generale e se ne andassero in città e, quando la figlia minore morì di tumore, si immerse sempre più profondamente nelle atmosfere oblianti del lentisco circostante. Il fratello di Giacomo si trasferì in un’altra regione, dove i figli avevano comprato una fattoria e dove morì in breve tempo con la moglie.  Rosa e Giacomo videro il loro mondo trasformarsi in un luogo di fantasmi e di ricordi. Del seminterrato abitato dai vecchi e dai conigli e delle mandrie di buoi non restava che il ricettacolo vuoto. Chiusa era la porta della casa accanto, che aveva trasformato il loro casolare in casa del vicinato e aveva sempre riempito un vuoto che d’improvviso si era materializzato. Senza gli andirivieni dei giovanotti,  che conducevano i buoi al pascolo o all’abbeverata e li riconducevano nei recinti, dei genitori che partivano o tornavano con l’asino o si affaccendavano nei campi e ne ritornavano con rumorosa stanchezza, quel luogo era diventato deserto. Quella che era stata una casa ai piedi di un’aia indaffarata, piena di chiacchiere, di risate e di vita era diventata una casupola isolata, triste e silenziosa. Di tanto in tanto, Rosa e Giacomo risalivano l’aia, attraversavano il campo e il fossato di loro proprietà, entravano nella proprietà della figlia e si recavano a farle visita, uno alla volta o tutti e due insieme, per stare qualche ora in compagnia, ma Rosa non doveva più alzarsi al canto del gallo, per recarsi a Senise a vendere la legna e Giacomo non doveva più andare al bosco a far legna o nei campi ad arare, a pascolare o a lavorare. La vita era diventata strana e non era come l’avevano immaginata. La folla di figli, nipoti e pronipoti che avrebbero dovuto ritrovarsi in quelle terre nelle ricorrenze stagionali, a seminare, a sarchiare, a mietere, a trebbiare, in una gricillia di voci e di allegria che avrebbe dovuto riempire di orgoglio e di gioia il cuore degli anziani e indurli a trasferire ai giovani la loro proprietà con soddisfazione e con la convinzione di aver sofferto per un nobile fine e di essersi sacrificati per la felicità degli eredi, era fuggita in altri luoghi inseguendo altre mete.  Il vuoto del loro animo buono era abitato dall’altruismo e la tristezza dell’abbandono completo dei loro sudori e di ciò che era tutta la loro vita si stemperava nel conforto che in paese le figlie si erano fatta una posizione.  La vicinanza della prima figlia si dimostrò presto a portata di gambe più energiche e meno provate dagli anni e dagli stenti; Rosa e suo marito si trasferirono nel paese in cui si erano inurbate le due figlie minori. Per alcuni anni ebbero una casa in affitto e furono liberi di ospitare chi volevano e di godere della compagnia di tutti coloro che ancora li cercavano e si recavano a far loro visita, memori dei bei tempi che sembravano ancora a portata di parola, di pensiero e di ritorno al passato. Gli anni imparentati con il passato tramontarono irrimediabilmente, infine, e Rosa e Giacomo non poterono più decidere dove e come vivere.   Le figlie, che abitavano in due bellissime case nuove affiancate, decisero per loro. Un garage bene adattato divenne una casa più di lusso di quanto mai la casa di campagna fosse stata, ma non fu mai la casa per antonomasia che era rimasta nel loro passato.   Il focolare, il nido degli affetti e del calore, il riparo contro le intemperie, il conforto nelle bufere fischianti e gelate, il rifugio sicuro, la casa, la sicurezza più grande e più bella che ci fosse era rimasta con le ombre delle assenze e con i ricordi, nel ritmo frenetico di una vita piena come un alveare, per sempre incisa nei percorsi abbandonati del bosco, del torrente e del fiume. Finito per sempre era il tempo in cui Rosa aveva mille cose da fare, in cui era sempre tanto indaffarata da non trovare un minuto per legarsi il fazzolettone in testa e da doverlo portare appoggiato sul capo con le cocche rivoltate in attesa di una pausa favorevole. Tramontata inesorabilmente era l’era in cui tutto e tutti in famiglia dipendevano da lei, in cui le sue mani e le sue gambe erano la voce del suo cuore grande che tutto poteva e tutto risolveva. La sua natura forte e battagliera non si arrendeva e non si rassegnava. Quandunque la moglie di suo fratello giungeva, accompagnata dalle figlie o dal figlio che tanto le erano legati, Rosa trovava il modo di intrufolare un pacco di pasta o di biscotti nella borsa di qualcuno di loro, indifferente alle proteste imbarazzate del proprietario della borsa di turno. Lei che aveva sempre avuto qualcosa da donare, accoglienze da fare, ospitalità da inventare, non poteva accettare di ricevere visite come una vecchia inutile, senza arte né parte e senza doni da offrire. I prodotti industriali, che potevano andare dalla saponetta alla caramella, non cambiavano il concetto del dono, per chi, come Rosa, era costretto a vivere in un contesto non suo. Il contesto, appunto, era quello che la rimpiccioliva. La sua ragione non lo sapeva, ma il suo inconscio urlava una disperazione profonda e senza fine: dov’erano i tempi in cui lei avrebbe dovuto essere la nonna  visitata e riverita, l’anziana zia tra molti nipoti, la roccia saggia a cui parenti e amici recavano rispetto e chiedevano consiglio, colei a cui tutti si volgevano per conforto e direttive, in nome dell’esperienza e dei molti sacrifici affrontati con onore e con stoica resistenza? L’amore per i suoi cari era la voce più forte e lei non sapeva dare nome al sospiro prolungato che le sollevava il petto dietro ogni parola. La realtà contadina, che era sembrata così solida, con tutti i personaggi al posto giusto fino al momento della morte, non poteva essere sprofondata nel nulla. Le persone che avevano condiviso le aurore, i tramonti, le brezze e le tramontane, che avevano accompagnato i conoscenti dal battesimo, al matrimonio, al funerale attraverso il profumo gelato della neve, l’aria dolce profumata di miele della primavera e l’odore del sole tra le messi e le stoppie, erano ancora vive e ancora si svegliavano e si addormentavano con lo stesso fruscio di vento e di acque nelle stesse campagne. Le dava conforto pensare ai casolari ancora intatti e ancora abitati, là dove erano sempre stati, ma sorvolava sul fatto che in essi fossero rimasti soltanto i vecchi e che non vi sarebbero stati per sempre. La cosa a cui non poteva pensare e che doveva assolutamente evitare era l’erba sulla soglia della sua casa abbandonata, come sulla soglia di un tugurio visitato dalla disgrazia. L’erba era bellissima nei campi, ma sui gradini delle case e sui ballatoi dei balconi era portatrice di messaggi funesti e di presagi di morte. Quante volte aveva sentito lanciare contro qualcuno l’anatema ti voglia crescere l’erba dinanzi alla porta e si era sentita rattrappire le budella, pensando che una tale cosa non si potesse augurare neppure al peggiore nemico! Si ripeteva che sua figlia, di tanto in tanto, andava certamente ad aprire la casa e che il suo passaggio era sufficiente a prevenire la crescita dell’erba. Non era possibile che lasciasse radicare le erbacce sulla soglia della casa in cui era nata, cresciuta e vissuta fino al matrimonio! No, tutto non era perduto; erano sempre le terre che davano pane, come potevano essere trascurate e dimenticate per sempre?  Prima o poi tutti sarebbero tornati a vivere in campagna come nel passato. Non era forse vero che i mariti delle sue figlie ancora seminavano e raccoglievano il grano? Ogni anno ne seminavano un po’ di meno e, alla fine, contavano soltanto sulle entrate derivanti dalle attività urbane, ma la speranza era l'ultima a morire e Rosa era convinta che i bei tempi sarebbero tornati. Intanto, però, sentirsi inutile e messa da parte era triste. La vecchiaia era amara. I nipoti la salutavano sì, ma la vedevano appena e, forse, non sentivano neppure ciò che lei diceva, presi da cose che ritenevano altro incomprensibile e avulso dai nonni. Le figlie, ogni tanto, discutevano i turni dei loro doveri nei confronti dei genitori e qualcosa nel cuore di Rosa si contorceva, là dove la sua inesauribile fonte generosa del dare non si era mai essiccata. C’erano tre case, tre cuori, tre amori che avrebbero, invece, dovuto contendersi il privilegio di avere con loro i propri genitori, tra i propri bambini, tra i propri figli adulti, a capo, a piedi e in mezzo in tutti gli eventi gioiosi, seri o importanti di ogni giorno e di ogni anno. Quando il sentore latente di tale dolorosa omissione divenne consapevolezza, la vecchiaia, quella invalidante a livello di ascendente e di posizione di privilegio, giunse e giustiziò la grandezza d’animo e il valore umano e civile di una donna forte e senza rivali.

 ***

Brani estratti dal volume Virgilia:

 

Sfilano i visi, le cose e le case, la vegetazione familiare e silenziosa, gli spazi noti
e il cimitero-paese degli assenti,
le erbe arse, le colline pesanti di verde assetato,
le cicale stanche dei ricordi…

***

Primavera

Era una primavera di fusione completa con la sua terra. Sentì dentro di sé ogni cima, ogni fosso, ogni costone, ogni ciuffo d’erba, ogni albero ed ebbe l’impressione di essere rimasta nel cielo di quel suo angolo di mondo, nel quale non aveva potuto o voluto vivere e nel quale abitava l’immenso che avvolgeva il suo spirito, dando la mano al limite che minacciava di soffocarlo.
  Risentì, come allora, il brivido serpeggiante di imprevedibile emozione, celato nell’insopportabile chiacchierare del più e del meno, del quale non poteva liberarsi tutte le volte, e si chiese perché non potesse mai essere sola con la sua terra, vero grande amore che reclamava attimi di intimità improrogabili; perché non trovasse il coraggio di scendere dall’auto, correre nel letto del fiume, raccogliere manciate di terra, seppellire il viso nei profumati cespuglietti appiccicaticci chiamati stummarellI, parlare alle rondini, gridare il suo amore al vento, sdraiarsi supina e perdersi nel turchino del cielo più turchino del mondo.
  Non aveva il coraggio di scandalizzare gli astanti e si lasciava imprigionare dalle remore di tutta la vita o, forse, temeva che una fusione completa con quella natura coraggiosa l’avrebbe dissolta nella rugiada dei fiori di campo appena risvegliati…
  Avrebbe voluto dire al vento che era tornata, avrebbe voluto tendergli le braccia e… c’era qualcosa che le impediva di fidarsi di lui.
  Amare il vento era una follia, ma, se si concentrava, il vento la chiamava da un ricordo sepolto in altri moti, altri canti, altri pensieri…
  Si scosse. Guardò il paesaggio, che si snodava, indifferente, ai lati dell’auto: era privo del fremito che lo aveva pervaso a primavera.
  L’abbandono fatale che bagnava ogni erba, ogni ramo, ogni sasso, ogni volo solitario e triste colpì Virgilia quasi fisicamente, con un’irresistibile nostalgia dell’aria frizzante, quasi elettrica, che l’aveva investita, rivestita, ricaricata, in quegli stessi luoghi, a primavera.

***

Mattino d'estate

Erano le cinque di un mattino di fine luglio, a Noepoli.
  Gli zoccoli di un asinello trassero note rimbombanti dal selciato; una voce vi accordò il suo tono da clavicembalo scordato, esortando l’animale.
  I vicoli stretti e tortuosi, gli strittoli, addormentati del Casale si accinsero ad uscire dal silenzio durato soltanto nelle ore finali della notte, in cui lo scalpiccio e il rimbombo degli andirivieni estivi notturni tra il rione alto del paese, la terra, e il rione basso, il casale, erano cessati.
  L’aurora era scoppiata con una rivoluzione di passeri e di canti stridenti, scricchiolanti, sfrigolanti, alternanti, cigolanti, rotolanti di volatili che sembravano racchiudere la vita indaffarata in voli inarrestabili eppure invisibili.
  Virgilia si svegliò, con quell’aspettativa di novità gioiosa che, in quella sua valle, l’afferrava alla bocca dello stomaco e che nessun altro luogo o dimensione sapeva e poteva riprodurre.
  Si vestì, in fretta. Non le occorreva lo specchio. Cercò i capelli con le mani e li aggiustò. Aprì e richiuse la porta, con occhi ancora semiassopiti.
  L’aria fresca del mattino la salutò e la sorprese: dimenticava, ad ogni ritorno, di ricordare l’incredibile qualità frizzante di quell’aria unica al mondo.
  La fiumara, immersa nel suo antico, imponente, dignitoso letto vestito di attesa, le sorrise dal fondo della valle addormentata. Il profumo della terra intrisa di rugiada la stordì, portandole la freschezza dei giunchi e dei cespugli profumati dell’antico fiume, la dolcezza delle ginestre, l’intensità della nepetella, il sapore di sole delle stoppie e il discreto richiamo quasi elettrico del venticello di montagna.
  Il piccolo cimitero venne incontro al suo sguardo, come un baluardo di pace e di sospiri.

***

Sua madre

  Snella, vestita di nero, con i capelli tutti bianchi e una dolcezza ineffabile sul viso, sua madre le venne incontro sulle scale.
  Era circondata di sole, aveva piccole ciocche piene di luce intorno al viso e un’aura intorno al corpo. Era quasi evanescente.
  Il vigore di quell’estate matura parve stridere con l’aria indifesa di quella figura di sole sulle scale.
  Il cuore di Virgilia si contorse nel presentimento dei ritorni futuri, che non avrebbero più trovato quella preziosa silouette protesa nell’attesa. La sua mente ingaggiò una gara epica con l’inconscio che già rifiutava quel futuro e si rifugiava nell’esilio misericordioso dalle consapevolezze sfumate.
  Gli occhi vivi e lucenti e le braccia non più energiche di sua madre l’avvolsero in una dolcezza quasi irreale, senza riuscire a calmare la ferita fatta di un’assenza ancestrale che inondò l’inconscio di Virgilia e lo portò a spiare i sassi, l’erba, i boschi, gli angoli, i tronchi, in cerca di non sapeva quale moto o mistero.
  I tronchi degli alberi, con la complicità delle flessuose chiome e della loro ombra, le parlarono di assenze sempre presenti e vigilmente attente.
  I boschi erano i luoghi in cui quelle assenze mancavano come l’aria negl’interstizi inconsapevoli degli stati d’animo reali.

***

Dissolvenza

“La mia valle mi attende e, come sempre, mi annienta (con la sua vastità di orizzonti immortali).
I rumori sono voci secolari (di un calendario librato sui millenni immutati).
Le cicale riempiono i silenzi perquisiti dal vento (come i miei capelli e la chioma degli ulivi meditanti).
La vastità del Sarmento lancia grida di siccità verso il Pollino indifferente (coltivazioni in pieno letto hanno rimpicciolito gli argini del fiume).
I calanchi lunari non si stagliano più su acque minacciose e turbolente. L’antico fiume completamente domato sogna il ritorno delle callose mani, che si accostavano agli argini ombreggiati con preghiere solerti più grandi della loro sfida.
Di cresta in cresta, le valli contigue ripetono l’eco di invasioni antiche (catturato dal sole, dorme nell’aria l’urlo del guerriero). Il tempo si è fermato (la terra paziente non è ancora stanca di ferite e cicatrici).
I voli delle rondini son tornati (da quando i corvi che avevano scacciato i colombi-che avevano scacciato le rondini hanno fatto dei garriti una bandiera)… Come colonie di insetti, i paesi si annidano sulle alture
(le colline macchiate di stoppie e di ispide chiome esplodono di tenacia nell’assenza dell’acqua)…
Nell’erba secca ogni rudere si fa presenza della storia passata;  nell’abitato ogni vicolo lastricato si fa ritrovo dei passi che non risuoneranno e degli affetti che mai più imbastiranno sorrisi per i nuovi arrivati… (questa mia valle ha ogni anno più ricordi accesi).
I cieli di velluto immortalano i racconti saggi dei nonni (i nipotini attendono i sogni narrati con occhi sgranati). Gli assenti parlano nel vento al cuore attento (i volti incartapecoriti perpetuano di questa terra il fascino fatale). Ogni erba pare ingiallita dal destino (gli sguardi si ammalano di anacronismi senza ritorno). L’asinello tritracca ancora l’antica mulattiera; è monumento al ciò che era la frescura degli orti di fiumara  (nel divorzio da discariche abusive).
Dissolvenza del vento di ponente, mi spargo nell’aria e… immortale divento.”

 

 

 

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