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FILOSOF...ARE

 

LETTERATURA

 

 

 

 

E COGITAZIONI

 

 

DIALETTI...... CHE
OSPIT......ALI

Entreranno in questa pagina tutti gli scritti cui l'intestazione possa fare (a buon diritto) da cappello, ma, per il momento, inaugurarla spetta a un saggio sulla letteratura turca. Devo questo omaggio alla terra di Turchia, che, in un bel periodo della mia vita, ho definito ikinci vatanIm (mia seconda patria). L'Italia non me ne voglia: italiana è la mia progenie passata e presente (e tale resterà nei secoli dei secoli)/ italiano è il mio sangue (e nulla potrà mai cambiarne DNA-mitocondri e annessi e connessi, nel tempo presente e da venire); la mia cultura, però, si è allargata a quelle del mondo (... le coltiva e le ama come sorelle-amiche-consanguinee magnifiche care immensamente al solo immenso Fattore dei mondi e degli spazi infiniti). Torniamo alla Turchia: come avrei potuto non amare quella terra bella come poche e come poche ricca di karŞIlama (ospitalità e accoglienza)? La leggenda narra che Bizas, il fuorilegge greco bandito dalla sua patria, con tutti i suoi parenti e il seguito di gente a lui fedele, abbia consultato l'oracolo e abbia appreso che avrebbe trovato pace, prosperità, felicità e ricchezza senza fine in una terra così bella e così unica che soltanto i ciechi non l'avevano notata. La leggenda dice anche che egli si rese conto di essere di fronte a quella terra, quando i suoi occhi si riempirono di meraviglia incontenibile là dove Mar nero, Marmara e Corno D'Oro s'incontrano in un tripudio di acque, di paesaggi, di stormi in volo e di fertili terre. "Davvero", pensò Bizas, "chi è passato di qui e non si è fermato a viverci, o era cieco dalla nascita o era stato accecato dal destino". Confesso di aver dato più di qualche ombra di credito alla leggenda sul fondatore dell'antica Bisanzio, durante i miei vagabondaggi lungo le coste di Turchia e di aver rafforzato il mio legame con quella terra, di giorno in giorno (di fronte a ogni campo pieno di girasoli grandissimi/ a ogni nido di cicogna rispettosamente salvaguardato sui comignoli di campagna/ a ogni stormo di grandi volatili migranti accolti come amici). Molte sono, in quella terra, le cose che hanno rapito il mio cuore. Nessuno spara agli uccelli, lì, nessuno si sogna di inseguirli e/o spaventarli. Può accadere di vedere una cicogna posata con sicumera e fiducia sui bordi del Bosforo, in piena città (come immersa in meditazioni imperscrutabili -e, forse,in attesa di tempi e di gesta a noi ignoti) e, quando, d'inverno, le acque del Mar Nero portano nel Bosforo temperature artiche che stordiscono i pesci, gli stormi bianchi dei gabbiani si fanno fitti come petali di neve e impazzano proprio come le tempeste fischianti che possono scoppiare nelle giornate invernali, a sorpresa e anche in pieno sole, nella città di Istambul (che può racchiudere in un giorno tutte le stagioni, come dice il poeta Ümit Yaşar, di quella città eterna innamorato cotto). Dormire nelle antiche case bellissime (che hanno attracco privato e barche personali sul Bosforo incantato), nelle notti invernali, è esperienza che si annida nel cuore, vi resta e vi canta con il tepore degl'interni ospitali e belli (fatti di mobili antichi, di tappeti caucasici, di assenza di tende alle finestre al massimo adorne di un merletto lungo un palmo sul bordo superiore, di ampie vetrate spalancate a tutta potenza di bellezza del mare e dello sfondo-natura che ne incornicia i contorni e che non trova ostacoli e fa della casa una nave...) e con la percezione dell'esterno illuminato dalla luna o dal passaggio di qualche nave e cullato da un silenzio assoluto, nel quale i gabbiani imbastiscono festini (tuffandosi, in frotte indaffarate, ed emettendo un mormorio indefinibile e crescente, simile alla voce attutita delle folle immerse in qualche soprannaturale stupore). Il risveglio nelle case dell'amicizia turca non è mai privo di fiori (non è difficile, in Istambul, trovare, agli angoli delle vie, anche negli inverni più freddi, qualche donna che venda quei bianchi anemoni profumati che, con gambo lungo e assenza di foglie, riempiono i vasi di vetro di elegiaca bellezza e le case del sorriso antico dei tempi in cui l'ospitalità era sacra.

Amo la Istambul invernale e, soprattutto, la zona chiamata Galata (il suo nome deriva dal greco galactos- perché in quella zona sorgevano gli antichi bugigattoli in cui si vendeva il latte). Quel luogo, nelle sere invernali, è simile a un alveare incessante (fatto di matasse inestricabili di cultura antica nel moderno incistata); vi si trovano locali in cui antico è il cibo e antica la cultura che vi si respira (poiché vi si possono ammirare i nuovi cantori delle poesie dei tempi remoti e dei poeti pastori erranti, che scrivevano le loro composizioni sulle pelli, le portavano arrotolate nelle loro bisacce e le chiamavano Çonk). L'antico saz, con voce quasi umana, accompagna i canti antichi e i loro cantori, oggi come ieri, in quei locali; le usanze asiatiche (e dell'antica Troade) e quelle greehe si mescolano; gli avventori possono comprare i piatti e romperli, a suon di musica, con il manico delle posate, acclamando e onorando i cantori/ possono inondare gli artisti bravi di petali di rosa e, in loro onore, addirittura salire sul tavolo e danzare. Quelli sono luoghi dove è bello recarsi con gli amici che in quella terra sono nati e che sono parte della musica per gli ospiti "imbandita" / del bÖrek nella sottile sfoglia (chiamata yufka) arrotolato (sigara bÖrek) o nelle teglie, come sottile lasagna a più strati, farcito / delle freschezze di mare servite / delle atmosfere che si condensano negli odori, nei sapori, nei suoni e nei pensieri.

La torre di Galata ha sedotto il mio cuore, con la sua vigile attesa del passaggio dell'antica gemi (che più non solca il bosforo, perché sostituita da una nave nuova fiammante) e dell'uomo che (con ali di rame) volò dalla torre alle asiatiche rive...
La leggenda narra così: un intrepido sognatore di ali realizzò un volo di andata e ritorno da/ per la torre di Galata; fu premiato con un sacco pieno d'oro, dal sultano, e, dallo stesso, fu, poi, diffidato dal volare ancora, perché i pusillanimi, che mai avrebbero potuto ottenere dal sultano la stessa ammirazione senza confini, rosi dall'invidia, da serpenti velenosi quali erano, sibilarono contro di lui sospetti e congiure (come sempre è accaduto e sempre accadrà alle corti dei potenti), finché il sovrano, temendo che i suoi nemici potessero sfruttare la magia di quel volo, ne esiliò l'autore (e gli ordinò di non osare altri voli, per tutta la durata della sua vita).
Piangono quei voli da non osare, dal cuore della leggenda tramandata... Scruta il cielo la torre, come sposa tradita mai paga dell'attesa del volo (eterno, unico, suo indissolubile amore)...

***

Partire da una terra, lasciandovi saluti lucidi di commozione e mani doviziose di affetti e di amicizia sincera, fa parte dell'innamorarsi di quella terra e del sentirla casa (o parte della casa che, alla fine, anziché contenere l'inquilino, se ne fa contenere); quando ciò accade, viaggiare non vuol dire più visitare dei luoghi, ma entrare in essi e, per una sorta di osmotico travaso, farne parte e scoprire che essi fanno parte del proprio io. La mente, il cuore, la cultura, i pensieri, gli affetti della persona che viaggia si fondono con quelli dei luoghi-casa sia pure temporanei (e finiscono per restare nei paesaggi e negli eventi, negli sguardi e nella lingua e nelle atmosfere e per dare al viaggiatore l'impressione di partire senza una parte di anima e di cuore, salvo poi fargli scoprire, in seguito, che tutto ciò che ha visto, vissuto, condiviso, compreso, accettato, amato si è trasferito dentro di lui e ne farà parte per sempre), allora.

Visitare il mondo vuol dire tutto questo e anche di più (se chi lo visita ha cuore a misura di cieli senza ombre-limiti e senza fuorvianze-inimicizie separanti).

Posso dire, onestamente e senza finzioni, che io dal mondo ho ricevuto tanto...
Il meno ch'io possa fare è amarlo in toto (come luogo geografico / come casa di culture amiche/ come estensione della mia casa).

Amor con amor si paga: la saggezza dantesca non mente. Devo molto alla Turchia ed è per onorarla che, con grande umiltà e tenacia, mi sono dedicata allo studio della lingua turca (per potermi muovere senza sentirmi cieca e comprendere insegne e segnaletica/ riuscire ad entrare nella magia della letteratura popolare- dei canti antichi con un po' di farina del mio sacco / comunicare con la gente semplice che non parla inglese, francese o tedesco, come la gran parte della popolazione acculturata di Turchia / chiacchierare con la mamma dei miei amici che, per accettarmi in famiglia, mi ha portato in dono esemplari stupendi dell'antico corredo ricamato destinato alle figlie e alle nuore).


Bruna Spagnuolo: La letteratura turca

Prologo- Cercando ‘informazioni’ sulla letteratura turca, online, si ottengono, in sintesi, le seguenti ‘nozioni’:
«La letteratura turca ha tramandato documenti molto antichi (vedi iscrizioni reali e religiose secolari come quelle dell’Orkhon della Mongolia del 732 –epitaffi in götürk  dedicati a personaggi di stirpe reale- e come quelle in lingua uigurica –di Jenissei). Gli antichi manoscritti del IX secolo (in  uiguro mutuato da alfabeto iraniano) riguardano traduzioni religiose manicheiste o buddiste. L’iscrizione di Kara-Balgassun dell’810 è in turco uiguro/sogdiano/cinese e narra la conversione del capo degli Uiguri al manicheismo.
Echi islamici
 Le dinastie turche in Asia centrale portarono Islam e letteratura imparentata con le culture araba persiana e con il sufismo (a paritre dal X secolo). Il poeta uiguro Yusuf Has Hacib fu il più  importante poeta della letteratura karakhanide con il suo poema didascalico La scienza regale (Quatadgu Bilix -1069). Il primo dizionario della lingua turca risale al 1072 e fu opera di mahmud Kashgari. Mentre si svulippava la letteratura khwaremshah, la dinastia dei Turchi Selgiuchidi portò in Asia Minore la fioritura della letteratura azera e della letteratura turca di Anatolia. Yunus Emre (1238-1320) fu uno dei primi scrittori in lingua turca e fu un grande, ma ci fu chi, come il  fondatore dei Dervisci danzanti, il mistico Gialal ad-Din Rumi, si distinse scrivendo in lingua persiana (quella che era sempre stata e che fu a lungo, per antonomasia, ‘la’ lingua delle élite poetiche). Giunse un tempo, però, durante il quale, la lingua turca (definita ciagataica, in ricordo del sovrano mongolo Ciagatai) surclassò di gran lunga l’idioma periano. Ciò accadde durante il regno di Tamerlano e diede il via alla tradizione orale dei Dervisci e degli âshik  (i menestrelli mitici che, acocmpagnandosi con il saz, narravano storie-leggende-gesta epiche (le mitiche hikayé).
Echi ottomani
 L’impero ottomano (sin da XV secolo) fu il padre della letteratura turca classica (appannaggio dei nobili) che conobbe il suo apogeo nel 1453 (con il sultano Maometto II, conquistatore di Costantinopoli). I poeti di ispirazione arabo-persiana  furono Ahmet Pascià  (nel Quattrocento) e Baqi e Fuzuli (nel Cinquecento). La prosa entrò nella letteratura colta successivamente (XVI secolo) ed ebbe stile legato al misticismo sufi (suoi autori di rilievo furono Ahmed Nedim -1680/1730- e Seyh Ghalib -1757/1799).       
 La letteratrura popolare turca nacque  nel XVII secolo e rimase separata da quella aulica fino al XX secolo».


Si accenna appena alla letteratura popolare (e se ne fissa anche la ‘nascita’  e ciò sa di saggezza come il tentativo di stabilire il giorno preciso in cui il sole potrebbe aver cominciato a brillare). L’argomento potrebbe bastare a riempire intere enciclopedie, ma la sottoscritta si limiterà umilmente a tracciare della letteratura popolare turca un ‘ritratto’ verosimile ( e il più possibile ‘verosimigliante’).

La letteratura popolare turca (Halk Edebiyatı)


Piccoli rudimenti
di fonetica turca
(necessari alla decodificazione essenziale
dei riferimenti linguistico-letterari) :

C = g (suono dolce)
Ç = c (suono dolce)
Ğ = muta (prolunga il suono della vocale precedente)
Ö = eu francese
Ş = sc (suono dolce)
I = i senza puntino (ı)/vocale dal suono indefinito (simile a quello che segue le consonanti pronunciate senza vocali)
Ü= u francese
G = g (suono duro-anche davanti ad i ed e)
H = sempre aspirata
K = sostituisce tutti i suoni duri di C
Il resto dell’alfabeto coincide con quello italiano, in linea di
massima.         

La letteratura islamica araba ha tramandato i suoi generi letterari alla consorella islamica persiana che, a sua volta, li ha tramandati alla consorella islamica turca. Ogni letteratura, però, ha l’impronta forte e indelebile dell’idioma in cui è ‘forgiata’. La letteratura turca pone tra se stessa e le due consorelle islamiche l’identità inconfondibile dovuta alle lingue turciche, che non usano una metrica basata sulla quantità. La turcologa Anna Masala-1 dice che, comunque, i canzonieri turchi non hanno nulla da invidiare ai diwan islamici.
   Non fu l’islamizzazione della Turchia, ad opera dei Gaznevidi, dei Karakhanidi e dei Selgiuchidi, iniziata nell’ottavo secolo e conclusasi tra il decimo e l’undicesimo, a portare poesia e letteratura popolare nelle aree di riferimento, perché in Asia centrale erano esistiti quasi ‘da sempre’ (ovvero già da secoli) i cantori delle lotte tribali e dei fenomeni sociali e naturali, gli autori di epica-leggenda-storia.
   L’arrivo dei Turchi Selgiuchidi di Anatolia e degli Ottomani gettò i semi della nascita e della fioritura del Divan Edebiyatı, la letteratura colta dei ricchi e dei religiosi, in contrapposizione alla quale crebbe, poderosa e quasi prepotente, la rigogliosa Halk Edebiyatı proveniente dal popolo (del quale cantava le gesta leggendarie e alle cui masse diseredate e incolte portava sostegno, sollievo, dignità e acculturazione). La Halk Edebiyatı-2 non fu, come si può ben intuire, soltanto poesia epica ma, soprattutto, cultura popolare nata dal popolo e al popolo volta, in un circolo benefico di produzione-fruizione. La ripetizione di situazioni attraverso i secoli portava a una fertilità letteraria inarrestabile e alla produzione di testi che si trasformavano in diffusione di versi, di motivi e di vocaboli. Tutto ciò nasconde un interesse linguistico innegabile e presenta una dinamicità che contrasta con la staticità e la rigidità ampollosa della Divan Edebiyatı-3.
   La letteratura popolare turca ha cantato la grazia e l’avvenenza femminile, l’avventura e la natura e le peripezie del popolo e dei popolani e ha legato la liricità della parola-verso alla ‘voce’accorata di quel meraviglioso strumento a corde che si chiama saz e che, insieme al numero delle corde, può cambiare registro, ‘linguaggio’ e tono fino a farsi quasi umana e a raggiungere le umane porte individuali del sentire e del patire.
   Alcune poesie popolari sono giunte fino al presente e hanno portato fino ad oggi gli originali motivi musicali inscindibili dalle parole antiche e ad esse intrecciati in quella indescrivibile mistura di intensità nostalgica e struggente che si fa gorgheggio-lamento-canto-pianto-elegia-richiamo.
   Esistono ancora, oggi come ieri, i cantori popolari, perché esistono cantanti turchi cntemporanei che coltivano ancora l’arte del canto tradizionale tramandato e da tramandare, con tutta la sua ricchezza di ‘virtù’/’sfumature’/’’livelli’/’scale’/’luci’/’ombre’ (e potenza con cui ‘pizzicare’ i cuori in ascolto) da conquistare con la voce.  Essi cantano ancora i misteriosi motivi del passato e si lasciano accompagnare dalle corde ‘pizzicate’ del saz. Anticamente il saz veniva spesso ‘imbracciato’ come un’arma dal popolo e trasformato in voce che gridava le rivendicazioni dei più deboli e derelitti, che innalzava nell’aria lamenti e che lanciava accuse o anatemi tanto pungenti quanto eterei e immateriali. Esso si sposava con gli sguardi intensi e significativi degli aedi e con le loro parole liriche e toccanti, si faceva colonna sonora delle ribellioni senza speranza del popolino lacero e impotente  e dava ‘voce’ a chi voce non aveva di fronte ai potenti. La Turchia ha  amato il saz e non lo ha mai tradito, riservandogli, nel tempo, il posto d’onore che gli competeva (e che ancora gli compete) di diritto. Ci sono, oggi come ieri, i suonatori che traggono dal saz le voci infinite imparentate con la poesia epica e antica, con la storia, con la lirica e con la delicatezza dell’amore o con l’irruenza e con un infinito caleidoscopio di livelli di altri sentimenti-sensazioni-aneliti.   
   I generi individuati dalla critica, nella letteratura popolare turca, sono il destan (racconto epico), il masal (racconto fantastico/fiaba), gli atasözleri (proverbi) e la lirica, che è, a sua volta, divisa (a seconda che canti il dolore-i drammi-le ribellioni-i rituali del popolo, i sentimenti, il coraggio ardimentoso e l’orgoglio) in tuyug, mânî, kosma, sarkı, türkü. I türkü, a loro volta, si suddividono in vakalı türküleri, che cantano guerra-patriottismo-rimembranze, e hislitürküleri, che sono testi che oggi definiremmo instant e che cantano gli avvenimenti improvvisi (come l’amore e la morte) e i sentimenti ad essi legati.  
   La letteratura popolare turca è ricchissima di una messe invidiabile di produzione poetica anonima e di produzione ‘firmata’ da nomi illustri come Emra Erzurum, Kerem, Dadaloğlu, Karacaoğlu, Köroğlu, AşıkGarıp. Molti dei componimenti popolari antichi, specialmente quelli epici che cantano lo spirito guerriero e l’impeto delle battaglie, hanno perso tra le spire del tempo la paternità degli autori, ma non hanno perso la forza seduttiva della loro anima lirica, né quella suasiva della conquista degli animi e, sebbene anonimi, sono giunti ai posteri come incalcolabile eredità popolare.
   I componimenti poetici, in Turchia, hanno attraversato distanze ed epoche e hanno conquistato il cuore della gente, guadagnandosi fama e grandezza duratura, indipendentemente dalla loro provenienza. Il lessico, con tutte le sue accezioni semantiche, in quella terra, è stato il vero protagonista della letteratura e si è fatto largo attraverso i secoli con la sola propellenza dell’impatto emotivo sull’animo umano. La rapida diffusione dei componimenti e la loro fama si sono disgiunti dal nome degli autori e hanno ‘viaggiato’ in lungo e in largo, al di là di qualsiasi ‘gestione’, ‘strategia’ o ‘politica’. È meraviglioso e commovente sapere che, conquistata dalla fama e dalla forza dei versi, spesso, la società ha dimenticato persino di citare il nome degli autori in varie antologie, perché è meraviglioso e commovente pensare che chi ‘prende su di sé’ il sentire del mondo (come i poeti) possa intuire-scrivere parole-scrigni e dotarle di chiave così accessibile da farsi penetrare dal popolo che, abitandole, finisce per trasformarle  in abiti-casa.

   Non c’è una data alla quale risalire per la scoperta del canto e della poesia, nella storia di questo popolo erroneamente classificato come primitivo (a causa dell’orgoglio e del pudore con cui ha sempre custodito i suoi sentimenti e a causa dei falsi storici di ‘piratesca’ memoria).
   La poesia si tende, come filo di Arianna, tra i primi cantori erranti del centro Asia (i rapsodi popolari della halk edebiyatı, nati parallelamente ai dotti  della divan edebiyatı), i ‘partigiani’ della nuova poetica e le tanzimat-4 che seppero battersi contro la cristallizzazione della lirica dotta togliendo alla penna la prerogativa di servire il potere e dandole la libera espressione del sentire.
   La scomparsa della teocrazia ottomana portò con sé, nell’oblio, anche la poesia preclassica-classica-postclassica e trasformò la Turchia in una sorta di alveare globale fatto di riforme e di  un fermento letterario che fece da humus alla letteratura turca moderna. Namık Kemal è capostipite e ‘seminatore’ del ‘nuovo’ respirato e metabolizzato dai poeti turchi di quel tempo. Egli divenne punto d’arrivo degl’innumerevoli poeti turchi del passato e nodo nevralgico di smistamento delle ramificazioni letterarie generose dei poeti turchi del futuro, ma trovò, per così dire, la strada già abbozzata, se non spianata, perché altri due poeti avevano importato il pensiero europeo positivista-naturalista-neoromantico, influenzando la realtà culturale del paese: IbrahimŞınası-5 e Abdülhamit Ziyaettin, noto come Ziya Paşa-6. Kemal assurge a figura letteraria gigantesca, poiché fu lui ad arricchire di nuovi significati il monolinguismoturco, portandolo a diversificarsi e a sganciarsi dal dizionario arabo dal quale proveniva, come un vero e proprio pioniere dotato di preparazione e di coraggio. Questo straordinario poeta turco è una figura indimenticabile e meritevole di grande ammirazione e rispetto, perché non si limitò a scrivere parole e spinse il suo amore di letteratura lirica e libera fino al punto di rischiare tutto e la sua stessa vita: nel 1865 dovette fuggire-7, per sottrarsi ai provvedimenti del governo centrale. Cinque anni stesero un velo di oblio sugli eventi e permisero a Kemal di rientrare in patria, dove riuscì a far portare in scena una sua commedia modernista. Egli divenne simbolo del graduale scardinamento della cultura tradizionale, benché la sua penna non avesse molto di agile e di moderno e benché fossero altri i giovani letterati che, avendo sentito l’influsso di Shakespeare/Corneille/Molière/Schiller/Goethe e di tutti i letterati, filosofi, pensatori, scienziati e artisti contemporanei europei, avevano contribuito a dare corpo anche in Turchia a un forte anelito di libertà e di conquiste sociali.
   Altra figura di rilievo fu Abdülhak Hâmid Tarhan (1852-1937), che visse a cavallo dei due secoli. Il suo sguardo diplomatico, dagli orizzonti europei e dallo spirito orientale, registrò il secolo delle riforme e la sua opera registrò il contrasto tra la decadenza dell’impero e le sue non ancora tramontate pretese di grandezza.
   Viene spontaneo domandarsi dove finisca la letteratura popolare turca ‘antica’ e dove inizi quella ‘moderna’ e chi, tra gli autori meriti di segnare la linea di demarcazione tra le due. Non posso fare a meno di dire, innanzitutto, che, accostarmi alla letteratura turca, è stato per me commovente: ho immaginato la poesia ‘dotta’ dei ricchi e dei religiosi e quella dei popolani come due fiumi e ne ho cercato il corso, aspettando con ansia di vederle confluire, infine, nell’unico grande bacino delle menti ‘colte’ e ‘dotte’ nate dal popolo, ma non ho potuto fare altro che assistere alla persistenza della dicotomia, perché molti degli scrittori turchi sensibili al richiamo parnassiano, simbolista e naturalista rimasero fedeli per tutta la vita all’influenza della letteratura colta (o, forse, semplicemente, non erano ancora in possesso dei sortilegi creativi necessari a staccarsene e ad abbassare i ponti levatoi che li separavano dal fascino-richiamo letterario-altro). Direi che, in Turchia, lo stesso percorso-destino riguardò l’estetica, quella parte dell’indagine filosofica che tenta-osa reticoli-definizioni-classificazioni del fenomeno artistico. Il primo saggio estetico fu scritto da Ricai-Zade Ekrem (1847-1914). 
   Il capostipite della poesia moderna e la linea di demarcazione tra essa e quella ‘antica’ fu un poeta nato quindici anni dopo Abdülhak Hâmid Tarhan e morto ventidue anni prima di lui: Tevfık Fikret che, subì l’influsso francese del liceo Galata Saray e quello anglo-americano del Robert College. Si collocano nella sua scia e in quella del modernismo cui egli diede il via parecchi letterati turchi, tra i quali cito Halid Ziya, Ali Ekrem, Süleiman Nazif.
   La turchia artistica conobbe un lunghissimo periodo di transizione, poiché il panislamismo e il panturchismo furono due titani impegnati in una contrapposizione potente e senza quartiere che rese stretti i varchi e spinosi i sentieri verso il ‘modernismo’ (nel quale, comunque, il romanticismo incise tracce inequivocabili e chiare).
   L’incedere della poesia verso il modernismo mise a dimora un cippo indimenticabile, quando accantonò il metro arabo-persiano e scelse di usare quello sillabico, ma, mentre l’arte in generale si animava di una rinascita globale, la lirica subiva una stasi scoraggiante, a causa della metrica classica ignota al popolo e si rassegnava ad attendere tempi migliori. Quei tempi giunsero quando (1923) fu proclamata la Repubblica. Quella data decretò il declino inarrestabile e senza appello della lingua dotta e libresca e diede al nazionalismo la forza di destituire, insieme al panislamismo, il verso metrico in favore di quello sillabico. La poesia popolare, allora, infranse gli argini delle medrese, ai margini delle quali era stata tenuta con disdegno dal Divan Edebiyatı, e sostituì del tutto la superba sorella d’imitazione. Furono, paradossalmente, proprio gl’ignari poeti nazionalisti a dare il colpo di grazia alla lingua colta e ad aiutare il dilagare della poesia popolare.
   La selvaggia e indomabile Anatolia (dei pastori e del saz-8), che era stata per secoli roccaforte della voce indipendente del popolo e della tradizione centro-asiatica e che non aveva mai smesso di esserlo, divenne, di conseguenza, la Mecca dell’ispirazione del poeta turco (non più appartenente alla casta dei ricchi, dei potenti o dei religiosi o ad altra casta, ma semplicemente ‘poeta’).
   La fama di alcuni letterati turchi, nell’intervallo tra le due guerre mondiali, varcò i confini della Turchia e raggiunse l’Europa. Ecco alcuni di quei letterati: Ahmet Ấsim-9, il poeta per il quale la poesia era un linguaggio più vicino alla musica che alla parola; Yahya Kemal Beyath, che diede un quadro storico dell’arrivo dei Turchi Selgiuchidi nell’Anatolia bizantina; Halide Edib Adivar, prosatrice amante della libertà e del panturanesimo; Ya’qub qadri qaraosmanoğlu, con il quale gli studi pre-Anna Masala chiudevano le trattazioni sulla letteratura turca.
   Anna Masala afferma che la nascita della poesia turca contemporanea coincide con la seconda guerra mondiale e possiamo fidarci del parere di colei che è la cittadina italiana illustre più informata sugli eventi letterari turchi. È proprio in quell’epoca che si diffonde la fama di poeti come Orhan, Fazil HüsnüDağlarca, Nazim Hikmet Ran, che l’arte turca in senso lato entra nel consesso dell’arte europea dalla porta principale e che dei giovani ricercatori letterari operano un miracolo senza precedenti: avviano la poesia all’uso del verso libero, abbandonando e accantonando persino il verso sillabico.
   Il merito degli esiti letterari finali di un popolo, non è mai tutto e soltanto dei poeti ‘dell’ultima ora’ (e neppure soltanto di quelli di quelli racchiusi entro i confini nazionali), poiché, come in tutti i campi, anche nella poesia le mete raggiunte sono la sommatoria di molti passaggi-stadi-esplorazioni e sono da attribuire anche agli ‘esploratori’ non più vicini nel tempo (e nello spazio). La poesia filosofica di Fazil Kisakürek, quella simbolista di Ahmed hamdi Tanpınar e quella intimistica di Muhip Dranas-Kutsi Tecer avevano preparato il terreno per la ‘messa a dimora’ della poesia contemporanea turca.
    L’eco dell’ottobre russo e i testi del sovietico Maiakovski avevano influenzato il poeta turco Nazim Hikmet Ran (1902-1963), convertendolo al pensiero marxista-leninista e portandolo a vivere una vita fatta di esilio, di dolore, di tentativi di rivedere la patria e la sua nobile famiglia e di soggiorni nelle patrie galere. Prima dell’esilio, egli aveva cercato nella mitica Anatolia la voce degli antichi antori delle çonk-10 e aveva insegnato a Bolu, luogo pieno di memorie legate all’antico poeta-bandito Köroğlu, il popolano cuor di leone che aveva sfidato i potenti con versi più affilati e più trapassanti delle armi più appuntite e mortali.   
   Il destino politico e ideologico di Nazim Hikmet Ran, grande figlio di Turchia, porta la critica a fare un parallelo tra lui e  il grande poeta spagnolo Federico Garcia Lorca. Entrambi cantano la terra e il popolo, ma Nazim Hikmet ha una vena poetica soffusa del misticismo accorato dei canti orientali, mentre Garcia Lorca ha una vena poetica guizzante come i fuochi d’artificio della suggestiva Andalusia. I due popoli s’incontrano, in questi due poeti come facce diverse della stessa medaglia.
   Non bisogna dimenticare che il ‘modernismo’ non ha mai inteso rinnegare il passato e l’eredità socio-culturale da esso ricevuta, ma soltanto il plagio della tradizionale cultura arabo-persiana. Il nazionalismo repubblicano, in realtà, ha tratto i suoi germogli dai semi del misticismo da sempre acceso, come fiaccola inesauribile, nella lontana e storica Anatolia: da lì, i poeti Cahit Külebi, Osman Ấttilâ, Feizi Halici, Cehun Atuf Kansu, Fazil Hüsnü Dağlarca, Necatı Cumalı cuciono gli squarci secolari tra la poesia popolare e quella colta e abbattono barriere linguistiche.
   La poesia popolare, che non ha mai smesso di arricchirsi di ‘voci’, con la morte del cantore cieco Aşık Veysel (1894-1973) perde il cantore popolare contemporaneo più grande e più importante in assoluto.
   I poeti turchi contemporanei sono molti e non riuscirò a citarli tutti, né adeguatamente, in questa sede; oltre a quelli già citati, desidero ricordare Orhan Veli kanık , Oktay Rifat, Melih Cevdet Anday (del Nuovo Movimento), Asaf Halet Qeleby, Ilhan Berk, Beheçet Necatigil, Kemalettin Kamu, Attila Ilhan, Edip Cansever, Asaf Ozdemir, Sezay Karakoç, Osman Turkay (cipriota), Ümit Yaşar Oğuzcan (il poeta dall’epigramma facile e dall’ironia sottile, che canta il rifiuto delle mode borghesi e che ha prodotto un numero impressionante di testi poetici), Şinasi Ozdenoğlu (il poeta parlamentare, i cui versi sono messaggi di pace), Necati Cumali, Türgut Uyar, Cemal Sureya, Ece Ayhan, Sala Birsel, Metin Eloğlu, Ceyhun Atuf Kansu, Ali Yuce, Oktay Rifat.
   La prosa è un discorso a parte, che si ricollega, comunque, all’influenza socialista dell’ultimo anteguerra, alle tendenze nazionaliste del decennio compreso tra il 1945 e il 1955 e alle ‘tendenze nuove’ (Reşat Nuri Guntekin, Peyami Safa, Mithat Cemal Kuntay, Abdulhak Şinasi Hisar, Mahmut Yesari).
   Novelliere notevole del dopoguerra è Sait Faik Abasiyanık (1906-1954), romantico osservatore della società e delle esigenze di rinnovamento, dalla produzione consistente e riecheggiante di influenze turco-europee. Altro prosatore fertile è CevatŞahir Kabaaçli (proveniente dal Robert College e dall’Università di Oxford), la cui penna fertile ha vergato un numero non trascurabile di opere dal contenuto vario e ricco di spunti autobiografici. Altri autori degni sicuramente di nota sono Samet Ağaoğlu (politico e letterato d’eccezione; ammiratore di Dostojevski), Haldun Taner (scrittore amaramente ironico, proveniente dall’università tedesca e austriaca, importatore di cultura europea), Tarik Buğra (ammiratore della lingua nazionale priva di influenze ‘barbariche’ europee ‘che potrebbero sostituirsi al patrimonio glottologico turco che è parte di tanta storia’), Cengiz Dagci (proveniente dalla Crimea, che ha partecipato alla seconda guerra mondiale e che è antitedesco e antisovietico ed è nostalgico delle tradizioni centro-asiatiche ataviche), MustafaNecati Sepetcioğlu, Ali Yürük, Alif Yesari (creatore di un teatro del pensiero).
   Seguaci del nuovo realismo ideologico furono: Yaşar Kemal, Kemal Tahir, Sadri Ertem, Sabhattin Ali, Orhan Kemal, Reşat Enis Tygen, Kemal Bilbaşar, Samim Kocagoz, Faik Baysal, Mehmet Seyda, Kemal Bekir, Tarik Dursun, Sunullah Arisoy, Fakir Baykurt, Tari Apaydin.
Yaşar Kemal, Kemal Tahir e Orhan Kemal sono i più noti tra i seguaci di Camus e dei pensatori marxisti. Il nome di Yaşar Kemal figura tra i candidati al premio Nobel per la pace.
   Il discorso sulla letteratura turca contemporanea non può considerarsi esaurito in questa sintesi frettolosa e non esaustiva. Molti autori e molti argomenti meritano studi specifici e approfonditi che non sono possibili in questo ‘spazio’ limitato.
   La stampa  ha avuto e ha un ruolo di primo piano nella vita letteraria del paese. La Turchia era terra dove si stampavano e si leggevano, anche a costo di sacrifici, notevoli quantità di libri (soprattutto di poesia); era il luogo in cui anche il povero rinunciava a tutto tranne all’acquisto di un libro ogni tanto, per piccolo che fosse;  se la Turchia di oggi è ancora così, ha molto da farci ascoltare dal suo vatan-11 di poeti e di fermento culturale.

1- Anna Masala, Canti Popolari Turchi, pag. 153.
2-Halk edebiyatı -dal turco halk, popolo, e edebiyat, letteratura.
3-Divan edebiyatı -dal turco divan, divano, e edebiyat, letteratura.
4-Tanzimat- le riforme politico-sociali del 1839.
5-IbrahimŞınası -traduttore di La Fontaine.
6-Abdülhamit Ziyaettin -traduttore di Moliére.
7-Kemal -fuggì a Parigi, insieme a Ziya Paşa, per non incorrere nelle imprevedibili conseguenze di un arresto. Il ‘potere’ non gli perdonava di aver legittimato l’ideologia positivista e filo-europea dell’associazione dei Giovani Ottomani e di aver addirittura aderito personalemente al gruppo. 
8-Saz-strumento a corde, che accompgnava (e ancora accompagna, nei luoghi e nelle celebrazioni tradizionali) i canti popolari . Era definito halk sesi (da halk, popolo, e ses, voce. La desinenza finale in i sta ad indicare il genitivo indeterminato-stato costrutto di I tipo). Il saz, oggi come ieri, in Turchia, è ancora halk sesi, la voce del popolo, anche se le nuove generazioni, forse, non tutte lo sanno.
9-Ahmet Ấsim- A. Bombaci lo paragona al nostro Quasimodo (Letteratura turca- Firenze 1969- A. Bombaci).
10-Çonk -‘quaderni’-pergamena che i primi cantori erranti portavano nei loro sacchi di nomadi pastori e che usavano per scrivere e per declamare i versi, che li accompagnavano nelle loro peripezie attraverso il centro Asia e che presero il  nome da quello delle pergamene primitive che li contenevano.
11-Vatan- ‘terra’ intesa come ‘patria’.
*Un primo studio di Bruna Spagnuolo sulla letteratura popolare turca vinse il premio letterario Silarus, nel 1989. Un secondo fu pubblicato sulla rivista di arte e cultura Alla Bottega, nel 1990. Il terzo è quello che compare in questa sede.  

 

Ümit Yaşar Oğuzcan menestrello di Turchia by Bruna Spagnuolo

Il poeta turco Ümit Yaşar Oğuzcan nacque nel 1926, a Tarsus, e girò in lungo e in largo per la Turchia, a causa del lavoro del padre, Lütfi, che, essendo dipendente statale, si spostava continuamente e costringeva il figlio a crearsi sempre nuovi legami e a tagliarli, come cordoni ombelicali dolenti. Ciò, forse, è alla base della capacità di Ümit di evocare, nei testi, abitacoli fuori-testo, da cui l’io inellettivo, quasi in scissioni-simbiosi, pare materializzare astrazioni oltre-corpo (da cui osservare le asperità degl’imprevisti e gl’imprevedibili sentieri dell’io fisico e di quello immateriale che vi abita dentro).
   Gli studi di questo poeta dalla vena inesauribile si svolsero in varie sedi (Tarsus, Istambul, Konia, Eskişehir). Completò, in Eskişehir, il liceo commerciale ed entrò nel mondo bancario (Turkiye iş bankası). Anna Masala disse di Ümit Yaşar, quando egli era ancora in vita: “/…/ è nato da /…/ e subito ha cominciato a vivere la sua lunga gara con la morte”. La vita di questo singolare figlio di Turchia, in effetti, si costellò (ancor prima del suo naturale tramonto dall’orizzonte terreno) di fughe verso la morte ( balzi verso la notte e ritorni verso la luce o viceversa?), in senso metaforico e reale, corporale e spirituale.
   Subì una frattura (grave), a tre anni/ sedette su un braciere, a quattro/ precipitò da una scala, a cinque/ rimase tramortito, sotto un pesante coperchio di baule, a sette/ subì interventi chirurgici –in epoche e in condizioni in cui morire o sopravvivere erano facce ‘normali’ della medaglia quotidiana (l’appendicectomia, a quattordici, l’asportazione di un rene, a diciannove, la tonsillectomia, a trenta)/ si salvò per miracolo da un tentativo di suicidio, in età matura, e patì la morte, per suicidio, di suo figlio Vedat. Sopravvisse a quell’ultimo-feroce attacco del destino quasi per assuefazione al dolore. Subì anche una serie incredibile di incidenti stradali, che non riuscirono a uccidere il suo corpo (ma che misero a segno boomerang insidiosi sulle corde vibranti/vibratili del suo spirito provato).
La sua vita, guardata a ritroso, appare come un ‘range’ sine qua non inciso a priori, a caratteri cubitali, colà dove si puote.
   Ümit Yaşar Oğuzcan è la dimostrazione di come la ‘statura’ esteriore e quella interiore della gente siano due cose non ‘imparentate’ e spesso completamente discordanti (Ü. Y. O. aveva una statura fisica inversamente proporzionale a quella culturale: era piuttosto basso e insignificante/ aveva una cultura da gigante/ era depositario di un carisma che s’irradiava come una magia).
   Sposò Özhan, figlia di Mehmet Zeki Oğzbash di Mersin, ed ebbe due figli, Vedat (1949), che divenne un brillante scultore e che si suicidò (1973), e Lütfi (1952), che entrò nel teatro dopo il conservatorio. Neppure il matrimonio smentì il clima burrascoso della vita di questo poeta tormentato: divorziò, ebbe infinite peripezie familiari e giunse persino ad una riconciliazione, con relative nuove nozze.
   La separazione da Özhan ispirò a Ümit il libro Beni unutma-1 e le Quattro Lettere a Özhan, che, a mio avviso, segnano un momento importante nella produzione letteraria di Oğuzcan e che sono come una porta aperta sul ‘prima’ e sul ‘dopo’. Il ‘dopo’, che include la parte finale della vita umana e poetica, è scrigno della produzione matura, quella dello sguardo sfatato e della ponderatezza che scende sulla passionalità come un balsamo velato di saggia nostalgia e di lirismo; è scrigno anche della ritrovata pace ‘globale’ e dell’unione con l’ultima donna della vita di questo cantore instancabile dall’animo tormentato, l’unione con Ulufer, colei che diverrà Ulufer Oğuzcan-2 e che gli starà accanto fino alla fine.
*
Nessuno sa quando-dove-come sia germogliato il bandolo dell’intricata matassa poetica di questo autore (ma a chi è dato sapere quali spore danzino nel vento del pensiero umano e in quale preciso momento ne artiglino il divenire cangiante con radici dall’imprevedibile portamento air-earth born?). Nessuno ha potuto-può-potrà dire con certezza una simile cosa di nessuno degli artisti passati-presenti-futuri (e neanche i diretti interessati, sia pure attraverso regressioni mentali di qualsivoglia entità megaciclica).
   Dire quando germoglia il granello capace di riprodurre le foreste-parole della produzione di un qualsiasi autore è difficile; rintracciare, nella vita piena di eventi e di imprevedibili drammi di Ümit Yaşar Oğuzcan, i sortilegi germoglianti della sua produzione poetica mareale è impossibile.
È certo che le libere attività di editoria e di giornalismo del padre e l’amore della madre, Güzide, per la poesia lo influenzarono, ma non si può dire se queste furono le cause della sua vocazione poetica. Direi, se credessi nella metempsicosi, che è stato poeta nella sua vita vissuta nel novecento come è stato poeta in altre vite passate e come sarà poeta in altre vite future. Egli stesso, in un’intervista rilasciata ad Anna Masala, disse che, se, nel post mortem, potesse scegliere di rinascere, sceglierebbe di essere ancora e ancora Ümit Yaşar Oğuzcan.
   La poesia di Ümit Yaşar, straordinariamente viva e intensa, è come una zummata sulle immagini più struggenti e significative di Istambul. È risaputo che questo poeta amasse Istambul (Istanbul) alla follia e che condividesse con la città, in parallelo, gioie, dolori, amori e odio. Istambul incarnava tutto ciò che egli amava; in quella città egli viveva e lavorava e, quando non era nel suo studio, in Sirkeci, era nella poesia vivente che lungo i bordi del Bosforo ronza senza fine (tra le case antiche ubriache di venti storici e di correnti marine/ nella frenesia dei gabbiani pazzi di facile pesca invernale/ nei velieri appollaiati sulle notti di luna/ nelle porcellane frantumate in onore dei cantanti-cantori come ieri virtuosi e inondati di petali di fiori/ nello sciamare della vita di Istanbul, fitto-complesso-imprevedibile-misterioso come il suo nevischio).
*
   La società venne a conoscenza dell’attività poetica di Ümit Yaşar tra il 1936 e il 1938, per merito di un giornale murale studentesco. Le sue prime poesie edite apparvero, nel 1942, sul giornale Kocatepe, su Güzel eskişehir, su Sakarya e su Porsuk (rivista ufficiale della casa del popolo di Eskişehir). Lavorò per la rivista Türke doğru, divenendone direttore. Diede la sua collaborazione a molti giornali, tra cui Kalem. I maggiori organi di stampa della Turchia, dal 1954 in poi, hanno richiesto la sua collaborazione (Varlik, Yediğun, Istanbul, Haynak, Büyük Doğru, Fikirler, Edebiyat Dünyası, Hisar, Aile, Yelpaze, Güey, Akbaba, Papağan, Yergi, Dergi, Yariş ve yetiştiricilik, Iş dergisi, Hür Vatan, Hareket, Cumhuriet, Yeni Istanbul, Bob Bon, Hafta Sonu, Hürriyet, Kelebek). Nel 1961, fondò una sua casa editrice.
   La sua produzione letteraria va collocata nella storia evolutiva delle lingue turciche, come tutta la letteratura turca contemporanea, e, per quanto diversa nella sua veste estetica e semantica, va vista come depositaria dell’eredità degli antichi cantori centro-asiatici e delle più recenti Divan Edebiyatı-3 e Halk Edebiyatı-4 . Non è avulsa neppure dall’influenza della letteratura europea, iniziata già all’epoca del Turchismo, nel lontano 1865, quando in Istambul si formava l’associazione dei Giovani Ottomani e Namık Kemal e Ziya Paşa, che vi avevano aderito, erano costretti a fuggire a Parigi-5 .
   Ümit Yaşar è, per diritto di nascita, erede di quel Nazionalismo turco che si era opposto al Panislamismo divenendo Turchismo, tra il 1800 e il 1900, ma è altro da esso-6 .
   La sua produzione, pur collocandosi, per discendenza primaria, nella storia letteraria del suo paese, non si presta a gemellaggi con le varie mode letterarie. Ümit Yaşar canta il rifiuto delle mode borghesi e la vita di ogni giorno ed è, si può dire, un poeta dall’epigramma facile e dall’ironia apparentemente leggera (e, in realtà, caustica verso tutti i politici ricchi e voltafaccia). Canta anche la bellezza e le brutture e i sogni e le paure dell’umanità, inserendo nella dimensione semplice e spontanea della sua poesia senza artifici il sospiro universale del poeta dall’interiorità grande quanto la sua fama in terra di Turchia.
   Qualcuno pensa che la parte migliore di questo poeta sia la lingua. Io credo che la trasparenza idiomatica di questo autore sia punto d’arrivo di un lungo cammino e che egli conoscesse la lingua tanto profondamente da asservirla alla poesia, senza mai tradirla, in un gioco di musicalità e di semplicità.
   L’altalena continua tra la vita e la morte traspare dalle poesie di questo autore, come altalena tra il mondo dello spirito e quello del corpo/ come dimensione-altra di un’anima che non riesce più ad essere contenuta nella materia limitata-/limitante e che genera attorno a sé soltanto sentimenti estremi (nessun poeta ha mai avuto un numero tanto elevato di amici e di nemici contemporaneamente).
   Ümit Yaşar, nel 1975, nove anni prima della sua morte, avvenuta nel 1984, in una delle poesie contenute nel libro intitolato Yalan bitti , scrisse: “/…/ per la prima volta sono morto il 6 Giugno del 1973 con mio figlio Vedat. Non so quando morirò per l’ultima volta”. Quelle parole, che gridano in eterno lo sgomento senza limiti di un dolore trapassante, sono come un’epigrafe ferita/ attenta/ attonita campeggiante su tutte le letture dei versi di questo poeta (il cui cuore inquieto non ha mai smesso di essere affollato di umanità straripante, contagiosa e dilagante). È tenendole ben chiare in mente che trascrivo un florilegio (limitato/ limitante/ piccolissimo) di versi (‘antichi’) di Ümit Yaşar Oğuzcan.

*
   Si è detto, in lungo e in largo, in Turchia, che questo poeta è il cantore del proprio sentire (delle gioie e dei dolori/ dei contratsi e delle vibrazioni del suo io sfiorato dal mondo e dalla vita). La poesia seguente è un esempio in cui la poesia di Ümit Yaşar esce dai confini del mondo intimistico, da quelli della sua Istanbul e della sua Turchia e si universalizza abbastanza da condividere lo sbalordimento sconcertato con cui l’evento più tragico di tutti i tempi(fino ad allora conosciuti) imprime sugli orizzonti mondiali la firma dell’imprevisto e delle non esorcizzabili paure:

HIROSHIMA
Una nuvola s’è ingrandita
inizialmente dalla terra al cielo
L’ho vista io
l’ha vista Akahito
l’ha vista Yuhara
l’hanno vista tutti i viventi
Dico viventi ora
ma ci sono solo io
Loro sono morti

Le donne nelle risaie sono morte
I bambini al seno della madre sono morti
I fiori sono morti
Gli uccelli sono morti
La mia amata Sanuki è morta
Amavo Sanuki
Sanuki è morta
Sanuki è morta

Si è persa nel cielo la palla di fuoco
Il silenzio di morte dalla terra è piombato sulla città
Se ne sono andate le nuvole
Se ne sono andate le voci
È morto ridendo mio padre
Mia madre Chiyo-Ni stava piangendo

*
  La poesia successiva parla della morte del figlio del poeta (in essa, Ü. Y. pare uscire dal suo corpo terrorizzato/ dal rifiuto di una verità traumatizzante/ dal dolore devastante/ dal turbinio di sensazioni-ricordi-grovigli di ‘se’-’ma’-’forse’ e sensi di colpa e osservare i fatti come un cronista ‘esterno’ agghiacciato e quasi anestetizzato (dalla portata di ciò che è accaduto). La realtà si avverte come un maremoto inarrestabile e ciclopico soltanto dentro la mente del poeta (intontito da quell'eventotanto tragico e, soprattutto, dalla sua esteriorità materiale di fatto di cronaca spicciola e squallida racchiuso nello spazio inaccettabilmente ristretto di un pezzo di strada). Il grido dell’anima tace nei versi della poesia (e tanto di più trapassa l’immobilità del mondo che non sa e che si avvolge nell’abbraccio del sole indifferente):

GIUNGO 1973
Era un giorno luminoso d’estate
Il mondo era limpido e bello
Dalla torre di Galata cadde un uomo quel giorno
Affidò al vuoto in un istante
la primavera della sua vita
insieme a tutte le speranze
Si ridusse in brandelli
Dalla torre di Galata un uomo cadde
ed era mio figlio quell’uomo.

*

   La Lettera a Özhan è la poesia che (oltre ad essere ‘targa’ di un momento cruciale della biografia di Ü. Y.) si fa ‘spartiacque’ (tra opere pre e post Lettera a Özhan) e ‘chiave’ di buona parte della produzione di questo poeta (che è, forse, il più munifico del mondo) e pietra miliare dalla quale in poi l’irruenza letteraria di Ü. Y cambia ‘flusso’/’stratificazione’/’raggio’/’portata’:

LETTERA A ÖZHAN

Più nessuno cuoce per noi il cibo,
nessuno prepara il tavolo per la cena.
Da quanti giorni porto la stessa camicia non so
Quanto sia triste la nostra situazione capirai.
Non ho voglia di alzarmi dal letto la mattina,
le ore si sono fermate nel momento in cui te ne sei andata.
Mai ho vissuto in così misero stato
da quando ho imparato a conoscermi.
Non ascolto più radio e cose del genere,
la tristezza avvolge la nostra casa ogni sera,
quale e quanta sia la solitudine non puoi capire,
se non avessi vergogna dei ragazzi, piangerei.

*

   Istanbul è la poesia che porta il nome dell’amore oltre l’amore di Ü. Y. O. (che ha amato le donne del suo cuore dell’amore intenso e struggente che è amore per l’amore e che, al di sopra dello stesso amore, ha amato Istanbul). L’epicità dei messaggi d’amore di questo poeta dalla passionalità toccante (che usa le parole come carrier e le abbandona come vuoti involucri, uscendone al volo e atterrando su ogni pianeta-occhi-mente raggiungibile) ha infinite corde da cui trarre le più svariate meraviglie-malie. Ognuna delle destinatarie amanti/ amate, però, ha sempre e in ogni ora un’unica-grande rivale: Istanbul. Il poeta canta la città in lungo e in largo, nel fiume in piena uscito dalla sua penna instancabile e prolifica di menestrello, ma, in questo breve testo, pare volerla ‘scolpire’ per consegnarla ai posteri.

 

ISTANBUL

Nella casa una stanza, in quella stanza Istanbul
Nella stanza uno specchio, nello specchio Istanbul
L’uomo ha acceso la sigaretta, un fumo di Istanbul
La donna ha aperto la borsa, nella borsa Istanbul
Il bambino ha gettato una lenza nel mare, ho visto
Ha cominciato a tirarla, nella lenza Istanbul
Che strana cosa questa, che città è
Nella bottiglia Istanbul, sulla tavola Istanbul
Cammina se cammini, si ferma se ti fermi, sbalordimmo
Da un lato lei, da un lato io, in mezzo Istanbul
Uomo se proverai ad amare per una volta, ho capito
Ovunque andrai, là sarà Istanbul.

 

N. B.- Prego il lettore di non dimenticare che ogni traduzione spoglia inevitabilmente il testo dell’immediatezza di grafema-fonema (propria delle lingue originali e delle diversità glottologiche, filologiche, storiche, antropologiche/ geografiche che arricchiscono il mondo) e che nessun idioma potrà mai sostituire l’armonia visiva-uditiva (cristallina-scrosciante-ridente e chiacchierina) dell’idioma originale.
   Aggiungo (per la percezione visiva e per il puro godimento intuitivo) l’ultimo testo anche in versione originale:

Istanbul
Evin içinde bir oda, odada İstanbul
Odanın içinde bir ayna, aynada İstanbul
Adam sigarasını yaktı, bir İstanbul dumanı
Kadın çantasını açtı, çantada İstanbul
Çocuk bir olta atmıştı denize, gördüm
Çekmeğe başladı, oltada İstanbul
Bu ne biçim su, bu nasıl şehir
Şişede İstanbul, masada İstanbul
Yürüsek yürüyor, dursak duruyor, şaşırdık
Bir yanda o, bir yanda ben, ortada İstanbul
İnsan bir kere sevmeye görsün, anladım
Nereye gidersen git, orada İstanbul.

NOTE

1- Non dimenticarmi

2- Ulufer Oğuzcan (una poetessa bella, dai modi garbati e gentili e dallo sguardo intelligente e acuto) ha amato molto il poeta quando era in vita e ha continuato ad amarlo anche dopo la morte, tanto da intitolargli una galleria d’arte (nella quale ho avuto l’onore di essere ospitata) e da dedicargli un libro (Bir dünyamIz vardI bizim- c’era una volta il nostro mondo), i cui testi poetici gridano la lacerazione della perdita (congelata nella raffigurazione iconografica di copertina: un mondo -ricoperto di soli e di stelle- frantumato da gigantesche lacerazioni senza rimedio).

3-Letteratura colta dei ricchi e dei religiosi, custodita nelle medrese e nei palazzi.

4- Letteratura popolare.

5-Kemal sarebbe tornato, nel 1870, e, nel 1873 avrebbe ottenuto la rappresentazione di una sua commedia apertamente liberale e modernista.

6-In un confronto con la produzione ampollosa e classicheggiante di Namık Kemal -che cantava la grandezza del soldato turco- appare come apparirebbero i missili terra-aria in un confronto con gli ordigni antidiluviani.

7- La bugia è finita

Ümit Yaşar Oğuzcan
Lettere in cerca di padrone
by Bruna Spagnuolo

   Si tratta di venticinque lettere intense e incisive, dallo stile quasi ‘pittorico’, scritte in una prosa versatile, semplice soltanto in apparenza e formate da periodi-versi disinvolti di lunghi testi poetici. Sono lettere d’amore avulse da parentele con altre lettere/ mode ‘letterarie’.
   Ispirate da una donna, ne prescindono, per farsi parto di una mente viva e di un cuore che sembra essere impregnato di secoli e di popoli, di città e di volti, di passi e di voli; verso quella donna, però, sono tesi e attorno ad essa ruotano, come pianeti attorno al sole.
   Quelle lettere, nate dalla sensibilità di un’anima ineluttabilmente poeta, includono il mondo, le sue peculiarità-banalità e il surrounding delle componenti umane, sociali, contemporanee. Le lettere all’amata di un artista policromo come Ümit Yaşar sono lettere (a se stesso e al mondo) in cui la mente e lo spirito hanno la prevalenza sul corpo e oltrepassano le contingenze per smarrirsi in profondità di sensazioni oceaniche. La multilateralità del sentire del poeta è tanto vitale quanto incontenibile e fa presagire una vastità interiore tanto prorompente da minacciare l’incolumità del corpo mortale limitato/limitante.
   La donna amata esiste, ma potrebbe anche non esistere, poiché, nell’intricato universo del sentire del poeta, ella è forza propellente e scintilla-innesco di un sistema senza fine di esplosioni-pensieri-intuizioni-emozioni, che covano, da sempre e per sempre, sotto uno strato di fatti-luoghi-volti-ere, in attesa di anticlimax provvidenziali che li versino nel fluire dei giorni.
   La donna amata-trovata è un punto d’arrivo nella mappa della vita ed è, a quel punto della vita di Ü. Y. O., il cippo testimone di una mai cessata ricerca in atto attraverso il tempo e le cose.
   Dalla seconda lettera: “Vattene da questa città, avanti, vattene. Vattene sui monti lontani. Se vedi che sono arrivato anche laggiù, fuggi ancora. Scappa via, affidati al mare”/ “…l’uomo deve cercare da quando è nella culla fino alla tomba/…/ “deve correre sulle strade a piedi nudi, i sassi aguzzi devono tagliuzzare, far sanguinare i suoi piedi. La sua strada deve attraversare i deserti, deve ardere, bruciare”/…/ “…se anche un giorno ti troverò, dovrò trovarti in mille pezzi. Dovrò prendere i tuoi piedi in Africa ed incollarli su un pezzo di carta, i tuoi capelli in Siberia, le tue labbra in Cina. I tuoi occhi saranno quelli di una divinità in India, le tue mani in Italia, come mani di una statua. Se anche ti troverò, dovrò trovarti in mille pezzi. Tuttavia non sarai ancora completa. Di nuovo dovrò mettermi in cammino, cercare ancora. E nell’attimo stesso in cui ti avrò ricreata, io dovrò morire”.
Questa è, a mio avviso, la lettera che contiene il senso della vita del poeta e di tutto il suo peregrinare tra parole-esperienze-epoche. È la carta di ricognizione, in cui trovano collocazione non solo le altre lettere e le sue altre opere, ma anche tutta la sua vita, poiché la vita, come l’amore, è una continua ricerca (quella inconsapevole dell’amore universale), che cessa soltanto con la morte.
   Si avverte, in questa particolare lettera, la consapevolezza che la gioia più intensa derivi dall’ansia premonitrice di essa; se ne ricava il seguente messaggio: la gioia, benché esaltante, non è paragonabile ai trasalimenti delle attese. Il ‘presentimento’ degl’incontri, delle separazioni, dei tormenti, dei tradimenti, degli abbbandoni e della gelosia si fa anelito al ‘preludio’ perpetuo dell’amore (che è intramontabile quanto il temperamento di questo dolce-irriducibile-forte-vulnerabile figlio di Turchia cantore della parola fatta musica).
   Non manca, nelle Lettere in cerca di padrone, che sono singolarissime lettere d’amore, il risentimento, vestito di ironia leggera, contro le convenzioni e le falsità di cui è intriso il tessuto sociale. La quinta lettera ne è l’apogeo: “Prima attendono che il bambino nasca, poi che faccia i primi passi, che parli, che si faccia grande…/ Il tempo avanza, allora attendono che guadagni il suo denaro, che dimostri rispetto per le leggi, che ami la gente, che si lasci ingannare, che a sua volta inganni. E poi attendono che l’uomo muoia. A sua volta che cosa fa? Attende dagli uomini amicizia, dalla persona amata la fedeltà, dai fanciulli ossequio e un po’ di serenità, dalla vita attende felicità. Il tempo avanza e un giorno egli attende la morte. Non ha potuto trovare la maggior parte di ciò che ha cercato. Se ne va da questo mondo come uomo che non ha raggiunto la maggior parte di ciò che ha atteso. Ecco, l’avventura della nostra vita è questa. Attendere vivendo, vivere attendendo e dopo aver vissuto, attendendo morire. Non ho nulla da dire per la nostalgia. È un pezzo di cristallo brillante tra frammenti di carbone. Quel suo respiro è il senso dei nostri affetti, il senso dei nostri incontri. È il solo lato bello delle nostre aspettative”.
   Le riflessioni filosofiche, profuse dal poeta a piene mani in queste lettere, risuonano, spesso, di profondità irreversibili come voragini impreviste e senza fondo. Ecco un altro esempio: l’undicesima lettera (“La nascita è l’inizio della nostra esistenza e del nostro travaglio. La morte ne è la fine. La morte è il tempo successivo al nostro morire. Quello è il cavallo che non abbiamo potuto tenere a freno, quella è la donna che non abbiamo potuto sottomettere. Morire è in nostro potere, la morte è il segreto di Dio, esiste un limite alla nostra esistenza. Bisognava che il morire fosse senza morte in questo mondo”).
   Il senso terribile delle parole contenute in questa lettera s’incise sui polsi segnati dal tentato suicidio di questo poeta dalla vita travagliata e dalla poesia sobria e schiva (mai tradita con schegge di dolore-disperazione–autocommiserazione neppure nei versi ispirati alla morte del figlio suicida gettatosi dalla torre di Galata).
   Gli scritti di Ümit Yaşar non offrono vie di fuga al dolore, a costo di deflagrazioni interiori; hanno una compostezza senza spasimo, anche quando sono esplicite e disperate. Le Lettere in cerca di padrone sviluppano, parallelamente al tema dell’amore per una donna, quello dell’amore per Istanbul, luogo-altro e alter ego del poeta (“L’uomo, se non può essere una città che hai vissuto in te, non deve più vivere in questi luoghi, deve ritirarsi e andarsene. Questa città ogni giorno ha quattro stagioni. In ogni sua strada è un mondo. Con tutta la sua miseria, le sue brutture, la sua prostituzione, questa città è amore da cima a fondo”./ “Anche le città somigliano agli esseri umani. Hanno sensazioni, fame, sonno, hanno rancori e odi, hanno passioni, tutto enorme. Se l’uomo non è innamorato non deve vivere in questa città, deve andarsene… Anche le città somigliano agli esseri umani…”). Nell’amore del poeta per la sua città prediletta e per la sua amante non c’è differenza sotanziale. C’è nelle parole “l’amore è amare” / “amare senza sosta”, per esempio, una verità che è condanna a vivere intensamente, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, la propria incapacità di smettere di amare e di potersi concedere vacanze-indifferenza dal travaglio di un animo sempre presente all’amore e sempre vigilmente teso verso l’oggetto di tale amore. È vero che il suicidio (o il tentativo di esso) è condannabile , ma è anche vero che questo poeta ad esso arriva con la frenetica attività-sensibilità del divenire-ricerca irreprimibile-frustrato-frustrante e con le contorsioni dolorose della sua straordinaria intelligenza (“… Viviamo su una terra cattiva, terribile. Ogni nostro sforzo è teso ad annientare noi stessi e a porre fine al genere umano. E allora, se questa folla delirante diminuisse di un uomo, che cosa succederebbe?”).
    Ümit Yaşar Oğuzcan è un poeta (dalla produzione fervida e inesauribilmente fertile in tutto l’arco della sua vita), ma è, soprattutto, un essere umano innamorato dell’amore (che è anima e spina dorsale del mondo animato e inanimato e che è un anelito da inseguire correndo, inciampando, cadendo, trascinandosi per erte salite e, infine, volando). L’amore, intravisto, perduto, ritrovato e riperduto si lascia inseguire, in un gioco che avrà fine soltanto al cessare dell’avventura terrena (“Non puoi sapere quanto sia doloroso chiamarti dall’altro lato di quei tempi”).

 

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