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SOS VOLI IN DISTRESS NEL MONDO *(ALIAS l'altrove ferito lontano da noi)*

INDICE di questa pagina:

. Nucleare "sicuro"
. Il sole sorge e tramonta/gli Uiguri sono stati traditi

. L'umanità è una famiglia, il mondo è la sua casa, le nazioni sono le stanze, i popoli sono i membri dell'unica grande famiglia/

. Il protocollo di Kyoto e i crimini "generosi"/
. Uranio Impoverito (i mandanti del crimine contro l'umanità chiamato Depleted Uranium: DU come Dolore Universale e
D
isumanizzata Umanità)/

. VACCINI-KILLER (E STRAGI DI BIMBI INNOCENTI)/CHE COSA FARE/ Default- rating- sprea e... il "borsese" indigesto di una realtà dolosa.

. Banchettano gli sciacalli sulle spoglie dei vinti (alias: costo e casa del coltan -le tre C che uccidono la IV C, il Congo)/

. Uno sguardo al fiume Ibar (stanco di tingersi di sangue)
/
. Il primo passo verso il crimine storico è la negazione della storia/
. Il Tibet piange (alias: olimpiadi e sangue)
/
Fiaccola olimpica in manette (alias: Il Tibet piange- seconda puntata)/
. Nigeria-Pipelines insanguinate, terra-genti e tradizioni dissacrate/
. Continua pipelines insanguinate (alias: le vie tortuose dell’intermediazione)/ . . . . . . NOTIZIE DAL FRONTE NIGERIANO POST-BELLICO (alias: CHI HA MORTI DA PIANGERE LI PIANGA E CHI HA DA GOVERNARE GOVERNI)/ . E…, in Nigeria, è caccia alle streghe (ovvero la macellazione dei disgraziati ‘legalmente’ perpetrata)/
. Il nessun dorma nigeriano (e i festini dei venditori di armi/mangiacarogne senza mondo interiore) nel post Muhammed Yusuf e dei suoi Boko Haram

obama e la bandiera Agosto 2011- Default- rating- spread e… il “BORSESE” indigesto di una realtà dolosa

 Default, spread, rating sono già termini di una lingua “straniera” nella vita ”normale” della gente “normale” di qualsiasi “patria”. Il cittadino “piccolo”, “medio” o “grande” che sia (nella “valutazione” da Z ad A, con riferimento al suo “spread “ di portafoglio) 1) può anche già sapere o apprendere che parlare di default vuol dire parlare di insolvenza (formale, con conseguente modica del merito di credito) o di ricusazione (sostanziale) del debito e, cioè, in parole povere, di fregatura da parte di chi non si vedrebbe restituire il prestito alla scadenza; 2) può anche non capire che lo spread tanto temuto è la differenza tra il rendimento dei nostri titoli e quelli degli altri stati (v. quello tedesco) e che può raffigurarsi tale differenza con una V coricata (con la punta girata verso i titoli italiani e la parte allargata verso quelli tedeschi). Non ha importanza, in ogni caso, perché nulla può cambiare il fantozziano individuo singolo e nulla può cambiare (ahimè) neppure una folla di individui singoli (né nulla possono cambiare tutte le folle dei vari individui singoli mondiali messi insieme). Come mai? È molto semplice: si può imparare una lingua e usarla, quando si è sicuri di avere a che fare con popoli che usino lo stesso codice idiomatico, ma ciò non è possibile quando si ha a che fare con interlocutori che barino, che usino cioè lo stesso codice soltanto come copertura di un loro codice dolosamente sotterraneo. Uno dei due interlocutori, nel secondo caso, ignaro della trappola, è convinto di usare, alla luce del sole, un canale di comunicazione valido. Vedo una sola cosa balzare agli occhi, sotto il sole: ci sono individui che, per qualche strana ragione, sono sfuggiti alle leggi sociali e persino a quelle gravitazionali e hanno finito per piegarle a forma di alveolo-tipo base planetaria sganciata dalle leggi nazionali-internazionali e/o umane in generale. Quegli individui abitano in gusci super-world che si chiamano agenzie di rating. Non so se abbiano sangue rosso, blu, verde, bianco, nero o multicolore, nelle vene, ma so che possono prendere il mondo in una mano e strizzarlo fino a fargli vomitare le budella. Non ci credete? Ragioniamoci su.
A) Ci sono tre di detti “gusci PLANETARI” nella Grande Mela, tre terrific/ gorgeous/powerful rating agencies: Standard & Poor’s/ Moody’S/ Fitch. Coloro che le “abitano” sono i veri potenti della terra (fanno, cioè, tremare i potenti “simbolici” del mondo)/ “amministrano” una legge terrificante capace di mettere in ginocchio capi di Stato/ Stati dai vari gradi di “onnipotenza”/ re/ regine e governi di ogni sorta). Sono loro gli oracoli del terzo millennio/ al loro confronto il mitico oracolo di Delfi impallidisce e tace. Sono le divinità mitiche dei tempi tecnologici: usano il rating come metodo per classificare i titoli obbligazionari e le imprese stabilendone, come deus ex machina, la rischiosità/ decidendo, cioè, il rating creditizio a tutta portata. Ciò non basta a far impallidire i più temuti oracoli della protostoria e del mito: le agenzie di rating “misurano” anche i rating “etici” relativi alla CSR (Corporate Social Responsibility), alla sostenibilità sociale e ambientale e (soprattutto, oggigiorno) alla governance (e qui casca l’asino o, meglio, la pietra dello scandalo, perché ciò è altamente inaccettabile e vergognosamente illogico e lesivo delle carte costituzionali, nonché della tanto blaterata e abusata “democrazia”). Poco importa che tanto terrificante potere non venga lanciato con i fatidici tuoni-fulmini e saette di Giove, ma con delle infantili lettere alfabetiche usate a mo’ di voto.
B) Standard & Poor’s/ Moody’S/ Fitch tutte insieme, d’amore e d’accordo e felicemente decretarono che la Lehman Brothers fosse meritevole di una triple A: lasciarono intendere al mondo intero che fosse tanto solida quanto una granitica roccia/ ci misero la faccia/ “si giocarono la loro credibilità”/ si fecero garanti a livello mondiale. Successe il terremoto che tutti conoscono/ il mondo risentì dei colpi di coda di quel sisma e, che ci crediate o no, quei tre deus ex machina non persero la credibilità/ non persero la faccia: com’è possibile tutto ciò? Che razza di arcano permise a quella gente di continuare a pontificare dopo ave “toppato” alla grande? Tutto ciò stravolge qualsiasi logica e ne ingarbuglia le matasse. Qualunque deputato, senatore o ministro è costretto a dimettersi, in caso di scandalo; qualsiasi dirigente o impiegato viene licenziato dai datori di lavoro, se perde la credibilità e la faccia; qualsiasi entità aziendale o commerciale fallisce, se danneggia la sua immagine e smarrisce la grazia del trust bancario. Com’è che alle “tre sorelle” nulla di tutto ciò è accaduto? Com’è che il mondo finanziario americano e mondiale permette che vadano ancora in giro brandendo la falce, come la morte, e seminando più terrore minacciando di calarla che calandola effettivamente? Giuro che tutto ciò è tanto inverosimile da diagnosticare una pazzia mondiale spaventosa e inspiegabile.
La cosa incredibile è che le tre sorelle non caddero dal loro trespolo di cornacchie spelacchiate e, anzi, conficcarono i loro sporchi artigli nella lana da filare per la vita e la durata delle governance americane e si insignirono (o furono insignite e da chi?) persino del ruolo di parche sovrane sullo “spread” del prestigio governativo (e… presidenziale). La cosa ancora più incredibile è che l’accordo per alzare il tetto del debito degli USA, benché imperfetto (perché gli avversari di Obama non avrebbero mai permesso che lo fosse/ non avrebbero mai consegnato ai democratici la riconferma della presidenza), non desta preoccupazione fino al punto di togliere all’America il prestigio internazionale (intatto fino a qualche ora prima che una delle tre cornacchie gracchiasse due volte A e una volta +, invece che tre volte A). Siamo nella fantascienza di cattivo gusto e mi piacerebbe poterlo gridare con clamore assordante: tre su tre delle generazioni attuali di highlander americani del rating hanno promosso la Lehman Brothers e hanno fallito in modo tanto disonorevole da perdere il diritto alla credibilità per almeno sette delle loro generazioni di vaticinio squinternato; una su tre di esse ha leggermente sottovotato (e non bocciato) la credibilità finanziaria americana (abbassando di un “decibel” sì e no la valutazione del debito americano) e il mondo intero va in fibrillazione/ la cresciuta a dismisura Cina osa cominciare a dare ordini sul come cautelare la lunga coda dei suoi asset/ l’Europa si scarmiglia e si accapiglia e l’Italia sottopone i suoi Bot alla cruna stretta della BCE. Non posso fare a meno di pormi delle domande: 1- ma il mondo non s’interroga sul perché le tre cornacchie appoggiassero con tanto zelo le banche e assicurazioni Lehman Brothers e sul perché ora si dividano sul “voto” alla solvibilità americana? 2- E, se a votare sono in tre, perché si dà credito a uno dei voti e non agli altri due voti? 3- Ma non è stata sempre la maggioranza a vincere e perché, in questo caso specifico, vince la minoranza? 4- Perché i due voti eccellenti non tranquillizzano il mondo finanziario? 5- Perché si permette che il prestigio di una potenza mondiale venga messo alla berlina da una soltanto delle cornacchie, che forse sogna di trasformarsi in pavone, per mezzo del primo downgrade della storia USA (e di quella storia che ha visto il primo presidente nero salire al potere)?
Ci sono troppi punti interrogativi… ma vanno tutti (con molta “naturalezza”, se così si può dire) a colpire con violenza lo stesso bersaglio (l’amministrazione Obama)/ vanno tutti a togliere la maschera a quella parte di America che a questo presidente (elegante e mai snob/ gentile in modo spontaneo e mai ostentato/ generoso in modo istintivo/ buono come il pane quando il pane era genuino/ vicino alla gente normale per diritto di nascita/ preparato a tutti i livelli e altrettanto a tutti i livelli impastoiato dai tycoon americani/ proteso verso la salvezza nazionale e planetaria e imbalsamato a mezzo volo  da coloro che sono votati a mantenere lo stato quo ante anche a costo di stermini inconfessati)  sorride a denti stretti (mentre gli stringe la mano e contemporaneamente gli fa lo sgambetto). Gli elettori, si sa, sono la plebe, quella che grida viva il re e poi, subito dopo, abbasso il re/ quella che si lascia infinocchiare dagli oppositori e si presta a far loro da controfigura nella farsa inscenata per recitare la perdita dei “consensi” agli occhi dell’opinione mondiale. Il presidente che era in auge un momento prima, un momento dopo cala di prestigio e subito dopo risale, tirando fuori dal cappello la scomparsa di Bin Laden dal teatro mondiale. Il problema, allora, si fa grave, per coloro che quel presidente afroamericano proprio non lo vogliono tra i piedi, ma ci sono “dèi” che tutto possono risolvere e che non temono ostacoli nel reticolo dei loro imprevedibili sentieri. Alcuni di tali dèi sono pro Obama, mi sa, ma il dio che pro Obama non è non si fa scrupolo a sfoderare la sua faretra “indicizzata” a misura di tempi nuovi.   
 “Sono cose da pazzi” è la frase più giusta da dire, ma non è la sola: fino a che punto l’umanità è disposta a farsi prendere in giro? Fino a che punto vuole giocare a mosca cieca? Fino a che punto vuole spingere la sua dabbenaggine infilandosi nella fiaba de I vestiti dell’imperatore e fingere di vedere quello che non c’è? Non sarebbe high time che qualcuno si svegliasse e interpretasse il ruolo del bambino che, finalmente, dice all’imperatore che non indossa alcun vestito? Non sarebbe tempo che l’America ridimensionasse le cornacchie e dicesse loro che pavoni non sono e che tali mai potranno diventare? Non sarebbe il caso che l’ America si svegliasse e si rendesse conto che quei fantocci non sono divinità e che è tempo di sbatterli giù dagli shrine immeritati da cui guardano in basso e sputano sull’intera nazione? Voglio dire una cosa o due (o più) agli Americani: “Ma che caspita state aspettando? Non avete sentito il Segretario al tesoro? Non avete ancora trovato il fiato per unirvi a lui? Che vi sta succedendo? Vi hanno tagliato le corde vocali? Che aspettate a schierarvi con lui e a dire il fatto loro a quelle cornacchie? Grande Timothy Geithner, grande ganzo: ha accusato, senza peli sulla lingua, Standard & poor’s di non conoscere bene il sistema fiscale americano. Ha fatto bene: è l’unico uomo con i baffi, in tutta questa squallida faccenda. Il fatto è che ha detto poco e che quella teppaglia il sistema fiscale forse lo conosce anche e si arroga un ruolo di onnipotenza che è intollerabile a dir poco e a dirla tutta è osceno e dichiaratamente anticostituzionale e criminale. E non si pensi che ciò sia esagerato, perché S & P è talmente reckless da non avere il senso della misura: anziché vergognarsi (e infilarsi in una ciminiera, per venirne fuori, alla fine dei futuri giorni della merla, debitamente rivestita del nerofumo congeniale al suo pelo sullo stomaco) ha tentato di trasformarsi da cornacchia in leone e ha minacciato di aggravare la persecuzione e di abbassare ulteriormente il voto al suo “alunno” scapegoat sul quale sfoga una frustrazione che non si piega (data la potenza del suo gracchiare) e… che, anzi, si spiega soltanto con l’aspirazione a una presidenza di altro partito. Tutto ciò, se non fosse disgustosamente tragico, sarebbe patetico. La grande America si può permettere questo e altro, perché, prima di essere qualunque cosa, è una scuola di democrazia, ma, se devo essere sincera, gradirei sapere che chi della democrazia non è né amico né fratello assaggiasse un po’ di sferza, una volta o l’altra. Proprio così: a quella gente andrebbero mandati i servizi di sicurezza, perché di sicurezza nazionale e internazionale si tratta, a questo punto. Ma dove si è mai visto che un bell’imbusto si auto-investa del potere di decretare il caos all of a sudden, senza neppure una base solida di veridicità. Ma quella è gente o è gentaglia? E, se si piccasse di essere gente, dove direbbe di aver mandato in esilio il buonsenso? E non ditemi che il buonsenso non sia latitante, perché si fa di tutto per uno Stato e molto di più per molti Stati (di tutto, tranne scavalcare tutte le conferme della sicurezza, per minare deliberatamente la stabilità). Questo è ciò che S & P ha fatto, esattamente questo: ha minato lo Stato federale americano dal suo interno; ora, se ciò non è un vero e proprio attentato, ditemi che cos’è. Io la penso diversamente, actually, e credo che lo Stato sovrano sovrano non sia più, quando permette che qualunque cornacchia gracchi come e quanto vuole fino a incrinare i palinsesti sostanziali. Credo anche che siano quelle le persone da perseguire e da arrestare e sbattere in galera, perché c’è un limite alla libertà individuale specialmente quando diventa altro dal rispetto per la libertà e per il benessere di molti.      
 Che la speciale commissione del Congresso riduca il debito di tanto o di poco mi preoccupa meno di quanto non faccia la tentazione sly dei Repubblicani di cavalcare la bomba innescata da S & P per affondare la nave Obama beyond help. Il genere umano è così strano che riesce a danneggiarsi da sé, molte volte. Speriamo che non sia questo il caso e che democratici e repubblicani riusciranno a capire che il tempo delle rivalità di partito is over e che è tempo di intese senza inganno e di interventi utili (da non sabotare, per non mettere a repentaglio la sicurezza dell’Intera America e del resto del mondo).

 Non credo alle buone intenzioni di S & P (che avrebbe usato il disaccordo tra i partiti come motivo del declassamento, al fine di far migliorare le cose: della serie “ti ammazzo per salvarti”) e non so se il taglio sanguinoso dei 4.000 miliardi di dollari entro 10 anni sia meglio del taglio dei 2,4 miliardi di dollari di debito che era stato concordato prima che la cornacchia gracchiasse. Quello che so è 1) che il clima elettorale del prossimo futuro non avrebbe dovuto essere anticipato e non avrebbe dovuto causare una perdita di immagine della più prestigiosa potenza mondiale e 2) che i repubblicani non avrebbero dovuto attaccare Obama per il declassamento (del quale sono responsabili alla pari, se non di più, perché sono stati loro a determinare l’entità dell’accordo che ha scontentato la cornacchia S & P). Dirò di più: io penso che il progetto fosse di fare Obama cornuto e mazziato, cioè di impedirgli di siglare un accordo soddisfacente e poi di dargli il colpo di grazia con il declassamento a sorpresa. Peccato (per loro) che il presidente abbia detto al mondo, con la sincerità autorevole che lo contraddistingue, che l’accordo raggiunto non era quello che lui riteneva efficace e che era quello voluto dai repubblicani (che migliori condizioni non avevano permesso). Credo, in altri termini, che, in America, si stia giocando sporco e che si stia facendo il solito gioco pericoloso (vecchio come il mondo) in cui coloro che pensano di “cacciare con il levriero e correre con la lepre” potrebbero mandare gambe all’aria non solo tutti i cacciatori ma pure la stessa “foresta” e le altre foreste vicine e lontane.  
Il mondo lontano sente PUZZA DI BRUCIATO, intuisce che QUALCOSA NON FUNZIONA e che qualcuno SCAVA (WITH STEALTHY BEHAVIOR) GALLERIE NERE COME LA PECE SOTTO LA SEDIA DI OBAMA.
Gli Americani, che non sono cerebrolesi, dovrebbero vederci chiaro (and should stand by Obama’s side)/ dovrebbero sostenere questo loro presidente, che ha saputo mettersi al tavolo con i suoi oppositori da sempre e da subito / ha saputo usare il tatto gentile e l’autorità dignitosa e indiscussa che è tipica di un capo nato e di un grande che non ha dovuto imparare la classe del comando (con cui pare essere nato). Un presidente più umile e più altero allo stesso tempo e più alla mano e a suo agio con la gente di tutti i ceti sociali non si è mai visto. Il suo passaggio negli annali della casa bianca lascerà una scia di grazia e uno standard di vero e proprio glamour involontario, che chiunque verrà dopo di lui troverà difficile eguagliare. Il mondo, quando Obama non sarà più presidente degli USA, sentirà la mancanza della sua figura elastica e snella, della sua andatura leggera e rassicurante, della sua espressione aperta, diretta e leale, del suo volto sempre sorridente e intuitivo e della sua parola intelligente, pronta e “dritta a punto”. Auguriamoci di vederlo al suo posto per molti anni a venire (anche perché non saprei chi immaginare al suo posto).        
Conclusione: Non credo che l’antenato della S & P, Henry Varnum Poor, immaginasse a che cosa avrebbe dato inizio, quando scrisse, nel lontano passato, History of Railroads and Canals in the United States e quando si batteva per la trasparenza dei bilanci delle aziende. Non credo neppure che suo figlio, Henry Williams, e l’analista Luther Lee Blake si sognassero di voler nuocere agli Stati Uniti d’America, quando crearono gl’indici finanziari chiari e trasparenti da mettere al servizio dell’America. Ciò che accade oggi è l’esatta negazione dei motivi ispiratori dell’impegno fiscale dei pionieri della finanza dai quali è nata la odierna “famosa” (tristemente) S & P (John Chambers e i suoi accoliti farebbero bene a ricordarsene, just by the way).
Bruna Spagnuolo

 

BRUNA SPAGNUOLO: NUCLEARE "SICURO" QUANTO L'ONESTA' DELLE LEADERSHIP MONDIALI
(IMPEGNATE IN UN progetto scellerato di erosione costante di tutto ciò che è bene e di caccia sistematica mortale a tutto ciò che è pro-vita)-Marzo 2011-

IL MONDO è in fiamme/ gli uomini sono ciechi/ non ci sono catastrofi che bastino a togliere la maschera di presupponenza ottenebrata e macabra dalla faccia dei potenti che "con i soldi" pensano di aver acquisito l'immortalità- l'onnipotenza- il diritto di prelazione su tutto-su tutti-sul respiro della terra-dell'aria-dell'acqua e di tutto ciò che viva (e che possa essere ucciso). Il Giappone sta dimostrando che terribile errore di valutazione l'umanità abbia commesso, quando si è "ornata" di ammennicoli spaventosi come le centrali nucleari. Il terrore puro che dovrebbe invadere il genere umano non è ancora neppure in embrione (ed è già ieri, rispetto alle chance di salvezza che si sarebbero dovute imbastire...). L'uomo si lascia ancora dopare dalle menzogne delle leadership che paiono aver perso ogni parentela umana. IL TERREMOTO E LO TSUNAMI HANNO MESSO IL GIAPPONE IN GINOCCHIO, MA NON è QUESTA LA DRAMMATICA RIVELAZIONE DEGLI ULTIMI FUNESTI EVENTI MONDIALI. LO è CIò CHE STA ACCADENDO ALLA CENTRALE NUCLEARE GIAPPONESE (E CHE SARà DI PORTATA COSì TERRIBILE DA RIDIMENSIONARE TRAGICAMENTE IL DISASTRO DI CHERNOBYL)/ LO è la SCOPERTA CHE NON ESISTE UNA COSA CHIAMATA "NUCLEARE SICURO". IL MONDO AVREBBE DOVUTO SAPERLO, MA HA VOLUTO DIVERTIRSI A GIOCARE A MOSCA CIECA CON IL BARATRO INCOMBENTE E HA FATTO FINTA CHE POTESSERO ESISTERE STRUTTURE "SICURE" ENTRO CUI LA MORTE FATTA DI LIQUIDI- MINERALI- GAS- VAPORI E CALORE POTESSE ESSERE IMBRIGLIATA. L'INEVITABILE NON CHIEDE IL PERMESSO ALLE LEADERSHIP MONDIALI, QUANDO LA NATURA SCATENA LA SUA FURIA IMPREVEDIBILE E SPAVENTOSA: L'UOMO NON DOVREBBE CIRCONDARSI DI ORDIGNI MORTALI CHE POSSONO ESSERE INNESCATI IN QUALSIASI MOMENTO E SPAZZARLO VIA DALLA FACCIA DELLA TERRA.

LA VERITà è SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI (ED è AGGHIACCIANTE). NULLA PUò ESSERE PIù AGGHIACCIANTE, TRANNE LA CECITà DEGLI OMUNCOLI CHE ANCORA SI ATTEGGIANO A DèI E PROCLAMANO CHE ANDRANNO AVANTI SULLA VIA DEL NUCLEARE (OVVERO CHE PERSEGUIRANNO I LORO PIANI OSCURI DI GENOCIDIO SENZA CONFINI MANTENENDO LA MASCHERA SORRIDENTE E UNSHAKABLE CHE HANNO SCELTO COME FACCIA).

VOGLIONO SFREGIARE LA NOSTRA AMATA PICCOLA ITALIA CON BEN UNDICI MOSTRI NUCLEARI, OGNUNO DEI QUALI, DA SOLO, NON TROVERà ABBASTANZA SUPERFICIE PER LE SCORIE MORTALI (A TONNELLATE) CHE SFORNERà ININTERROTTAMENTE, A CATENA. DOVRANNO FARCIRE LE VISCERE DEL PICCOLO STIVALE A PIù STRATI, RIPETUTAMENTE, FINCHé NON CI SARà PIù TERRA MA SOLO SCORIE A FORMARE IL SUOLO CHE GLI ASSASSINI CHE COMANDANO CHIAMANO SUOLO "PATRIO" PROPRIO COME TUTTI NOI. NON CI SONO PARTITI/IDEOLOGIE O NAZIONALISMI POSSIBILI, IN TUTTO QUESTO: C'è SOLTANTO IL PERICOLO DI ESTINZIONE SENZA APPELLO DA PRENDERE IN CONSIDERAZIONE. NON CI SONO PARTITI DA CONDANNARE O DA SALVARE: C'è SOLTANTO UNA GRANDE PENA DA PROVARE PER TUTTI COLORO CHE INCEDONO, A TESTA BASSA, VERSO IL GENOCIDIO / PER TUTTI COLORO CHE LA PENSANO COME LORO, PUR NON AVENDO VOCE IN CAPITOLO/ PER TUTTI COLORO CHE LA PENSANO DIVERSAMENTE E NON FANNO NULLA PER FERMARE LA CATASTROFE/ PER TUTTI COLORO CHE, COME ME, URLANO SENZA VOCE E RIMBALZANO CONTRO MURI DI GOMMA (CHE DELLA LORO ESISTENZA NEPPURE SONO A CONOSCENZA). MI DISPIACE DISILLUDERE COLORO CHE SI RINCUORANO PENSANDO: "CHE ESAGERAZIONE!" LA VERITà ha varie facce. 1-le centrali nucleari possono esplodere per varie ragioni (per calamità naturali o per errore umano) e non esistono strutture "sicure" (anche perché l'esecuzione materiale delle costruzioni è passibile delle connivenze contorte, legate alle vie traverse delle varie mafie infiltranti come i virus incorporei e inarrestabili, e delle "approssimazioni"-risparmi-introiti-corruzioni senza quartiere e senz'anima). 2-LE SCORIE RADIOATTIVE DURANO PER UN TEMPO CHE IN RAPPORTO A QUELLO UMANO è "IL SEMPRE"/ LE CASSEMATTE DI CEMENTO IN CUI LE RACCHIUDONO NON DURANO PER SEMPRE E SI SBRICIOLANO NELL'ARCO DEL TEMPO UMANO CHE CI SI RITORCE CONTRO (that is: le generazioni di assassini che hanno sepolto, nei decenni passati, la morte nei mari e nella terra non hanno fatto altro che impacchettarla in "confezioni-regalo" che sono già pronte a sgretolarsi e a regalarci il loro contenuto mortale/ gli assassini presenti e futuri non fanno che confezionare morte-regalo per i loro figli e per i figli dei figli).

Ogni nazione deve svegliarsi/ tutto il mondo deve Cominciare a capire che, se non smantella il nucleare vecchio e non prende le distanze da quello nuovo, passerà dal reverie state in cui è caduto direttamente al sonno eterno. IL MONDO DEVE APRIRE GLI OCCHI: CHE COSA GLI SERVE ANCORA? CHE COSA STA ASPETTANDO? E' GIà DAVANTI ALLA VIGILIA DEL THE DAY AFTER. E' TEMPO DI INTERVENIRE IN MODO OCULATO SUI DANNI PREGRESSI E ATTUALI E DI EVITARE DI "SEMINARNE" ALTRI/ E' TEMPO DI DISFARE I CROGIUOLI DELLA MORTE (LE VECCHIE CENTRALI) E DI PROGETTARE I MODI SICURI DELLA SOPRAVVIVENZA/ E' TEMPO DI RALLENTARE IL PROFIT, IN FAVORE DELLA SOPRAVVIVENZA E DI CERCARE LE VIE ALTERNATIVE.

L'UMANITà è GIUNTA A UN BIVIO/ C'E' POCO DA SCEGLIERE/ LE VIE SONO SOLTANTO DUE: LA VITA O LA MORTE. CIò CHE STA ACCADENDO AL GIAPPONE NE è LA PROVA: SE L'UOMO NON NE COGLIE IL SEGNALE D'ALLARME, NON AVRà CHANCE DI SOPRAVVIVENZA.
IL NUCLEARE NON è INDISPENSABILE, CHECCHè SE NE DICA. IL GIAPPONE NON RIMETTERè IN funzione la centrale in questione/ saprà farne a meno: non sarebbe stato emglio meglio se ne avesse fatto a meno prima di mettere su quel pezzo di mondo quella terribile opzine di morte? La radioattività rilasciata nell'aria e nella terra terrà compagnia agli esseri umani per varie generazioni... (quale lascito malefico e quale strage perpetuata nel tempo sarà...) e... non si limiterà a far assaggiare il passaggio della morte con la sua falce famelica al solo Giappone (la radioattività viaggia senza visto e non chiede il permesso di soggiorno nei vari "bivacchi"/va dove la porta l'aria/ si espande con l'acqua del mare/ emigra con la pesca e con il commercio/ si sposta con le falde dell'acqua mondiale/ è morte sicura). LA RADIOATTIVITà è morte sicura: CIò E' VERO ANCHE QUANDO LE CENTRALI SONO "SICURE", POICHé NON C'è CENTRALE NUCLEARE SENZA REGOLARI EMISSIONI LOCALI (riscontrabili scientificamente sui "campioni" a due gambe-due braccia-una testa-una mente e un'anima che si chiamano esseri umani/ abitano nell'area circostante/ muoiono come le mosche di leucemia).

Il mondo ha voltato pagina, con la scoperta della cellula fotovoltaica/ ha fatto un salto di qualità- quel salto che fa la differenza tra salvarsi e soccombere: perché i governi sono così maledettamente ciechi/ perché non se ne rendono conto/ perché si accaniscono contro la vita umana? Perché il giro del mangia-mangia grasso e chiatto che nel nucleare è consolidato manca nel giro tutto nuovo delle energie pulite... (ecco perché)!

La vita umana non conta nulla/ è da barattare/ da scambiare/ da svendere (per l'interesse/ per il guadagno/ per la contropartita/ per il tornaconto/ per gli affari/ per il solito-immancabile-ineliminabile-maledetto profit, in nome del quale si armano i popoli, si creano le rivolte, si programma lo scenario della guerra che fornirà la distruzione propedeutica alle ricostruzioni convenienti e alla dissacrazione delle linee ereditarie legate alla spartizione di ricchezze che sarebbe meglio cominciare a non considerare più tali, come il petrolio). E' tempo per l'uomo di dedicarsi alle energie alternative/ è tempo di promuoverle e organizzarle, in piena collaborazione e senza guerre. E' tempo di lasciar perdere il poco petrolio che resta nelle viscere della terra e di cominciare a farne a meno prima che finisca (cosa non facoltativa)/ è tempo di smettere di spargere la morte, per accaparrarsene i pozzi/ è tempo di rispolverare un po' di onestà e di smettere di comportarsi da predatori assassini. Ciò che è già accaduto si ripete. la libia rischia di diventare un nuovo Afghanistan, Gheddafi è un tiranno e un terrorista (lo è sempre stato/ lo era anche quando, in nome del petrolio lo si riveriva come un re e lo si corteggiava/ lo è anche oggi), ciò non cambia, ma dice bene quando parla di complotto (di un branco ubriaco degli effluvi dell'oro nero). Non ci sono guerre umanitarie, ormai dovrebbe essere chiaro: NON SI SALVANO I CIVILI CON LA GUERRA! CON QUALE CORAGGIO SI PARLA DI DIFENDERE I CIVILI SE POI SI SGANCIANO LE BOMBE SULLE LORO TESTE E SULLE LORO CASE? NON MI RISULTA CHE CI SIANO BOMBE "AMICHE" Né CHE MORIRE SOTTO LE BOMBE ALLEATE SIA MEGLIO CHE MORIRE PER MANO DI GHEDDAFI! LA LEGA ARABA HA RAGIONE/ ERANO ALTRE LE STRADE DA SEGUIRE (ANCORA UNA VOLTA), PRIMA DI IMPEGOLARSI IN UNA GUERRA, E BISOGNAVA PENSARCI BENE, PRIMA DI TERRORIZZARE I LIBICI CON LE BOMBE E FAR LORO RIMPIANGERE GHEDDAFI.

LA GUERRA è UNA BESTIA MALVAGIA DA TENERE A BADA (SE PROPRIO NON LA SI PUò CANCELLARE DEL TUTTO), PERCHé SE ANCHE NON PORTASSE LA MORTE CRUENTA DELLA GENTE (E INEVITABILMENTE QUELLA DI CIVILI INERMI) SAREBBE UNO SFACELO GIà SOLO PER LE ARMI BELLICHE MASSICCE/LA DISTRUZIONE/ IL FUMO/ L'INQUINAMENTO IRRESPIRABILE E IL PERICOLO DELLE IMPREVEDIBILI SITUAZIONI FUORI CONTROLLO. LA MIA VECCHIA MADRE NON HA CAPITO MOLTO IN CIò CHE STA ACCADENDO, MA HA CAPITO ABBASTANZA DA SENTENZIARE: "Ma chi sono questi che appicciano all'erba verde (che traggono fuori un incendio anche dall'erba verde)? Ancora non sanno quanto è stata brutta la guerra? Non si era detto che mai più si sarebbe dovuto sentir parlare di guerra...?"Concludo con un augurio che è sulla stessa linea di ingenuità paradossale (e di tragica tristezza): non ci resta che sperare proprio nel buonsenso di colui dal quale il popolo libico dovrebbe essere protetto/ AUGURIAMOCI CHE GHEDDAFI ABBIA BUONSENSO SUFFICIENTE A PREVENIRE UN DISASTRO (E CHE ACCETTI DI USCIRE DI SCENA "GRAZIOSAMENTE", DAL MOMENTO CHE, ORMAI, LE TRIBù CHE HANNO SCELTO DI TOGLIERLO DI MEZZO NON DEMORDERANNO E CHE GLI ALLEATI TUTTI INSIEME SAREBBERO UN PO' TROPPI PER LUI- CON O SENZA L'APPOGGIO DEI SUOI SOSTENITORI).

Bruna Spagnuolo: Il sole sorge e tramonta/ le feste comandate tornano e se ne vanno/
il mondo non cessa di ospitare i vari travestimenti del male/
gli Uiguri sono stati traditi

(ovvero: la Cambogia ha perso l'ultima chance di fregiarsi di una stirpe di uomini.../ l’Alto Commissariato dell’ONU ha gridato al vento che la sua presenza, nel mondo, è perfettamente ridondante e ha perso un'altra delle sue innumerevoli-vitali-imperdibili chance di mostrare un minimo di consistenza e... di cuore).

INTRODUZIONE- Questo articolo avrebbe avuto più senso nel periodo natalizio 2009 (quando ventidue Profughi Uiguri  lottavano per non essere deportati in Cina e venivano catturati e rispediti al carnefice, nell’indifferenza delle masse e dei governi mondiali)/ non è approdato agli occhi dei lettori in tempo utile a convogliare la comprensione commossa agli Uiguri piangenti, che venivano trascinati via/ vi approda con un ritardo insopportabile e con la speranza di mettere a dimora nel vento qualche spora radicante di riflessione informata e la domanda pressante: che fine hanno fatto quelle persone (quei nostri fratelli uiguri perseguitati rapiti alla speranza e forse alla vita)?
L’atmosfera natalizia ha fluttuato nell’aria (tra le luminarie sospese sulle strade  ignare/ sulle vetrine inghirlandate come muli in fiera/ sulle folle  imbambolate), anche a fine 2009, stagliandosi su plumbei cieli.  Gli umani formicai (drogati di andirivieni-consumi) hanno massaggiato le antenne chiacchierine degli avvenuti scambi votivi innumerevoli scartocciati sotto le greppie illuminate. I più hanno stivato la nuova collezione di ricordi natalizi, tra le cose da rispolverare negli anni futuri (e/o, comunque, prima di morire). Qualcuno si è convinto di aver diritto a un nuovo anno (e anzi a parecchi nuovi decenni) di prosperità e di fortuna (per via di qualche elemosina ‘doverosa’ in periodo di avvento).
Tutti, a Natale, si sono sentiti più buoni (e con il cuore aperto a un po’ di accoglienza e a tanta speranza), ma, alle nazioni, ahimè, neppure il Natale è riuscito a cambiare le originarie ‘piume’ (da tortore/ cornacchie/ aquile/ pavoni/ sparvieri/ o avvoltoi infausti e minacciosi).
Maria e Giuseppe non hanno trovato case/ fuochi accesi/ tetti accoglienti e calore umano, per il figlio di Dio che doveva nascere nel mondo. Soltanto una stalla ha spalancato le porte a Gesù, più di duemila anni fa. C’è chi (come gli Uiguri e come tutti i perseguitati) non trova rifugio neppure a Natale e neppure in una mangiatoia (e calore neppure nel fiato di qualche animale)… E viene voglia di domandarsi perché il Natale torni (con luci e atmosfere di serena pace e fratellanza) e il mondo non cessi di ospitare i vari travestimenti del male/ perché il sole sorga e tramonti, la notte arrivi e il giorno la fughi (con la stessa assoluta ripetitività rassicurante), mentre in qualche dove si commettono crimini, eccidi e persino genocidi/ perché i cuori che potrebbero farsi casa dei girotondi-normalità dovuti a tutti e a ognuno battano in petti avulsi da sembianze-misericordia (e da qualsiasi refolo di umanità)…

LA VITA DI UN MANIPOLO DI UIGURI BARATTATA TRA CINA E CAMBOGIA- Ventidue Uiguri sono fuggiti dalla Cina, nel Novembre 2009, o, meglio, ‘soltanto’ ventidue degli Uiguri fuggiti hanno raggiunto la Cambogia (dove hanno chiesto asilo politico). La Cina, attraverso il suo Ministro degli Esteri, ha lanciato alla Cambogia un messaggio che non lasciava adito a dubbi eventuali: non gradisce interferenze di sorta e si aspetta che la altre nazioni non diano asilo ai Cinesi fuggitivi (e che li rimandino al mittente come ‘criminali’).
Non è improbabile che tale politica non desti sospetti e che possa apparire ‘legittima’ (a chi non vada oltre-facciata). Gli Uiguri, però, che tutto sono fuorché ‘criminali’ (come le altre minoranze sfortunate che, nel mondo, subiscono discriminazioni e patimenti senza limiti), non sono fuggiti dalla Cina per capriccio o perché si sono svegliati imbronciati una bella mattina (né hanno varcato i confini tanto per sgranchirsi le gambe, durante un’amena passeggiata). Hanno cercato salvezza nella fuga, perché la loro vita in Cina era in pericolo (come dimostrano le insurrezioni etniche mortali verificatesi nel luglio 2009). Nessuno si ribella, se non è messo in condizione di farlo/ nessuno cerca di scrollarsi di dosso il tallone di uno scarpone inesistente/ nessuno fugge dalla vita e tutti fuggono dalla morte, invece.
Gli Uiguri che hanno raggiunto la Cambogia non erano muniti di ali e non hanno semplicemente spiccato il volo per una 'ricognizione' internazionale di 'diporto'. Hanno intenerito il cuore di una ‘rete’ di Cristiani, di persone cioè che, per sottrarli alle persecuzioni e alla morte. hanno rischiato molto di più di qualche ‘fastidio’ e hanno messo a repentaglio l’incolumità propria e quella dei loro cari.
È davvero terribile constatare che ci sono luoghi ove la libertà di parola è un miraggio (e quella di vivere spesso neppure un miraggio). La Cina, la grande e imponente potenza economica emergente, in questo inizio di terzo millennio, si appresta a far tremare il mondo (cioè il mercato mondiale) e intanto perseguita la gente (usando il culto e le idee come pretesto) e fa della sua terra un luogo invivibile (dal quale fuggire). Ciò non basta ancora: perseguitare e anche uccidere non è inusuale e neppure peccato, in Cina, ed è, anzi, un’ dovere’ (per chi detiene il potere). Peccato è, invece, aiutare i derelitti, i disgraziati e i perseguitati (tanto che, per farlo, i ‘buoni’ e i ‘caritatevoli’ sono costretti a nascondersi in ‘società segrete’). Avete capito bene: i Cristiani che hanno aiutato gli Uiguri a fuggire sono costretti ad agire nell’ombra, se non vogliono finire in galera o, peggio, morire.
È facile immaginare quale ‘compenso’ il governo cinese possa riservare a  chi osi aiutare i perseguitati del momento (etichettati come ‘criminali’) ed è, purtroppo, altrettanto facile immaginare come i Cristiani (già malvisti/ già nel ‘mirino’) possano cadere sotto le ‘zampe’ trucidatrici della persecuzione inquisitiva che vige in Cina.
Dio aiuti i buoni Samaritani del mondo (e quelli della Cina, che hanno fatto sforzi titanici, per aiutare gli Uiguri a sfuggire alla morte), neutralizzi i malvagi e squarci la cecità degli ottusi che (come la Cambogia e l’ONU) gettano al vento gli sforzi dei prodi (e si mettono al servizio del male)/ posi il suo sguardo sui perseguitati tutti (e anche sui Cristiani e sugli Uiguri della Cina)/ mandi loro il suo aiuto, lo mandi oggi, non aspetti domani (perché ne avevano bisogno già ieri).
Sapere che quasi due dozzine di Uiguri erano riuscite a raggiungere la capitale cambogiana aveva reso il mio Natale un po’ più luminoso (e più innevato). Sapere che quel gruppo di disperati era stato accolto mi aveva fatto immaginare Phnom Penh come una città meritevole di turismo e di attenzione mondiale (e come un buon luogo in cui vivere). Sapere che ognuno di loro si era rivolto agli uffici dell’Alto Commissariato ONU Per i Rifugiati mi aveva fatto dare per scontata l’accettazione della richiesta di asilo (e quasi, quasi mi aveva fatto pentire di aver ritenuto inutile tutto l’apparato macchinoso e pesantemente costoso -nel senso più negativo del termine- dell’ONU).
L’istanza della Cina è giunta (puntuale/ precisa e tagliente come le lame acuminate con cui, nelle carceri cinesi, si sezionano i cadaveri dei condannati giustiziati, di cui ‘nulla va sprecato’):  “Il sistema di protezione internazionale dei Rifugiati non dovrebbe diventare un rifugio per i criminali che vogliono sfuggire alla punizione”.  Ho pensato che l’ONU non avrebbe preso in considerazione tale  ‘sparata’, anche perché le organizzazioni umanitarie si erano ‘mosse’, per prevenire l’ennesimo attentato senza appello alle minoranze indifese. Amnesty International aveva, infatti, inviato una lettera al vice primo ministro (e ministro degl’Interni) della Cambogia, Sar Kheng, ricordandogli che la Cambogia era obbligata a non ignorare la Convenzione del 1951 (relativa ai Rifugiati), che proibisce agli Stati firmatari di ‘restituire’ i Rifugiati ai ‘mittenti’ notoriamente capaci di torture e di malversazioni varie. Mai avrei pensato che tale lettera potesse essere ignorata, poiché spiegava in lungo e in largo anche che vari Rifugiati Uiguri ‘restituiti’ alla Cina erano stati incarcerati, torturati e anche ‘giustiziati’. Il destino degli Uiguri (o delle minoranze in generale), devo desumere, non interessa molto al governo cambogiano (rappresentato da Sar Kheng, nello specifico), perché gli Uiguri sono stati ‘respinti al mittente’. Ancora una volta l’ONU avrebbe fatto meglio a non esistere (perché non ha imparato la lezione da nessuno dei genocide che ha permesso e non ha ancora preso coscienza del fatto che, lasciando ai macellai mondiali la libertà di trucidare tutti i diritti umani possibili e immaginabili, si è snaturato ed è diventato un simbolo che il mondo dovrebbe abbattere e seppellire con disdegno. È agghiacciante pensare che organismi come quello delle Nazioni Unite possano permettere ai tiranni di vanificare gli sforzi quotidiani immani di chi rischia la propria vita ogni giorno per salvare altre vite umane. La Cambogia ha mostrato un’apertura di cuore dalle proporzioni nanesche, perché il ‘chi di dovere’ locale ha trovato comodo lasciarsi infinocchiare dalla prosopopea cinese (e ancora più comodo non prendere una decisione che il ‘vicino’ potente, la Cina, si sarebbe legata al dito)/ ha ignorato volutamente i diritti umani degli Uiguri/ ha trovato più vantaggioso condannare a morte un gruppo di ‘stranieri’ che inimicarsi la Cina/ ha scelto di lavarsi le mani come Pilato/ ha semplicemente preso il ‘pacco’ indesiderato di membra e anime umane e lo ha gettato (come un mucchio di stracci) nelle mani dei suoi persucutori. Il mondo, che gli piaccia o no, shall have to live with this,  ma… l’ONU (mio Dio), l’ONU (che dovrebbe essere il cuore del mondo tutto, il cuore buono e forte, che batte per i deboli e i perseguitati e che tuona contro i tiranni e li riduce alla ragione) should not have to live with it/ non dovrebbe convivere con certe nefandezze/ non dovrebbe accettarle/ non dovrebbe permetterle/ non dovrebbe peccare di codardia/ non dovrebbe essere il Pilato internazionale ancora e sempre/ non dovrebbe farsi da parte/ non dovrebbe tacere/ non dovrebbe essere inerme/ non dovrebbe essere inutile! L’ONU avrebbe dovuto difendere gli Uiguri/ avrebbe dovuto prenderli sotto la sua ala imparziale/ avrebbe dovuto dire alla Cambogia di non azzardarsi a ‘restituirli’, perché c’era più di un ‘ragionevole dubbio’ sul fatto che consegnarli alla Cina potesse voler dire condannarli alla persecuzione e alla morte. Il mondo tace e accetta un ONU così vergognosamente vile e senza voce, un ONU che, invece di essere un’aquila possente, pronta a ristabilire l’ordine con la sola ombra delle sue ali, striscia come un bruco indifeso tra le formiche. Accettare un simile organismo mondiale (che, per di più, ‘mangia’ come milioni di mandrie senza patria) è assurdo e persino indecente.  Potrà sembrare esagerato indirizzare parole così dure all’ONU, ma… come definire diversamente un organismo che, puntualmente, tradisce coloro che dovrebbe difendere (e l’essenza stessa dei simboli che rappresenta)?
L’episodio degli Uiguri è un evento nefasto, un’entropia insopportabile nell’armonia dell’universo (come tutte le persecuzioni e tutti i genocidi che vengono permessi nel mondo), e lo è ancora di più, se si pensa che il filo di quelle vite era nelle mani delle Nazioni Unite… Due degli Uiguri diretti in Cambogia si sono 'smarriti' strada facendo, trattenuti in Vietnam (altro luogo munito di carceri disertate dalla speranza). Altri cinque sono letteralmente ‘spariti’ (fa male al cuore constatare quanto valga poco la vita di chi non ha potere sulla faccia della terra). Due degli Uiguri giunti in Cambogia e da detta nazione ‘rispediti’ tra le braccia della persecuzione (that is: condannati a morte) non hanno risposto all’appello (e spero, con tutta l’anima, che vengano aiutati dal competente ufficio ONU a ‘evadere’ la ‘riconsegna’ al loro nemico). Tre di quelli ‘riconsegnati’ sono bambini e ingigantiscono le perplessità circa l’ignavia con cui l’ONU ha lasciato che i ‘convenevoli’ tra Cina e Cambogia barattassero la vita di quei poveri innocenti. Avevano corso rischi di ogni sorta quegli Uiguri. Avevano stretto i denti e avevano pregato, tentando di sfidare la sorte e di sconfiggere la sfortuna. Avevano gioito istintivamente, quando avevano raggiunto e superato i confini di una nazione che non era quella in cui erano perseguitati, ma avevano trattenuto il fiato e non avevano osato aprire il cuore alla speranza (non ancora). Ciò era accaduto quando avevano raggiunto gli uffici dell’ONU (era stato allora che… si erano sentiti al sicuro): le Nazioni Unite (simbolo dei diritti umani nel mondo/ casa di tutti e di ognuno/ emblema dell’uguaglianza tra razze-etnie-colori-culti e culture) avrebbero aperto loro le porte e nulla e nessuno ne avrebbero potuto profanare l’abbraccio-il porto sicuro-la garanzia di vita… Il sospiro di sollievo/ la gratitudine/ la gioia sono rimasti congelati nella speranza abortita (perché l’ONU ha tradito vilmente la fiducia incondizionata di adulti e bambini e ha permesso alla Cambogia di restituire i rifugiati alla Cina-come un pacco indesiderato e senza alcun valore). Qualunque cosa accada può tranquillamente accadere (tanto le Nazioni Unite ormai si chiamano Pilato).
 

I FATTI- Un gruppo di Mussulmani (Uiguri) era fuggito dalla Cina con l’aiuto di un’organizzazione segreta (formata da missionari cristiani) e aveva cercato asilo in Cambogia. L’asilo non è stato concesso (l’ospitalità, cioè, è stata negata). La Cina ha fatto la voce grossa/ ha intimato la restituzione dei Rifugiati (come se fossero degli ostaggi) e la Cambogia ha ottemperato obbedientemente (come se fosse un cagnolino al guinzaglio). Il 20 Dicembre 2009, la Cambogia (sorda alla voce di tutte le nazioni, fuorché a quella della Cina) ha consegnato gli Uiguri ai loro aguzzini (e sì che persino l’ambasciata statunitense aveva espresso –per due giorni di seguito- chiara costernazione contro tale decisione). Il governo cambogiano ha voltato le spalle agli Uiguri con piena avvertenza e deliberato consenso e non può e non deve fingere altrimenti: lo ha fatto, pur essendo consapevole, come tutti, del fatto che, in Cina, vige la decisione di comminare la pena di morte ai ‘responsabili’ delle insurrezioni verificatesi, nella scorsa estate, nello Shinjian (e del fatto che avere identità uigura è, in Cina, di per sé, un ‘delitto’ sufficiente a qualificare la gente come ‘responsabile’ di qualunque cosa).
Il portavoce del ministero degl’interni  (gen. Khieu Sopheak) ha detto che gli sfortunati aspiranti Rifugiati, appartenenti alla minoranza uigura, sono stati ‘messi’ su un aereo inviato appositamente dalla Cina (pensate un po’) per condurli a Shangai o a Pechino. La Cina si è ‘scomodata’ a inviare un aereo per prelevare dei ‘fuggiaschi’ che soltanto ore prima aveva definito ‘criminali’; la Cambogia ha lasciato (senza colpo ferire e senza arrossire di vergogna e di senso di colpa) che tale aereo li prelevasse in Phnom Penh e li portasse verso il loro destino (anzi, ha impacchettato e consegnato in confezione ‘paghi due e prendi tre’) gli sfortunati Uiguri (che non hanno saputo inventarsi scudi magici dietro cui sparire). Quell’ispirato ‘portavoce’ ha ‘candidamente’ annunciato: “Tornano in Cina”. Il fatto è gravissimo e contravviene a parecchi principi umani (e internazionali), ma… rappresenta una violenza non tanto per questo quanto per l’indifferenza mostruosa verso ciò che si nasconde dietro quel ritorno.
Mi domando come possa uno Stato come la Cina essere così crudele con i suoi figli e mi domando come possa uno Stato (come quello cambogiano) negare l’asilo ai rifugiati (e l’ospitalità che è sacra, quando at stake c’è la vita). Chiudere la porta in faccia a qualcuno è sempre una vergogna, ma chiuderla in faccia a chi è in pericolo è un tragico peccato (e una macchia storica incancellabile). La pressione del governo cinese è stata forte, ciò è innegabile, ma è inaccettabile pensare che ancora e sempre gl’intrallazzi politici facciano scempio della vita umana (gli Uiguri sono stati espulsi un giorno prima della visita in Cambogia del vicepresidente cinese Xi Jinping). 
Il gesto cambogiano è un boccone amaro (impossibile da ingoiare) e lo è per varie ragioni. Ne elenco alcune, giusto per rendere chiara l’idea della gravità della cosa: 1) le Nazioni Unite e le organizzazioni dei diritti umani avevano chiesto chiaramente alla Cambogia di evitare la deportazione della minoranza uigura; 2) un portavoce dell’ONU aveva detto che l’agenzia dei Rifugiati stava ancora vagliando la richiesta di asilo degli Uiguri (e dei due bambini specialmente); 3) altre nazioni hanno rifiutato di rimandare in Cina gli Uiguri; 4) persino gli USA hanno evitato di rimandare in Cina quelli rilasciati da Guantanamo. Il governo cambogiano si dovrebbe vergognare, perché i motivi per concedere asilo politico c’erano tutti e perché avrebbe potuto cavarsela a buon mercato con la Cina, concedendo tempo alle Nazioni Unite. Lo ha detto anche un ricercatore cambogiano legato ad Amnesty International (Brittis Edman): "It is hugely concerning that Cambodian authorities are not giving this group an opportunity to seek asylum, or for authorities to assess their asylum case,"/ "This group will be particularly vulnerable to torture. Because of those concerns, Cambodia shouldn't send them back." (V. adamaitkenblogspot.com)
Qualcuno sostiene che lo Stato cambogiano non abbia in simpatia i propri ‘figli’ mussulmani e che l’espulsione degli Uiguri (pure mussulmani) sia soltanto in sintonia con tale atteggiamento ‘consolidato’. Non posso che concordare con tali voci, perché, se così non fosse, le autorità cambogiane non avrebbero mai espulso gli Uiguri (che sono mussulmani) e non li avrebbe rimandati in Cina (ove la gente islamica è malvista / ‘menomata’ nella sua libertà di culto e persino nel suo diritto alla vita). 
Certo è che gli Uiguri (cinesi come ogni altro Cinese della Cina) non avrebbero mai lasciato la tradizionale terra natia, se non avessero avuto gravi ragioni (di sopravvivenza). La tensione  tra quella che viene definita la maggioranza Han (e che, dietro le quinte, ha ‘fraternità’ etniche tutt’altro che lontane da quelle uigure) e la minoranza uigura (che viene identificata erroneamente soltanto nell’etnia di origine turcica) è esplosa (luglio 2009) come non accadeva da decenni. Il governo cinese sostiene che almeno 200 persone siano morte (e che siano prevalentemente di etnia ‘Han’). I Cinesi che vivono fuori dalla Cina sostengono, invece, che il governo abbia perpetrato vari abusi nei confronti degli Uiguri: incarcerazioni di massa e condanne a morte.  Le autorità cinesi sostengono che gli Uiguri  si siano scontrati (in Luglio) con la polizia (inviata a sedare una manifestazione di protesta, in Urumqi, la capitale della regione occidentale dello Xinjiang) e che poi abbiano scorrazzato in lungo e in largo nelle zone confinanti, commettendo vari massacri (per lo più di etnia Han- ragion per cui gli Han sarebbero stati motivati, ovvero giustificati, nelle loro scorribande tese a trucidare gli Uiguri per tutta la città). La verità è, sicuramente, elsewhere, direi. Le cose, a mio modestissimo avviso, sono andate diversamente: gli ufficiali di polizia (quelli addestrati appositamente per ‘sedare’ i riot, possibilmente ‘tritandone’ i ‘responsabili’) sono sicuramente giunti in Urumqi già determinati a perseguire coloro che (per etnia e per ‘posizione’ sociale perennemente di ‘sghimbescio’) si prestavano al ruolo predeterminato di ‘responsabili’. Hanno perseguitato, inseguito e ‘arrestato’ (se così si può definire un ‘procedimento’ nel corso del quale -in un primo tempo- almeno 43 uomini uiguri sono letteralmente ‘scomparsi’- come ha sostenuto Human Rights Watch) centinaia e centinaia di Cinesi presumibilmente Uiguri (e li hanno consegnati al governo dello Shinjian che, lungi dal degradare gli ‘zelanti’ ufficiali, ha dato seguito alle loro persecuzioni- e quale seguito!- eseguendo varie condanne a morte dei ‘rivoltosi’). Varie fonti, però, sostengono ormai che a scomparire nel nulla siano stati ben diecimila Uiguri (come ha detto e ripetuto alla stampa l’attivista uigura in esilio Rebiya Kadeer, invocando a gran voce un’inchiesta internazionale). Sono notizie agghiaccianti!
Il mondo alla rovescia, che ha tentacoli abbastanza allargati, purtroppo, pare che in Cina (se voli di saggezza non verranno) abbia trovato la sua patria (ahimè) e che in Cambogia (patria dei Kmer Rossi/ terra avvezza agli orrori) si nutra di humus fertile e vitale.
I ventidue Uiguri che erano sotto le ali ‘protettrici’ (si fa per dire) associate del governo cambogiano e dell’ONU, hanno patito la disgrazia di essere ‘promossi’ dal governo cambogiano (che ha voluto ‘proteggerli’ da solo e così bene da venderli al loro nemico mortale).Vale a dire: il governo cambogiano ha soffiato i Rifugiati all’ONU da sotto il naso e li ha trattati come ‘merce’ senz’anima, decidendone il destino, alla faccia di qualsiasi convenzione umana e civile// l’ONU A) se li è lasciati portare via volentieri o B) ha ‘abbozzato’? Viene da domandarsi, A): L’ONU ha, dunque, finto di vagliare la richiesta di asilo, meditando segretamente di riconsegnare i poveri disgraziati ai loro dichiarati persecutori? B) che razza di peso ha l’ONU, nel mondo?/ Che cos’è in realtà? Quanto vale? A che cosa e a chi serve (se non può neppure dire la sua con uno Stato qualsiasi e in ‘questioni’ di diplomazia ‘spicciola’-non legata a ‘sconvolgimenti’ gravi, internazionalmente parlando)?
Le Nazioni Unite sono ‘sopravvissute’ (e, per di più, senza arrossire) a figure peggiori di questa: a genocidi innominabili (che ha permesso/permette e che avrebbe potuto/potrebbe evitare)/  alla vergogna di aver dovuto prolungare di 18 mesi la funzione del TPIR (il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda) , che, benché disponga di quattro camere, è caratterizzato da una lentezza così patologica che, a più di quindici anni dal genocidio dei Rwandesi, non ha ancora celebrato i processi necessari a condannare i responsabili di quell’orrendo crimine contro l’umanità/  allo scandalo di aver permesso che il regime comunista di Pol Pot, tra il 1975/’79, uccidesse (di stenti-torture ed esecuzioni capitali) circa un milione e settecentomila Cambogiani, che il governo cambogiano tergiversasse circa la costituzione di un Tribunale Internazionale e che fosse presieduto da uno dei Kmer rossi (Hun Sen), che soltanto nel 2003 accettasse la formazione di detto tribunale e che soltanto nel 2006  si giungesse alla nomina dei 30 giudici (17 cambogiani e 13 internazionali), che nel frattempo il capo di Stato Maggiore kmer (Ta Mok) detto il macellaio morisse di vecchiaia e che tutti gli altri criminali kmer invecchiassero serenamente nelle loro case (tranne l’unico Kmer che forse avrebbe meritato pietà per aver confessato le sue colpe ed essersi consegnato alle autorità (1999), Kaing Guek Eav, per il quale è stata chiesta una condanna a 40 di galera e la cui sentenza (campa cavallo) è attesa per questo inizio 2010. Penso, però, che, se non avessero collezionato l’ultimo stridente fiasco, con la deportazione degli Uiguri, forse… avrebbero, in qualche modo, alleviato il bruciore scottante della delusione del mondo (che guarda/ soffre/ giudica/ attende…).
 Si apprese, dal Phnom Penh Post del Quattro Dicembre 2009, che una settimana prima un guppo di Uiguri mussulmani era giunto in Cambogia, che tutte le organizzazioni mondiali dei diritti umani nutrivano grossi timori per la loro vita e che gli Uiguri avevano varcato i confini della Cambogia separatamente, in vari punti, per sfuggire alla cattura e alla probabile morte.  Il segretario generale  del World Uighur Congress (WUC), Dolkun Isa, dalla Germania, al telefono, aveva detto: “These are Uighurs who faced persecution and had no choice. They have just tried to find a way to leave China.”/ “They came to Cambodia because there is a UN [High Commissioner for Refugees] office and they want to seek asylum” (Questi sono Uiguri che hanno affrontato la persecuzione e non avevano scelta. Hanno solo cercato un modo per per lasciare la Cina.”/ “Sono venuti in Cambogia perché c’è un ufficio ONU –l’Alto Commissariato per i Rifugiati- e vogliono chiedere asilo”). Aveva detto anche che i 22 Uiguri non avevano passaporto e che, se lo avessero avuto, non ne avrebbero potuto indicare il numero, così come non potevano rivelare il modo in cui erano giunti in Cambogia, per il terrore di essere deportati in Cina (e di esporre a pericolo certo i loro benefattori). Le sue parole conclusive si sarebbero poi rivelate profetiche: “Cambodia has good cooperation with neighbouring countries such as China, and these people’s plight is important to us”/ “We are very worried about the lives of these people who have escaped from China” (La Cambogia ha una buona cooperazione con le nazioni confinanti come la Cina, e l’appello di questa gente è importante per noi”/ “Siamo molto preocupati per le vite di queste persone che sono scappate dalla Cina”). È stato il vicepresidente del WUC (Omar Kanat) a dare notizia della detenzione in Vietnam di due Uiguri e della scomparsa di altri cinque, che avevano varcato il confine vietnamita (...che altro buco nero nell’universo…). Sara Colm, una ricercatrice di Human Rights Watch, aveva scritto via e-mail: “If repatriated to China, Uighurs face the very real risk of detention, torture and even execution”/ “It’s crucial that Cambodia honour its international obligations and protect Uighur asylum seekers, not send them back to China” (“Se rimpatriati in Cina, gli Uiguri vanno incontro al rischio di detenzione, tortura e persino esecuzione”/ “È cruciale che la Cambogia onori i suoi obblighi internazionali e protegga gli Uiguri richiedenti asilo, non li rimandi in Cina). La Cambogia ha fatto esattamente tutto quello che Sara Colm paventava!

Al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU (in Ginevra) i rappresentanti di HRW avevano fatto presente che la Cambogia aveva già violato gli obblighi verso la Convenzione del 1951 sui Rifugiati (deportando vari Vietnamiti della minoranza montagnard- e, così facendo, condannandoli a morte). Avevano, anche, nello stesso documento, suonato un campanello di allarme (andato ‘insalutato’) su un annuncio (fatto dall’UNHCR) circa il fatto che sarebbe stato (al posto dell’UNHCR) l’Ufficio Immigrazione della polizia cambogiana a vagliare le richieste di asilo (e non solo quelle della sfortunata minoranza montagnard, ma quelle di qualunque rifugiato eventuale).
È inconcepibile/ terribile/ inaccettabile/ drammatico/ spaventoso il significato di tutto questo: 1)  Tale appello, come tutto il resto, non è servito a niente: non mi risulta che il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU (in Ginevra) abbia preso dei provvedimenti o fatto una qualunque piccola o grande cosa (o un tentativo sia pure minimo) per sbrogliare la matassa (e cercare di salvare almeno qualcuna delle vite umane in pericolo). 2) L’ONU ha in Cambogia il suo organismo principe in fatto di Rifugiati e… lascia che a occuparsi dei Rifugiati medesimi sia l’ufficio immigrazione cambogiano (che risaputamente ha le mani grondanti del sangue dei Monagnard sterminati)/ No, no, no, è anche peggio di così: ha lasciato finora che l’ufficio immigrazione della polizia cambogiana si occupasse specificamente delle richieste di asilo dei Montagnard (come dire: ha trovato il modo per far fuori più Montagnard possibili) e ha deciso, proprio quando non avrebbe dovuto, che quello stesso ufficio debba occuparsi delle richierste di asilo di tutte le nazionalità (e, quindi, gli ha lasciato mano libera con gli Uiguri). Che ci fa il mondo con un Alto Commissariato per i Rifugiati che i Rifugiati li lascia nelle mani dei loro sterminatori?!? Che ci fa l’ufficio stesso (dell’alto commissariato) con i funzionari che se ne stanno in ‘vacanza’ e respirano solo quando il governo locale dice loro di farlo? Non starebbe cento volte meglio (l’ufficio) se avesse funzionari di polso (pronti a scatenare il finimondo piuttosto che far trucidare la gente)?
L’ONU (accidenti al suo carrozzone senz’anima e ai suoi ‘dipendenti’ conigli senza fegato e senza cuore!) è ancora e ancora alla base di misfatti ‘singoli’ e di genocidi reiterati e ‘gira orecchie sorde’ agli avvertimenti/ alle preghiere e alle grida di dolore e di terrore. Comincio a domandarmi se coloro che lavorano nei vari uffici mondiali (e dietro le varie maschere-sigla) dell’ONU non vengano scelti appositamente con qualche propensione al sadismo e ai crimini di massa. Si spiegherebbero soltanto così le ‘inadempienze’ che si trasformano in condanne a morte di vere e proprie moltitudini di innocenti. ‘Quel’ documento dell’HRW diceva chiaramente (all’UNHCR) che la Cambogia è inaffidabile e che il destino degli Uiguri non poteva e non doveva essere lasciato nelle mani del suo governo: “Cambodia has not, to date, provided sufficient protection for registered asylum seekers and recognised refugees, especially from Vietnam and China” (“La Cambogia non ha, a tutt’oggi, fornito  protezione sufficiente a coloro che sono registrati come richiedenti di asilo politico e riconosciuti come Rifugiati, specialmente provenienti dal Vietnam e dalla Cina”) e specificava, a riprova dell’affermazione, che, nel Maggio 2007, l’attivista dell’Unione dei Lavoratori del Vietnam (Le Tri Tue) era stato fatto ‘sparire’ e che, nell’agosto 2002, due Cinesi che avevano richiesto Asilo erano stati deportati.
L’ONU (in tutte le sue dislocazioni-uffici dei vari angoli del mondo) non ha scusanti e coloro che gli forniscono la faccia farebbero meglio a dimettersi in massa (e a sparire, con vergogna, nell’oblio), perché non possono addurre baggianate a loro discolpa: avrebbero dovuto agire e prendere le giuste misure contro la deportazione degli Uiguri, perché non potevano che aspettarsi l’epilogo tragico della cosa. Sapevano benissimo che, in seguito ai disordini del famoso Luglio, il ministero degli esteri cambogiano aveva dichiarato che la Cina stava prendendo ‘misure appropriate per ripristinare l’ordine’.  

Gli UIGURI e la Cina (a confronto con la storia)
- La religione islamica ha trovato la via della Cina, sfruttando i varchi transcontinentali aperti dalla famosa via della seta, passando dalla Turchia all’Europa, attraversando l’Asia e insinuandosi proprio nel Nord Ovest della Cina, nella provincia del Sin-Kiang, per mezzo delle tribù nomadi di etnia Huis (parole pronunciate in cinese con i tre caratteri alfabetici Hui vu er, ovvero Hui gu ri/ Uiguri e abbreviate, nel tempo, in Hui).
Il primo presidente della Repubblica Cinese (Sun Yat-sen) ‘smistò’ le cinquantasei razze cinesi, assemblandole in cinque grossi gruppi etnici (Han/ Man/ Mong/ Hui e Chuang) e abbinandoli a sei colori-bandiera nazionali (rosso/ giallo/ blu/ bianco e nero).
 Le genti di etnia Han (delle terre a Sud della Grande Muraglia, lungo la costa dell’Oceano Pacifico e del Mare del Sud della Cina) sono i figli di Yan Huang (gl’imperatori Yan e Huang).  I Man (delle terre Nord orientali della Cina) sono gli abitanti della Manciuria. I Mong (della provincia cinese interna  della Mongolia) sono i Mongoli. I Chuang (della provincia del Tibet cinese) sono i Tibetani.
 Il nome Hui abbraccia varie tribù (Uiguri/ Kazaki/ Salari/ Tajiki/ Tartari eccetera) e si riferisce alle genti stanziate lungo il confine cinese-russo (e oltre la via della seta/ il Sinkiang della Cina/ il Turkistan). 
Gli Arabi, navigatori (e islamici) per eccellenza, che commerciavano alla grande con il Sud-Est asiatico e con la Cina, sono stati i ‘vessilli’ umani attraverso cui l’Islamismo si è insediato in Cina. Si tramanda che il Profeta Maometto avesse a dire ai suoi seguaci: “Cercate la conoscenza persino fino in Cina” (antica terra dalla prosperità pari alla sua civiltà). 
I Mussulmano amano tramandare una leggenda secondo cui sarebbe stato uno zio materno del Profeta (di cui si dice che i Mussulmani cinesi ancora venerino l’ipotetica tomba in Canton) il primo a predicare in Cina e a deporvi i semi del culto islamico e un’altra leggenda secondo cui la religione islamica sarebbe stata portata in Cina da tre compagni del Profeta (nel 628 A.D.).
Storicamente ci sono due teorie: una registra l’arrivo dell’Islam in Cina nel 651 (durante la dinastia Tang), l’altra nel 571 (durante la dinastia Sui). Pare molto verosimile che l’approdo di tale religione (sicuramente avvenuto a Canton -attuale Guangzhou) si collochi nel 651 (con i viaggi della seta e con quelli dei missionari islamici, che fendevano il Mar Rosso, il mare arabico, l’Oceano Indiano, lo stretto di Malacca e il mare del Sud della Cina e che profondevano mercanzie e idee lungo le coste relative).
Il terzo califfo di Tasik (l’allora potente regno arabo), Osman, fu il primo sovrano arabo a prendere contatto con la dinastia Tang, con l’apparente scopo di rendere omaggio all’imperatore e con il segreto intento di far giungere fino a lui, per primo, e poi al suo popolo, l’influsso etnico, sociale, culturale e religioso del mondo mussulmano. Pare che, già a quel tempo fossero molti i Mussulmani residenti in Cina. Pare che la prima Masjid (cioè moschea) al di fuori del sacro suolo de La Mecca fosse costruita proprio in Canton (punto di arrivo e di partenza e residenza più o meno fissa e/o temporanea dei commercianti arabi e luogo in cui sorgevano zone -con relativi cimiteri- interamente destinate ai Mussulmani, come testimoniano le antiche pietre tombali ancora rinvenibili in loco). La cultura araba e quella cinese, con il passare del tempo, si sovrapposero e finirono per fondersi, proprio come accadde alle loro stirpi originarie, a mano a mano che Arabi e Cinesi contrassero matrimoni misti e diedero origine a casati dai nomi altrettanto misti e, gradualmente, a soprannomi e poi a nomi tipicamente cinesi. Pare che l’Islam si propagasse così anche alle tribù Han, all’insaputa dei Nomadi Hui delle steppe nord-occidentali (e degli storici occidentali che, secondo il mondo islamico, legarono erroneamente gli Hui alla via della seta e all’Islam e conclusero che gli Hui fossero i soli Mussulmani in Cina). L’Islam ritiene che gli Storici occidentali si siano lasciati abbagliare  dal luccichio della via della seta e abbiano concluso frettolosamente che attraverso di essa migliaia di Mussulmani fossero entrati in Cina (nell’A.D. 751- quando l’impero Tang si era visto portare via il centro Asia dagli Abbasidi, nella guerra di Taraz). L’impero Tang aveva chiesto aiuto alla fiabesca città di Samarkanda (la leggendaria meta di sogni e di visite nell’odierno Uzbekistan) e alle armate abbasidi (per annientare l’infedeltà del suo generale Lu-shan, dalle origini turche). Quei soldati si stanziarono nel Sinkiang (sotto il governo del sesto imperatore  Tang) e vi rimasero, fondendosi con la razza Hui (a due secoli dall’insediamento degli Arabi islamici in Chuanahou/ Canton/ Hangzhou, Yangzhou, Emgzhou e in altre città del Sud -ove impararono a convivere pacificamente con le tribù Han).
L’Islam si estese rapidamente (specialmente durante la dinastia Song, tra l’A. D. 90 e l’A. D. 1279), per mano dei commercianti del tempo (quasi interamente mussulmani), che monopolizzarono il mercato degli ovini, dei bovini e dei tappeti e che fecero dell’Islam una delle religioni maggioritarie della Cina. Si narra che l’Islam fosse molto in auge, in un certo periodo della storia cinese e pare che un pronipote del Profeta maometto (che aveva ricevuto il nome Pu’ Shou-keng direttamente dall’imperatore), nell’A. D. 1250, fosse addirittura superintendente del commercio mercantile (nel porto di Chuan­zhou, nel Sud della Cina), possedesse inenarrabili ricchezze e persino una flotta (attiva tra Cina e Arabia saudita). Pare anche che un altro pronipote del Profeta  (Sayyid Edjill Chams ed-Din Omar, nell’A. D. 1270) fosse nominato governatore della provincia dello Yunan, nel Sud della Cina e che (dopo l’invasione dei Mongoli fuori dalla muraglia- 1279-/ l’avvento della dinastia Yuan/ la conquista dell’Asia e dell’Europa- fino all’Ungheria- da parte di Gengis Khan) egli ritornasse in Cina, con le sue orde di Turchi, Persiani, Siriani Babilonesi e altri soldati mercenari medioasiatici e si assicurasse il controllo della via della seta, posizionando parenti e guerrieri fidati nelle principali città e nei villaggi strategici delle mappe prestigiose del commercio e dei punti nevralgici dell’impero (dai quali controllare le tribù Han infinitamente più numerose di quelle mongole).  La via della seta era sotto il completo controllo del potente impero mongolo. Il dittatore Yuan(erede di Gengis Khan) divise la sua gente in tre ‘classi’: la prima (i Mongoli)/ la seconda (i suoi fedeli Mussulmani forestieri e le loro famiglie)/ la terza ( gli sconfitti Han di vario culto).  Molti furono gli Hui che si votarono all’Islam (e che, di conseguenza, trasferirono il loro nome alla religione, che fu denominata Hui Chiaw, la religione Hui). La percentuale di Hui non Mussulmani è, oggi, soltanto del 10%, ma, poiché chiamare la religione islamica con nome cinese è più lungo che dire ‘religione hui’, il nome Yi Si Lan Chiaw è stato completamente sostituito da Hui Chiaw, più corto e semplice da pronunciare (e responsabile dell’abbinamento Hui e Islam nell’opinione pubblica cinese).
 Questo è un esempio di come glottologia e antropologia non possano essere disgiunte nelle intrinseche mappe evolutive legate alle ramificazioni imprevedibili delle loro sovrapposizioni socio-storico-ambientali e spiega come mai alcuni Mussulmani Han (gli eredi delle famiglie miste fondate da coniugi Han e arabi) si definissero Hui, per essere ammessi nella cerchia prestigiosa di coloro che detenevano il potere. La dinastia Yuan (1279 - 1368) fu la più breve nella storia cinese e fu sbaragliata dall’etnia Han (che governò con il nome di Dinastia Ming dall’A. D. 1368 all’A. D. 1644). Il mondo islamico ama affermare che il primo imperatore ming, Chu Hoong-vu, fosse mussulmano e che, per tale ragione, avesse favorito una fioritura incontrastata dell’Islam). Adducono, a supporto di tale teoria, varie argomentazioni: l’imperatrice sarebbe stata mussulmana/ l’imperatore avrebbe mangiato soltanto cibo halal, sotto il severo controllo dell’imperatrice/ l’imperatore avrebbe scritto il poema Cento parole di lode per onorare il Profeta Maometto (testo inciso su una tavola custodita fino ai giorni nostri nella Masjid di Nanking)/ l’imperatore avrebbe affidato la vita del suo amato figlio alla protezione di un soldato mussulmano (Cheng Ho).
La verità è che non esistono testimonianze scritte circa la fede religiosa dell’imperatore ming (anche se il mondo Islamico addebita la cosa alla prudenza dell’imperatore che ‘non voleva far sapere ai suoi sudditi, maggioritariamente di altre religioni, di essere governati da un Mussulmano’).
I tempi sono davvero cambiati, comunque, e la situazione appare letteralmente capovolta. I Mussulmani, ai tempi dell’impero, non subivano le epopee cui vengono sottoposti oggigiorno e vivevano in pace, almeno dal punto di vista religioso. Intere comunità islamiche si stabilivano nei porti e nelle città, con le loro regole comunitarie e i loro imam e, piano piano, s’inserivano senza grossi traumi nelle tribù Han e ne assimilavano usanze ed essenza cinese. Fonti islamiche sostengono che nella sola Kenjanfu ci fossero  circa trentamila famiglie islamiche e che godessero del privilegio di non pagare le tasse e poter professare liberamente la loro religione/ che case e centri mussulmani di beneficenza accogliessero orfani Han, nei momenti della disgrazia e del bisogno/ che uno di tali casi fosse la carestia che devastò il Kwantung e che abbandonò alle cure di tali centri diecimila bambini/ che tali bambini fossero stati ‘tirati su’ come buoni Mussulmani/ che molti di loro si fossero arruolati nell’esercito e ne avessero approfittao per fare proseliti innumerevoli/ che l’imperatore avesse dato all’Islam un nuovo nome (Ching Cheng Chiaw, ovvero Religione Pura e Vera) con cui rimpiazzare il nome Hui Chiaw/ che il nome dell’Islam in cinese fosse stato così regolarizzato e che poi sia cambiato per più di trenta volte (passando dal primo Ah La Bi Chiaw all’ultimo Hui Chiaw)/ che il figlio dell’imperatore, divenendo secondo imperatore Ming, promuovesse il soldato mussulmano che lo aveva protetto da principe al rango di ammiraglio e che lo inviasse alla sacra terra de La Mecca e nel Sud Est asiatico per qualcosa come sette volte, a cercare il suo perduto fratello/ che ogni volta l’ammiraglio Cheng Ho guidasse una flotta di cento navi (con un carico di venticinquemila soldati e marinai)/ che la sua sola nave fosse larga cinquanta piedi e lunga quattrocento piedi e pesasse mille e cinquecento tonnellate/ che tale flotta del passato fosse paragonabile alla Settima Flotta odierna degli U.S.A/ che Cheng Ho fosse un Mussulmano dello Yunan e che i Cinesi lo chiamassero Eunuco Sam Poh (non si sa se per errore, a causa della circoncisione, o perché egli fosse stato davvero castrato)/ che egli avesse combattuto come guardia imperiale, prima di divenire ammiraglio/ che avesse comandato la più grande spedizione marittima dell’epoca, fino al Capo di Buona Speranza, prima che Colombo compisse la sua impresa/ che, secondo gli annali malesi, il sultano malese Mansur Shah avesse sposato una figlia dell’imperatore Ming (la principessa Hang Li Po), per avere la protezione della Cina contro i suoi nemici (Siam tailandese, Sumatra, Java, India, eccetera)/ che la dinastia Ming fosse l’apoteosi dell’Islam in Cina/ che l’epoca d’oro dell’Islam cinese durasse per circa un millennio (dalla dinastia Sui, a quelle Tang, Song, Yuan e Ming)/ che la fortuna dell’Islam cinese iniziasse la sua caduta con l’avvento della dinastia Qing (così chiamarono il loro regno i potenti della Manciuria- 1644/ 1911). 
Si dice che la dinastia Qing usasse lo stesso motto degli antichi Romani, come tattica di comando (divide et impera), e che creasse un clima di odio e di vendette trasversali tra Han e Hui. Fu allora, in effetti, che i Mussulmani caddero in disgrazia, divennero l’ultimo anello della catena sociale cinese e oggetto di controlli vigili e inclementi e di schermaglie spesso fomentate ad arte.
  La Cina si liberò del giogo della Manciuria, nel 1912, quando Sun Yat-Sen la proclamò Repubblica. L’Islam sostiene che il presidente Yat-Sen ritenesse che le etnie Hui (Han comunque e diverse solo per culto dalle altre etnie Han non mussulmane) dovessero essere reintegrate nella razza Han (come gli altri Han cristiani, cattolici, buddisti, eccetera) e che egli sia morto prima di poter fare questo atto di giustizia. Sta di fatto che l’articolo 135 della Costituzione fu modificato (e trasformato in discrimine tra Han cinesi e “Han islamici con condizioni di vita e usanze particolari e diverse”). L’etnia Han, da allora, non ha più superato il muro divisorio tra le radici turche Hui e quelle islamiche Han e si è lasciata dividere da muri-dubbio/ sospetto/ discordia e anche odio.
 Il sopraggiungere del Comunismo (1949) non fece che esacerbare le cose, con la messa al bando delle attività religiose (e con la Riforma Agraria, che confiscò persino le terre dei templi, dei monasteri, delle chiese e delle Masjid, per distribuirle ai campagnoli). La conferenza afro-asiatica (a Bandung, in Indonesia, nel 1955), però, cambiò di nuovo le cose, portando il premier cinese (Zhou En-Lai) a contatto con le potenze islamiche afro-asiatiche e mostrandogli il loro ampio raggio di influenza tra Occidente e Oriente. Fu così che Zhou En-Lai permise di nuovo le pratiche religiose (comprese quelle islamiche), ma i Comunisti fecero passare un emendamento (1954) in virtù del quale tutti i Mussulmani della Cina dovettero, eversince, essere chiamati Hui min (gente Hui). Tutti i Mussulmani Han, di conseguenza, si trovarono in una posizione quasi di ‘non-identità’: non vennero più definiti Han mussulmani e dovettero scegliere se dimenticarsi del Corano e leggere le massime di Mao o abbandonare il retaggio dell’odio e pregare fianco a fianco con gli Hui. Gli Han mussulmani dovettero sopportare, a causa della loro religione, angherie, persecuzioni tremende, discriminazioni e persino eliminazioni fisiche (che finirono per snaturare e cancellare il ricordo delle loro origini, che sono, comunque, evidenti e gridano la loro verità dai caratteri somatici della gente, dalle usanze cinesi di cui intesse il quotidiano, dal cibo cinese di cui si nutre, dagli antichi luoghi -intrisi di storia cinese- in cui pregavano gli antenati e in cui ancora pregano i posteri, dalle metafore straordinarie racchiuse nei nomi e nei cognomi squisitamente cinesi).
I tempi duri dei Mussulamni cinesi non hanno conosciuto tregua neppure durante la ‘Rivoluzione Culturale’ di Mao, che ha riservato loro un trattamento d’urto fatto di attacchi ai loro luoghi stanziali e di preghiera, ad opera di gruppi armati addestrati a colpire con massima ‘efficacia’ ( v. la ‘Gang dei Quattro’ e le Guardie Rosse). Quello fu un periodo terribile (che la povera gente mussulmana non vorrebbe neppure ricordare) e, se vado con la mente alla mia percezione fisica della Cina, me ne rendo conto con maggiore chiarezza. Ho visto il popolo cinese appropriarsi degli spazi aperti e vivere all’esterno, più che nelle case. Ho visto la gente affollare gli esterni e formare una folla che si percepiva come entità con un’anima. Ho visto adulti e bambini aggirarsi nelle strade e nelle piazze come nella loro casa e ho percepito la Cina fisica in sintonia con quella umana. Pensando a ciò e mettendolo in corrispondenza con il trattamento ricevuto dai Mussulmani al tempo di Mao, intuisco il dramma che devono aver patito, perché sono convinta che fossero giunti al punto di non voler mettere il naso fuori dalle anguste case (concepite più come rifugio per il riposo notturno che come ambienti in cui vivere da svegli), nel periodo in cui i muri delle città erano tappezzati di poster (che vietavano di riunirsi in preghiera e ordinavano la chiusura dei luoghi di culto/ comandavano di disperdere gli ordini religiosi e di abolire l’insegnamento delle religioni/ pontificavano sui matrimoni liberi e misti e proibivano anche di respirare). Si capisce, alla luce di ciò, perché lo scrittore malese Hoh Kok Hoong (di etnia Han), scriva: “Per fortuna, ‘il’ Mao Tze-Tung morì nel 1976”.
I popoli del mondo hanno bisogno di poco per aprire il cuore alla gratitudine e quello cinese fu grato a Deng Xiao-Peng, che permise la libertà di culto e lasciò che le religioni  tornassero a essere pratiche ‘normali’. I fedeli vari ebbero la sensazione di trovarsi già in paradiso, quando capirono di potersi recare a pregare senza vergogna e senza il timore di persecuzioni e condanne alla galera o a qualcosa di peggio. I Mussulmani cinesi uscirono di nuovo alla luce del sole e poterono mandare i figli a scuola (e persino all’estero a laurearsi e a specializzarsi- preferibilmente nell’Università Islamica Internazionale della Malesia).  
Stabilire il numero dei Mussulmani in Cina è cosa controversa (e difficile alquanto). Il primo ‘censimento’ (1910- ministro degl’Interni Minchengfu- governo Qing) ‘contò’ 342.6 milioni di Cinesi e distinse, al loro interno, un numero di Mussulmani ‘approssimato’ (di parecchi milioni!) che ‘poteva’ andare da quindici a venti milioni. Un annuario cinese (1938) parla di 48 milioni di Mussulmani. Una pubblicazione popolare cinese (il Quaderno della Cina- 1950) riporta il numero dei Cinesi islamici come 50 milioni. L’annuario cinese post-‘trasloco’ del governo nazionalista a Taiwan (1957) afferma che i Cinesi mussulmani sono ancora 50 milioni. L’ultimo resoconto del Governo Comunista parla di appena 30 milioni di Mussulmani (5 milioni di Uiguri- anche di radici turciche/ 500.000 Kazaki/ 400.000 Kirghizi-Uzbeki-Tartari del Sinkiang e di lingua turca/ 400.000 Dongxiang- Bao’an- Mongoli del Kansu, del Ningsia e della Mongolia cinese interna di lingue mongole/ 100.000 Salari del Tsinghai della Cina, di cui fanno parte 50.000 Mussulmani del Tibet e della Manciuria/ il 60% mancante è rappresentato dai Mussulmani Hui, che sono disseminati come piume al vento in tutta la grande Cina e che, in realtà, sono di etnia Han e di lingua cinese).
Viene spontaneo domandarsi come mai, anziché aumentare i Mussulmani siano diminuiti, ma non dovrebbe essere difficile darsi una risposta, dato il motivo che ha dato vita al presente articolo…
Molti di loro, è vero, sono stati massacrati, ma è vero anche che molti vivono sotto falso nome e molti altri sono fuggiti negli Stati vicini (Cambogia, Laos, Burma, Tailandia, Kashmir, Pakistan , eccetera), ove, come abbiamo visto in questa sede a proposito della Cambogia e del Vietnam, vanno incontro a un destino spesso peggiore e magari anche alla morte. Difficile resterà stabilire un reale censimento dei Cinesi di religione islamica, fino a quando la gente dovrà nascondere la propria identità dietro mentite spoglie per salvarsi la vita.
La vita dei Cinesi Hui non è stata quel che si può definire un cammino di rose e non ci si può stupire se, a un certo punto della storia, i Cinesi di quell’etnia hanno desiderato staccare il Sinkiang dalla Cina ( anche perché, quando il loro risentimento verso il governo cinese si attenuava c’era chi vi soffiava sopra, per tenerlo vivo e attuale: l’impero ottomano e precisamente il suo 30° sultano Abdul-Hamid 11- 1842/1918-, il quale non avrebbe disdegnato annettersi la provincia cinese abitata dagli Hui di radici turciche, ma che si accontentò di aiutarli a stabilire un governo locale turco). Gl’Inglesi riuscirono là dove gli Ottomani avevano fallito e instaurarono sul Sinkiang un protettorato britannico (1870), ma i Russi (v. trattato di S. Pietroburgo) li obbligarono a ritirarsi e a restituire alla Cina la provincia (non senza annetterne una buona porzione alla Russia). L’avventura del Sinkiang e dei suoi abitanti Hui non rimase immune dagli sconvolgimenti mondiali vari e (con lo zampino dell’Unione Sovietica) fu persino battezzata Repubblica del Turkestan Orientale, prima di tornare allo stato quo ante e alla Cina (con la seconda guerra mondiale).

 CONCLUSIONE- Non sempre sappiamo chi viene perseguitato e perché nei luoghi del ‘disrispetto’ per i diritti umani e per la vita (dove i percorsi della storia subiscono scossoni-fasi di arresto-alterazioni e lacerazioni/distorsioni e rendono difficile distinguere le identità etniche delle minoranze perseguitate). Guardando alla Cina, una cosa, però, la sappiamo: il nome Hui potrà pure fare da ombrello (per uno strano capriccio del potere vecchio e nuovo) a tutti coloro che credono in Allah e nel suo Profeta Maometto, ma i Mussulmani cinesi sono Cinesi da generazioni e da sempre (parlano la lingua cinese, sognano in cinese, piangono in cinese, si sposano in cinese, celebrano tutte le ricorrenze in cinese) e leggono copie del sacro Corano stampate e scritte in lingua cinese. La Cina ha tanti figli e dovrebbe (vorrei, ahimè, poter scrivere ‘deve’) amarli tutti. Non dovrebbe decidere (e vorrei poter scrivere ‘non può’ decidere), dalla sera alla mattina, quali di loro amare e su quali commettere genocidio e non dovrebbe (meglio sarebbe ‘non può’) usare la religione come ‘criterio’ di scelta dei figli-pecora nera del momento. Sono suoi figli i Cinesi che pregano il Dio cristiano, lo sono quelli che pregano Allah e lo sono quelli che pregano altre divinità (come lo sono quelli che pregano Budda e che sono stati bistrattati, incarcerati e persino ammonticchiati come stracci morti, in pieno zoom mondiale e ‘tripudio’ olimpico). Sarebbe ora di rinsavire: il governo cinese smetta di perseguitare, schiacciare e uccidere i suoi figli (di qualunque aspetto-etnia-religione e ovunque dislocati, nella grande terra che si chiama Cina)/ il Vietnam smetta di trucidare i Montagnard e inorridisca piuttosto che continuare a macchiarsi di genocidio/ la Cambogia smetta di recitare le ‘canzoni’ melliflue della viltà- di fare da ruffiana ai due stati responsabili di genocidio- di interferire nelle faccende che spettano all’Alto Commissariato per i Rifugiati e si ricordi che l’ignavia è peggiore del crimine commesso in prima persona (e che le iene sono più immonde delle belve pronte a sbranare le prede in un battito di ciglia)/ l’ONU cominci a occuparsi seriamente dei diritti umani (smetta di fare Ponzio Pilato) e, se è il caso, sposti l’Alto Commissariato per i Rifugiati in territorio ‘bonificato’ (possibilmente non cambogiano), dove possa ‘lavorare’ al servizio della vita e non come marionetta nelle mani del governo locale e delle sue diplomazie malate di dipendenza nei confronti delle nazioni confinanti. 
Gli uomini possono crearsi una storia trapunta di crimini e cercare di distorcerne il corso, con l’ingegno del male e la meschinità degli squallori contingenti, ma la storia, alla fine, ha un suo modo di raddrizzare ciò che è sviato (to right the wrongs, in its own way- per aggiustare i torti a modo suo). Le minoranze etniche  del mondo hanno conosciuto i tempi luminosi degli Eden indisturbati e quelli tenebrosi delle persecuzioni vecchie e nuove (e, spesso, dove non c’erano, sono state create dal genio malefico dell’egoismo e del potere tortuoso), ma erano/ sono e restano la cartina di tornasole della ‘salute’ delle civiltà umane (di ieri/ oggi/ domani). Gli uomini (e, soprattutto i potenti) meglio faranno ad averne cura (perché, là dove alle minoranze non è concessa la vita, non c’è spazio per la dirittura- la fiducia- la speranza/ non v’è spazio per la civiltà né per l’essenza della vita in generale/ i. e. non v’è futuro).
L’uomo dovrebbe imparare la lezione della neve: essere (donando tutto, senza secondi fini)/ rendere bello il mondo e in esso esalare il proprio potenziale di bene.
La neve danza la prima dell’elegia e della grazia suprema (ammantando di silente candore il mondo indaffarato e di stupore arabescato le filigrane delle galaverne antiche come l’età del tempo). I fiocchi leggeri immolano l’anima leggiadra (nulla chiedendo e tutto donando), ma gli uomini (e i potenti della terra) odono il canto del respiro estremo della limpida neve(...)?
 
*Articolo estratto da www.brunaspagnuolososvoliindistress.com*

 

 




Bruna Spagnuolo: L'umanità è una famiglia/ il mondo è la sua casa/ le nazioni sono le stanze/i popoli sono i membri dell'unica grande famiglia (Febbraio 2011).

IL MONDO PARE ESSERE DIVENTATO PICCOLO. Guardando i notiziari passare da una nazione all'altra, si ha l'impressione di vedere le nazioni incasellate in una sorta di favo dalle celle distorte e crudelmente anguste e disumane).
Gli esseri umani che insorgono, protestano, si ribellano, aggrediscono e vengono aggrediti paiono belve in gabbia/ le folle in fermento paiono sciami in fuga da alveari ormai insicuri per le loro nidiate e per la continuazione della specie.

Molte "tornate" generazionali di leadership mondiali hanno sfidato le leggi (fisiche-geologiche-economiche e umane) del globo terrestre. Questo secolo sta cominciando a raccogliere il frutto delle semine sbagliate o, peggio, assenti del passato (ovvero: sta cominciando a sperimentare l'assenza delle messi da mietere e la rabbia di chi cerca il grano da stivare nei granai e... non lo trova). I potenti smettono le vesti di aguzzini e s'infilano in quelle degli amici pronti al dialogo: hanno dimenticato di aver dilapidato, in orge di feste abusive, i semi destinati al raccolto futuro dei popoli che dovevano rappresentare. Hanno dimenticato di aver tradito la fiducia del popolo e la fedeltà ai più elementari doveri del loro mandato.

 

Molti leader hanno ereditato la cattiva gestione del passato e si dibattono, nella stretta di questi tempi di resa dei conti, più come tori che come toreri.
Il mondo è in tumulto (arabo, non arabo, orientale o occidentale che sia). L'ira del giusto rischia di travolgere la pace e di trasformare l'intero globo in incendio unico e foriero di disastro.

E' tempo di far ricorso alla ragione e di capire, una volta per tutte, che le politiche ingiuste e malandrine portate avanti fino a oggi dai governi collusi con le eminenze monetarie mondiali (a scapito della sopravvivenza di intere popolazioni/ di intere nazioni e della stessa vita della realtà mondiale) DEVE CESSARE!

E' tempo di mettere in gattabuia i seguaci indefessi della massima (scomodata da Hobbes, da medioevali interessi e persino da Gramsci) "Homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus" (l'uomo lupo all'uomo/ la femmina più lupo alla femmina/ il sacerdote al sacerdote lupissimo). Terribile ne è l'anamnesi, reale più che mai tra gli esseri umani di tutti i tempi: ogni essere umano è lupo nei confronti dell'altro essere umano (quando si tratta di "remare" pro domo sua); ogni individuo è ancora più lupo nei confronti del suo simile dello stesso sesso e lo è all'ennesima potenza nei confronti del suo simile dello stesso ambito lavorativo.

E' TEMPO di smetterla di comportarsi da lupi/ è tempo di ricordarsi dell'umanità che ci distingue dalle bestie/ è tempo di non tramare danni alle spalle del proprio simile (sia egli il vicino di casa/ il collega di lavoro/ il subalterno/ il cittadino votante/ il popolo sovrano investito dei poteri affidati ai suoi governanti/ la nazione che si definisce sottosviluppata e che si vuole tenere tale e sfruttare fino alle carestie e alle morie).

E' tempo di capire che danneggiare l'altro (a)/ il vicino/ la società/ la casa-città-regione-nazione altrui crea un danno che resta in famiglia" e che torna al mittente per imprevedibili vie

E' tempo di restituire ai popoli mondiali la sovranità sui loro beni e, soprattutto, la loro dignità. E' tempo di rispettare il possesso dovuto (per diritto generazionale-geografico-etnografico-antropologico e divino) ai popoli "sottosviluppati" che tali sono stati definiti da chi sottosviluppato (e affetto da nanismo inguaribile) è nel cuore e nell'anima (per aver derubato intere nazioni da secoli e per secoli e per averle definite "terzo/quarto/quinto/sesto mondo").
E' tempo di smetterla di includere gli esseri umani in "graduatorie" della vergogna (che vergogna portano soltanto a chi quelle graduatorie le allestisce e mette in pratica/ che sciagura portano al mondo intero). E' tempo di capire che l'umanità è diventata una famiglia e che come tale deve cominciare a vivere nella casa che si chiama mondo. E' tempo di capire che il luogo in cui viviamo non è altro che una delle stanze di quella casa-mondo, proprio come quella in cui dormiamo è una stanza della casa di muri che ci fa da nido.

CHE DIREMMO SE in casa nostra si scatenasse una guerra tra gli occupanti delle varie stanze?/ Che diremmo se ALCUNI DEI nostri figli uscissero di notte, vandalizzassero il frigofero (cassaforte del cibo) e i cassetti (cassaforte del denaro), ci chiudessero dentro e ci affamassero? CHE DIREMMO SE, PER IMPOSSESSARSI DEI TESORI RACCHIUSI NELLA NOSTRA CAMERA, CI AIZZASSERO CONTRO I FRATELLI ASSERREGLIATI NELL'ALTRA STANZA E CI COSTRINGESSERO A UCCIDERCI TRA NOI? CHE DIREMMO SE, PER FARE ORDINE IN CAMERA LORO, VENISSERO A BRUCIARE I LORO RIFIUTI IN CAMERA NOSTRA/ SE, PER RISCALDARSI, VENISSERO A TOGLIERCI LA STUFA/ SE, PER AVERE LA LUCE, VENISSERO A TOGLIERCI I FILI DELLA CORRENTE E LE LAMPADINE/ SE, PER RIEMPIRSI LA PANCIA A CREPAPELLE, CI TOGLIESSERO LE RAZIONI MINIME DELLA SOPRAVVIVENZA?

QUESTO è QUEL CHE ACCADE NEL MONDO. ACCADE AI POPOLI "POVERI"QUEL CHE ACCADREBBE A NOI SE LA NOSTRA FAMIGLIA IMPAZZISSE, SCATENASSE NELLA NOSTRA CASA UNA LOTTA TRA "CAMERE" E TRASFORMASSE LE NOSTRE RELAZIONI AFFETTIVE IN CRUDELE LOTTA (ALL'ULTIMO SANGUE E SENZA ESCLUSIONE DI COLPI) PER LA SOPRAVVIVENZA . I POPOLI CHIAMATI POVERI POVERI NON SONO AFFATTO: IL COLONIALISMO LI HA DEFINITI COSì, PER POTERSI APPROPRIARE DELLE LORO RICCHEZZE. I POPOLI DELLA TERRA HANNO DIRITTO AI LORO SISTEMI DI VITA E ALLE LORO CULTURE E HANNO IL DIRITTO SACROSANTO DI GODERSI LE RISORSE RACCHIUSE ENTRO I CONFINI DELLA LORO SOVRANITà POLITICA E GEOGRAFICA (E HANNO ANCHE IL DIRITTO DI EVOLVERSI E DI GIUNGERE AI VARI STADI STORICI DELLA LORO EVOLUZIONE E/O DI QUELLO CHE NOI CHIAMIAMO "PROGRESSO" CON LA GRADUALITà LIBERA E SENZA COSTRIZIONI-FORZATURE-VIOLENZE). I POPOLI "RICCHI" CHE TALI NON SONO NON DEVONO FARE DELLA FURBERIA LA LORO PADRONA: DEVONO RICONOSCERE AI POPOLI MONDIALI IL POSSESSO DI QUANTO STA NELLA "STANZA" CHE LA "CASA" CHIAMATA "MONDO" HA DESTINATO LORO E, SE MANCANO DI RISORSE CHE ALTRI POPOLI POSSEGGONO IN ECCESSO, DEVONO CHIEDERGLIELI E DEVONO PAGARGLIELI (PER LE VIE DIRITTE DEL RISPETTO DELLA VITA E SENZA TRAMARE ECCIDI E GENOCIDI).

LA TERRA (INTESA COME HABITAT UMANO) HA BISOGNO DI REGOLE (CHE L'UOMO NON DOVREBBE SALTARE IN MODO APERTAMENTE CRIMINALE E CHE NON DOVREBBE NEPPURE AGGIRARE CON FARE DA CROTALO ESPERTO E CON ANIMO VOTATO AL TRADIMENTO DELLA SPECIE UMANA-ANIMALE-VEGETALE E PERSINO MINERALE).

CIO' CHE NON DOVREBBE FARE, AHIMè, L'UOMO LO FA
(E S'INGEGNA PURE PER FAR PASSARE I CRIMINI COME GENEROSITA').

HO SCRITTO IL SOTTOSTANTE ARTICOLO SUL PROTOCOLLO DI KYOTO TEMPO FA (NEL 2008, CREDO). LO LASCIO ALLA LETTURA LIBERA, COME RIFLESSIONE PARZIALE E PRATICA SU QUANTO HO SCRITTO SOPRA.

 

BRUNA SPAGNUOLO:
IL PROTOCOLLO DI KYOTO
(ragguagli "RAGIONATI" sui crimini "generosi" )

-Si pensa al Protocollo di Kyoto ormai come a una realtà 'superata' poiché c'è stato un 'seguito' (con gli altri meeting mondiali di cui tutti hanno sentito parlare), ma è la BASE su cui i vari 'conciliaboli' mercanteggiano (dividendosi in 'fazioni' pro-terra/natura/vita e fazioni pro-profit/ perseveranza nella devastazione). Conviene fargli una 'visitina'-


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   Pensando al protocollo di kyoto, mi sono sentita sempre rassicurata, fino a quando non gli ho dato una sbirciata più da vicino.
    È un trattato internazionale che riguarda il riscaldamento globale (e mi sarebbe piaciuto che riguardasse anche altri aspetti delle ‘trasgressioni’ tragiche alle regole anti-inquinamento); insomma, ci sono un’infinità di crimini che la comunità industrializzata mondiale può commettere contro la vita dei singoli e dei popoli e non c’è una ‘autorità’ mondiale che possa ‘tuonare’ contro di essa con tutto il peso che la sopravvivenza del genere umano meriterebbe.
    Il Protocollo di Kyoto, però, esiste, grazie a Dio (è tutto ciò che abbiamo e dobbiamo farcelo bastare). È ‘nato’ l’11 Dicembre 1997. È entrato in vigore il 16 febbraio 2005 (dopo la ratifica della Russia, avvenuta a fine 2004); ha celebrato il 2° anno di ‘funzionamento’ il 16 Febbraio del 2007, a un decennio dalla ‘nascita’.
   Prevede l’obbligo di riduzione (da parte dei paesi industrializzati) dell’emissione di elementi inquinanti come il biossido di carbonio e altri 5 gas serra: metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi, sofloruoro di zolfo.
   Esulterei, per l’obbligo di riduzione, ma… il Protocollo di Kyoto prevede anche il Meccanismo di Sviluppo Pulito, a mezzo meccanismi flessibili. Ciò vuol dire che coloro che inquinano (e che, così facendo, non danneggiano soltanto l’atmosfera, ma anche coloro che vivono nelle vicinanze delle loro industrie) devono ridurre le emissioni dannose al minimo costo possibile, ovvero massimizzare le riduzioni ottenibili a parità di investimento. Ciò detronizza brutalmente il genere umano, per sostituirlo con lo sviluppo industriale. Addio, vecchia idea della vita umana in cima ai valori e mai al servizio dell’interesse e dei beni materiali, addio valori in generale… Il buonsenso comanderebbe di accantonare ciò che non è ‘buono’. È l’uomo che ha inventato le industrie e tutti i ‘mercati’ (incluso il mercato dei mercati: la ‘borsa’) e perché li ha inventati se poi non dovevano servirgli a vivere ma a morire? Ormai il sistema di vita sulla terra è improntato così; è, praticamente, un cannone rivolto verso lo stesso cannoniere. Invertirne la direzione ‘richiede tempo’ (dicono così tutte le organizzazioni cui affidiamo  le battaglie della sopravvivenza). Posso crederci. Tutte le cose importanti richiedono sforzi e tempo, ma è poi vero che si voglia invertire la direzione di quel ‘cannone’? Istintivamente non mi fido troppo, anche perché gli ‘aggiustamenti’, anziché tranquillizzarmi, mi insospettiscono.
   Il Protocollo di Kyoto doveva essere ratificato da almeno 55 paesi firmatari (produttori di almeno il 55% delle emissioni inquinanti). Tale condizione è stata raggiunta nel 2004, con la ratifica della Russia.
   Gli esperti, a quel tempo, concordavano sulla conclusione che la riduzione delle emissioni dovesse diventare operativa immediatamente o al più presto possibile, perché i sistemi climatici sono caratterizzati da una certa inerzia relativa (e una riduzione anche consistente non era una garanzia a breve termine dell’inversione del riscaldamento globale e degli sconvolgimenti climatici). Avremmo, in altre parole, raccolto oggi i frutti (buoni) dei provvedimenti seminati da allora in avanti, ma… il ‘raccolto’ odierno sta stivando nei nostri ‘granai’ ‘frutti’ fatti di intere popolazioni violate e distrutte dalla furia degli elementi. Ciò può voler dire due cose: 1) i buoni propositi non sono stati messi in pratica, 2) i propositi medesimi non erano affatto buoni.
   Vediamo come sono andate (più o meno) le cose.
Canada, Stati Uniti e Giappone, nel 2000, proposero di tener conto delle foreste come serbatoi di carbonio (Carbon sinks). È risaputo che le piante sono miracolose, per la capacità di fissare l’anidride carbonica durante la fotosintesi clorofilliana. I tre paesi, ricchi di foreste, ritenevano di poter bilanciare le loro emissioni di CO2 con i loro alberi. Gli USA si opposero pure alle sanzioni finanziarie contro il mancato rispetto del Protocollo di Kyoto.
   Mancando l’appoggio degli USA, la quota delle emissioni dei firmatari era sotto il 55%. Il destino del Protocollo dipendeva, perciò, dalla Russia (responsabile del 17% delle emissioni mondiali e fino a quel momento contraria all’approvazione). Il 2001 parve segnare la compromissione irreversibile del Protocollo, poiché il neo-eletto presidente Bush annunciò il ritiro definitivo degli USA - responsabili di circa il 38% delle emissioni- (dal trattato che il suo predecessore, presidente Clinton, aveva firmato prima di rimettere il mandato), sostenendo che quel trattato penalizzasse la sua nazione e non tenesse conto delle emissioni di paesi in via di sviluppo come la Cina. Fu il presidente russo, Putin, a salvare il Protocollo di Kyoto, ratificandolo, nel Settembre del 2004. Alcuni Stati e Municipalità grandi (come Chicago e Los Angeles) degli USA stanno studiando soluzioni che permettano loro di applicare il Protocollo di Kyoto a livello locale: si tratta di evento non trascurabile, poiché ci sono singole regioni (come il New England) che da sole producono quantitativi di biossido di carbonio pari a quelli di nazioni (come la Germania). I paesi non aderenti al trattato sono responsabili del 40% delle emissioni mondiali di gas serra. I paesi firmatari in via di sviluppo non sono tenuti alla riduzione delle emissioni, perché ‘non sono tra i principali responsabili del periodo industriale che sta provocando le attuali ‘impennate’ climatiche. Trovo questa decisione irrazionale e masochistica, a livello mondiale, perché le emissioni dipendono, al 20%, dalle attività agricole e, all’80%, dal settore energetico (ergo dal combustibile fossile, tornato in auge negli ultimi anni). I paesi a basso reddito fanno un largo uso del carbone (la Cina è passata dal 71% di tale uso al 79% e l’India dal 65% al 68%). Le emissioni della Cina sono aumentate del 33% tra il 1992 e il 2002 e quelle dell’India del 57%. Tutte le emissioni in generale (del mondo ricco) sono aumentate, negli ultimi anni, del 2,5 % circa. È il caso, forse, di farsi un po’ di conti e di non escludere nessuno dall’impegno, se non si vuole assomigliare agli stolti che siedono dalla parte sbagliata del ramo che stanno tagliando.

   L’atmosfera terrestre contiene 3 milioni di Megatonnellate (Mt) di CO2. Il Protocollo prevede che i paesi industrializzati riducano di circa il 5% le loro emissioni. Tale percentuale costituisce un valore medio complessivo dei provvedimenti presi dai singoli paesi; per ognuno di essi si stabilisce un obiettivo specifico e diverso. Ecco un esempio: la riduzione prevista per l’Unione Europea è dell’8% e per il Giappone del 6% (quella prevista per gli USA ‘sarebbe’ del 7%). L’Unione Europea, al suo interno, con accordo separato, stabilisce l’8% come valore per ognuno degli Stati membri.
   Tutti i firmatari del Protocollo hanno un OB in comune: stabilizzare la concentrazione di gas serra, nell’atmosfera, a un livello atto a impedire perturbazioni di natura antropica delle dinamiche atmosferiche e del clima.
Il mondo immette 6000 Mt di CO2 (3000 dei paesi industrializzati e 3000 dei paesi in via di sviluppo). Il protocollo di Kyoto prevede che se ne immettano 5850, anziché 6000 (sul totale di 3 milioni di Mt). Tale parametro mi sconvolge per la sua ‘esiguità’ e mi appare totalmente teorico; data la labilità dei confini tra le decisioni prese a tavolino e l’operato reale delle multinazionali, un margine così irrisorio è, a mio avviso, un’offesa all’intelligenza e non vale neppure le spese occorse per far riunire i potenti della terra (non senza defezioni, come tutti sanno), ma non è finita qui…
   I paesi aderenti o che hanno avviato la ratifica producono il 61% delle emissioni di gas serra. I firmatari hanno diritto (udite un po’) anche a un ‘credito’ di emissioni, grazie a un sistema di meccanismi flessibili. Questa è la cosa che trovo più irragionevole (e terribilmente lesiva per l’umanità): l’uomo, che da nessuno ha mai ricevuto il diritto a commettere il crimine di inquinare e di alterare gli equilibri naturali, non solo si attribuisce tale diritto, ma si nomina giudice assolutore dei livelli di tale crimine e della misura in cui spartirseli con tanto di certificazione riconosciuta a livello mondiale!
    Ecco i meccanismi flessibili:
- il Clean development mechanism (CDM) consente ai paesi industrializzati di realizzare progetti (nei paesi in via di sviluppo) che producano benefici ambientali (riferiti alla riduzione dei gas serra e ai benefici economici e sociali dei paesi ospiti- dicitura che da sola è un grimaldello per qualsiasi opposizione ad eventuali progetti non validi) e che, per contro, guarda caso, generino ‘crediti’ di emissione per i paesi che promovuono gl’interventi. Controllo e verifica dei progetti e dei ‘crediti’ sono affidati a enti specifici indicati dalla Conferenza delle parti. I ‘crediti’ sulle emissioni sono denominati Certified Emission Reductions. Chi ha i soldi, cioè, può andare a creare industrie (e possibilità di inquinare, nei paesi poveri, con tutte le panzane che può raccontare sulla famosa ‘riduzione) e, in più, guadagnarsi il diritto ad inquinare di più a ca’ sua (cioè nostra);
- la Joint Implementation (JI) consente (come sopra) di andare a realizzare progetti nei paesi poveri e di ‘spartire’ con loro il ‘credito’ di inquinamento in più ‘guadagnato’;
- la Emission Trading (ET) permette ai paesi industrializzati di ‘prestarsi’ tra loro i ‘crediti’ (chi non ha ridotto le sue emissioni venefiche, può prendere in prestito il ‘credito’ da chi è stato, invece, ‘virtuoso’ e si è preoccupato più della vita che del denaro). Ciò è assurdo e ‘legalizza’ un comportamento che a me sembra demenziale. Come non definire affetto da demenza chi pretende di arrivare da qualche parte facendo un passo avanti e due indietro? Vorrei sbagliarmi, ma ho proprio l’impressione che stia accadendo questo.
   Tutto ciò mi lascia allibita (a dir poco) e con una domanda di antica-filosofica memoria: “Cerco l’uomo”. Credo (anzi, temo) che persino Omero si scoraggerebbe, di fronte a simili ‘sintomi’, e, forse cambierebbe le parole di Ulisse, facendone un epitaffio: “Fatti foste a viver come bruti”. 

   Mi domando perché l’uomo faccia tanti sforzi e tanti sacrifici e poi si condanni a… segnare il passo (se non a precipitare del tutto). C’è voluto l’impegno di tanta gente, per giungere al Protocollo di Kyoto. Gli uomini di buona volontà hanno osato e, nel lontano 1987, hanno ottenuto la sottoscrizione del Protocollo di Montreal. La Comunità Europea (ora Unione Europea), nel 1989 ha proposto la messa al bando totale dei CFC e il blocco della loro produzione entro la fine degli anni Novanta. Gli Ambientalisti, nel 1994, hanno favorito l’accelerazione della sostituzione dei fluidi frigoferi. Le emissioni di CFC sono calate dell’87% , a partire dal benedetto accordo che porta il nome della città di Montreal. Si stimava, allora, che il buco dell’ozono si sarebbe richiuso entro il 2040. È ancora valida tale ‘prospezione’ (se mi è consentito chiamarla così)? Rio De Janeiro, dopo Montreal, tornò a dibattere e a spargere nel mondo una ventata di speranza. Johannesburg ci ha riprovato, a dieci anni di distanza, con 200 paesi partecipanti, e ha prodotto una dichiarazione sullo sviluppo sostenibile e un relativo piano di azione e, nel mio piccolo, ritengo che questo sia un passo cruciale. La conferenza di Johannesburg ha dato il “Disco Verde” al Protocollo di Kyoto (che, con l’adesione della Russia e poi della Cina, ha superato il 55% delle emissioni necessarie alla legittimazione del Protocollo medesimo). 
   La settima sessione della Conferenza delle Parti, nel Novembre 2001, a Marrakech, aveva visto l’adesione di soli 40 paesi; due anni dopo, i firmatari erano 120; negli anni successivi i paesi sottoscrittori sono diventati 160 e oggi (tra quelli aderenti e quelli che hanno avviato la ratifica) mi pare che siano 174. Tutto ciò soffia sulle vele della speranza, perché non parla di insensibilità e di rifiuto dell’impegno necessario a salvare il pianeta.
 Moltissimi sono gli scienziati cui dobbiamo riconoscenza e gratitudine, poiché (against all odds) ogni giorno ‘si sgolano’, per richiamare il genere umano al buonsenso, e molte sono le persone di ogni categoria sociale, che s’impegnano giorno e notte per le sorti del nostro pianeta; molti sono gl’ignoti che fanno il poco che possono (e che, forse, costituiscono ‘the pillars’ della lotta impari contro qualcosa che ha dimensioni ormai ‘immisurabili’).
   Alcuni sostengono che non sia neppure chiaro né sicuro che l’inquinamento contribuisca al global warming (della serie: ‘forse l’uomo non ha colpe’), ma persino loro sono convinti che sia necessario uniformarsi alla linea del no-regrets e al buonsenso. Vedo costoro un po’ come bambini che tendano sempre a sdrammatizzare tutto, per non avere paura, ma mi associo alla loro linea, poiché è meglio fare di tutto (nel presente), per non avere rimpianti (nel futuro- se ne avremo uno), e andare avanti responsabilmente e senza bende sugli occhi (e, soprattutto, senza bende sulla coscienza), ma non rinuncio a sperare che gli Stati firmatari del Protocollo di Kyoto si estendano alla totalità degli Stati mondiali e che facciano qualcosa di più che ‘strappare’ alle multinazionali sforzi praticamente invisibili (usati, ahimé, troppo spesso/troppo sempre, come paravento per intenti 'criminosamente' contro la vita).
 Bruna Spagnuolo

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Bruna Spagnuolo:
Uranio impoverito (Mondo ‘civile’/ quale umanità…)


Indice di questo articolo: Introduzione/ DU come Dolore Universale (ovvero come Disumanizzata Umanità)/ L’allarme-vittime tra i militari (e l’assurda malafede delle ‘istituzioni’- con i minuscola)/ La morte esportata sotto  ‘spoglie’ (tanto dolosamente mentite quanto inutilmente smentite)/ ‘NOMI e COGNOMI’ dei ‘mandanti’ del crimine chiamato uranio impoverito/ I vaccini trasformati in orrore del secolo e la conclusione della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito/ Conferme  al contenuto del presente saggio/ Conclusione (richiesta di aiuto)

Introduzione
Ho coniato il termine ‘genobaca’, parecchi articoli fa. Non è scaduto. È sempre valido e più che mai attribuibile ai legittimi proprietari del gene bacato, ovvero agli umani che contro l’umanità commettono ogni genere di crimine inimmaginabile e innominabile. Il grande Manzoni, quando ha tracciato, nel suo inimitabile capolavoro, le linee magnifiche de ‘l’innominato’ non avrebbe potuto immaginare che sarebbe giunto un tempo in cui quel personaggio spaventoso sarebbe apparso ingenuo, nel confronto con i criminali contemporanei che, lungi dal processo catartico salvifico foriero di pentimento (e di redenzione) avrebbero raggiunto livelli così abnormi di orrori da oltrepassare il limite oltre il quale l’umanità scompare.   
I tempi in cui il mondo ha imparato a fregiarsi di ‘fiori all’occhiello’ come genocidi senza frontiere ‘firmati’ da intere nazioni sono i più bui che il genere umano potesse augurarsi. Direi che tutto il male possibile sia stato commesso, che il fondo sia stato toccato e che sia tempo di smettere di scivolare verso il basso, di uscire dallo slumber allucinato e malefico e di ridisegnare i contorni del mondo (interiore  prima che esteriore/ umano prima che geografico). Ritengo, però, che, per uscire dal baratro, sia necessario, prima di tutto, che gli uomini smettano di vederlo come una prateria, si tolgano gli occhiali distorcenti e vedano, finalmente, la voragine immane in cui si sono cacciati. È necessario che i popoli ‘civili’ smettano, per una volta (e per il tempo che occorrerà a vederci chiaro), di lasciarsi dopare dalla finzione di benessere e prendano coscienza delle storture terribili, dei misfatti globalizzati, delle brutture micidiali, dei crimini contro l’umanità di cui si sono macchiati. Potranno, allora e allora soltanto (se chiederanno perdono a Dio), tentare di risalire la china, vergognandosi e adoperandosi (non per porre rimedio, perché troppe sono le nefandezze irrimediabili) per non macchiarsi più di stragi senza perdono nel presente e nel futuro.

 *DU come Dolore Universale (ovvero come Disumanizzata Umanità)*

Certe realtà sembrano  nascere dal nulla, per colpire al cuore l’umanità e trasformarla in un ammasso di cyborg senz’anima. L’avvento dell’era nucleare è una di queste realtà. L’ltalia (come il resto del mondo) ha imparato a temerla, ma non l’ha messa in relazione con i fatti ‘spiccioli’ delle politiche/guerre inernazionali fino a quando uno dei metalli pesanti (radioattivi), d’uso nucleare, non è stato associato ai Balcani e alla salute dei militari lì dislocati.  
La gente ha ignorato il tradimento contro la vita progettato lucidamente dalle menti criminali degl’individui maledetti cui va il titolo onorifico di ‘inventori’ delle armi più subdole mai concepite: quelle all’uranio impoverito (detto DU, da Depleted Uranium). Lo hanno ignorato i soldati di pace dell’Italia, degli USA e del resto del mondo (convinti del fatto che le istituzioni li avrebbero informati delle ‘insidie’ invisibili, se ce ne fossero state, così come li avevano, generalmente, informati di quelle visibili). Lo hanno ignorato i Kosovari, grati di poter tornare nella loro terra ‘liberata’ ( e di poter ricostruire le loro abitazioni, con tanto di uranio incorporato nel pavimento delle stanze e con tanto di opzione-cancro da vivere giorno per giorno con la gioia ignara dell’esule che finalmente è a casa). La parola uranio è venuta fuori, a sorpresa, quando i primi soldati hanno cominciato ad ammalarsi e a morire. Le missioni Un in Kosovo e l’organizzazione mondiale per la Sanità sono sempre state a onoscenza della presenza dell’uranio impoverito in Kosovo (bombardato nel 1999) e hanno sempre detto di ritenere che esso non comportasse ‘alto’ rischio per la popolazione del luogo (degli altri esseri umani lì condotti in missione di pace non si sono presa la briga di preoccuparsi neppure di striscio). Il livello di quel ‘brutto’ attributo (‘alto’) lo hanno minimizzato ritenendo che l’incidenza della leucemia in Kosovo, dopo i bombardamenti della NATO, non avesse subito alcun incremento. L’urlo di ribellione (che sale e cresce e che vorrebbe farsi fulmine dell’onnipotente Giove della mitologia) non riesce a inghiottire quella guerra ‘umanitaria’ della NATO e ancor meno quella menzogna (basata su un tragico abbaglio dovuto a ‘statistiche’ viziate da carenza di registri’ e da valutazioni tragicamente approssimate per difetto). ‘Quella’ guerra non si può più ‘richiamare’ e annullare (come tutte le altre…), ma ‘quella’ menzogna ha mietuto un numero infinito di vite umane e ha continuato a mieterne tante ‘che di più non si può’, perché si è spinta fino a dire che l’incidenza dei tumori non solo non avesse subito incrementi ma fosse addirittura calata rispetto al 1997 e al 1998 (vorrei che l’ira funesta dei mitici numi lasciasse la sua olimpica collocazione tra Tessaglia e Macedonia e andasse a fare giustizia dov’è dovuta!). La paura si allargò, nonostante, i dolosi tentativi di contenerla, all’Europa e non solo, tra il 2000 e il 2001. Il governo italiano chiese (indovinate un po’ a chi?!?) alla NATO informativa precisa circa i siti della Bosnia bersagliati con munizioni all’uranio impoverito. La NATO rispose, affrontando, a Bruxelles, il ‘tema’ dei proiettili al DU. Il portavoce della Nato, Mark Leith, minimizzò e cincischiò, dicendo che occorrevano indagini scientifiche e ‘tempo’ (proprio ciò che stava cercando di guadagnare mentendo diabolicamente) per ‘accertare’ se esistesse un legame tra l’utilizzo dei proiettili prodotti con uranio impovrito e la ‘cosiddetta’ sindrome dei Balcani. Leith rifiutò di commentare la richiesta di moratoria dei proiettili all’uranio impoverito chiesta da più esponenti del summit e dall’allora presidente della Commissione UE Romano Prodi.
La verità venne calpestata, con incredibile faccia tosta, in quel contesto, come in tutti i contesti infiltrati dai tentacoli-interessi overpowering delle onnipotenti mafie-ragion di Stato invincibili e stritolanti; con la verità venne calpestata la vita di tanti innocenti… Il mondo, anziché inorridire davanti all’evidente malafede della Nato, accettò il placebo e trovò comodo farsene coperte in cui mettere a nanna le spine delle pungenti preoccupazioni per i tanti ‘figli di mamma’ (e di papà e di famiglie normali) che avevano lasciato le loro case e, mettendo in valigia le loro divise e i loro ideali, si erano recati nei Balcani in missione di pace (a condividere con la gente locale ben più del rischio delle tensioni etniche…).
È impossibile risalire all’elenco infinito di Kosovari e Bosniaci che sono morti di cancro nei Balcani e ciò è triste oltre ogni limite, ma ancora più triste è rendersi conto di quanto la verità sia sotto gli occhi di tutti e di quanto soltanto in pochi la vedano…  
Il network della sicurezza GrNews.it, pubblicò un documento “non classificato” della Nato (2 Agosto 1996). Era una direttiva ACE (allied Command Europe). Il contenuto riportava quanto segue:  "… tra i principali rischi a lungo termine per i soldati esposti alle radiazioni vi è quello di contrarre il cancro" ed enunciava ‘una serie di accorgimenti da adottare’. Classificato o non classificato, quel documento ‘si perse’ non si sa in quali meandri, ma sicuramente non giunse all’opinione pubblica (e a chi rischiava la vita). 
 La verità sull’uranio impoverito venne ‘custodita’ con le unghie e con i denti dalle istituzioni, tanto che, alcune componenti politiche definirono, nel recente 2007, la questione “un muro di gomma”. GrNews, il 04 gennaio 2007 fece sapere che una crocerossina e un ufficiale si erano ammalati in Puglia, per (‘probabile’) contaminazione da uranio impoverito e che andavano ad aggiungersi a un elenco già lungo di altri casi ‘pugliesi’ (Calcagni, Pilloni, Di Giacobbe, Antonaci, Maramarco, D'Alicandro, La Monaca) tutti fatti passare come coincidenze ‘casuali’.
 Il 07 gennaio dello stesso anno GrNews rese noto che il 22 novembre del 1999 il colonnello Osvaldo Bizzari dell’Esercito Italiano aveva firmato le norme emanate dalla Forza Multilaterale. Dette norme prevedevano l’uso da parte dei militari di tute, maschere e occhiali contro le polveri sottili da uranio impoverito. Tali accorgimenti non furono mai adottati (e viene voglia di domandarsi: “Perché, in nome di Dio, perché?”). Gli Americani avevano adottato le stesse norme in Somalia, nel 1993, le istituzioni italiane sapevano bene che cosa era in gioco; se avessero avuto delle ‘dimenticanze’ o delle ‘senilità’ precoci o reali, avrebbero potuto ‘rinfrescarsi’ la memoria facilmente, rileggendo le disposizioni in questione, che dicevano chiaramente, senza possibilità di misunderstanding: "inalazioni di polveri insolubili di uranio impoverito sono associate nel tempo con effetti negativi sulla salute quali il tumore e disfunzioni nei neonati". Tutto ciò sarebbe semplicemente demenziale, se non fosse costato vite umane preziose e ‘non rimpiazzabili’ (come sarebbero state, invece, le tute che sono state ‘risparmiate’). Così poco valutava la vita il governo? Tanto poco contano gli esseri umani (e gli esseri umani su cui le istituzioni investono reclutamento/addestramento/mantenimento)…? In quale ‘nodo’ burocratico sono rimaste inceppate le tute (o non sono rimaste inceppate e sono state semplicemente negate appositamente per giocare alla sisal con le vite dei figli dell’Italia)?!? Si cerchi chi è responsabile di tutto questo e… gli s’infligga la peggiore delle pene (se mi si permette la franchezza, questi sono i casi in cui la mia mitezza scompare…)!
GrNews (e Falco Accame), con la sua inchiesta sui casi in questione, ha reso un servigio alla società, con una diffusione senza precedenti sulle agenzie di stampa, sui quotidiani (L’Avvenire/ Il Manifesto/ Liberazione/ La Padania/ Il Giorno/ Il Resto del Carlino/ La Nazione/ Corriere.it/ Repubblica.it) e sui canali Tv regionali, ecc. Colei che sarebbe stata Presidente della Commissione di inchiesta (Deliberazione 11 ottobre 2006, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 247 del 23 ottobre 2006) sull'uranio impoverito, Lidia Menapace, in una lettera a GrNews, lamentava nel 2007, gl’insopportabili ritardi negli inizi dei lavori (che più di ‘qualcuno’ ostacolava con forza).  

Il 18 dicembre del 2007, GrNews riportò la testimonianza di un militare dell’Unità italiana che guidava la missione in Libano: “Nessun equipaggiamento particolare da utilizzare in eventuali contatti con zone o veicoli contaminati dall'uranio impoverito”.  Le agenzie di stampa ripresero le parole del militare, ma le istituzioni ancora una volta si trincerarono dietro il loro doloso muro di gomma. Tutto ciò è semplicemente inaccettabile.
  L’allarme-vittime tra i militari (e l’assurda malafede delle ‘istituzioni’- con i minuscola)
La gente non avrebbe mai scoperto fino a quale punto il potere e l’interesse materiale possa corrompere i governi (e gli esseri umani che ne fanno parte), se l’allarme non avesse toccato le nazioni sotto forma di ferite inflitte alle famiglie, con mali terribili, morte di figli amati (e malformazioni di bambini). Colpendo al cuore la società mondiale, con la scomparsa di volti umani che avevano indossato una divisa e avevano servito ‘la patria’, l’uranio impoverito assurse agli onori della cronaca (e tolse la maschera a coloro che ne erano responsabili). Il mondo sbalordì e cominciò a piangere i suoi morti.   
Il soldato spagnolo José Luis Martos, che aveva prestato servizio in Bosnia, morì a circa tre mesi dalla farsa inflitta da Leith al mondo (che gliela permise). Era partito sano e forte. Tornò ai suoi affetti e alla sua patria con un cancro allo stomaco e con metastasi alla colonna vertebrale. Ne diede l’annuncio la stampa nelle Asturie e in tutta la Spagna. El Mundo scrisse che erano ben 8 i soldati e i volontari spagnoli ammalitisi di cancro per aver passato pochi mesi in Kosovo e in Bosnia.

Morì, nello stesso periodo, in Portogallo, un parà dell’esercito portoghese che era stato nei Balcani; altri due militari portoghesi furono vittime di leucemia, al ritorno da quella stessa missione. Il premier portoghese, Antonio Guterres, di fronte alla quarta vittima della sindrome dei Balcani ritenne giunto “il momento di smetterla di fidarsi”.

Il primo soldato che fu vittima della sindrome dei Balcani in Germania (al ritorno dalla Bosnia) fu ignorato dalle istituzioni (che misero il suo caso a tacere perentoriamente). La vita stroncata (di un singolo o di molti) è un universo spezzato che duole nelle viscere dell’umanità ‘normale’, ma che non ha alfabeti per i vertici del ‘comando’ (delle nazioni): come potrebbe?  Essi già sanno in quale ‘teatro’ mandano i loro uomini (perché sanno di aver contribuito a creare tale ‘teatro’) e nulla dicono al popolo che li ha eletti (e…, purtroppo, non cadono fulminati da nessun infarto punitivo, neanche quando mentono spudoratamente e fingono ‘vicinanza’ alle famiglie, ben sapendo di averne mandato a morire i figli).

Coloro che hanno le mani tutt’altro che pulite, per aver ‘mangiato’ alla mensa imbandita da chi  aveva trasformato la morte camuffata da guerra umanitaria in uno smaltimento-affare d’oro delle scorie letali si sono vestiti e si vestono di espressioni dignitose e compunte e recitano che è “molto improbabile un collegamento tra la leucemia e le altre forme tumorali e l’uranio impoverito usato ‘dagli Americani’ nei Balcani”. Coloro che si uniformano a tale ‘linea’ o sono conniventi per le misteriose vie del dio denaro o lo sono per dabbenaggine e ottusità.
6 furono i militari morti per la sindrome dei Balcani in Italia, entro il 2001. Tutti furono ‘archiviati’ con la inaccettabile ‘motivazione’-placebo delle fasi “di accertamenti, per stabilire una precisa relazione” tra loro e i Balcani, id est l’uranio impoverito, le nanopolveri, la radioattività inalati/mangiati/assorbiti in un luogo trasformato dai bombardamenti in “una piccola Chernobyl”. 14 erano, entro il 2001, i militari malati che avevano reso pubblica la loro malattia e molti quelli   affidatisi alle autorità militari che ne avevano caldeggiato il silenzio e non avevano fornito alla stampa i ‘numeri’ delle ‘epopee’ (non riconosciute dallo Stato). È difficile accettare l’idea che lo Stato, del quale quegli uomini avevano indossato la divisa e del quale avevano eseguito gli ordini quando si erano recati, come vittime ignare, in un luogo contaminato, abbia avuto il coraggio di rinnegarli (ma si capisce bene in nome di quale ‘lealtà’).
I numeri, da allora, purtroppo, sono di gran lunga aumentati.
Angelo Mastrandrea, in un articolo intitolato “Vittime delle armi all’uranio” scrisse che si erano ammalati almeno 263 militari e che 23 erano morti; tra essi Luca Sepe (tornato dal Kosovo con un linfoma) la cui fidanzata aveva subito un aborto, e Antonacci, il cui padre, come molti altri familiari delle vittime, aveva lamentato l’assenza dello Stato e il mancato dovuto riconoscimento a quei ragazzi tanto eroi quanto i caduti di Nassiriya.
Walter Falgio, il 3 luglio 2004, citando come fonte Liberazione (30 giugno 2004), pubblicò un articolo dal titolo: “Dall’Iraq al Celio malati di uranio/ Diciannove ricoveri sospetti all'ospedale militare di Roma. Nessuna smentita.”

La senatrice Franca Rame, nel 2007, scrisse a tutti i giornali, per informarli che un altro militare italiano, Giorgio Parlangeli, di 28 anni, leccese, caporal maggiore scelto del 4° Genova cavalleria di Udine, sposato da 3 anni era morto dopo due missioni in Kosovo (con lui saliva a 46 il numero dei soldati italiani morti di cancro dopo le missioni in quelle zone; mentre gli ammalati erano, a quell’epoca, 516). Soltanto Comincialitalia.net raccolse il suo appello a divulgare la notizia, perché, forse, ormai una vita in più o in meno che si spegneva non faceva notizia: la gente si assuefa alle informazioni ‘sgradite’ e, dopo un po’, se ne disinteressa (rifugiandosi in una sorta di autodifesa inconscia). Le brutte cose continuano ad accadere sotto il cielo, forse anche per questo (anzi, senza forse).  Che Parlangeli, come altri giovani di belle speranze, abbia perduto la vita (con tutte le porte ancora spalancate su un futuro promettente) non ha cambiato nulla, non ha smosso nulla e… nessuno (perché il pericolo immediato trova sempre un uditorio attento, ma quello che si prolunga nel tempo perde per strada le folle e si ritrova con pochi occhi-orecchie al seguito o completamente nel vuoto). La gente che avesse un po’ di sensibilità fu sconcertata, come Franca Rame, nel rendersi conto di quanto assurdo fosse che il presidente della Repubblica riconoscesse i diritti ai ‘caduti’ sul lavoro, nelle fabbriche e nei cantieri vari, e li negasse ai servitori dello Stato (che perdevano la vita in una missione di pace). Tutto ciò era assurdo, infatti, e contrastava con precise ‘direttive di tutela’ dei militari, ma non è la sola nota stridente nel rapporto tra istituzioni e soldati di pace: è accaduto anche che, nel tentativo di immunizzare i militari contro malattie secondarie/ superabili, s’inoculassero vaccini capaci di innescare processi tumorali. È il colmo dei colmi… (ed è davvero troppo). Si è tergiversato, anche in quel caso, per non ammettere le responsabilità e tutto è stato accantonato senza vere certezze, ma nei vaccini sono presenti (seppure in quantità piccole), insieme ad antibiotici, formaldeide, monossido di glutammato, sodio metabisolfito, dei metalli pesanti. Il molto discusso Thimerosal, che è un composto di mercurio, non viene più usato (così si dice, ma non ne sarei così sicura, perché le case farmaceutiche hanno dimostrato una spaventosa tendenza a dichiarazioni tutt’altro che vere e un ‘pelo sullo stomaco’ che può spingersi fino a sperimentare medicinali pericolosi sull’infanzia dei paesi poveri). L’alluminio, però, viene dichiaratamente utilizzato (sotto forma di Sali), come ‘adiuvante’, per ‘potenziare la risposta immunitaria’. Gli adiuvanti possono ‘essere chiamati in causa’ nell’insorgenza dei tumori (lo dice il Dr Antonietta M. Gatti). Tutto ciò è assurdo quanto la contaminazione volontaria dell’habitat umano… 
   Il pericolo era, è, resterà alto per vari decenni nelle terre (come il Kosovo) bombardate con uranio impoverito. L’associazione Peacelink, che è a conoscenza delle mappe Nato dei siti bombardati con proiettili all’uranio impoverito, in Kosovo, dice che i caccia anticarro americani A10 hanno sparato 30.523 proiettili radioattivi, in quelli che che vengono quantificati come 89 bombardamenti, ma che, dagli effetti, risulterebbero essere, invece, 112 (con un’emissione di  almeno 38.000 proiettili). Il numero dei missili Tomahawk con uranio impoverito lanciati in Kosovo è sconosciuto, ma ciò che si sa è abbastanza da far rabbrividire: le pallottole a uranio impoverito colpiscono il bersaglio viaggiando a una velocità tre volte superiore a quella del suono, non esplodono e rilasciano un penetratore di calibro 15 mm, estremamente denso e così forte da oltrepassare corazze metalliche con un’energia di 30 tonnellate. Detto penetratore raggiunge un bersaglio situato a 1.220 metri in 1,2 secondi/ il suo impatto sprigiona  all’interno dei carri armati colpiti un getto di fiamma violenta. Ciò che si lascia dietro è un potenziale distruttivo che non finisce con quella performance impressionante, ma si protrae nel tempo, poiché il residuo ferroso del mezzo distrutto resta nell’ambiente come fonte di radioattività e le polveri di metalli pesanti che il calore ha liberato nell’aria sono fonte duratura di contaminazione (per tutte le forme di vita, inclusa quella umana).
Si sa, che, nel `95 sono stati sparati 10.800 proiettili anticarro, in Bosnia (e che ogni proiettile aveva un rivestimento di 300 grammi di uranio impoverito), e 13 missili Tomahawk (ognuno dei quali conteneva diversi chili di uranio, come dimostra la radioattività riscontrata attorno al cratere delle varie ‘cadute’). Sono stati sparati, alla periferia di Sarajevo, nella sola Hadzici 3.400 terrificanti proiettili ‘individualmente’ portatori di 300 grammi di morte. Tutto questo ha causato, in cinque anni, un aumento dei tumori del 70 per cento (e ciò è stato calcolato con basi statistiche affidabili, poiché in Bosnia esistono i registri di comparazione).
Parlando di Kosovo le valutazioni statistiche filo-istituzioni sostengono che l’incidenza dei linfomi e dei tumori vari non sia aumentata affatto e che, anzi, sia diminuita (portando acqua al mulino delle varie potenze che, pur di non riconoscere di essersi macchiate di crimini contro l’umanità, con l’uso delle armi DU, sostengono che nulla hanno i tumori della gente a che vedere con tale barbarie). Ciò è falso: se, in Kosovo, ci fossero stati i registri di comparazione, si sarebbero ottenuti risultati che avrebbero mostrato un aumento dei tumori del 70 per cento, come in Bosnia. Coloro che sostengono la baggianata della diminuzione dei tumori in Kosovo hanno bisogno di una rinfrescata di idee, per rendersi conto che il marasma generato dallo sfascio della ex Jugoslavia si ripercuote ancora sullo stato delle cose/ rende impossibile ottenere delle statistiche sanitarie ‘affidabili’-credibili e misurare l’enorme portata dell’incidenza di vari fattori:
1) l’esistenza di registri medici aggiornati è un’utopia (perché quelli vecchi sono stati distrutti o sono spariti   e quelli nuovi sono falsati dalla massiccia emigrazione all’estero della popolazione);
2) le strutture sanitarie locali sono in condizioni così disastrose che creano un flusso continuo di pazienti verso la Serbia (che accoglie i Kosovari bisognosi soltanto di cure mediche specifiche e… quelli che, forse, neanche sanno di recarvisi in viaggi della speranza): tali pazienti non sono ‘censibili’ in Kosovo;
3)il sistema sanitario parallelo (e clandestino) tirato su dalla ‘resistenza pacifica’ kosovara, negli anni Novanta, ha annullato qualsiasi possibilità di verifica (e fornisce dati ‘parziali’ e inattendibili);
4) non esiste ricerca ufficiale di sorta sui soldati serbi che erano accanto ai mezzi bombardati, nel ’99 (e l’assenza del loro ‘numero’ rilevante è un fattore falsante non secondario nelle ‘statistiche’ che tanto piacciono ai ‘minimizzatori’ del genocidio causato);
  5) esistono denunce (tanto lonesome quanto attendibili del medico serbo Z. Stankovic -che conosce le ‘transumanze’ dolorose degli agnelli sacrificali kosovari dell’uranio impoverito) di numeri spaventosi di casi tumorali (che andrebbero aggiunti alle ‘statistiche’-placebo false e fuorvianti).

Non esiste, oggi, studio attendibile (e completo) sulle reali proporzioni del fenomeno ‘tumori in Kosovo’, delle sue specifiche tipologie e degli effetti DU in generale sulla  popolazione e sulla riproduzione della stessa, ma esistono condizioni oggettive di pericolo permanente:
A) la ‘pulizia’ (tramite speciali unità NATO) tesa a bonificare le aree colpite dai  bombardamenti con uranio impoverito è avvenuta tardi (fino a 10 anni dopo i bombardamenti); ciò vuol dire che i residui -meglio ‘resti’- ferrosi, come le carcasse dei carri armati, radioattivi (e non tanto per scherzare), hanno continuato a ‘fare bene il loro lavoro’ tra la gente;
B) i Rom hanno avuto tutto il tempo di ‘ingegnarsi’ con il ferro abbandonato e di trasformarlo in perenne fonte di tumori Dio solo sa dove;
C) nessuno (le ‘autorità’ locali men che meno) si è preoccupato di far giungere alla gente il benché minimo vento di informazione su cosa fare e cosa non fare nel loro ambiente contaminato;
D) tornando nella ‘terra liberata dalla Nato’ i Kosovari hanno ricostruito le loro case proprio dove erano cadute le bombe, esattamente sopra i materiali radioattivi (che continueranno a mietere vittime in modo indisturbato, dalle fondamenta dove nessuno le potrà rimuovere).
Non aver messo al corrente la popolazione e non averle fornito le mappe dei siti contaminati (e non bonificati!) è stato un ulteriore atto criminale che grida e griderà nei secoli la bruttura di cui è capace l’animo di alcuni degli esseri che si fregiano del nome uomini per scippo.
Chi è tentato di lasciarsi abbindolare dalle affermazioni minimizzanti circa la vera situazione, a livello di pericolo per la salute, in Kosovo, deve tener conto del fatto che qualcuno dovrebbe piangere per le vite che mette a repentraglio e che non difende e quel qualcuno sono le istituzioni, tanto per cambiare (che molto potrebbero fare, se volessero). La popolazione residente corre dei rischi enormi: a) tutti mangiano, bevono, respirano (da un anno all’altro, ogni giorno) i residui delle polveri di uranio; b) il DU scatena nelle falde freatiche delle reazioni chimiche dannosissime per la vita umana; c) i bambini hanno giocato/giocano tra i rottami della guerra; d) i poveri riciclano i rottami radioattivi; e) la polazione non può difendersi, perché non ha neppure sentito parlare di uranio. Tutto questo ha dato/dà i suoi frutti malefici: i Kosovari (oltre ad essere affetti dai tumori) soffrono di gravi problemi renali e di stomaco (che gli esperti mondiali hanno affermato essere direttamente collegabili all’uranio). L’agenzia Onu per l'ambiente UNEP (13 marzo 2001)  stilò un rapporto finale che non esito a definire falsato da importanti omissioni. Era stata incaricata di accertare gli effetti dell'uranio impoverito in Kosovo; concluse (come più tardi altrove, sempre nei Balcani) che i livelli di contaminazione radioattiva ‘esterna’ da uranio fossero ‘generalmente’ al di sotto dei limiti di rischio. L’UNEP  trasse delle conclusioni false. È possibile che ciò non sia accaduto intenzionalmente, ma sta di fatto che l’Unep fece anche delle omissioni: trascurò la contaminazione chimica e trascurò anche quella interna (di lunga durata), come hanno rilevato gli esperti mondiali. Mi torna, comunque, difficile propendere per la buona fede, perché la stessa agenzia diede ‘conclusioni’ dello stesso tipo in Bosnia, dove venne smentita senza ombra di dubbio da analisi non viziate da interessi di parte (vedi denuncia del dottor Bogdan Jamedzija (presidente dell'Associazione dei Serbi di Bosnia-Erzegovina).
 La suddetta agenzia Onu Trasse disse di aver tratto le sue conclusioni sulla base delle informazioni ‘disponibili’ (che più tardi furono definite terribilmente insufficienti da tutti gli esperti mondiali) e stabilì che “non” fosse “possibile mettere in relazione uranio e livello di incidenza di certe malattie”. Tutto ciò è falso (con il senno di poi, il mondo lo sa).
Il mancato invito alla popolazione di sottoporsi a controlli sanitari (nelle carenti strutture ospedaliere della regione) è una responsabilità che ricade sulle autorità locali (ed è anche abbastanza comprensibile), ma la totale assenza di una vitale/vasta campagna informativa riguardante i rischi da esposizione e le precauzioni da adottare ricade (non come un macigno ma come intere catene montuose) sulle autorità ‘straniere’ presenti in loco.  Sarà vero che non si volesse innescare una psicosi di massa (e un ri-esodo di massa), ma è anche vero che la vita umana ha un valore che travalica le speculazioni-convenienze (siano pure nazionali e/o internazionali). Qualcuno avrebbe dovuto preoccuparsi della salute della gente lasciata/portata nelle aree contaminate (e avrebbe dovuto suggerire anche gli ‘espedienti’ spiccioli ‘salvavita’). Ho scoperto che esistono nazioni ‘solventi’ (in tal senso, nei confronti del loro popolo) all’epoca in cui il ‘fenomeno’ Chernobyl fece scoprire al mondo che l’era dei ‘confini’ nazionali da proteggere era finita. Nessuno disse a noi Italiani e ad altri popoli europei come far fronte alla situazione, ma la Polonia disse al suo popolo che una dieta assidua di latte in polvere avrebbe scaricato la radioattività e non si limitò a ciò: fece incetta delle provviste di latte in polvere per la prima infanzia, nei vari Stati,  e rese possibile la dieta ‘prescritta’ a tutti i suoi cittadini. Erano tempi in cui dalla Polonia non si poteva emigrare in nessuna direzione (si poteva uscire dai confini soltanto se qualche cittadino di altro Stato produceva dichiarazioni adeguate di ospitalità/ planimetrie dell’abitazione/ pagamento di un certo importo/ impegno sottoscritto di rimandare in patria l’ospite polacco, ecc.). ‘Ospitai’ un medico polacco e sua moglie, per un certo periodo. La prima cosa che mi chiesero fu il latte in polvere italiano che erano abituati ad assumere in patria loro. “Si saranno pure sentiti prigionieri, entro i loro confini nazionali, all’epoca di riferimento, ma avevano avuto dal loro Stato più riguardo di quanto nessuno di noi ne avesse avuto dal suo… Mi resi conto di ciò, quando scoprii che c’era una gran saggezza in quella ‘semplice’ dieta di latte (e non di un latte qualsiasi: di latte in polvere). Il latte in polvere contiene gli alginati ed essi, come il selenio (e la pectina contenuta nelle mele), sono sostanze che hanno la capacità di combinarsi con la radioattività e di scaricarla (radioattività che, altrimenti, resta nel corpo umano per sempre).
Nulla di tutto ciò fu fatto nei Balcani e, nello specifico, in Kosovo: Kosovari e soldati di pace sono stati trattati con un riguardo inferiore a quello che i governi hanno (già erroneamente) per delle formiche. Qualcuno riuscì, nel 2007,  a far ammettere ai vertici ministeriali italiani che, in 12 anni, 312  militari provenienti dal Kosovo si erano ammalati di tumore e che 77 erano morti, ma l’ammissione fu ‘incartata’ nel seguente placebo (inaccettabile): il numero non era elevato, considerando che, in quei 12 anni, erano andate in Kosovo 56.600 persone… Questo è un paradosso enorme come tutto l’universo al completo, perché di quelle 56.600 persone nessuno poteva/può garantire la buona salute negli anni futuri… Mi viene in mente che, a giustificazione di un’affermazione così dolosa, si potrebbe addurre soltanto un infantilismo senza rimedio (secondo il quale l’insidia dell’uranio potrebbe essere equiparata a quella delle malattie esantematiche e delle loro incubazioni celeri e ben ‘quantificabili’).
Mi domando: cosa può accadere nella mente di coloro che vanno al governo, per snaturare così tanto l’umanità che c’è in loro? Che cosa può entrare nei loro cervelli, per degradare la vita a livello di ‘unità’ senza valore aggiunto? Quale maleficio può alterare il loro senso di valutazione al punto di far pesare l’immenso valore di una vita umana su una bilancia ammorbata da un nichilismo inconcepibile? Di quale aritmetica si fregiano (e di calcoli in quale base) per sostituire il sistema di misurazione in base dieci (secondo il quale un centinaio di vite è un numero insopportabile e parecchie centinaia sono impossibili da metabolizzare…)? Esiste, ahimè, una ‘fratellanza’ a delinquere che travalica tranquillamente le sovranità nazionali e che può farsi omertà (internazionale) sorda e senza vergogna, purtroppo, e che dalle singole vite sacrificate assurdamente può passare alle centinaia e alle migliaia con indifferenza serena.
Il dottor Bogdan Jamedzija (presidente dell'Associazione dei Serbi di Bosnia-Erzegovina) riferì, a suo tempo, che gli specialisti avevano osservato e registrato una casistica altissima di abori spontanei, nascite premature, nascite di bambini morti nelle zone bombardate dalla NATO, che, nelle stesse zone, gli esperti testimoniavano una mortalità inspiegabile nel bestiame e che l’erba del monte Romanija (analizzata) conteneva una radioattività che era due volte superiore allo standard ‘accettato’ (cioè spacciato per accettabile) dagli organismi internazionali. Fu una voce nel deserto: nessuno diede seguito alle sue parole/ nessuno fece nulla/ tutto rimase assolutamente invariato (e come se nessuno avesse parlato)/ nessuno capì che si trattava di un grido di allarme e di un’invocazione di aiuto (o lo capirono tutti e lasciarono che la morte facesse il suo corso, mietendo tutte le vittime possibili e immaginabili tra gli animali e le persone…?). Molti sono gl’interrogativi inquietanti che si sono aggirati, si aggirano, si aggireranno tra i meandri paurosi delle vicende legate all’uranio trasformato in pioggia letale da sparare sulle popolazioni ignare (in nome della perfidia/potere senz’anima che si trincera dietro le ragion di Stato più incomprensibili e illogiche mai esistite). Tali interrogativi resteranno senza risposta e così pure questo: che faranno le ‘potenze’ mondiali del prestigio e del potere, se semineranno morte al punto da sterminare i popoli altrui e anche i propri? Non giochino essi al ribasso con la vita, perché non sempre l’universo lascia inascoltata la voce delle vittime cui i potenti non attribuiscono ‘valore’… (e un giorno potrebbero riceverne un conto più ‘salato’ di quanto sarebbero capaci di ‘saldare’).
 Gli stolti, sulla navis stultorum che si chiama mondo, sono molti e non tutti lo sono per interesse o per guadagno; spesso, alcuni causano il male senza neppure saperlo (o per ignoranza colpevole e ingiustificabile).
Lo stesso villaggio Italia, in Kosovo, è stato costruito senza alcuna bonifica propedeutica (e senza alcuna preoccupazione per la vita di coloro che lo hanno occupato/ lo occupano/ lo occuperanno) sopra le opzioni di morte del materiale bellico radioattivo comodamente lasciato a dimora nel terreno (il fatto che i soldati italiani, che vi hanno dimorato/vi dimorano/vi dimoreranno, ignorano tutto questo non protegge la loro salute…). Ci volle una delle trasmissioni di “Report”, nel 2004, per risvegliare l’opinione pubblica dal letargo, mostrando il “Villaggio Itlaia”, in Kosovo, e circostanziando la sua costruzione su una delle zone più colpite dai bombardamenti del ’99 (e viene voglia di sollevare di peso i ‘geni’ che hanno deciso tale dislocazione ‘illuminata’ per quel sito che avrebbe dovuto contenere, negli anni, migliaia dei giovani più baldi della penisola italiana e del resto del mondo). Mi domando, a volte, se sia il caso ad affidare la vita di molti alla dabbenaggine di pochi o se sia, invece, l’ottusità calcificata di qualche altra mente dal quoziente intellettivo irrimediabilmente piatto (perché ci vuole proprio tutta la ‘buona volontà’ per prendere una decisione che metta a repentaglio un numero improponibile di vite senza affidarsi a pareri competenti). Report ebbe la forza di scuotere le acque ferme e di disturbare la palude dormiente, facendo intuire alla gente la portata (tutt’altro che limitata al Kosovo) delle polveri assassine del DU. I siti collegati da Amnesty International agli ‘effetti collaterali’ (tanto terribili sulla salute umana) confermarono la preoccupazione per i soldati di pace di stanza in Kosovo, elencando Pristina per prima (insieme a Korisa, Djakovica ecc.).
 Tutto ciò rende il quadro della situazione alquanto ‘ombroso’. La verità è che la salute è terribilmente a rischio, in quei luoghi, e lo è al punto che neppure chi avrebbe avuto tutto l’interesse di non dire le cose veramente come stavano, non ha potuto fare a meno di fare delle ammissioni: lo stesso Capo missione Unep, Pekka Haavisto, ammise che rimanevano ancora "considerevoli incertezze scientifiche (specialmente per quanto concerne le falde freatiche)".

 Le autorità varie sono state complici dei crimini infiniti che ho descritto e continuano ad esserlo, perché minimizzano i rischi che ancora sussistono e che non sono una minaccia ‘minima’, ma una minaccia per la vita, una spada di Damocle paurosa (che resterà sul capo di chi è stato/ sta/ starà in quei luoghi abbastanza a lungo…).

Le forze americane, in Kosovo, hanno usato 40 aerei A10 armati singolarmente di "gatling" da 30 millimetri (capace di sparare 2900 proiettili al minuto, con sistema di roulette russa ad emissione di un proiettile su cinque contenente 300 grammi di uranio impoverito- della serie: avveleniamo, ma senza ‘strafare’). Ognuno dei 40 A10 ha sparato, sul Kosovo, 234 chili di uranio impoverito al minuto (alla faccia del non voler ‘strafare’)! Queste cose le ha dette il New Scientist, un’autorevole rivista di scienza, che ha lanciato l’allarme anche all’epoca della guerra del Golfo (nella quale sono stati usati 860 mila proiettili all’uranio impoverito, per un totale di 200 tonnellate –come si evince dai dati del dipartimento americano della difesa). I proiettili di uranio sparsi sul terreno, in Iraq, sono diventati giocattoli della morte nelle mani dei bambini, che ne hanno fatto incetta, per veri e propri scambi-giochi simili a quelli delle biglie, con la conseguenza che hanno sviluppato tumori terrificanti (alcuni bambini sono morti con la pancia gonfia e piena di ascessi orrendi, che, operati, ricrescevano come dei mostri replicanti).
Il tumore, in Iraq, ha fatto più vittime della stessa guerra: quasi il 30% dei neonati, nel 1995, secondo i dati del Dipartimento di Patologia del College of Medicine University di Baghdad, erano malformati; la leucemia dei bambini, nella regione di Basra, nel 1997, era aumentata dell'80 per
cento; tutti i tumori nei bimbi avevano raggiunto livelli paurosi.  

Quegli orrori peseranno sulla coscienza degli Americani per sempre, ma... chi è senza colpa scagli la prima pietra… (neppure il regale UK è senza macchia). Un documento (Fonte: susanna jacona salafia , in "Avvenimenti" n.163 del 06.07.1999) “UK-restricted” (carpito dalla stampa) dice che anche le forze britanniche, a quell’epoca, hanno usato uranio impoverito in Iraq. Un business manager dell’Atomic authority britannica, in tale documento, metteva in guardia contro l’uso dell’uranio impoverito. Le sue parole sono un capolavoro di macabro humour inglese:  "… mentre i rischi della contaminazione dovuta all'uranio impoverito sono sempre minori di quelli di una guerra, ciò nonostante possono diventare un problema a lungo termine se non viene affrontata la questione in tempo di pace e sono un rischio sia per i militari che per le popolazioni civili// "i carri armati Usa hanno sparato in Iraq cinquemila proiettili all'uranio; gli aerei molte decine di migliaia e i carri armati britannici un piccolo numero. Le munizioni soltanto ammontano dunque a più di cinquantamila libbre di uranio impoverito... se l'inventario di uranio impoverito venisse inalato... il recente comitato di ‘protezione radiologica’ calcola circa cinquecentomila potenziali morti."  Queste parole sono agghiaccianti…
Il materiale killer rimane nelle terre bombardate (ahimè, e nessuno può cambiare questa cosa tremenda), i suoi effetti, però, viaggiano… fino alle case lontane di coloro che si sentono al sicuro… Il Corriere pubblicò, nel 2002, un articolo dal seguente titolo: Colpiti da leucemie e malformazioni neurologiche. Chiesto l' intervento del ministro Martino/ «Uranio, sono malati sette figli di soldati». Questi titoli fecero accapponare la pelle di molta gente legata alle aree contaminate, anche perché, dopo qualche tempo, dall’America giunsero notizie che parlavano di ‘contagi’ da sindrome del Golfo tra i familiari delle vittime e i bambini italiani colpiti diventarono dieci .
Delitti di questo tipo non possono lasciare indifferenti gl’individui  dotati di cervice pensante e non possono non portarli a condannare i mandanti delle stragi gratuite perpetrate contro innocenti (adulti/ bambini nati/ bambini non ancora nati/ intere generazioni e vari avvicendamenti di esse). Coloro che hanno dato il via alla mostruosità della armi all’uranio impoverito sono, indubbiamente, i pitecantropi guida dei Genobaca  più pericolosi del creato; se fossero dotati di substrato encefalico imparentato anche solo lontanamente con un talamo non piatto, passerebbero notti insonni tormentate dal rimorso da qui ai prossimi cinquecento anni. Coloro che hanno avallato la follia genocidal dei Genobaca, però, sono responsabili della parte più cocente del dolore umano e meritano, pertanto, la parte più ‘onorifica’ del disprezzo possibile… Le vittime (di ieri/ di oggi/ di domani) meritano tutta la comprensione, l’aiuto, la vicinanza, la solidarietà, l’amicizia (siano esse racchiuse tra i nostri confini/ tra quelli europei/ tra quelli americani/ tra quelli delle terre lontane che sono state dissacrate senza pietà).
La morte esportata sotto  ‘spoglie’ (tanto dolosamente mentite quanto inutilmente smentite)

L’Unep (programma per l'ambiente dell'Onu), attraverso una sua missione e il suo capo del momento, Pekka Haavisto, a un paio di anni dai bombardamenti sui Balcani, finalmente cominciò a dire delle mezze verità: accertò tracce di radioattività in 8 degli 11 siti kosovari bombardati dalla Nato e ammise che le armi all’uranio impoverito ‘possono’ mettere in grave pericolo la salute umana. Fu un gran passo avanti nel gioco hide and seek disonestamente recitato fino a quel momento, ma cadde come un macigno su coloro che erano partiti contenti di andare in missione di pace e che, di colpo, si rendevano conto di aver scorrazzato in lungo e in largo nella morte invisibile, insieme alla popolazione inerme e ignara del posto. Un senso di impotenza e di frustrazione rassegnata prostrò il cuore dei soldati di pace e li immerse in un senso di stanchezza profonda e senza difese... Molti di quelli di loro che erano stati nei Balcani cominciarono ad ammalarsi e a scoprire di essere diventati un tabù per le istituzioni nelle quali avevano creduto. Gli altri cominciarono a lottare con una sorta di count down inconscio, che era come un disagio sottile, involontario e tenace attaccato alle pareti non identificabili della loro identità interiore subliminale. Il tempo (per coloro che si erano resi conto del pericolo nel quale avevano dormito, camminato, mangiato, sostato/ nel quale si erano lavati e si erano immersi dall’alba al tramonto) cominciò ad assumere una nuova dimensione (quella del timore da scongiurare e… della speranza). La speranza (nel futuro/ nelle aspettative delle mete da raggiungere/ nella realizzazione di ‘un sogno’ che scalpita per eccellere tra gli altri…) è l’alito vitale di ogni essere umano; in coloro che hanno paura e che devono scongiurare tale paura con ogni notte di riposo e ogni risveglio, la speranza assume un ruolo ‘oltremisura’ (vestito di analisi accurate dell’ambiente fisico visitato, delle persone in esso incontrate, del cameratismo e delle convenzioni sociali temporanee, degli ambienti vari e delle atmosfere conviviali, delle ilarità e dei legami-intesa creati dalle circostanze, delle difficoltà logistiche e degli ostacoli superati, delle affermazioni professionali realizzate e dei vantaggi a esse legati) e… si fa senso di sicurezza e di ‘normalità’ (che fuga le ombre e dà la forza di indossare gli scarponi di nuovo e di partire ancora perché ciò in cui si crede ‘non può’ nascondere insidie-tradimento tanto subdole da essere inaccettabili…).
Tutte le guerre si lasciano dietro le mine inesplose (quei ‘fiori’ del male che tanti bambini hanno ucciso e storpiato) e quella dei Balcani non ha fatto eccezione. Tutti i dopoguerra hanno sempre previsto ‘operazioni di bonifica di guerra’, tese proprio al ritrovamento e all’eliminazione delle mine inesplose. Il dopoguerra dei bombardamenti con uranio impoverito si è fatto spia d’allarme di una linea di demarcazione tra tempi bellici ‘vecchi’ e ‘nuovi’/ ha detto al mondo che l’uomo ha oltrepassato il livello di guardia oltre il quale soltanto l’ignoto più minaccioso e terribile lo attende. Le mine inesplose dei Balcani hanno esteso le insidie mortali dei tempi di guerra anche ai tempi di pace. Pekka Haavisto disse che le ‘operazioni di bonifica di guerra’ avrebbero potuto causare danni irreparabili alla salute dei civili e dei militari: “Se nelle aree che contengono armi all’uranio impoverito si fanno brillare mine inesplose, è probabile che esplodano di nuovo anche queste munizioni all’uranio impoverito.” Tutto questo è comunque accaduto e… ha vanificato il placebo fornito ai soldati di pace che si sentivano più tranquilli per essere arrivati in loco a distanza di tempo (quando le polveri avrebbero dovuto essere già meno in superficie e, per quanto dannose per altri versi, non essere almeno inalabili). Le parole di Pekka Haavisto non lasciano adito a dubbi: “… c’è pericolo che la polvere sollevata venga aspirata/ Per questo ‘non si può escludere’ la possibilità che la salute umana possa subire gravi conseguenze da questo tipo di armi”. Queste parole suonano come una condanna, perché dicono senza mezzi termini quanto le istituzioni internazionali avevano negato categoricamente a lungo e perché provengono, indirettamente, proprio dalle istituzioni medesime… La macabra valenza-verità di quelle parole-condanna trova, purtroppo molte conferme-testimonianze: il generale Fernando Termentini, colui che aveva ‘curato’ lo sminamento sia nei Balcani che in Afghanistan, è stato vittima degli effetti cui le parole di Haavisto si riferiscono/ in Bosnia molti bambini sono nati con malformazioni o ammalati di tumore e di linfoma (rifer.Rainews24 e Rai3, «Vittime di pace»- reportage di Sigfrido Ranucci )/ nei dintorni di Sarajevo i casi di linfoma di hodgkin sono spaventosamente aumentati.

Il problema dell’uranio impoverito, dei suoi effetti devastanti, delle malattie tremende e delle morti numerose da esso causate non fu più ‘camuffabile’ e, nonostante le varie ‘pezze’ (di forza centripeta) che le autorità internazionali cercarono di porvi, esplose (per forza centrifuga) in toto.
 La Republbica del 6 gennaio 2001 riportava:
Uranio, Mattarella: "30 casi accertati"/ No della Nato alla moratoria/ D'Alema: "Ma è giusto fermarsi e riflettere"/DALL'ARCHIVIO di Repubblica.it/ La Nato divisa sulla moratoria/ Occhetto: "Si sapeva tutto da tempo"/ "Moratoria sull'uranio"/ Il governo: "Stop all'uranio impoverito"/ "Quelle bombe sono un pericolo"/ Uranio, test a tappeto per 40 mila militari / Uranio, polemiche anche negli Usa (5 gennaio 2001)/ Commissione Mandelli al lavoro su 18 casi (5 gennaio 2001)/ Primo caso sospetto in Gran Bretagna (5 gennaio 2001)/ Usa: "nessun pericolo" (4 gennaio 2001)/ Allarme in tutta Europa (4 gennaio 2001)/ In Italia altre altre due morti sospette (4 gennaio 2001)/ IN RETE (in italiano e in altre lingue) Progetto educativo contro l'uranio impoverito/ Link a documenti sull'uranio impoverito/ Archivio web sull'uranio impoverito/ Pentagono: il rapporto sugli effetti dell'uranio/ Il sito dell'uranio impoverito/ No della Nato alla moratoria/ Pentagono/ Center for Defense Information/ Nato/ Ministero della Difesa/ Ministero della Sanità/Ministero di Grazia e Giustizia
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La verità, troppo a lungo soffocata, impiegò ancora tempo a venire a galla, ma, alla fine, fu detta  tutta. I responsabili di tumori/ linfomi/ malformazioni genetiche e aborti spontanei (che hanno colpito e colpiscono militari e civili impegnati prima in Bosnia e in Kosovo e poi in altre zone di guerra) hanno un nome: cobalto, mercurio, antimonio, zirconio, tungsteno, piombo, titanio, acciaio. L’uranio, il tanto citato-inflazionato uranio non compare nell’elenco dei metalli pesanti trovati nei linfonodi o negli organi degli ammalati: è il ‘ruffiano’ che fa da ‘cupido’ tra le polveri dei metalli letali e gli organismi umani. È l’uranio, infatti, che ha liberato nell’aria, con le sue altissime temperature (di tremila gradi centigradi) le sostanze che sono state trovate nei linfonodi, nei polmoni (o in altri organi) e nello sperma dei soldati malati. La dottoressa Gatti, dell'università di Modena (che, nell’ambito di un progetto europeo ha esaminato diversi soldati ammalatisi per essere stati nei Balcani) sostiene che le nanopolveri respirate e quelle ingerite con il cibo da esse contaminato finiscono nel sangue, restano in circolo per un tempo limitato, poi vengono catturati dagli organi (come il fegato e lo stesso cervello) e lì restano per sempre, poiché i metalli pesanti non sono biodegradabili. I linfonodi, gli ‘spazzini’ del corpo umano, che li accumulano, sono la parte più a rischio dell’organismo. 
L'Iraq è un’altra delle vittime eccellenti della guerra a base di uranio (di Bush padre), dalla quale è uscito letteralmente ‘a pezzi’ e ‘traboccante’ di  tumori fra gli adulti, leucemie infantili, nascite di bambini morti o mostruosamente malformati (che i medici continuano a denunciare). Reduci americani e inglesi hanno partecipato a simposi internazionali, volti a sollevare l’allarme sulla situazione sanitaria terrificante dell’Iraq (1994 / 1998) e a lanciare un appello per l'interdizione delle armi DU. A nulla è servita la voce di quei simposi (i bombardamenti all’uranio impoverito della guerra di Bush figlio hanno giustiziato ogni grido di saggezza possibile nella giusta direzione)…
La situazione era, è, resta preoccupante, perché le sostanze di cui si parla non scompaiono in un anno, in un decennio e neppure in molti-molti decenni… e ciò è già tragico abbastanza, ma c’è qualcosa di ancora più tragico ed è l’atteggiamento irresponsabile e omertoso delle istituzioni/ la loro attitudine a trattare i propri militari come materiale di facile consumo o, peggio, usa e getta. I drammi e le tragedie sono inaccettabili, quando vengono inflitte deliberatamente a popolazioni indifese (senza riguardo per nulla e per nessuno e senza la minima preoccupazione per gli esseri umani anziani -che sono banche di culture e di sapere), per gli esseri umani bambini (che sono il futuro e la speranza del mondo) e per gli esseri umani di qualsiasi età, sesso o provenienza/ sono inaccettabili sempre e ovunque. Questo non è e non sarà mai in discussione, eppure c’è qualcosa che è ancora più grave di tutto questo ed è il disriguardo (mi si permetta l’inglesismo) con cui tutti possono tradire tutti indistintamente, senza rimorsi e senza patemi (proprio così…). Tradimento è, infatti, quello perpetrato dalle istituzioni ai danni di alcuni dei propri elettori/ dei propri figli (e dei figli tante volte-con tanto trasporto definiti ‘cari’ nei ‘comizi’ patriottici). Tradimento (e alto tradimento) è quello che le istituzioni commettono quando voltano le spalle ai loro servitori fedeli (che tacendo obbediscono e obbedendo sono pronti a cadere in guerra –di proiettili e/o di contaminazione). Hanno ragione le famiglie dei militari che sono morti o si sono ammalati per essersi esposti ai rischi dovuti all’uranio impoverito: hanno ragione nel pretendere che che i loro cari vengano trattati da eroi dallo Stato. È questo ciò che lo Stato dovrebbe fare e, quando non lo fa, dovrebbe vergognarsi. Vergognoso è, infatti, che abbiano mandato allo sbaraglio i loro giovani sani e forti, senza neppure informarli dei rischi (e che rischi!) e senza dotarli del minimo che avrebbe potuto salvare loro la vita. Non si può restare indifferenti a casi come quello di Gianluca Anniballi che, vittima della sua permanenza in Kosovo e del tumore che ha dovuto combattere, viene completamente ignorato e abbandonato a se stesso, senza lavoro e senza sostentamento di sorta. Questa, pare essere la linea delle istituzioni: ‘usare’ i giovani finché hanno salute e vita, gettarli, come carta straccia, quando, a causa delle istituzioni medesime, ‘non servono più‘. ‘Congedare’ chi non può più essere usato è da disonesti (e, anzi, da criminali), soprattutto quando a causare la malattia è stato il ‘lavoro’. Gianluca (in vittimeuranio.com) dice: "Sentivamo parlare del rischio dovuto all'uranio come di 'voci di corridoio' / Facevamo delle riunioni informative ma ci dicevano di stare attenti soprattutto alle mine anticarro". Racconta di  aver pensato di non essere interessato all’invalidità, perché faceva parte di un dolore inconscio troppo grande e di essere giunto alla conclusione di volere il riconoscimento dello Stato di recente: "Portero' questa battaglia fino alla fine, per la gente che e' nelle mie stesse condizioni e per chi non puo' piu' raccontarlo". Non ha ancora trent’anni Gianluca Anniballi. Le sue parole fanno riflettere e lasciano l’amaro in bocca. I lavoratori hanno fatto e vinto tante battaglie, dal dopoguerra in poi: possibile che nel terzo millennio si debbano ancora sentire cose di questo genere?  

La ‘storia’ dell’uranio impoverito, in Italia, si è sentita, a più riprese, e a più riprese se ne sono sentite le smentite e le controsmentite (con buona pace-buon ‘impegno’ dei preposti organi governativi). Il responso finale dell’apposita Commissione d’inchiesta, nel 2002, negando il nesso tra i casi di leucemia e linfoma di Hodgkin nei militari italiani reduci dai Balcani e l’esposizione al DU, tentò di fugare l’incubo di una realtà che ormai era diventata evidenza. Quell’esito non solo fu un’offesa al buonsenso e fece fare alle istituzioni la figura dello struzzo che preferisse nascondere la testa nella sabbia e fingere che il pericolo non esistesse (forse perché a correrlo erano giovani vite non imparentate con il DNA dei politici del caso), ma fu uno schiaffo immeritato e imperdonabile verso i familiari dei giovani militari ammalati o morti per aver servito la patria nei Balcani. Le conclusioni della Commissione furono e sono smentite dagli studiosi (vedi il professor Cortellessa, fisico nucleare responsabile, a suo tempo, dell’ISS) e la dottoressa Gatti di Modena (che, a capo di un gruppo di scienziati internazionali, usando un microscopio fantascientifico a scansione ambientale, ha trovato e dimostrato un nesso tra l’uranio presente nei Balcani e le malattie e le morti dei militari di ritorno dal Kosovo). 
Devo dire, però, che all’Italia va il merito di essere stato il primo paese a denunciare alla NATO il ‘possibile’ collegamento tra le malattie tumorali dei militari reduci da certe zone e il DU, anche se non so evitare un ghigno di amara ironia, per almeno due buone ragioni: 1) la denuncia alla Nato è come la denuncia del pastore allo stesso lupo che gli ha mangiato gli agnelli; 2) la denuncia dell’Italia è incompatibile con la ’compartecipazione’ nel crimine DU contro i soldati di pace, le popolazioni bombardate e l’umanità in senso lato.
Il governo italiano autorizzò un nuovo studio epidemiologico sui soldati di ritorno dalle missioni ‘a rischio’ (e arrivò a stanziare, a tale scopo, 1.175.330 euro). Vorrei tanto che l’Italia si fosse ‘distinta’, invece, per non aver ‘accettato’ l’opzione mortale del DU/ per non aver usato proiettili al DU/ per non aver preso parte al bombardamento della NATO, fatto di tonnellate di uranio pericolosissimo/ per non aver mandato i suoi preziosi uomini là dove erano state usate simili armi terrificanti/ per non aver finto di non sapere della morte in agguato per folle intere di innocenti…
Spagna, Germania, Inghilterra e Svezia hanno, in sostanza, percorso le stesse tappe dell’Italia, negando il nesso tra i tumori dei militari e il DU e venendo puntualmente smentiti dagli esperti internazionali che lavorano da anni con i veterani USA e britannici (alcuni dei quali sono diventati famosi, per le loro rivendicazioni nei confronti delle istituzioni). 606 militari britannici sono morti e 5.933 hanno fatto richiesta di pensione di guerra (per disabilità) per essersi ammalati a causa del contatto con il DU. L’Inglese Kenny Duncan è stato il primo a vincere la sua lotta contro il suo governo e ad ottenere la pensione di guerra, dopo aver contratto il cancro a causa del DU. Tutti i suoi bambini (3) hanno gravi malformazioni genetiche simili a quelle dei figli dei primi reduci della guerra del Golfo, eppure i tribunali militari non hanno riconosciuto (e ancora non riconoscono) legami tra queste cose e l’esposizione all’uranio. Non c’è dubbio sulla malafede dei governi (che s’impegnano con tutte le loro forze nel gettare discredito sulle sacrosante affermazioni degli scienziati), perché, se dovessero riconoscere ciò che è lampante, dovrebbero evadere un numero ponderoso di richieste di pensioni e un numero molto più oneroso di richieste di risarcimento (per danni e per morte dolosamente causati).    
Le autorità nazionali e internazionali non potrebbero, se ci si pensa bene, tenere un comportamento diverso, per varie ragioni: A) ammettere di aver causato morti, malati e malformati tra i propri soldati e nelle loro famiglie significherebbe riconoscere ingenti responsabilità nelle implicazioni tremende alle singole tragedie legate; B) non negare di aver usato consapevolmente armi dal potenziale umanamente devastante comporterebbe l’ammissione di violazione delle convenzioni internazionali che vietano categoricamente l’uso di simili barbarie; C) accettare le responsabilità nei confronti del singolo farebbe ‘letteratura’ nei confronti delle masse ed equivarrebbe a riconoscere di aver usato armi di sterminio. Gli esperti militari USA non degneranno mai della giusta importanza le molte migliaia di denunce e di richieste che piovono sulla Difesa statunitense da parte delle famiglie delle vittime del DU (etichettati come vittime della sindrome del Golfo, che ha ucciso almeno otto migliaia di uomini, ne ha reso infermi una cinquantina di migliaia e ha contagiato il 74% dei loro familiari) e non faranno mai le ammissioni ufficiali che irrazionalmente mi aspetterie. Tutto ciò è semplicemente assurdo. Cosa conta a questo mondo: la verità o la ‘presunzione’ della stessa? Contano le responsabilità che le autorità varie si accollerebbero o quelle che cadono loro addosso come vestiti cuciti su misura? Conta che i governi gettino polvere negli occhi, con apposite commissioni che neghino l’evidenza  e confezionino degli alibi-paravento, o ciò che studiosi/esperti super partes accertano ai fini della verità scientifica?
Apposite commissioni, infatti, hanno stabilito anche negli USA che non esisteva relazione accertata (ecco the catch: relazione ‘accertata’) tra DU e malattia ( e ci è voluta una bella faccia tosta, perché la stessa Agenzia Nucleare di Difesa USA aveva definito, già nel 1992, le particelle DU come “seria minaccia alla salute”).
L’Italia, nell’oblio più totale delle disgrazie che hanno colpito le famiglie dei militari inviati in zona ‘a rischio’, ha continuato a tenere 2700 militari nella missione NATO Kfor, in Kosovo, e 850 in quella della Bosnia.
Tutti i militari italiani e tutti i civili (delle organizzazioni internazionali), dopo sei mesi di permanenza nei Balcani, possono aderire, al ritorno in Italia, a un monitoraggio chiamato protocollo Mandelli, fatto di controlli medici periodici. Tutto ciò viene fatto passare per eccesso di prudenza, e intanto… soldatesse e cooperanti di Unmik e Osce hanno ricevuto in dono la tip seguente: evitare di concepire figli prima che fosse passato ‘qualche’ anno (almeno 3) dal soggiorno in Kosovo.
La cosa puzza di crimine lontano milioni di miglia ma… ci sono ancora giovani che mettono la loro vita nelle mani delle istituzioni e si recano nei Balcani. Dio sia misericordioso con quei temerari, li difenda dagli effetti nocivi dell’uranio, che ancora e sempre li attende nelle stesse accomodation militari, e li restituisca alle loro famiglie sani e senza conseguenze, perché la comunità internazionale ha lasciato nei Balcani un ‘bagaglio’ che non si è volatilizzato in dieci anni e non lo farà per lunghissimo tempo: almeno tredici tonnellate di uranio impoverito, (10 soltanto in Kosovo).
Tali ‘stime’ non sono inventate: sono state confermate dalla stessa NATO che, nel 2001, rifiutò la richiesta del Consiglio d’Europa di mettere al bando le munizioni al DU e affermò di voler continuare a farne uso del proiettile al DU, perché ‘più economico e più efficace di qualsiasi altro proiettile penetrante’ ... Non ci sono parole adatte a esprimere l’efferatezza di quell’affermazione: il proiettile al DU era ‘economico’ (e… anche remunerativo per la compravendita dello stesso e per quella del DU innanzitutto);  era ‘efficace’ (anzi… efficacissmo nel seminare morte a più livelli-stadi…).
Le istituzioni (Nato/ USA e nazionali varie) hanno fatto di tutto (anche investendo denaro a fiumi in comissioni ad hoc), per negare il nesso tra i tumori di certe tipologie, le malformazioni genetiche e la permanenza nei luoghi bombardati con uranio impoverito, poi… hanno deciso, anche se a scoppio ritardato, di proteggere i soldati Nato dagli effetti tardivi dei bombardamenti con DU, evitando che si nutrano con prodotti locali e rifornendoli di cibo proveniente dalle varie patrie d’origine. La saggezza, anche tardiva, è sempre benvenuta, ma… ‘questa’ saggezza tardiva, in particolare, equivale alla confessione che la Nato e le varie istituzioni nazionali mondiali avevano sempre negato… Prenderne coscienza mi rende grata (per la protezione, sia pure parziale, che viene garantita ai figli dell’Italia e delle altre nazioni, che nei Balcani prestano servizio) e, allo stesso tempo, mi fa provare rabbia (per la ‘protezione’ negata a coloro che hanno operato in loco nei primi e più rischiosi anni –e alle popolazioni locali).
Le basi militari internazionali, nei Balcani (villaggio Italia/ Bond Steel/ Film City) sono dotate di fornitissimi PICS, ove è possibile trovare e comprare di tutto, e invitano alla normalità rassicurante (che esorcizzi qualsiasi richiamo ai ‘temi’ preoccupanti). I soldati di pace dislocati nei Balcani, attualmente, mangiano e bevono ‘cose sicure’, al contrario della gente del luogo, ma, con la gente del luogo, condividono l’ambiente in cui vivono e l’aria che respirano...

 ‘NOMI e COGNOMI’ dei ‘mandanti’ del crimine chiamato uranio impoverito

La morte è stata esportata con la guerra e ciò è sempre accaduto, sin dai tempi più remoti… (non c’è nulla di nuovo in tutto questo, tutti lo sanno). È accaduto anche nei nostri giorni e anche questa non è una novità. La guerra ha portato distruzione, causato perdite ingenti e ucciso innocenti. Anche questo è ovvio e risaputo, ma che la guerra abbia esportato la morte ‘travestita’ perché uccidesse e distruggesse una prima volta visibilmente sotto forma di bombe/missili (come in tutte le guerre) e perché continuasse a uccidere (invisibilmente e subdolamente per un tempo criminalemnte lungo)… non è altrettanto ovvio e risaputo.
I livelli di criminalità della guerra sono tanti e sono legati alla complessità delle sue varie ramificazioni ideologiche e storiche, tutte legate al concepimento di teorie secondo le quali l’invasione e l’annullamento della sovranità-libertà dei popoli si trasformavano in grandezza-vanto di altri popoli. Ciò è sempre stato (e resta) alla base dei misfatti più orribili della storia e delle sue stragi più gigantesche.
I popoli conquistatori dell’antichità si sono macchiati di crimini terribili contro l’umanità, trucidando intere popolazioni e distruggendone le vestigia, con un’efferatezza che ancora oggi fa rabbrividire. Le opere storiche ne sono piene; le opere letterarie anche recenti ancora risuonano dell’urlo agghiacciante della battaglia fatta di agonia massificata, di fanterie e cavallerie di interi reggimenti guerrieri che affondavano nella fanghiglia di sangue umano e di corpi e vi s’imbrattavano fino ai capelli (vedi l’incomparabile libro “l’Assiro” di Nicholas Guild). 
L’evoluzione storica, che ha portato l’uomo a progredire, ha ‘dotato’ la guerra di mezzi di distruzione dal potenziale-strage così terrificante da far apparire gli Antichi popoli guerrieri quasi ingenui e innocui. Peccato che tale ‘progresso’ abbia disatteso (e continui a farlo) i più elementari principi di ‘civiltà’ e abbia accecato l’uomo fino a fargli dimenticare la sua appartenenza al genere umano.
Questo nostro tempo (che è un futuro fantascientifico rispetto ai tempi antichi e un passato ancora troglodita rispetto alle ere della ‘civiltà’ senza sopraffazione) sta mostrando segni di speranza e barlumi di futuro (che portano il volto di Obama), ma è ancora deturpato dai misfatti di un passato recente (e dal loro potenziale di ‘carnai’ ancora in atto nei vari luoghi che hanno esperimentato il ‘bacio’ mortale della guerra).
Gli USA stanno vestendo, finalmente, l’abito che compete alle potenze civili e ‘umane’ e ciò è un balsamo senza precedenti sulle ferite ancora aperte di certi crimini indimenticabili/indimenticati. Brucia, come una scottatura che rifiuti di cicatrizzarsi, la nozione (paventata/ventilata/sbandierata dalla stampa di alcuni anni fa) secondo cui il Pentagono abbia escogitato le armi all’uranio impoverito (Fonte: "Umanità Nova" n.37 del 19 novembre 2000) come strategie ‘intelligenti’ per aiutare l’Ente dell’Energia a disfarsi delle scorte mastodontiche di scorie radioattive accumulate attraverso le centrali nucleari (della serie: sono morte stivata che non sappiamo dove mettere in ‘casa’ nostra, facciamone bombe da scaricare sulle teste di popolazioni ignare e lontane; ci saranno grate per averle ‘liberate’ e… moriranno ‘soltanto’ in parte perché i minerali letali non li gettiamo in un punto unico ma li sparpagliamo un po’ ovunque). Rifuta di farsi acquisire tale notizia, ancora e ancora, a molti anni di distanza e continua a perseguitare lo spirito e la mente, come un frutto velenoso e mortale. Che le centrali nucleari fossero e siano fonte di morte (con le loro scorie quotidiane) era ed è common knowledge (di tutti coloro che abbiano ‘sale in zucca’), nel mondo; che servirsene rendesse ricchi di power e poveri di health era noto anche in America. Che la mente umana potesse concepire l’ignominia di ‘confezionarne’ gli ‘escrementi’ letali sotto forma di bombe-dono da ‘infiocchettare’ come ‘umanitari’ interventi a ‘favore’ di popoli lontani è qualcosa di tanto illogicamente-impossibilmente-assurdamente concepibile/digeribile da far vacillare la stabilità razionale degli esseri pensanti… Gli americani hanno nascosto al mondo, finché hanno potuto, la faccenda dell'uranio impoverito trasformato in armi. Tale progetto nacque a metà anni '70, ma il memorandum scritto del Pentagono, che autorizzava l'uso in tal senso dello "scarto" di uranio è del 1979. Il carattere radioattivo e altamente tossico di quel tipo di armi è stato tenuto nascosto dai militari americani e nessuno sa con precisione dove, da quando e per quanto esse siano state ‘esperimentate’. Si pensa che ciò possa essere accaduto durante la breve guerra di Panama (1989), ma è certo che il loro ‘ingresso’ principale massiccio nella vita della gente  le armi all'uranio lo hanno ‘festeggiato’ nella guerra del Golfo (1991). Il Pentagono (‘pudicamente’) evitò di far sapere di che covo di vipere era composto, ma non si fece scrupolo ad autorizzare l’uso massiccio di quegli strumenti di morte a molteplici livelli di efferatezza e di tempi-stragi. ‘Poverino’, però, aveva dimenticato che il diavolo (cioè lui) fa le pentole ma non i coperchi: quando venne fuori che in Iraq, come per qualche magia, decine di carri armati erano radioattivi e necessitavano di decontaminazione, il mondo capì che la cosa non poteva essere opera degli Iracheni (lontani anni luce da quel tipo di armi). La U.S. Army dovette ammettere, con riluttanza (e bofonchiando con angelica innocenza), di aver fatto uso di armi DU (depleted uranium), e tutto ciò grida vendetta al cielo e continuerà a farlo, fino alla fine dei tempi… Non ci sono parole per esprimere l’immensità senza parametri di un simile tradimento contro il genere umano (perpetrato da genti amate e viste come armate di liberatori). L’ammissione americana non preoccupò nessuno, perché (dato il tono ‘sereno’-serafico-dolce-sicuro-rassicurante-ingenuo-accattivante e, as usual, in command) nessuno capì che cosa DU volesse veramente dire… (neppure i soldati americani che, poverini, il DU lo avevano aggrovigliato al loro quotidiano come il pane, ignorando di essere, in tal modo, committed to death). Il Pentagono, non potendo sfuggire alla presa ufficiale di una posizione, ammise di aver colpito ‘per errore’ 29 carri armati e di aver causato 37 morti e una sessantina di feriti (e… tutte le altre vite non menzionate e quelle che l’uranio avrebbe mietuto da lì a una settantina d’anni, anche tra gli Americani, nulla significarono per il pentagono, che le ‘passò’ in perfetta ‘cavalleria’, come se fossero peanuts…). Tutto ciò segna davvero una linea di demarcazione tra una tipologia di essere umani e una nuova tipologia di esseri che umani più non si possono chiamare.
Mi conforta il pensiero che, con Obama come presidente cose così terribili, forse, non potranno accadere più (e mi auguro, con tutto il cuore, che simili brutture non possano essere tramate alle spalle del presidente di una repubblica presidenziale), ma penso che il brivido di sgomento e di orrore debba essere tramandato, perché le nuove generazioni di Americani non permettano mai più a nessun pentagono (o tetragono o come altro si volesse chiamare) di macchiarsi di simili crimini contro l’umanità. Credo anche che simili cose formino materia ‘sufficiente’ (a incriminare milioni di criminali) per i tribunali internazionali che hanno processato criminali che si sono macchiati contro l’umanità di crimini che non si avvicinavano e mai si avvicineranno alla portata (transoceanica) del crimine commesso con l’uso delle armi DU contro varie popolazioni. Il pentagono si guardò bene dall’ammettere la vera natura degli effetti di quelle armi e dal rivelare il numero degli spaventosi proiettili-bombe-missili DU sparati in Iraq e in Kuwait. L'U.S. Army Environmental Policy Institute ha ufficiosamente calcolato che gli aerei e i carri americani debbano aver sparato oltre 940.000 proiettili (di piccolo calibro) all'uranio e più di 14.000 di calibro maggiore. Altre fonti americane calcolano che almeno 300 tonnellate di uranio impoverito sono ancora in Iraq, nella regione di Bassora, principalmente, e nel Kuwait (e che vi resteranno per parecchi decenni, sotto forma di polvere finissima).
Il pentagono fu ‘soddisfatto’ dell’esperimento: i proiettili DU erano stati così potenti e avevano sviluppato un calore così perforante da attraversare le corazze dei carri iracheni come cartone, ma l’uranio era stato usato anche come corazza dei carri armati USA, che erano stati invincibili (e che avevano fatto da anticamera della bara ai poveri militari che li avevano occupati). La mancanza di considerazione per la vita dei propri soldati è, forse, la cosa più efferata della condotta dei vertici USA ed è sicuramente la prova di quanto amore avessero per la potenza delle armi DU e di quanto poco (o inesistente) ne avessero per i propri uomini (usati come carne da macello/ messi a contatto diretto con l’uranio impoverito senza precauzione-difesa alcuna). Non ci sono scusanti per il pentagono: fu talmente contento di come le armi al DU lo avevano ‘servito’ che, immemore degli effetti devastanti che avevano avuto sulla salute e sulla vita della gente e dei suoi stessi uomini, subito dopo la guerra, presentò un piano che mi risulta scioccante: una sorta di scadenziario sul quale avrebbe ‘snodato’ su dieci anni l’acquisto di 130.000 tonnellate di DU (al prezzo conveniente di mezzo dollaro al chilo). Avrei pensato, se ciò non fosse accaduto, che il Pentagono avesse sottovalutato il potere nocivo del DU e che, sebbene non lo avesse ammesso, per non infliggere alla potenza americana una ‘caduta’ di prestigio, avrebbe fatto un passo indietro rispetto a quella scelta scellerata. Quel gesto la dice lunga… Il pentagono, con quel gesto, disse al mondo che i genocidi a mezzo DU non erano stati un errore/ che li aveva perpetrati con lucidità e piena approvazione/ che le priorità ben chiare nella sua schedule di progetti non compendiavano la salute e la vita umana e neppure l’uomo, per quel che gli poteva interessare/ che qualunque arma di distruzione di massa gli poteva andar bene, purché fosse fonte di guadagno e di vittoria in guerra; con quel gesto, il pentagono si proclamò mandante dei veri e propri genocidi ingiustificati causati, sul globo terrestre, con il lancio di uranio impoverito. Il pentagono mostrò, allora, assenza di ‘umanità’ nel suo ‘sistema’ e gongolò per il buon ‘affare’ che aveva conlcuso; insieme ad esso gongolarono le industrie belliche, pregustando affari d’oro con la vendita delle armi al DU a una parte del mondo e dello stesso DU al resto del mondo. Il vero affare, però, lo aveva concluso il Dipartimento per l’energia che possedeva 700/ 800 tonnellate di uranio impoverito proveniente dalle centrali nucleari (e tale quantitativo cresceva ogni anno di 30/40 tonnellate) e che, con  il piano del pentagono, aveva ‘trovato l’america’! Quale affare poteva essere più vantaggioso, per ‘l’enel’ americano, di uno smaltimento di scorie nucleari che non sapeva dove mettere e che, per di più, gli venivano anche pagate?! Il mondo alla rovescia trovò una comoda patria, in quel luogo e in quei giorni… ed estese i suoi ‘effluvi’ diabolici al resto del mondo che, lungi dall’inorridire di fronte al disastro umano e ambientale compiuto dalla guerra del Golfo, recepì esattamente ciò che gli USA avevano voluto fargli recepire: la pubblicità ‘esilarante’ delle armi al DU (!!!). L’umanità ha perduto, in quelle circostanze, davvero la ‘faccia’, forse per sempre. Russia e Germania s’interessarono alla fabbricazione delle armi DU (e, quindi, all’acquisto del DU medesimo e alla vendita delle armi al DU), Israele, Arabia Saudita, Egitto, Kuwait e Pakistan s’interessarono ad acquistare (dagli USA e anche da Francia e Gran Bretagna –che, dunque erano produttrici) le armi DU già confezionate (e, come il Dipartimento per l’energia,  pentagono/ Russia/ Francia/ Gran Bretagna ‘scoprirono l’america’, ovvero una fonte di guadagno che si traduce in: più morte vendo più mi arricchisco/ più bambini malformati sforno meglio sto/ più tumori orrendi spando più potente divento)…
 L’alfabeto non ha lettere sufficienti a formare le parole giuste con cui commentare lo sgomento senza nome che invade l’umanità racchiusa nell’animo umano, quando si accorge che le forze preponderanti contro ogni piccolo uomo (umile o potente, singolo o pater familias che sia) sono al di là di ogni possibile tentativo di ‘contenimento’ o di esorcismo efficace…
Il numero degli Americani vittime del contatto con le armi DU, durante la guerra del Golfo, fu grande. I soldati americani si ammalarono a caterva, mostrando gli stessi sintomi delle popolazioni irachene (lo sostiene il medico tedesco Gunther Siegwart-Horst). I loro sintomi vennero definiti ‘sindrome del Golfo’ (e c’è in tale nome tutta la mala fede di chi voleva inizialmente insinuuare nel termine qualche componente probabilmente psicologica). Leucemie, tumori, indebolimento del sistema immunitario (con conseguenti malattie come da HIV), nascite premature e malformazioni congenite furono i ‘doni’ che la ‘scoperta’ del pentagono fece ai suoi soldati fedeli e coraggiosi, ma non bastò. Il regalo più ‘grande’ glielo fece quando, la Commissione d’inchiesta nominata da Clinton (1995) concluse i lavori (1998) e spese i soldi dei contribuenti per insultare i loro figli dicendo che nessun collegamento esisteva tra le armi DU e la sindrome del golfo. Il documentario del regista Alberto D’Onofrio, in quello stesso anno, mostrò che almeno 8000 (che, con l’approssimazione tipica del ‘contenimento’ di tali informazioni, probabilmente sono 10.000) soldati americani erano morti e che 50.000 erano affetti dalla ‘sindrome del golfo’. Ciò era, è, resterà una macchia indelebile, che il pentagono potrebbe cancellare soltanto se potesse inventare la macchina del tempo, tornare indietro e disfare tutto l’orrore di questi eventi. Che abbia trucidato tanti innocenti stranieri (con le armi al DU) è terribile, ma che abbia usato e gettato i suoi uomini migliori, come spazzatura senza valore (senza un ‘grazie’ o un ‘mi dispiace, avrei dovuto darti almeno qualche protezione’) è la goccia di troppo. Non desidero impegolarmi nelle argomentazioni/speculazioni politicizzate (pro/anti) belliche, futili e perniciose comunque (le lascio a coloro che, di mestiere, fanno gli ‘opinionisti’ –termine che probabilmente non vuol dire nulla), ma non posso esimermi dal giudizio ‘orrificato’ (già espresso in lungo e in largo) sull’uso di simili diabolici ordigni e dalla condanna senza appello di chi li ha concepiti e ne ha ordinato l’impiego. Le istituzioni sono fatte da uomini. Gli uomini sono mortali. Mi auguro che, quando, tra gli uomini di ieri, moriranno i criminali che si sono macchiati di questi crimini contro l’umanità (meglio sarebbe se, per giustizia divina, perissero degli effetti da armi DU), gli uomini di oggi e di domani sappiano tenere le mani ‘pulite’ da simili misfatti (senza patria nelle cellule che formano la natura ‘umana’).
Certe cose non dovrebbero mai accadere, eppure… una cosa inaccettabile come la creazione e l’uso delle armi all’uranio… è accaduta (!) e non soltanto quella. È accaduta anche una cosa peggiore (è possibile ciò? Ci si domanda). Altre nazioni, che avrebbero dovuto inorridire e manifestare a chi di dovere tale orrore (ottenendo, chissà mai, il miracolo di far rinsavire le menti malate-madri di tale aborto-crimine) che cosa hanno fatto, invece? Hanno applaudito la ‘scoperta’ e hanno trovato che simili bombe/proiettili/missili avessero un tale potere di penetrazione e di sviluppo di calore ( e di devastazione) che erano da ‘cogliere al balzo’. La stampa non ha fatto mistero degli ordinativi di armi al DU ‘piazzati’ tra nazioni, né della ‘generosità’ con cui la ‘nostra’ amata NATO ha scaricato tonnellate di uranio impoverito sui Balcani… I Balcani (anche se il mondo non ne seppe nulla e, solo in seguito, sentì parlare a mala pena di uranio impoverito e di soldati che sono morti o si sono ammalati al ritorno da quei luoghi), furono (come già l’Iraq, durante la guerra del Golfo) teatro di sperimentazione di quella ‘invenzione’ progettata direttamente dai demoni dell’inferno più nero ch’io possa immaginare/ i popoli ignari che lì vivono e i soldati di pace che lì si recarono furono (sono) cavie senza voce e senza ‘valore’ sulle cui vite tale ‘bella scoperta’ è stata inflitta ‘per scasso’e per ‘onnipotenza’ di chi dimentica di essere la voce del popolo e si arroga il diritto di vita e di morte. Le cavie successive (allora future e ora, purtroppo già passate/ e ancora più attuali che mai) furono (sono) la popolazione irachena (della guerra post crollo torri gemelle) e afghana (e tutti i soldati di pace che con esse condivisero il rischio di vivere e/o di morire) e sono anche (ne sono convinta) le popolazioni palestinese e isrealiana. Gli ‘affari’ che si trattano (come l’acquisto delle armi all’uranio impoverito) sono (a livello mondiale) ‘nodi’ che prima o poi ‘incappano’ nel pettine internazionale. L’Onu lo sa bene e non faccia finta di scandalizzarsi tanto, di fronte al ‘sospetto’ che Israele abbia usato armi all’uranio impoverito o al fosforo bianco, né si affanni troppo a cercare tali armi o i segni di esse (il cacciatore che, in una battuta di caccia, cerchi la preda e non la trovi, forse dovrebbe guardare prima nella tana –e… la tana dalla quale il lupus in fabula è uscito l’Onu ce l’ha in casa). Mi dispiace tanto per Israele (ritengo che sia ora di finirla con le vergognose bordate antisemite/ con le assurdità dei nuovi nazisti -e delle loro parodie contorte lefevriane/ con l’ottusità irrazionale di hamas e dei suoi fan entro e fuori confine), perché, alas, l’uso delle armi ‘non convenzionali’ (termine già assurdo: come se ci fossero armi convenzionali ‘buone’ per l’uomo e per la vita!) non è una ‘patente’ dell’intelligenza universalmente attribuita a questo popolo tenace e intraprendente (che ha saputo domare il deserto e renderlo un giardino/ fare di infinite individualità-provenienze un popolo coeso/ trasformare la quotidianità in vita spartana e produttiva/ ‘insegnare’ case-kibbutz e solerzie-sopravvivenza). Il DU è un’infamia che Israele ha fatto male a ‘copiare’ (se lo ha fatto), perché si ritorcerà contro la vita del suo stesso popolo: il deserto è di tutti, non conosce limitari e confini (né quelli attualmente in vigore, né quelli che spero potranno presto delimitare uno Stato palestinese e contenere cittadini palestinesi liberi e felici e non più ricattati da gruppi estremisti che vivono di armi e di guerriglia e che delle vite si servono come del calcio dei fucili mitragliatori e come bersagli). Il vento, che abita il deserto, conosce ancor meno i confini divisori esistenti soltanto nella mente umana: soffia in Ghaza esattamente come in Israele e trasporta i metalli pesanti-nanopolveri nelle case israeliane come in quelle palestinesi (facendo della morte, anche lì, “La Livella” intramontabile di Totò). Le armi/ la controffensiva/ la strategia/ l’intelligenza nulla potranno contro le opzioni-morte che viaggiano come polveri o come radiazioni (la sola alternativa ‘intelligente’ resta soltanto la pace, se e quando si fa prima convinzione interiore e poi convenzione ufficiale –se e quando non si permetterà alle entità come hamas di continuare a minacciarla per sempre). Terribile, assurdo e folle è scoprire che l’umanità è arrivata al punto di dover dire: se guerra deve essere, si usino almeno armi ‘convenzionali’/ si uccida bombardando e sparando e si eviti di continuare a uccidere nei secoli successivi alla guerra (fino a quando, magari, il genere umano di quelle guerre avrà perduto la memoria…).

I vaccini trasformati in orrore del secolo e la conclusione dell’ultima Commissione d’Inchiesta sull’Uranio impoverito

Mi sa che i film dell’orrore siano soltanto animazioni per educande e che il vero horror, ormai, sia appannaggio delle più insospettabili componenti sociali. Questo è quanto mi viene in mente, leggendo le seguenti notizie (IL LINK al sito MEDNAT, dal quale sono state tratte, SARà REPERIBILE in fondo a questo articolo*): “La Merck ammette l’inoculazione del virus del cancro” (ovvero: “la Divisione Vaccini della farmaceutica Merck ammette di inoculare nella gente il virus del cancro per mezzo dei vaccini” !!!). Tale scoperta è stata fatta dallo studioso di storia medica Edward Shorter, quando ha condotto un’intervista per la televisione pubblica di Boston (WGBH) e la Blackwell Science. Detta intervista era talmente sconvolgente che è stata ‘censurata’ senza se e senza ma ed è stata tagliata dal libro The Health Century. La Merck ha tradizionalmente iniettato il virus SV40 (e anche altri- Signore aiutaci!) nella popolazione di tutto il mondo, Edward Shorter lo ha scoperto, ma il mondo non  ne è venuto a conoscenza. È il filmato In Lies we trust: The CIA, Hollywood & Bioterrorism (che non ha una diffusione urbi et orbi, purtroppo, perché è stato prodotto dalle associazioni di tutela dei consumatori e dal Dr Leonard Horowitz -esperto di salute pubblica) a contenere l’intervista in cui il Dottor Maurice Hilleman (il maggior esperto di vaccini del mondo) spiega come e per quali motivi la Merck “ha diffuso” AIDS/ leucemia e vari mali mondiali terrificanti e come “si è scoperto” che i vaccini venduti al terzo mondo “contengono” un ormone (l’ormone B-hCG). Detto ormone, inserito in un vaccino, rende sterili.
Vorrei tanto che questi orrori fossero invenzioni senza fondamento, ma… ci sono conferme dolorose e… scoraggianti che ‘fanno davvero cadere le braccia’: la punta di uno di questi iceberg-horror mondiali è stata dipanata dalla Corte Suprema delle Filippine, giungendo alla conclusione che “sono” tre milioni le ragazze e le donne (filippine, nigeriane, tailandesi, ecc.) che sono state ‘vaccinate’ e rese sterili (… come non inorridire di fronte all’abuso-sopruso contro il diritto più sacrosanto del genere umano e a una simile ingiustificata criminale violenza contro tante vite innocenti individuali/ come accettare che individui con intenti così criminali possano definirsi ‘umani’…?). Si parla tanto della condizione della donna nel mondo ‘povero’ e non si conoscono cose come questa violenza gratuita e orrenda inflitta alle donne (del mondo povero) dal un mondo ricco che lo stesso mondo ricco ignora…
Porre delle domande mi pare d’obbligo: chi c’è dietro i criminali ‘singoli’? Le case farmaceutiche possono decidere di tramare e di portare a compimento dei crimini contro le popolazioni mondiali in tutta libertà…? Dove sono coloro che devono controllarle? Dov’erano mentre menti e braccia criminali inoculavano la gente con semi di morte/ mutazioni genetiche/ sterilità? Le case farmaceutiche disoneste hanno licenza di uccidere? Possono perpetrare, attraverso i vaccini, tutti i delitti che vogliono?  

Per documentarsi:
http:/uk.youtube.com/watch?v=edikv0zbAIU
http:/it.youtube.com/watch?v=wg-52mHljhs&feature=related  http://www.youtube.com/watch?v=edikv0zbAIU    

C’è chi sostiene che i casi di leucemie e di tumori che hanno mietuto vittime (170 morti e 2600 malati, entro il 2007) tra i militari italiani non dipendano in realtà dal DU, ma dai vaccini/ che 1427 di dette vittime militari non siano mai state in zone di guerra/ che il personale non militare  che si è recato nei Balcani (senza aver subito vaccini) non abbia contratto leucemie o tumori (ciò non è vero).
Tutto ciò è da prendere con la dovuta considerazione, senza dimenticare, però, che in medio stat virtus: la responsabilità dei vaccini non va sottovalutata/ è gravissima/ richiede provvedimenti urgenti (sociali-civili-penali), ma non toglie ai bombardamenti con DU nessuna delle nuance cupe e spaventose che li caratterizzano. Non condivido coloro che pongono la questione nei seguenti termini: “uranio o vaccini?”, perché le due cose sono concause parimenti dolose e ingiustificabili inflitte da uomini ad altri uomini (per causarne malattie terrificanti e morte), ma prego Dio di illuminare chi di dovere perché vigili su chi potrebbe (può, attraverso gli ‘aiuti’ alla ‘salute’) nuocere alla vita dei popoli (perché a noi cittadini senza potere decisionale non resta altro che fidarci di chi è deputato a difenderci). Non ci sono parametri adatti a catalogare coloro che usano i vaccini come mezzo di diffusione di malattia e morte. Quegli individui formano una categoria a sé stante: quella delle forme di vita che albergano in se stessi una scintilla avariata della vita stessa. Girare attorno al problema non serve: i vaccini sono nati dagli sforzi di coloro che volevano sconfiggere le malattie-piaghe mietitrici di numeri inaccettabili di vite umane. Sono il simbolo dell’amore per ‘la’ vita umana. Soltanto i Genobaca, dueños di una spora marcia e distruttiva della vita universale possono concepire la diavoleria malata di inserire in un principio salvante un contorto target distruttivo.    
I vaccini killer hanno agito nell’ombra per un tempo infinitamente (troppo) lungo e sono stati portati allo scoperto da vari guardian angels della categoria medica (ai quali va tutta la gratitudine di cui sono capace e dovrebbe andare quella del mondo). È grazie agli studiosi benefattori che i vaccini sono stati oggetto di ‘lavori’ in alto loco/ hanno ‘fatto notizia’, come nel comunicato stampa del Dicembre ’95 (“Comunicato Stampa del Dic. 1995 Universo Bambino per Mutazioni Genetiche da Vaccino + Militari ammalati dai Vaccini + Interrogazione Parlamentare + Contenuto dei Vaccini + Come si producono i Vaccini”)/ hanno formato ‘materia’ di studio per la Commissione senatoriale d’inchiesta.

Il 26 Luglio 2007 si è tenuta l’audizione della Commissione Senatoriale di Inchiesta  sull’Uranio Impoverito e su ‘Altre’ cause di nocività per i Militari italiani. Il professor Nobile (oncologo/  specialista del S S N in  pensione/ libero docente dell’Università di Siena, dove ha solo depositato la docenza in Semeiotica chirurgica conseguita a Roma, come prescrive la legge, senza mai ricoprire incarichi universitari/ presidente della  sezione di Siena della Lega italiana per la lotta contro i tumori), nell’ambito di detta audizione, ha preso in considerazione il vaccino come farmaco, ha fatto cenno ai dibattiti pro e contro la profilassi vaccinale ed, evitando di addentrarvisi, ha dato per scontata l’innocuità dei costituenti dei vaccini, ma ha precisato che innocui non sono con assoluta certezza e ha fatto riferimento ai foglietti delle istruzioni (definiti “bugiardini”), che vengono compilati in modo diverso da ognuna delle aziende produttrici. L’elasticità (dolosa) delle informazioni contenute nei “bugiardini”, cui il professor Nobile fa riferimento, si riferiscono agli antigeni (vivi/ attenuati/ uccisi)/ agli agenti coniugati (da conservanti e stabilizzanti)/ agli adiuvanti (per far “adiuvare”–e prolungare l’effetto- si ricorre a metalli pesanti come il mercurio -che solo in Italia non è stato vietato-e all’alluminio, pericolosi per la salute dei vaccinati). Il professor Nobile ha ribadito che i metalli pesanti sono tossici (perché penetrano nell’organismo; si accumulano nelle ossa, nel fegato, nei reni, nel sistema nervoso e nel grasso; bloccano importanti reazioni enzimatiche; alterano il metabolismo e gli scambi energetici, “fino a provocare malattie autoimmuni, tumori e  malattie cronico-degenerative come l’autismo, la sclerosi multipla, il Parkinson, l’Alzheimer”)/ che “le intossicazioni più frequenti sono da piombo, arsenico, cadmio, alluminio e mercurio -gli ultimi due metalli  sono presenti come adiuvanti in diversi vaccini”/ che (come dice di aver rimarcato nell’Allegato 6) “eventuali danni da vaccini rappresentano un problema comune a tutta la popolazione  vaccinata, sia civile che militare”/ “che nel nostro Paese le competenti Autorità sanitarie  militari non sono orientate a  ricercare, raccogliere e quantificare  tali danni  in base all’obbligo della loro denuncia (V. legge 210 del 1992 all’allegato 12) come avviene per i civili né a catalogarli in appropriati database,  soprattutto per prevenirli”. 

Le informazioni contenute nella relazione del professor Nobile sono fatte per togliere il sonno a chi non sia affetto da ottusità e indifferenza. Contengono implicazioni uncinate di diversa natura, ma voglio soffermarmi su alcune di esse, in particolare: come si può ‘ricevere’ (accettare-metabolizzare-‘digerire’) il pensiero che portare i bambini a ‘fare le vaccinazioni’ possa, in qualche modo, voler dire somministrar loro sostanze-pilota dei semi di malattie autoimmuni, tumori e malattie degenerative?/ Come si può accettare che sostanze così tossiche si possano inoculare ripetutamente ai ragazzi e ai giovani, causando un accumulo inevitabile delle quantità definite ‘minime’ (che, con il tempo, minime non saranno più…)?/ Come si può sottoporre i soldati a vaccinazioni continue (necessarie soltanto al ‘mercato’ redditizio di chi lucra sui vaccini, senza alcun riguardo per la vita umana…)? Tutto avrei pensato, ma non questo. Sapevo e so che in nome del ‘guadagno’ si sono perpetrati da sempre delitti senza giustificazione, ma non avrei mai pensato possibile che tale principio crudele e senza patria-valori potesse essere applicabile ai vaccini… Ciò
è davvero too much…   

 Dio benedica il professor Nobile e dia al mondo parecchie sue ‘duplicazioni’, perché c’è tanto bisogno di menti esperte, qualificate, straordinarie e oneste che gridino il vero e lo martellino nelle menti di chi governa fino a quando almeno qualche buona spora vi entri, attecchisca e porti qualche buon frutto. Mi auguro che le sue parole siano arrivate forti e chiare to whom it may concern, perché occorre un controllo (vero) che vada oltre le omertà assassine responsabili degli abusi di potere che possano trasformare le case farmaceutiche in vere e proprie fabbricanti di genocidi. È davvero terribile pensare che, là dove gl’interessi aziendali sono vere fucine di fortune economiche immense, è difficile immaginare ‘controllori’ irreprensibili e severi (e non è difficile supporre che la facilità di circolazione della ricchezza possa comprare parecchie coscienze…).

È proprio vero che i problemi non vengono mai da soli: se anche presumiamo che i vaccini siano un ‘male’ necessario, abbiamo comunque molto da pensare…
Il professor Nobile, in relazione alla somministrazione dei vaccini ai militari, ha rilevato che le modalità pratiche con cui si effettuano le vaccinazioni possono differire 1) per sede/ 2) per comportamento del personale addetto/ 3) per osservanza delle norme prescritte per  la conservazione dei vaccini alle temperature raccomandate (da sottozero a temperatura ambiente)/  4) per  inoculazione (singola e/o contemporanea), 5) per rispetto (o mancato rispetto) sia degli intervalli obbligatori di tempo intercorrenti tra le dosi di richiamo,  sia delle date di scadenza. Egli spiega che è di vitale importanza verificare sempre l’interscambiabilità fra i  prodotti di aziende diverse nello stesso soggetto e le eventuali reazioni negative insorte in occasione di precedenti vaccinazioni/ lascia intuire che, in molti casi non si tiene conto di tali fattori e delle conseguenze che hanno sulla salute di coloro che si sottopongono con fiducia alle vaccinazioni e che sono ignari dei rischi che corrono. Mette in evidenza come le schede vaccinali personali vengano compilate in modo approssimato e senza la precisione necessaria a cautelare la vita degli interessati: “… in nessuna delle tante Schede personali vaccinali volontariamente esibite a Lega Tumori dai militati controllati è stata compilata la doverosa anamnesi vaccinale, cioè quali vaccinazioni obbligatorie e facoltative fossero già state effettuate dalla nascita fino alla data dell’arruolamento e che al giorno d’oggi non sono poche.” Mette in guardia anche sui rischi che si nascondono nelle somministrazioni affrettate che, per urgenti esigenze di servizio, accorciano gl’intervalli di tempo tra le varie dosi di vaccino (“come ha ammesso anche un alto ufficiale  dell’Esercito durante la sua audizione nella citata riunione informale dell’Ufficio di Presidenza della passata Commissione di inchiesta il 19.01.06”), con conseguenze non auspicabili e non prevedibili sulla salute. Il professor Nobile fa riferimento all’Allegato 5 e ricorda quanto segue: “le prescrizioni circa le dosi di vaccino, le loro vie, le loro tecniche ed il loro calendario di somministrazione devono essere osservate rigorosamente perché si raggiunga un effetto prevedibile e valido”. Tali  prescrizioni risultano determinanti per il successo della vaccinazione o per il suo insuccesso, con relativi danni alla salute come risulta dalla vastissima casistica mondiale in proposito ed alla quale si rimanda anche via Internet. Perché in USA quasi tutte le compagnie non assicurano più i danni da vaccini ? Riportiamo all’Allegato 6 i documentati legami tra certe vaccinazioni e l’insorgenza di cancri, dalle leucemie ai linfomi, di Hodgkin e di non Hodgkin. Probabilmente per mettere le mani avanti in vista di eventuali conseguenze le stesse aziende produttrici di vaccini dichiarano nei loro foglietti illustrativi di non  aver provveduto a testare e a valutare la potenziale cancerogenicità dei vaccini commercializzati. Nessuna azienda  produttrice  effettua indagini a medio e a lungo termine per sapere  se i vaccini, che oggi sempre più spesso vengono prodotti geneticamente modificati, possano rappresentare una concausa per l’insorgenza di talune patologie o provocare mutazioni genetiche. La formula pilatesca riportata nei “bugiardini” è la seguente : “Non è stato valutato  per questo vaccino il potenziale  carcinogenetico, mutagenico e i potenziali danni sulla fertilità”. Altre aziende usano  più o meno la stessa dizione, magari aggiungendo “di non aver fatto studi a lungo termine neanche sugli animali”. Anche il nostro Istituto  “Mario Negri” di Milano ha appurato che le vaccinazioni antipolio e antibc  facevano aumentare il  rischio di linfoma (LH e Non LH)  (European Journal of Cancer prevention del febbraio 2000). Ma anche se segnalazioni del genere si susseguono da parecchi decenni, mai sono state  correlate fra loro, e non solo non vengono svolti, ma neppure richiesti studi approfonditi e metodologicamente significativi. Anzi, a partire dagli anni ’90 questo genere di pubblicazioni scientifiche sembrerebbe in diminuzione come se nessuno volesse assumersi la responsabilità di porre un così tremendo interrogativo sulla consolidata (e remunerativa) pratica delle vaccinazioni di massa, civili e militari,  dell’ordine di diversi miliardi di dosi”. Le parole del professor Nobile dovrebbero farci tremare e far tremare, soprattutto, le autorità in charge.

Il problema ‘vaccini’ è stato dibattuto a vari livelli.


 Il tenente colonnello Ezio Chinelli (dirigente del Laboratorio analisi dell'Ospedale militare di Padova), in una delle audizioni della Commissione Uranio Impoverito, tra le altre cose, dice: “ Sui militari le vaccinazioni, forse, erano fatte in pochi giorni, senza valutare lo stato di salute e l'eventuale immunodepressione del soggetto, compresi i casi in cui il paziente, probabilmente, era già infettato da una forma virale da citomegalovirus, o virus di Epstein Barn che sono diffusi tra i militari e tra i civili della stessa età. Gli stessi soggetti, sottoposti a vaccinazioni molto ravvicinate, erano poi spediti in fretta in missione all'estero, e questo fatto è comune perché grosso modo tutte le popolazioni e tutti i militari erano spediti all'estero nel giro di  pochi giorni, nel giro di quattro o cinque giorni. Preciso che quest'analisi si basa sui vaccini somministrati per via intramuscolare.Dei 38 pazienti, citati, 20 si sono presentati a noi nel 2005 (nel 2007 sono diventati 60); i rimanenti, o si sono recati agli Ospedali civili (Aviano, Padova), o sono usciti fuori dal nostro bacino di utenza, o sono, forse, già seguiti da Commissioni Ospedaliere. A questi 20 pazienti sono aggiunti la ricerca della proteinuria di Bence Jones, la ricerca di anticorpi anti-citomegalovirus e/o anti Epstein Barr, la B2 microglobulina, la ricerca dell'helicobacterpilori; le sottopopolazioni linfocitarie ed altro”.
Il tenente colonnello Chinelli conclude: “Questi  esami  di   laboratorio  devono  essere ripetuti  ogni  4-6  mesi   fino  alla normalizzazione dei valori, o fino al manifestarsi di patologie, che possono comparire anche a distanza di anni”.
Mi permetto di obiettare che tra gli esami  elencati non vedo quelli specifici (della ricerca dei metalli pesanti) e che non vedo l’utilità della ricerca dell’elicobacter (esame che può essere effettuato in qualsiasi piccolo laboratorio comunale) da parte di una Commisione governativa straordinaria (costata centinaia di migliaia di euro) deputata a ricercare il nesso tra i tumori e l’uranio impoverito.


Conferme  al contenuto del presente saggio

Ecco stralci della Relazione finale della Commissioni Uranio Impoverito: 1) “la necessita' di una verifica in ordine al tipo di vaccini somministrati, alla quantita', ai relativi protocolli ed al rispetto di questi, onde evitare che, in soggetti particolarmente predisposti o immunodepressi per qualsivoglia causa, possano determinarsi squilibri del sistema immunitario tali da indurre l’effetto paradosso di aumentare la vulnerabilita' da parte di agenti patogeni” /2) ”… dubbi, che avrebbero meritato seri approfondimenti, anche alla luce dei differenti lavori scientifici presenti in letteratura sugli effetti avversi delle vaccinazioni e dell’applicazione della legge 25 febbraio 1992, n. 210, ma che il breve lasso di tempo a disposizione non ha consentito di effettuare”… 3) … “l’auspicata” attenzione che “dovrebbe essere riservata al monitoraggio delle condizioni immunitarie dei soggetti osservati, in particolar modo prima di procedere alla somministrazione dei vaccini previsti, la cui azione, per l’appunto, potrebbe incidere ulteriormente sulla situazione immunitaria del soggetto, atteso che eventuali stati di immunodepressione, pur non immediatamente evidenti, sono spesso il campanello d’allarme di patologie piu' gravi in corso di sviluppo. Gli attuali protocolli potrebbero quindi essere integrati con analisi - anche in numero piu' contenuto - specificamente mirate a controllare i livelli delle difese immunitarie (ad esempio mediante esami del sangue), in quanto piu' efficaci e tempestive...” 4) … “l’opportunità di “avviare, appena possibile, una generale revisione dei protocolli di controllo sanitario preventivo, in particolare per i soggetti destinati all’estero, mediante esami clinici di tipo piu' mirato e maggiormente orientati alla verifica delle condizioni immunitarie dei soggetti esaminati, al fine di individuare tempestivamente eventuali stati di rischio per la salute o la necessita' di precauzioni aggiuntive”./ 5) “E' altresı' auspicabile che tale verifica sia attuata attraverso una analisi dei dati diversificata in base al sesso, in modo tale da tenere conto delle differenze di radiosensibilita` e di risposta alle vaccinazioni. Sarebbe utile dare inizio, quanto prima, ad un programma di verifica degli attuali schemi di vaccinazione praticati ai medesimi soggetti, accertando, in caso di successive missioni ravvicinate, la situazione immunologica del soggetto e, quindi, l’eventuale necessita' e l’utilita' di ripetizione della somministrazione, con riguardo alle modalita' di preparazione dei vaccini stessi e, soprattutto, dei relativi schemi di somministrazione, anche alla luce della presenza di metalli pesanti riscontrata sia nelle urine che nello sperma di taluni dei militari vaccinati. E' necessario disporre in maniera certa e personalizzata della storia sanitaria di tutto il personale militare, memorizzando su un supporto magnetico, dato in dotazione ad ogni militare, tutte le diagnosi, le terapie e le misure di profilassi di cui e' fatto oggetto durante il servizio. La Commissione raccomanda, inoltre, di avviare una indagine epidemiologica volta a verificare l’eventuale incremento del tasso di morbilita' e malformazioni congenite nei bambini nati dal 1990 ad oggi, dai militari che si sono recati in missione nelle aree di interesse, nonche' il tasso di infertilita` dei militari stessi”. Tratto da: http://www.senato.it/documenti/repository/commissioni/uranio15/relazione_finale.pdf. Ecco un commento NdR: “…questi studi dimostrano e confermano cio' che insegniamo da decenni e cioe' che i Vaccini producono nei soggetti sottoposti a quelle infauste pratiche in-sanitarie, spacciate per tecniche preventive, Malnutrizione con perdita di fattori vitali essenziali alla vita sana, alterazione e perdita di: flora batterica autoctona, vitamine, minerali, proteine vitali), oltre alle mutazioni genetiche occulte, immunodepressioni, intossicazioni, infiammazioni e contaminazioni da virus e/o batteri pericolosi che nel tempo possono produrre malattie le piu' disparate ! - vedi: Contenuto dei vaccini/ vedi Statistiche Istat sui vaccini Consulenze e perizie per danni da vaccino dott. M. Montinari + Interrogazione Parlamentare Autismo, Vaccini, la prova - Il nuovo libro del dott. Massimo Montinari. Gli anticorpi che dovrebbero essere indotti da un vaccino NON indicano immunità. Cio' che mette molti medici in confusione è che parte della reazione nei confronti del vaccino porta alla produzione di anticorpi. Cio' è falsamente considerato immunità”. Vedi MEDNAT.ORG * (LINK IN BASSO)


Conclusione (richiesta di aiuto)


Il lavoro della Commissione di inchiesta sull’uranio impoverito si è concluso, per scadenza del mandato, Domenica 17 Febbraio 2008. Riferendosi ai militari che si sono ammalati al ritorno da zone bombardate, la Presidente, Brisca Menapace, ha espresso un certo rammarico per l’impossibilità di poter “approfondire alcuni aspetti importanti dell'indagine che non ha evidenziato in modo certo la connessione tra la esposizione ai fattori di rischio e l'insorgenza di patologie”.  La sintesi conclusiva dei lavori è, in sostanza la seguente: “non c’è certezza assoluta di un rapporto causa-effetto tra esposizione all'uranio impoverito e l'insorgenza di tumori, ma sara' possibile comunque accedere a specifici risarcimenti da parte di militari venuti a contatto con esso”.
Credo di aver preparato, in ogni parte del saggio, il lettore a questa conclusione dei lavori della Commissione sull’uranio impoverito. Non mi sarei aspettato un ‘verdetto’ diverso… Lo Stato ha trovato il modo per uscirne ‘dal rotto della cuffia’ e ‘ammettere’ senza fare ammissioni sostanziali (ha detto, in pratica: I nostri uomini sono morti o si sono ammalati, dopo aver operato in ‘certe’ zone; l’uranio impoverito c’era (e l’uranio impoverito causa i danni subiti dai nostri militari); noi diciamo che essi potrebbero essersi ammalati per altre cause, ma non impediamo loro di sostenere il contrario… Il senso di tutto ciò è: chi vorrà giustizia dovrà chiederla e chiederla a voce molto alta! Gli adulti non possono, nella vita, battere i piedi e strillare, come fanno i bambini, quando si trovano a fronteggiare difficoltà schiaccianti (anche perché nessuna mamma accorrerebbe a ‘rimuovere’ il distress che causa gli strilli). Gli adulti devono, il più delle volte, ‘fare buon viso a cattivo gioco’. Questa è una di quelle volte. Fare ‘buon viso’ sarà, comunque, meno difficile, ove e se lo Stato si farà carico di risarcire e supportare i militari danneggiati dall’uranio impoverito (e le famiglie di coloro che, per le stesse cause, hanno perso la vita), ma ci sono cose che la Commissione in questione avrebbe dovuto appurare (cose urgenti non posponibili/ cose che fanno la differenza tra la vita e la morte per generazioni).
Vorrei che la Commissione avesse speso parte delle svariate centinaia di migliaia di euro per fugare i dubbi tremendi da essa stessa rilevati (”… dubbi, che avrebbero meritato seri approfondimenti, anche alla luce dei differenti lavori scientifici presenti in letteratura sugli effetti avversi delle vaccinazioni e dell’applicazione della legge 25 febbraio 1992, n. 210, ma che il breve lasso di tempo a disposizione non ha consentito di effettuare”…) che, invece, ci restituisce con tutto il loro potenziale preoccupante di implicazioni… Quella Commissione non ha dipanato questa matassa, ma qualcuno lo dovrà fare (o no?!?). Non si può mica dire alla gente che i vaccini possono innescare processi terribili nel tempo e poi chiederle di portare i bambini a ricevere quella specie di condanna sospesa! Il governo faccia qualcosa! Istituisca le commissioni del caso e tiri le somme chiare del problema (possibilmente tenendo conto del valore della vita e non delle finanze dei produttori di vaccini). I medici si interessino alla cosa e si facciano garanti di un controllo che la gente comune non può espletare. Gli uomini (e i politici) di buona volontà si diano da fare. È molto più importante risolvere questi problemi che dedicare attenzione soltanto alle diatribe politiche. Si spende per tutto e per tutti e s’ignora la sola cosa che davvero conta per ogni singolo piccolo cittadino e per ogni famiglia (come per tutta la nazione): la salute e la vita dei bambini e dei giovani. Questa è una richiesta di aiuto.
Il passato ha visto morire tanta gente per mancanza di vaccini; se il terzo millennio ci sta dicendo che i vaccini uccidono anziché salvare e che è meglio non farseli, lo dobbiamo capire con chiarezza.

Le cose spiacevoli trattate in questo saggio sono tante, sono gravissime e sconcertano, ma fanno anche di peggio. Questa affermazione può sembrare strana, perché non dovrebbe esistere nulla di peggio che causare la morte di un numero troppo inaccettabile di innocenti. Di peggio c’è, invece, ed è l’uccisione della fiducia nella natura umana e della speranza degli esseri umani… È davvero troppo grosso da ingoiare il boccone amaro dell’uranio impoverito e di tutto ciò che il suo uso (in questa sede descritto in lungo e in largo) ha comportato. La scoperta dolente delle sperequazioni paurose legate ai vaccini non è da meno… Si potrebbe dire che le brutte sorprese non finiscano mai. Non avrei mai pensato che l’umanità dovesse imparare a temere i vaccini (tanto osannati come salvezza a livello mondiale)… Non avrei, in sostanza, immaginato, in passato, che le Istituzioni (‘la’ sicurezza in cui credere e a cui fare ricorso) potessero tramare (o permettere ad altri di farlo) a cuor leggero il tradimento del singolo, delle collettività (e della vita in toto)… I tempi ‘nuovi’  insegnano… che si può uccidere due volte: 1) martoriando la salute della gente e dando la morte (direttamente o incaricando altri di darla/ permettendo comunque e ovunque che qualcuno la dia a chiunque)… 2) uccidendo la speranza… 
Lo Stato italiano, in ogni caso, ha mostrato uno spiraglio di duttilità umana, promettendo possibili ‘risarcimenti’ ai militari colpiti dai tumori. Mi domando: tutti gli Stati responsabili di tanti drammi fanno almeno una piccola ammenda simile a quella dello Stato italiano?  E gli ‘inventori’ della ‘trovata’ malefica delle armi al DU, risponderanno dei loro infiniti delitti a qualcuno (a parte Dio)?

Chi risarcirà gli abitanti delle zone contaminate, per le infinite tragedie patite e ancora in atto… ?
So, però, che, per quanto i Genobaca si potranno adoperare con delitti contro l’umanità, non prevarranno contro gli uomini. Ciò che di umano abita il cuore dell’uomo è programmato per la sopravvivenza: la spinta verso la vita sarà sempre più forte della spinta verso l’autodistruzione . La speranza è un bene ‘imperdibile’/ non negoziabile e non estinguibile: a dispetto di qualunque crimine/ criminale/ sfacelo, non abbandonerà l’uomo; finché essa sarà con noi “we (Americani/ Italiani/ Tedeschi/…Papuasiani/ …Cittadini del Mondo che vogliono rispettare la vita reciproca) shall overcome”…
*http://mednat.org

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  Bruna Spagnuolo: Vaccini-killer (e stragi di bimbi INNOCENTI)/cosa fare.  

Indice: Prologo/ I vaccini ‘al contrario’ colpiscono (da zero anni in su): dov’è lo Stato?/ Discrepanze e minacce dei cicli vaccinali: urge apposita Commissione/ I vaccini al mercurio ‘sono tornati’, ma la gente lo sa?/ Si chiama SIDS il terrore-incubo dei giovani genitori/ Vaccini: rischi superiori ai benefici e morbillo ‘benefattore’/ Dittatura sanitaria, genitori al bivio, obiezione e sanzioni

Prologo
Ci avvelenano il cibo e… passi/ c’inquinano l’acqua e… passi (ce la vendono e.. passi)/ c’infilano in camere a gas a cielo aperto e… passi/ alle lamentele varie rispondono che dobbiamo mangiare ‘sta minestra o buttarci dalla finestra e… passi/ accerchiano e assediano le intelligenze-ricerca alternative alle ‘canoniche’ vie inquinate da poteri-mafie e… passi/ braccano l’umanità e… passi/ tarpano speranze-vita con OGM e…passi/ ci rubano pure il bucato, inquinandoci persino il ricordo dell’antico rito mondatore della bella stagione (fatto di sciabordio di fiumi da bere e di lenzuola bianche nel vento come frullo d’ali) e…passi/ vaccinano i nostri figli (il sangue del nostro sangue, il vivaio del futuro), da zero a cinquant’anni, con protocolli-lucro che arpionano con la morte le loro membra ignare e… NON PASSI!!! Ho parlato dei vaccini-orrore già, ma ci sono cose (tante) da dire e alcune non possono aspettare. L’amarezza inevitabile ricolma ‘il calice’ del tradimento perpetrato da coloro che hanno rappresentato/ rappresentano il popolo’ (in casa nostra e in casa altrui –here and overseas) e che hanno lasciato/ lasciano campo libero a mafie vecchie e nuove (dalle tipologie sconcertanti).
Le famiglie affidano la salute dei loro figli (sin dalla loro nascita) a ‘lo’ Stato. Hanno delle aspettative (le famiglie/ le mamme/ i padri/ i nonni/ i congiunti vari di ogni essere umano); hanno dei progetti; nutrono fiducia! Risponde ‘lo’ Stato… consumando il più subdolo/ infimo/ mostruoso/ vile tradimento (nel momento in cui lascia briglia sciolta alle organizzazioni profit prive di scrupoli, fino al punto di non ritorno in cui decidono la morte o la vita-non vita degli esseri umani ignari).
Tale tradimento è stato/ viene perpetrato contro tutti i vaccinati (bambini e non bambini) con veleni che non sono fatti per entrare nei corpi umani.
Una ‘materia’ direttamente connessa alla sopravvivenza umana (come quella della ricerca farmaceutica) è finita totalmente nelle mani di piovre che con l’occhio vigile-attento-protettivo-giusto-onesto-pro vita de ‘lo’ Stato (la nostra garanzia estrema e suprema) poco hanno a che vedere.
Chi permette, dunque, i crimini impuniti/ i genocidi silenziosi e striscianti (che vanno molto in là…, fin dove la nostra immaginazione fa fatica ad arrivare)…?
Sorga lo Stato (con le molte facce/ molte gambe/ molte braccia elette a portavoce del popolo), insorga; bracchi e scovi le molte teste della medusa degenerata in persecutrice della vita/ perpetratrice di crimini innominabili/ seminatrice di bui semi/ coltivatrice di solchi avvolti nella notte dell’omertà contorta e irragionevolmente lesiva della salute e della vita; sradichi le parvenze-ricerca pilotate da sfrenata ambizione di profitti-agiatezze-mostri senz’anima (che ormai sono ‘erpici’ impietosi/ ‘cardano’ l’umanità, affondando nelle sue carni, senza neppure darle modo di rendersi conto di che cosa le stia accadendo).

I vaccini "alla rovescia" colpiscono (da zero anni in su): dov’è lo Stato?


Si consumano sulla terra crimini di ogni grado di efferatezza e stramberie ‘orrifiche’ che spesso sono così atipiche da non rientrare nei canoni ‘catalogabili’ conosciuti. Tutti hanno, però, solitamente, mostri-uomini ben identificabili (da proiettare sullo ‘sfondo’ immaginario dei cupi orizzonti criminosi).
Il crimine dei vaccini ‘al contrario’ (che nascondono, dietro il marchio del sorriso salvante, il crest della morte con tanto di falce) è fra i più ‘inguardabili’/ inaccettabili/ ’indigeribili’ e spaventosi.
Sfilano dietro quel crest i decennali ingenui  delle madri trepide e dei loro fardelli innocenti avvolti nei loro abbracci davanti ai camici bianchi inoculanti/ le trasparenze-sguardi infantili-adolescenziali debordanti di fede senza limiti nelle ‘dosi’ di vaccino da ricevere e nei ‘provvidenziali’ medici con la siringa in mano/ le impersonali suppellettili-odori degli ambulatori (che si fanno icona, nell’inconscio collettivo, della fiducia nelle ‘Istituzioni’). Gli ‘stormi’ cinguettanti di scolaresche in fila (con gli scherzi tesi a esorcizzare la paura degli stanzini misteriosi dalle minacciose ‘punture’ in agguato)  ignoravano e ignorano (‘miseri’) quanta ragione avessero/ abbiano di avere realmente paura (e… what’s at stake).
Gl’innocenti, fiduciosi, hanno messo/ mettono la loro vita nelle mani di ‘chi di dovere’. Dov’è lo Stato? Dove sono coloro che avrebbero dovuto-dovrebbero vigilare su di loro (perché gli orrori non accadessero-accadano)/ dove sono coloro che avrebbero dovuto-dovrebbero sfoderare acume-astuzia-intelligenza-inventiva-intuito-coraggio, per inventarsi le strategie della difesa degl’indifesi? Dov’erano-sono i politici (un tempo bambini-adolescenti-giovani) che hanno subito (con la fiducia e l’ingenuità di tutti) gli stessi vaccini-crimine/ lo stesso inganno/ lo stesso attentato alla salute e alla vita? Sono stati-sono genitori (e nonni) degl’innocenti in fila davanti agli appositi ‘uffici’ vaccinanti (ieri e oggi, pronti a iniettare minacce oscure). Tirino fuori la voce/ schierino le forze schierabili/ facciano il molto e il poco che possono/ comincino a trovare il modo di scardinare i presìdi (che dovevano essere della vita e della salute e che si sono trasformati in fortezze-bunker degl’inganni più subdoli). Lo facciano perché un tempo erano bambini, se non vogliono farlo per i bambini di oggi e di domani. Le famiglie mettono al mondo i figli e si preoccupano, innanzitutto e al di sopra di tutto, della loro salute (facendosi carico, con senso del dovere senza ‘sconti’, dello scrupoloso iter vaccinale che li riguarda), poi li guidano e li seguono, sostenendoli come possono, fino a quando non siano in grado di sostentarsi da soli e di camminare per proprio conto nella vita. I ‘figli’ (e i loro figli, a loro volta) fanno lo stesso, con i propri rampolli, e la società perpetua, così, la ‘tradizione’ di affidarsi con fiducia al proprio Stato per i vaccini (e i relativi dosaggi-tempi e richiami) da somministrare alle nuove generazioni. I militari, che si ritrovano lo Stato anche come datore di lavoro, gli si affidano con una fiducia di gran lunga superiore a quella del resto della popolazione. Scoprire che la fiducia totale e ignara dei cittadini viene  tradita senza rimorsi (e, forse, senza barlumi di consapevolezza) è più di quanto si possa sopportare.  
 Figure varie si scontrano, si accalorano, si scarmigliano, si azzuffano, nelle arene mediatiche, sui ‘piani-casa’; i politici fanno e disfano i loro ‘nidi’-partiti come cinciallegre che fatichino a trovare il sito giusto per la covata. Le nazioni accorrono, in lacrime, al capezzale de “la Borsa” e si disperano, si strappano i capelli,  si cospargono il capo di cenere, si avvicendano nella respirazione bocca a bocca, per farla riprendere dalle agonie apparenti, vere, finte o provocate appositamente/ i cori internazionali cantano persino, per farla risorgere e, sperabilmente, danzare…/ i capi di Stato e i governi vari le destinano l’aurea dimora che si trova in cima alla piramide dei ‘valori’ vigenti. La salute, la sopravvivenza, la vita non compaiono sui ‘gradini’ visibili di detta piramide: quando qualche ‘matto’ le nomina, gli uditori zittiscono di colpo e, se obbligati, parlano a bassa voce, cincischiano, non si ‘espongono’, cambiano argomento, svicolano.
Mi viene voglia di gridare: “Ma a che gioco gioca il mondo oggi?!?/ Gli uomini hanno perso il senno: preoccuparsi dell’economia va bene, ma, di grazia, a cosa e a chi servirà mai l’economia, se gli uomini fanno di tutto per ‘adulterare’ tutto ciò che serve a farli sopravvivere?!?/ I mostri a più teste (e, quel che è peggio, a numerosissime-pluridirezionali radici) che difendono tutto ciò che possa nuocere a grandi e piccini hanno già ‘comprato’ un appezzamento ‘sano’ e salubre di ‘terreno’ marziano o ‘lunatico’ per trasferirvi i figli e i figli dei figli (procreati, sulla terra, eventualmente in modo elettronico e/o assolutamente privo di ‘tare’-malformazioni-‘scorie’ di qualsivoglia natura)???” Coloro che non rientrano nella categoria dei mostri (o i mostri ‘redenti’) si sveglino e invertano le priorità, perché le clessidre della salute corporea umana (che non beneficia della circolazione ‘linfatica’ monetaria) non si fermano (non attendono che la febbre famelica dei ‘forzieri’-uomini mai sazi di afflusso-‘capitale’ perpetuino il loro macabro e perenne rituale mai stanco di sciagure).
I ‘vaccinati’ di cui si è molto parlato, i militari che si sono recati e si recano all’estero come soldati di pace, fanno ancora ‘cassetta’ (come si diceva un tempo). Li si nomina a proposito e a sproposito. Esseri inqualificabili e meschini (rari e malvisti da tutti, in verità), parlando di coloro che sono tornati dalle missioni ammalati di tumori (e che muoiono), si spingono fino a formulare frasi che definire vergognose è puro eufemismo (della serie: “ci sono andati per guadagnare, si tengano le conseguenze e chi se ne frega”). Non ci sono parole sufficienti a condannare certa gente che, sicuramente punta dal virus dell’invidia (o da virus comunque estranei all’umana ponderatezza-oculatezza-solidarietà), se ne gonfia gli occhi fino ad alterare gli stipendi dei poveri militari (portandoli a cifre come 8000 E). La realtà  è ben diversa: in generale, prendono approssimativamente da 98 a 110 E al giorno, a seconda del grado (la moltiplicazione dovrebbe essere facile anche per ‘certe’ persone) e non si sognano nemmeno lontanamente le cifre iperboliche ventilate da certe ‘fonti’. Obbediscono agli ordini molti dei soldati di pace, altri inseguono gl’ideali e le bandiere, altri ancora accettano le missioni anche per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario (a far studiare i figli e, magari, anche, perché no, a concretizzare il sogno-casa e non continuare a gettare inutilmente buona parte del magro stipendio in affitti esosi); sono giovani prestanti e di belle speranze; hanno madri, padri, sorelle, fratelli, fidanzate, mogli e figli; sono nostri connazionali e ci appartengono; meritano di tornare dai loro cari senza la vita ‘decurtata’ e di restare con le loro famiglie, nei loro luoghi di appartenenza, a riempire lo spazio vitale che è loro per diritto di nascita. Chiunque meriti di appartenere alla categoria degli esseri umani non può che dire: “Wish them well”. Ho già parlato in lungo e in largo dell’uranio impoverito e non è il caso che ne riparli qui. È dei vaccini che intendo parlare in questa sede e, perciò, non posso non fare accenno ai militari (che sono i soggetti più vaccinati di tutte le nazioni).

Il dr. G. Paolo Vanoli  (vedi link, in fondo alla pagina) ha scritto: «Ricordiamo che tutti i militari all'arrivo in caserma ricevono una dose di vaccini importante che si somma a quella già ricevuta da bambini, per cui al servizio militare hanno già ricevuto nel loro corpo, sommando le cose,  circa 20-25 vaccini! Quindi  NON esiste nessun militare non **super vaccinato** - quelli che dovevano andare  da qualche parte nel mondo, per varie operazioni, li hanno ri-vaccinati ancora di piu'; quindi facendo la somma totale, quei poveri militari hanno nell'organismo circa 30-35 vaccini, con tutte le conseguenze del caso: intossicazioni, infiammazioni, immunoderpessioni e mutazioni genetiche più o meno occulte!». Ciò che accade ai militari è ‘esageratamente’ assurdo (anche perché, essendo adulti e uomini di legge, dovrebbero avere il diritto di scegliere se vaccinarsi o no e non è così…). L’imposizione dittatoriale di qualcosa è già un abuso; l’imposizione di vaccini che, lungi dal proteggere la salute dai rischi, contengono veleni e la vita la possono togliere, è un crimine.

 

Discrepanze e minacce dei cicli vaccinali: urge apposita Commissione

  È molto triste dover crescere i figli in un mondo con problemi di questa portata, ma è addirittura angosciante rendersi conto del fatto che, anche quando è lampante che occorre dare una raddrizzata alle coordinate che regolano la vita nei vari paesi della terra, c’è sempre chi trama nell’ombra (per intorbidare le acque e, pescando nel torbido, continuare a divorare le viscere della verità e dell’umanità in senso lato). Occorre essere uniti, in questo frangente, e far capire al governo che non può ‘prendere sotto gamba’ il problema delle vaccinazioni e che deve inervenire e farlo con urgenza! Assurdo sarebbe permettere alla mano longa delle ‘ombre’ wealthy (che si nascondono dietro i vaccini) di attivare le loro strategie, di trovare intese e di decidere di accettare il male minore, strumentalizzando, magari, il giusto risentimento della gente verso l’uranio impoverito, per allontanare i sospetti dai vaccini e continuare a uccidere la gente con inoculazioni a dir poco disumane. Si riconoscano i diritti dei soldati che si sono ammalati compiendo il loro dovere  e obbedendo agli ordini (all’estero e, in Itlaia, come Alessandro Garofolo); li si indennizzi per i danni subiti (e, se non sono più in vita, s’indennizzino le famiglie) ma, per favore, non li si strumentalizzi per fini lesivi della verità e della salute-vita di tutti.
L’uranio impoverito va messo al bando da ‘prima’ di subito (da ieri, possibilmente): è ora di smetterla di fabbricare e smerciare i proiettili al DU (in uso massiccio anche su suolo italiano) ed è da incivili trogloditi indegni del terzo millennio e della conquista dello spazio ‘riciclare’ in modo vergognoso le scorie radioattive (che nessuno vuole/ si ‘stivano’ con gran difficoltà nei vari Stati/ si palleggiano per vie traverse tra varie dimensioni-vittime ignare/ sono accumuli-rischio per ogni paese/ vengono ‘ripulite’-trasformate in una sorta di giocattoli da guerra con la sorpresa e ‘regalate’ ai soldati...). Ciò, però, nulla toglie alla gravità assoluta dei vaccini-killer. I due problemi vanno affrontati con la volontà di una soluzione volta a cautelare la vita della gente. L’uno non esclude l’altro e entrambi hanno un iter urgente e complesso che attende ‘udienza’ da coscienze scevre da interessenze-corruzione. Da qualche parte, forse, i due iter si possono intersecare (là dove la salute dei militari già minata dai vaccini-killer e aggredita anche dall’uranio impoverito, si trova a combattere la ‘guerra’ per la salute con armi spuntate).
Il problema-vaccini ha bisogno di interventi (nazionali) immediati e senza deroghe: che cosa si sta aspettando?!? Perché non si nomina ancora una Commissione (che non abbia le mani legate) che possa far luce e indurre lo Stato a prendere i giusti provvedimenti? La nazione ha speso dei soldi per la Commissione sull’Uranio Impoverito, tanti soldi: vogliamo che servano a qualcosa! Nell’ambito di ‘quei’ lavori sono emerse le problematiche gravi e sconvolgenti dei vaccini: non le si può accantonare come carta straccia! Le difficoltà economiche del paese devono insegnarci a fare di necessità virtù e a non vanificare gli sforzi di una Commissione pagata con denaro pubblico. È il caso di dare seguito a ciò che è emerso, dunque, e di farlo in tempi celeri (anche perché la ‘materia’ è di ‘vitale’ importanza)!!!  
Il già citato dr. G. Paolo Vanoli, alla fine della sua audizione alla commissione del Senato sull’uranio impoverito, ha visto mettere agli atti “che dovrà essere istituita una apposita Commissione che indaghi a fondo sui Vaccini”. Dico volentieri e a voce alta: “Amen!!!” e aggiungo: Dio benedica il dr Vanoli (e il professor Nobile, del quale ho già parlato nell’inchiesta sul DU) e tutti coloro che ‘si’ spendono per ‘qualcosa di più della loro stessa vita’. Speriamo (e preghiamo) che ‘quegli’ atti non dormano lunghi sonni, vengano ‘rispolverati’ subito (e ne salti fuori la Commissione tanto attesa e tanto necessaria).
Non c’è altro modo, per dare avvio alla chiarificazione della spinosa e gravissima questione dei vaccini. I politici aprano gli occhi sulle cose prioritarie nel vero senso del termine e si rimbocchino le maniche. Nominino detta Commissione (con la dovuta attenzione, onde evitare ‘infiltrazioni’-interessi serpentiferi dalle ramificazioni profonde e imprevedibili ). Aprano il ‘sesamo’ delle lobby farmaceutiche ‘sovrane’ e indisturbate e impongano loro di eliminare i veleni dai vaccini. Non ho fiducia nei fabbricanti di soldi e ritengo che sia giunto il tempo di ‘ripensare’ l’argomento a livello governativo, dati gli orrori di cui le “dittature sanitarie” sono capaci di macchiarsi (Dio salvi l’Italia e… l’umanità).
Inviterei anche le autorità militari, con tutto il rispetto, a richiedere e favorire la nomina di una Commissione che faccia luce sui vaccini (e salvaguardi la salute e la vita dei militari)/ a non farsi garanti della “correttezza” della preparazione dei vaccini (che esula dagli ambienti marziali e che include il mercurio e altre sostanze tossiche)/ a non escludere il fatto che la “somministrazione” dei vaccini (ai soldati di ogni ordine e grado) debba fare, spesso, i conti con le molte ‘deroghe’ dovute a modalità non omogenee, discordanti e affidate al discernimento –non sempre ‘illuminato’- dei vari ‘operatori’. Ho condotto una mia piccola inchiesta privata e ho preso visione di qualche libretto vaccinale militare: ho visto con i miei occhi alcune ‘discrepanze’-irregolarità, come la stessa data apposta su due differenti dosi del vaccino contro l’epatite somministrate insieme (e sì che l’apposita circolare ministeriale parla chiaro: “Ai fini di una adeguata risposta immunitaria nei soggetti di tutte le età, va ricordato come sia necessario lasciar passare un intervallo di non meno di quattro settimane tra una somministrazione e l’altra; le dosi somministrate a intervalli inferiori non vanno considerate ai fini del completamento del ciclo vaccinale”!) e l’antitetanica ripetuta erroneamente/ ho verificato di persona che un vaccino contro la febbre gialla (con validità decennale) è stato ri-somministrato (alla faccia della certificazione sanitaria ‘non militare’ chiara e inequivocabile di vaccinazione già avvenuta!). Ho notato che può accadere anche che, quando un militare passa da un ‘corpo’ all’altro dell’esercito, riceva ‘certificazione’ vaccinale ex novo (perché ogni ‘famiglia’ rilascia il ‘suo’ libretto ‘diverso’) e ho ricevuto l’impressione che l’ordine apparente degli stemmi e dei colori dei libretti vaccinali scavalchi, spesso, all’insaputa di tutti (e senza consapevolezza istituzionale), l’importanza della salute e della vita stessa degl’intestatari. Credo di capire che ciò possa accadere perché manca una ‘figura’ o un ‘ufficio’ preposto all’indagine prevaccinale e alla ‘trascrizione-certificazione’ delle vaccinazioni pregresse e che si finisca per risomministrarle e certificarsele nel proprio libretto di appartenenza piuttosto che ‘acquisirle’ dal libretto di altra provenienza (in sostanza, in assenza di chi si assuma la ‘responsabilità’ di cercare-trascrivere-certificare quanto è già stato inoculato a un soldato eventualmente proveniente da altra ‘famiglia militare, può accadere che gli si rifacciano i cicli vaccinali e gli si ‘regalino’ dosaggi ‘aggiuntivi’ dei vaccini-veleno già presenti in quantità allarmanti nel suo organismo). I militari interessati, sapendone quanto ognuno di noi sulle composizioni, i dosaggi, i tempi di somministrazione e le implicazioni avverse dei vaccini, si affidano all’autorità di competenza/ si lasciano inoculare tutto quanto ‘chi è preposto a sapere cosa fa’ imponga loro (anche perché per ogni ‘piccolo’ eventuale diniego-consapevole un militare dovrebbe sottostare a procedure gerarchiche cavillose e impossibili da aggirare)/ si abituano ai cicli vaccinali come a una routine abituale propedeutica a certificazioni/spostamenti/missioni e si limitano a presentare il braccio (o il petto, come nel caso delle terribili trivalenti-per fortuna cessate- che creavano gonfiori e dolori memorabili e anche malori molto gravi nell’immediato e Dio sa cosa nei tempi lunghi). I militari, che sono lo zoccolo duro della nostra società e sono avvezzi a modi spicci e sbrigativi, sicuramente non fanno neppure caso alle procedure vaccinali ‘senza troppi complimenti’ (o al mancato rispetto dei protocolli e all’assenza di controllo ‘anticorpale’), anche perché ‘una puntura’ in più o in meno non li spaventa di certo. Il problema è proprio lì: i vaccinandi-vaccinati e i vaccinatori, forse, pensano ai vaccini in termini di ‘punture’ da ricevere/somministrare. È tempo di cambiare questo modo di pensare e di rendersi conto che i vaccini (a nostra insaputa, ahimè) decidono se (e come) il vaccinato debba vivere e di quali malattie debba ammalarsi (e/o, Dio non voglia, morire). I vacicnati militari, come gli altri, meritano di essere trattati come ‘figli’ dalla loro nazione (e da chi per essa) e mi auguro che le autorità competenti prendano a cuore la ‘materia’ vaccinale e si attivino per la nascita dell’auspicabile Commissione relativa. Considerando gli ‘effetti avversi’ dei vaccini, è tempo che lo Stato metta ordine in questa materia dall’importanza gravissima, istiuendo la Commissione summenzionata, abolendo i vaccini al mercurio (e l’obbligo dei vaccini ‘inutili’ e dannosissimi a grandi e piccini) e creando i giusti collegamenti tra i vari ‘scomparti’ vaccinali statali, in modo che la vita della gente venga tenuta nella giusta considerazione (cioè messa al primo posto o, quanto meno, al di sopra delle burocrazie varie), poiché non stiamo parlando di ‘influenze’ o di raffreddori, ma di mutazioni genetiche/ immunodepressioni (foriere di vere sciagure)/ conseguenti contaminazioni/ ecc. e di un argomento su cui neppure i medici hanno le idee chiare (tanto da scambiare gli anticorpi per ‘immunità’ -vedi: mednat.org, per approfondimenti esaurienti).

I vaccini al mercurio ‘sono tornati’, ma la gente lo sa?  


Il decreto ministeriale del 13 novembre 2001 delinea le disposizioni sulla modifica della composizione dei medicinali-vaccini iniettabili monodose (che contengono il composto organomercuriale mertiolato o altri ‘consimili’, come i conservanti o i residui nel processo produttivo). La Gazzetta Ufficiale N. 153 del 4 Luglio 2003 riporta la Modifica di tale decreto, ovvero il documento nel quale il Ministro Sirchia proroga (con motivazioni che, di qualunque entità siano, non reggono il confronto con la vita umana che vanno a ledere), in Italia,  l'utilizzo dei vaccini con mercurio, sine die (alla faccia del fatto che l’Europa e gli USA hanno abolito questo tipo di vaccini long ago, tipo un decennio fa, e che l’Italia è l’unica a contraddistinguersi per questo ulteriore segno di inciviltà). Quale ‘giustificazione’ può mai addurre a sua discolpa chi tanto chiaramente ci fa fare il progresso del gambero, annullando anche i pochi passi avanti che riusciamo a fare (verso la difesa della vita) nonostante la lentezza e le varie pastoie? C’è da urlare, picchiare i piedi per terra e disperarsi come fanno i bambini, di fronte al senso di impotenza soverchiante che sempre avviluppa e soffoca ogni impulso positivo dato agli sforzi sulla via di ciò che è davvero umano. C’erano voluti sforzi e buona volontà ‘a quintali’ per giungere al decreto del 2001 e il ministro della salute in carica nel 2003 arriva fresco fresco e lo ‘sposta’ semplicemente più in là, rimpiazzandolo con una proroga-killer?!? È mai possibile che non si faccia in tempo a tirare un sospiro di sollievo, in un intervallo tra i vari colpi bassi, che già la ‘tregua’ guadagnata con ‘vite perse’ viene rubata da qualche benpensante?!? E gli altri politici (magari dell’opposizione) che facevano/a cosa pensavano, mentre questo delitto contro la salute si consumava? La gente non si è nemmeno accorta del fatto che la tranquillità relativa acquisita (nel 2001) rispetto ai vaccini non è più valida. Chi si vaccina è ancora ‘sintonizzato’ sulle rassicurazioni provenienti dal decreto del 13 novembre 2001. I vaccini al mercurio se n’erano andati e, due anni circa dopo, sono tornati…, ma la gente non lo sa. Non lo sanno i genitori dei bambini vaccinandi/ati e non lo sanno gli adulti che si vaccinano per una ragione o per l’altra. Tutti coloro a cui l’ho domandato (insegnanti compresi) hanno risposto che il mercurio, grazie a Dio, è stato eliminato.  
Il ministero della ‘salute’ è della salute che si deve preoccupare e non di altri ‘fattori’-alibi giusticanti (chiaramente ‘contro’ la vita). Il fine giustifica i mezzi (lo abbiamo imparato dalla storia): quale ‘fine’ può giustificare l’adozione di una linea di ‘prevenzione’ che reintroduce il mercurio nei vaccini e che la salute agli esseri umani gliela danneggia con sicurezza scientifica (quando non gliela toglie del tutto)?!? Ciò è accaduto sotto il naso della gente (il popolo, l’elettorato), che non ne ha saputo nulla... Ciò vuol dire che coloro che votiamo e mandiamo a rappresentarci (perché parlino con la ‘nostra’ voce), parlano, invece, con la loro voce e della nostra fanno a meno (o la buttano in pattumiera). Mi domando: la stampa, i Media, i tanto starnazzanti Media (che invadono le nostre case e le nostre tavole con i vomitevoli reality –con i quali sbarcano il lunario vergognosamente) dov’erano? Se il piccolo individuo singolo senza voce non ha saputo nulla della modifica del decreto che aboliva l’uso del mercurio nei vaccini, è perché le fonti d’informazione sono state omertose (o in altre ‘faccende’ più redditizie affaccendate) e non glielo hanno detto. I cittadini ‘normali’ non sono obbligati a comprare la Gazzetta Ufficiale e a studiarsela (anche perché non tutti ne sarebbero in grado). Ho sempre avuto per i giornalisti un’ammirazione fuori misura (e porto loro ancora un rispetto grande, perché tracciano linee-percorsi non sempre indenni da rischi attorno al globo terrestre), ma temo e disapprovo il giornalismo imbavagliante (che ‘filtra’ i topics e tratta le sue ‘penne’ come i Bravi manzoniani assoldati). Della modifica del decreto di cui sopra ha parlato (per quel che ne so) soltanto il Corriere, a onor del vero (e non in prima pagina, come se fosse una qualsiasi ‘notizia’ di routine e come se fosse cosa di tutti i giorni che qualcuno decida della vita dell’intera popolazione nazionale con pollice verso e alle sue spalle). Il “diritto” a “fare informazione” si reclama da più parti violentemente, soltanto quando si parla di argomenti che fanno audience. Gli argomenti che decidono la vita e la morte della gente passano sempre, immancabilmente, sotto silenzio. Perché, in nome di Dio, perché l’umanità sta perdendo le coordinate delle giuste proporzioni delle ‘cose’ che sono i valori su cui si basa l’essenza stessa del nostro essere vivi su un pianeta con determinate condizioni di vita? Perché non accade che la stampa tutta si riversi a fiumi su notizie come la modifica di ‘quel’ decreto (che riguarda la vita e, ahimè, la morte dei nostri figli e che può condannare i bambini anche di solo due mesi a morte) e sciama su cavie umane in cattività esposte al ludibrio e alla vergogna/ fa rumore su privacy che avrebbero bisogno di silenzio/ dissacra quanto ancora sopravvive del pudore e della dignità? La modifica di ‘quel’ decreto è un ritorno al passato e un segno di involuzione che fa paura. Il 1930 è stato un periodo storico diverso anniluce da quello attuale, tanto che, se un individuo di quell’epoca resuscitasse, oggi, in una delle nostre case, forse ri-morirebbe d’infarto, di fronte ai ‘prodigi’ suoni- immagini ed effetti-tecnologia innumerevoli. Risale a ‘quel’ periodo la ‘scoperta’ delll’uso del thimerosal nei vaccini (perché si esperimentò che eliminava i batteri e rendeva più ‘sicuri’ i vaccini che, allora, nelle confezioni aperte, erano esposti, certamente più di oggi, alla contaminazione). L’era della tecnologia avanzata, oggi…, è ancora allo stesso punto?!? Ma dove sono finiti tutti i decenni di ‘progresso’ e di ‘ricerca’?!? Non sarà che qualcosa non funziona nel fatto che a finanziare la ricerca siano le stesse multinazionali che hanno ‘investito’ troppo nel vecchio circolo vizioso di vendita nababba dei vaccini-veleno? Altrove le cose vanno diversamente. La America Academy of Pediatrics ha fatto enormi pressioni sul governo americano, per riuscire almeno a ‘ridurre’ i quantitativi di mercurio inflitti ai bambini attraverso i vaccini e ha avuto dalla sua parte la US Public Health Service (più che mai convinta della necessità di eliminare i vaccini contenenti il thimerosal o, alla peggio, ridurne l’uso). E la nostra sanità? Si onora di ergersi a dittatura e a imporre i vaccini-veleno e dovrebbe vergognarsene, perché il thimerosal contiene il 49,6% di mercurio (e prolungarne l’inoculazione negli esseri umani, anche di pochi mesi di vita, sine die, è un crimine vero e proprio –e non ci sono giustificazioni che tengano). I composti organici del mercurio manifestano la loro peggiore tossicità sul sistema nervoso centrale (dei bambini, specialmente, senza per questo ‘giovare’ agli adulti), ma possono danneggiare anche reni e sistema immunitario. Se ne era resa conto anche la famosa FDA americana (alla quale noi Italiani guardiamo sempre, in mancanza di una ‘cosa’ equivalente nostrana) che (già nel lontano 1977) mise in  guardia sul fatto che il thimerosal esponeva i bambini a quantitativi di mercurio superiori a quelli consentite dalle normative federali ed laborò delle regole, per limitare l’uso vaccinale del mercurio (di cui stabilì il dosaggio pediatrico in 0,4 mg/kg per giorno di esposizione) –linea seguita a ruota dalla Environmental Protection Agency (che stabilì il dosaggio in 0,1 mg/kg e per giorno di esposizione) e dalla Agency for Toxic Substances and disease registry (che stabilì il proprio dosaggio in 0,3 mg/kg/giorno). La sanità italiana inietta nei bambini di due mesi un dosaggio 12,3 volte superiore ai suddetti dosaggi (vedi: dottoressa Romina Alessandri, in Consapevole 12). È lecito domandare alla sanità italiana il perché di tutto questo o no?!? È lecito domandare come mai ritenga che i bambini italiani di due mesi possano ricevere una dose vaccinale più massicia dei bambini (quanto loro di 0 anni) del resto dell’Europa e della grande America o no?!? È lecito (e come!) e la sanità deve dirci se i ‘nostri’ bambini sono più ‘ganzi’/ più ‘robusti’/più senza valore/più figli di nessuno/o più figli di una sanità disgraziata.
Si chiama SIDS il terrore-incubo dei giovani genitori

La Sudden Infant Death Syndrome (SIDS) è il terrore di tutti i giovani genitori, poiché causa la morte improvvisa dei lattanti (uno su 2000 è la stima di alcuni, ma esistono stime ben più preoccupanti), senza cause ‘apparenti’. La spiegazione a questo fenomeno è stata cercata in molte direzioni.
Interventi in Pagine Mediche (vedi link, in fondo all'articolo) affermano: «Numerosi fattori di rischio che sono stati identificati dalle tante ricerche che negli anni hanno tentato di far luce su questa inquietante sindrome: fumo passivo e fumo in gravidanza, nascita prematura, infezioni alle vie respiratorie e precedenti familiari, ma anche la posizione nella quale il bambino è solito dormire. È ormai appurato che il neonato va sistemato in posizione supina e questo monito alle famiglie ha permesso, negli ultimi anni, di ridurre addirittura del 50% il numero di casi di morte in culla. Studi recenti hanno, infatti, dimostrato che sia la posizione a pancia in giù che quella laterale aumentano il rischio di SIDS e che nei Paesi dove sono state promosse vere e proprie campagne di informazione destinate ai genitori si sono registrati risultati straordinari; un esempio per tutti: in Norvegia, da quando sono state avviate queste campagne informative, il numero di bambini che dormivano a pancia in giù è diminuito dal 64% al 3,4% e con esso è scesa anche l’incidenza della morte in culla, passando da un 3,5‰ allo 0,3% degli anni successivi.» 
Patrizia Pisarra (vedi link, in fondo all'articolo) dice: «Sarebbe un fungo, Pneumocystis carinii, uno dei responsabili della sindrome. Il DNA di questo fungo e' stato infatti trovato nei polmoni del 57 per cento dei neonati morti per SIDS rispetto al 18 per cento di neonati trovati positivi nel gruppo di controllo. Questo risultato, ottenuto utilizzando una metodica raffinata, quella della reazione a catena della polimerasi (PCR), conferma in realta' quanto gia' osservato in passato con l'osservazione istologica. P. carinii e' conosciuto perche' causa polmonite nei soggetti immunodepressi, ed e' infatti piuttosto frequente nei malati di AIDS. Secondo Sergio Vargas, responsabile dello studio, a causare la morte neonatale potrebbe essere una forma di immunodeficienza latente, che favorisce l'infezione.»
In Epicentro si legge: «Non è stata ancora definita con sicurezza una specifica causa medica in grado di spiegare la Sids ma ci sono invece una serie di comportamenti e di fattori di rischio che possono incidere significativamente sulla probabilità che la Sids si verifichi, come dimostrano numerosi studi e indagini. Secondo quanto riportato dai Cdc americani, la ragione della Sids potrebbe risiedere in anomalie nella zona cerebrale che controlla i ritmi del sonno e della veglia. Per questo, diversi centri di ricerca propongono un modello di triplo rischio per spiegare la catena di eventi che portano alla Sids. In primo luogo, il bambino apparentemente sano e normale, soffre in realtà di una piccola anomalia nel sistema di regolazione dei ritmi cardiaci, respiratori o generali del proprio organismo. Si verificano poi nei primi mesi di vita cambiamenti nei ritmi del sonno, in quelli respiratori e/o cardiaci, nella pressione o nella temperatura corporea. Infine, eventi esterni, come il fatto di dormire in posiziona prona, l’esposizione a fumo passivo e piccole infezioni respiratorie, si aggiungono e aggravano la situazione, inducendo la Sids e quindi la morte del bambino. Secondo questo modello, si può parlare di Sids solo se i tre fattori sono compresenti.»
In Guida alla Salute Naturale (v. Mednat.org in fondo all'articolo), sono rinvenibili tutte le spiegazioni possibili sulla SIDS e sulla globalità delle implicazioni legate ai vaccini (e consiglio vivamente di consultare il sito, per saperne di più e documentarsi), qui mi limito a inserire uno stralcio-sintesi relativo alla SIDS (da tale sito tratto, appunto): «I bambini deceduti per SIDS muoiono sia di giorno che di notte, sia in culla che nel passeggino, sia nel seggiolino della macchina che in braccio ai genitori. La diagnosi di SIDS è una diagnosi di esclusione ed è necessario escludere altre cause note (cardiopatie, mal. infettive, maltrattamento, in genere sono le vaccinazioni di routine a scatenarla) - di mortalità per cui è necessario eseguire una adeguata autopsia ed una adeguata valutazione della "scena della morte"; in genere queste autopsie sono "guidate" per non ricercare la causa vaccinale; una seria autopsia dovrebbe  cercare anche nel cervelletto del bambini deceduti, le sostanze tossiche contenute nei vaccini, proteine virali, metalli pesanti =alluminio e mercurio!» 
Qualcuno (oh, santi numi!),pur di non superare la cecità verso i vaccini, arriva a ipotezzare che sia addirittura una questione di ‘ceto’ sociale: «Il ceto condiziona la SIDS- La morte improvvisa del lattante rappresenta una delle principali cause di mortalità infantile nel mondo sviluppato. Ne è colpito nel sonno un bambino su 2000 e le ragioni sono misteriose. La maggior parte dei casi che si verificano sono isolati. Esiste però una certa quantità di donne che ha più di un bambino che muore per la sindrome. Tragica fatalità? O esistono delle ragioni alla base del fenomeno? Su questa ipotesi si sono concentrati gli sforzi di una equipe di ricercatori di Cambridge. Le risposte? Alla base della malattia non sarebbero soltanto fattori genetici come si è sempre ipotizzato, ma anche le condizioni che si determinano nel ventre materno durante la gestazione.» (Marco Malagutti- Dica 33- Elsevier/Edra)
Soltanto una dose massiccia (da ghiacciaio artico) di humour inglese poteva ‘risolvere’ un problema di mortalità pediatrica facendone una questione di ceto (e, magari, anche di caste, chi lo sa…). Roba da pazzi!!! È mai possibile che al di là della Manica si debbano ‘emettere’ verdetti tanto vergognosamente ancora imparentati con i tempi dello schiavismo? 
Ci sono pareri e consigli di vario tipo, su come prevenire la SIDS, dalla posizione in cui coricare il neonato (che prima si voleva a pancia in giù e ora a pancia in su –con le dovute eccezioni ancora in favore della pancia in giù), all’uso del ciuccio, che pare un toccasana contro la suddetta terrorizzante piaga (dalle percentuali di mortalità spaventose). La dottoressa Romina Alessandri (Comilva- Consapevole.it) afferma quanto segue: «Tre recenti studi hanno stabilito una relazione temporale fra la morte infantile, inclusa la SIDS e la somministrazione di vaccino trivalente DPT, del quale la componente antipertosse è quella principale. Una chiara evidenza nella relazione trivalente/morte infantile precoce, viene confermata dall'esperienza giapponese: dal momento in cui è stata spostata in avanti (a due anni) la vaccinazione trivalente, la SIDS (morte infantile precoce) è virtualmente scomparsa. Il Giappone detiene il record della più bassa mortalità infantile nel mondo.» Eccola la verità, nuda e cruda e tutta (e fa venire i brividi). Non ci sono parole… per dire tutto ciò che andrebbe detto, ma…, almeno in parte, i politici vari/ i governi/ le istituzioni sanitarie (che possono fare qualcosa e non la fanno) hanno un’idea dei drammi giganteschi che hanno squarciato/squarciano il cuore dei giovani genitori di tutto il mondo… (a centinaia/ a migliaia/ a milioni)?!? Hanno un qualche ‘contenitore’ per lo strazio senza fine che ha percorso i continenti e si è ‘attestato’ da qualche parte (chissà, forse… nella stratosfera) quando ognuna delle giovani coppie si è trovata tra le braccia il corpo senza vita (e lo ha ‘consegnato’ perché venisse violato, come un pezzo di carne morta, con l’autopsia) del neonato magnifico che fino a qualche istante prima aveva riempito i  loro occhi di grazia e di innocenza, i loro visi di soffice calore, i loro cuori di speranza/di sogni e di gioia, la loro casa di profumo di talco e di vita piena? Faranno meglio a procurarselo, se ancora non lo hanno, perché quel ‘contenitore’ potrebbe aiutarli a saziare il guizzo della greadiness per qualche secolo, tramutando il dolore infinito (degli ‘eserciti’ di cuori squassati) in energia tanto possente da sostituire tutti i ‘reattori’ della power ‘sporca’ che fa ‘girare’ il mondo.
Mi domandavo se definire i vaccini ‘orrore del secolo’ (nella mia inchiesta sul DU) fosse stata una buona idea (e quasi quasi, nell’inconscio, mi muovevo qualche rimprovero…), ma mi rendo conto che, forse, tale definizione non è neppure sufficiente a racchiudere tutto il male di cui le vaccinazioni sono state/sono capaci (per colpa dei burattinai malvagi che ne tirano i fili e che più senz’anima non potrebbero essere). Un semplice vaccino (DPT e specialmente P) può causare le sciagure peggiori che si possano augurare alle famiglie… (e pensare che i bimbi vi si sottopongono ascoltando le nenie materne che parlano di salute e di giochi sani e gioiosi, in assenza di malattia…). Il paradosso è troppo grande e la realtà così inaccettabile che ci sarebbe da fare qualcosa di eclatante (come volare intorno al mondo in massa, oscurando i cieli dei disonesti e spaventandoli a morte): nessuna delle malattie contro cui si vaccinano i bimbi li condanna a morte senza appello (non è detto neppure che se ne debbano ammalare).


Vaccini: rischi superiori ai benefici e morbillo ‘benefattore’


La dottoressa Alessandri (Comilva- Consapevole.it) riferisce fatti-fenomeni che la gente deve sapere. Li inserisco nella mia sintesi, qui di seguito. Nel 1978 (novembre), nel Tennessee quattro bambini morirono in 24 ore, dopo aver ricevuto il vaccino trivalente (DPT) insieme alla dose orale di quello antipolio. La cosa fu riportata al Center for Disease Control and Prevention soltanto 4 mesi dopo (marzo): perché quel ritardo?!? 52 bambini morirono di SIDS, nel Tennessee, tra il 1977 e il 1979. Il Neurologo americano Torch incluse, nel suo intervento al meeting annuale dell’Accademia di Neurologia Americana, i suddetti casi di morte neonatale ‘inspiegabile’ e altri 200 casi e fece notare che il 66% (dei primi 70) erano stati vaccinati ed erano morti tra le 12 ore e le tre settimane dopo. Egli concluse (grande Torch!) che il vaccino DPT era una delle cause principali delle morti infantili improvvise e che i rischi da esso derivanti superavano di gran lunga i suoi benefici (peraltro soltanto potenziali). Ne conseguiva la necessità di rivedere le procedure relative al vaccino trivalente. I produttori del vaccino incriminato (i laboratori Connaught), per salvare la faccia, misero nel foglietto illustrativo (“bugiardino”) la scritta: «successivamente alla somministrazione del vaccino DPT sono stati registrati casi di SIDS: uno studio ha dimostrato una relazione non casuale». Ciò fu già un successo epocale, una grande vittoria conquistata dai medici coraggiosi come una decorazione sul campo. Gli altri produttori di quel vaccino (come i laboratori Wyeth) dovettero adeguarsi e inserirono la frase: «sono stati segnati casi di SIDS (morte infantile precoce) in seguito alla vaccinazione DPT (trivalente), ma la reale portata del fenomeno non è chiara». Fu così che, gradualmente cominciò a farsi strada, nei genitori, l’idea della ‘obiezione’ (ovvero del rifiuto delle vaccinazioni). C’è da domandarsi se e quali vaccinazioni servano, tutto sommato, veramente e quali sarebbe meglio non fare affatto. Tra quelli da non fare è prudente inserire con certezza il vaccino contro il morbillo, poiché l’evoluzione della malattia stessa contribuisce alla maturazione del sistema immunitario (e ne è tappa fondamentale). Che sia venuto in mente a qualcuno (time ago) di fare un vaccino che blocchi (o, se si è fortunati, ritardi) una fase indispensabile dello sviluppo del sistema immunitario si spiega con il fatto che, a quel tempo, non si disponeva di questa informazione, ma che oggi s’infligga ancora tale vaccino ai bambini e li si tarsformi in ‘proprietari’ di un bagaglio immunitario defeated da ‘trasferire’ alle generazioni future è un altro dei crimini per i quali pagano soltanto gl’innocenti. Sarebbe bene che i bambini sviluppassero il morbillo (e lo sviluppassero bene: più ‘colorato’ è e meglio, perché le ricerche dimostrano che chi non fa il morbillo o lo fa senza chiazze è più predisposto alle malattie degenerative e autoimmunitarie, come la sclerosi multipla e l’artrite reumatoide). Chi vaccina i bambini contro il morbillo, comunque, dovrebbe evitare di farlo con virus ucciso, perché è accaduto che 10 ragazzi vaccinati con virus di morbillo ‘disattivato’ circa 6 anni prima abbiano sviluppato (1967) una forma violenta e alterata della malattia e (nove di essi) polmonite ‘indifferente’ alle cure. Anche la somministrazione di una dose di virus ‘disattivata’ e di un’altra di virus attivo ha provocato reazioni perniciose. La cosa strana è che le autorità sanitarie, a dispetto di tutto, hanno continuato/continuano a consigliare il vaccino, a spacciarlo per ‘sicuro’ ed ‘efficace’ e a respingere i rapporti veritieri dei medici (accampando la scusa di ‘partite’ di vaccino mal conservate o di inoculazioni troppo precoci per i ‘casi’ sfortunati). I medici ricercatori non si sono arresi; i loro rapporti, numerosi, come le foglie in autunno, hanno registrato i “disordini neurologici gravi” causati dal vaccino contro il morbillo. Uno di quei rapporti ha registrato che, su 80 casi di disturbi manifestatisi entro i 30 giorni dalla vaccinazione, 45 sono scoppiati tra i 6 e i 15 giorni dopo l’iniezione (ciò è la conferma che la cosa non è ‘casuale’ e che c’è un nesso con la vaccinazione). I ricecatori concordano sul fatto che le eventuali reazioni avverse da vaccino (in base alla ‘corposa’ e variegata esperienza pregressa) possano verificarsi entro le due settimane successive all’inoculazione (come nel caso del vaccino antipolio), ma le autorità sanitarie e l’informazione medica ufficiale prendono in considerazione soltanto quelle che si verificano entro le 48 ore (della serie: tiro i sassi e riconosco le teste rotte a breve distanza; quelle che rompo a distanze superiori le ha rotte qualcun altro). Il morbillo-malattia fa bene. Il vaccino contro di esso fa sicuramente male e può essere un completo disastro (portando atassia, ritardo mentale, iperattività, meningite asettica, attacchi apoplettici, paralisi, encefaliti). È proprio vero che l’uomo, quando interferisce con la natura può fare danni che nemmeno immagina di causare (e che non sa dove vadano a parare): prima del 1900 le encefaliti erano poche e non destavano preoccupazione. Avendo immunizzato la società contro il morbillo e avendo ostacolato il suo effetto benefico sullo sviluppo del sistema immunitario, i fautori del vaccino malaugurato non hanno danneggiato soltanto i ‘vaccinati’: hanno dato il via a generazioni di bambini dall’immunizzazione inadeguata che, a loro volta, non avranno ‘immunizzazione’ da trasferire alla generazione successiva (che potrà contrarre il morbillo, con conseguenze terribili, troppo presto, quando ancora dovrebbe essere sotto lo ‘scudo’ degli anticorpi materni). I Genobaca (gli esseri umani dal gene-umanità bacato) hanno colpito ancora… 

Dittatura sanitaria, genitori al bivio, obiezione e sanzioni  
I vaccini non contengono un adiuvante-killer soltanto, cioè il mercurio. Antibiotici, alluminio, formaldeide ed etilen glicole fanno ‘buona’ compagnia al mercurio e sono tutti ‘eccezionalmente’ tossici e/o dannosi. 
I genitori consapevoli si trovano di fronte al bivio vaccinazione-obiezione e hanno bisogno di guida e documentazione per fare la loro scelta ‘consapevole’, poiché sono in molti quelli che hanno deciso che è assurdo avvelenare i bambini di due mesi piuttosto che esporli al rischio di contrarre malattie infettive che normalmente hanno decorsi benigni.
L’obbligo delle vaccinazioni, in Italia, è coercitivo (come in pochi paesi del mondo), ma in Italia (e solo in Italia) include (nel ‘pacchetto’ della coercizione) ancora i vaccini al mercurio. Che cosa resta da fare ai genitori se non scegliere la strada dell’obiezione? Se tutti la scegliessero, la strada sarebbe, sì, in salita, ma le cose cambierebbero in meglio e la mafia farmaceutica (nonché la dittatura sanitaria) potrebbe ricevere la spallata che è necessaria come il pane…
I genitori di ogni bambino che viene al mondo devono informarsi per lui (sul contenuto dei vaccini e dei farmaci al piccolo destinati) e… fin qui tutto è nella norma. È da qui in poi che nulla è nella norma, poiché i genitori che scelgono la strada dell’obiezione vengono sanzionati dallo Stato (!!!). Siamo a questo punto: chiedono ai genitori di propinare ai bimbi di zero anni veleni dagli effetti imprevedibili (spesso letali) e, se si rifiutano, li puniscono; se non è dittatura questo, che cosa lo è?  Se la cosa non fosse tragica, sarebbe persino grottesca. Chi sceglie l’obiezione, però, non si spaventi. Basta non pagare la sanzione e attivare l’obiezione, entro 30 giorni, con il ricorso. Le ASL forniscono un modulo di dissenso già predisposto, ma, prima di firmarlo, è bene completarlo con opportune aggiunte, facendosi aiutare da gente informata. La sanzione viene notificata a entrambi i genitori, ma non può essere doppia, poiché la ‘violazione’ dei genitori è unica. Le sanzioni che pervenissero oltre i 90 giorni dal loro ‘invito’ ufficiale (o “avviso di chiamata con termine perentorio”) sarebbero nulle. In caso di ricorso rigettato, è opportuno non pagare e impugnare il rigetto davanti al Giudice di Pace, poiché pagare la sanzione equivale a un’ammissione di colpa. Per guida e consiglio qualificato ai genitori che scelgono l’obiezione (e per eventuali non auspicabili segnalazioni di reazioni vaccinali avverse), ecco un link sicuro: www.comilva.org, e-mail: comilva@comilva.org  

Tra poco sarà Pasqua. Il mio augurio agl’Italiani (e ai cittadini del mondo) è che s’interrompano urbi et orbi le danze-matrimonio tra le mafie farmaceutiche-macchine per soldi e le dittature-istituzioni/ si privilegi la salute e la vita dell’uomo (da zero a cento e passa anni), finalmente…/si permetta ai bimbi di crescere sani e a grandi e piccini di non stancarsi di sognare, di lottare per continuare a farlo e di non farsi togliere la forza potente di immaginare il mondo pieno di gente-cose-eventi giusti e buoni (se tutti insieme ci concentriamo su tale visione, chissà che non diventi reale…).
(Giornalista pubblicista, Consulente in Scienza della Nutrizione e Medicine Biologico Natur

Dr Vanoli (Giornalista pubblicista, Consulente in Scienza della Nutrizione e Medicine Biologico Naturali

www.mednat.org/curriculum.htm)

www.mednat.org

Patrizia Pisarra ( www.lescienze.it)


www.paginemeditiche.it

 

L'ARTICOLO SOTTOSTANTE E' TRA QUELLI PIU' CARI AL MIO CUORE, PERCHE' CONTIENE UNA DELLE STORIE PIU' DOLOROSE E INENARRABILI DELLA TERRA (UNA DI QUELLE CHE HANNO ESCORIATO IL MIO ANIMO E CONTINUANO A FARLO CON IL LORO RICORDO). CONTIENE CRIMINI CONTRO L'UMANITA' CHE SONO E RESTERANNO PER SEMPRE UN GRIDO PERFORANTE NELL'UNIVERSO CHE DIO HA CREATO PER LA PACE E PER L'AMICIZIA TRA I POPOLI.

CONTIENE ANCHE UN FURTO PERPETUATO/PERPETRATO AI DANNI DELLE POPOLAZIONI INDIGENE. E' SULLE PAGINE ONLINE DI TELLUSFOLIO DAL 2008. MI SEMBRA DOVEROSO INTRODURLO CON UN MESSAGGIO RICEVUTO E PUBBLICATO DA TELLUSFOLIO (IN RELAZIONE AL MIO ARTICOLO BANCHETTANO GLI SCIACALLI SULLE SPOGLIE DEI VINTI), ANCHE PERCHE' QUESTO MESSAGGIO E', PER ME, UNA VOCE BENEVENUTA, ALLA QUALE MI UNISCO CON FORZA, PER GRIDARE "BASTA!": IL MONDO LA SMETTA DI PERPETRARE I GENOCIDI IN NOME DELL'AVIDITA' E DELLE RUBERIE/ LA SMETTA DI APPROPRIARSI DELLE RICCHEZZE ALTRUI/ LA SMETTA DI INFRANGERE LA LEGGE DI DIO ("NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI").

 17-07-2010
stop using our coltan and diamonds as an excuse for the war in africa because it is not true if you europeans stop stelling you old weapons because have no use for them so tey must use it on us in africa that is your consience between you and God how can the war lords in africa get acceess to large consigment of weapon without you goverment knowing about it it is a planned work. leave our natural resoures alone, stop using them as a propaganda to cover up because those nautral resources is what we have to use to develope our countries when sold legally.
bettie davis   

 

 

Bruna Spagnuolo: BANCHETTANO GLI SCIACALLI SULLE SPOGLIE DEI VINTI
OVVERO APPELLO A NON COMPRARE ‘REGALI’ CHE CONTENGANO COLTAN
Indice:
-Prologo
- il coltan
costo e casa del coltan (le tre C che uccidono la IV C: il Congo)
-nomi e facce dei mandanti noti di un disastro annunciato
-i bambini-soldato
-il congo e i virus vecchi e nuovi dei cataclismi sociali (e non solo)
-tutsi e hutu
-l’onu e le ferite (divenute cicatrici infette) che non potranno guarire senza provvidenziale ‘chirurgia’
-conclusione-appello
-bibliografia (e film)

PROLOGO
   Il mondo corre (troppo in fretta) e le cose che sapevamo ieri oggi sono già obsolete. Gli ultimi prodotti ad alta tecnologia richiamano un numero ininterrotto di ‘visitatori’ e di acquirenti che nulla sanno dei retroscena taciuti e nascosti accuratamente dalla catena produttori-venditori. Qualcuno avrà sicuramente sentito parlare del nuovo ‘ritrovato’ usato nella fabbricazione di alcuni di tali ‘prodotti’, ma la massa ne ignora l’esistenza e, soprattutto, ne ignora la provenienza e le implicazioni terribili.
   Tutti hanno sentito parlare delle stragi ricorrenti tra popoli che si chiamano Tutsi e Hutu, ma pochi sanno quali implicazioni storiche-antropologiche-sociali-geografiche ed economiche ci siano state o ci siano dietro e quanta parte abbia in tutto ciò la dolosa avidità di individui singoli (di nazionalità varie) e/o di popoli altri, che nulla dovrebbero avere da pretendere da terre non proprie e che, invece, si affollano attorno a ‘prede’ altrui come iene doverosamente pronte a banchettare con i ‘resti’ di deschi altri imbanditi e insanguinati. Spiegherò, più avanti, come e, forse, perché tra Tutsi e Hutu sia nata ‘ruggine’ foriera di eccidi-genocidi e come in essa si siano inseriti interessi di bassissima lega tutta legata al dio soldo traditore e senza bandiere. Le ricchezze minerarie del suolo africano hanno avuto una parte importante nel tutto e, nella triste storia più recente, un (innocente-ignaro) minerale, in particolare, ha avuto la parte del leone: il coltan.

 

IL COLTAN


   Due minerali della classe degli ossidi, la columbite (-Fe, Mn- Nb206) e la tantalite (Fe, Mn- Ta206), contratti dalla lingua colloquiale congolese nell’unico termine coltan (utilizzato  anche dall'industria mineraria e ormai noto al mondo), sono la causa di uno dei genocidi più spaventosi che la storia dell’uomo sulla terra abbia mai conosciuto. Il coltan contiene tantalio e niobio e si trova in aggregati compatti microcristallini o in associazioni regolari di samarskite, columbite e tantalite (che non sono equamente diffusi in natura e che, a causa della rarità del tantalio, presentano, generalmente, maggiore percentuale di niobio). È un minerale duro, resistente alle scalfitture e al calore e ha trovato, in questi ultimi tempi, impiego nei componenti elettronici (di telefoni cellulari di ultima generazione/ play station 2-3-4/ videocamere/ computer), nella fabbricazione di automobili/ attrezzature chimiche/ reattori nucleari/ aerei/ missili e di visori notturni/ attrezzature odontoiatriche e chirurgiche (perché aumenta la rifrangenza del vetro e non reagisce chimicamente ai componenti biologici umani). Trova impiego anche nei motori dei jet, negli air bag e nelle fibre ottiche. È così richiesto e necessario, ormai, che, quando scarseggia, blocca la produzione di alcuni settori tecnologici. Nessuno ha collegato la famosa ‘introvabilità’ della famosa Sony play station 2 con questo sconosciuto minerale, ma… essa era collegata alla guerra che ha compiuto il nefando genocidio inflitto e patito da Tutsi e Hutu e che, bloccando il lavoro delle miniere e la catena produzione-commercio, ha bloccato anche la produzione dell’alta tecnologia nei ‘civili’ e ‘spensierati’ paesi che nulla sapevano (a livello popolare) e che nulla volevano sapere (a livello commerciale e politico-diplomatico) di ciò che accadeva (e accade).  
   Gli avvoltoi pennuti danzano voli ininterroti sulle zone che abbondano di… cadaveri. Gli avvoltoi umani intessono le loro danze di morte sopra-attorno-dentro le zone che abbondano di ricchezze.  
   Il coltan è radioattivo (contiene anche una percentuale di uranio -cosa che lo rende, ahimè, anche più appetibile ad alcuni). L’80% del coltan mondiale si trova in Congo (provincia del Katanga), il resto va diviso tra Australia, Brasile, Nigeria, Rwanda, Uganda ed Etiopia. È divenuto una risorsa più preziosa dello stesso oro e dei romanzeschi diamanti e ha, ergo, attirato gli avvoltoi di buona parte del mondo. Le multinazionali Sudafricane, Inglesi, Americane, Russe e Kazake (soprattutto) ‘corteggiano’ le miniere congolesi e ‘trattano’ (a suon di commerci-intrighi) il minerale estratto dai desesperados del tremila, che hanno sostituito i cercatori d’oro tanto favoleggiati e che, con un piccone e un sacchetto di plastica, passano la giornata scavando e frantumando i macigni all’interno dei quali trovano la polvere scura e/o rossiccia. I cercatori di coltan sudano e si sfiniscono, malnutriti e disidratati, per mettere nei sacchetti di plastica il loro quantitativo quotidiano di granulato sabbioso che, a fine giornata, venderanno per pochi spiccioli al primo anello di una lunga catena, attraverso cui arriverà agl’impianti di raffinamento e di estrazione e sarà catalogato in tantalio (estrazione primaria della columbite-tantalite) e niobio (estrazione secondaria). Il niobio troverà le vie dell’industria metallurgica e sarà usato nelle leghe metalliche, per via del suo elevato punto di fusione (per aumentare la resistenza alla corrosione negli acciai inossidabili), e nella preparazione di superconduttori elettromagnetici. Il tantalio diverrà polvere metallica nell’industria elettronica (di semiconduttori / condensatori ad alta capacità e dimensioni ridotte largamente utilizzati in telefoni cellulari e computer). La produzione mondiale di niobio (34.000 tonnellate, comprensive di pirocloro) è di gran lunga superiore a quella di tantalio (1900 tonnellate) e dice chiaramente che proprio il tantalio è il vero oggetto del desiderio delle guerre piccole e grandi  disegnate ad arte dai demoni in carne e ossa dei commerci diretti e indiretti a tale elemento connessi (ed è, purtroppo, la linfa che scorre nel complesso sistema della guerra civile).
Costo e  casa del coltan (le tre C che uccidono la IV C: il Congo)
   Il mondo felice e godereccio dei supermercati e del consumismo sfrenato (e… natalizio-befanaro-carnevalesco-pasquale-sanvalentiniano-mamma/papà/compleanno/onomasticofestaiolo) nulla sa della storia ‘vera’ delle mercanzie esposte tra luci e festoni (né immagina che alcune di esse grondino stenti-inedia e… tanto sangue). L’estrazione del coltan non è cosa nuova (era nota dal tempo della seconda guerra mondiale). Ciò che ha fatto salire alle stelle la sua richiesta (scatenando i meccanismi distruttori innescati da criminali talmente efferati che non trovano un nome pronunciabile) è stato il suo impiego nella tecnologia avanzata (e la richiesta conseguenziale).      Questa nostra era è una creatura gigantesca che uccide senza saperlo; trita sotto le sue enormi ruote gl’innocenti che inciampano nel suo tragitto, perché è avida e, per di più, cieca e completamente avulsa da accezioni-moderazione-anima. Tra l’estrazione e la ‘destinazione del ‘prodotto’-coltan ci sono intermediazioni-bocche fameliche infinite, che culminano nell’ingranaggio stritolante che ha nome consumismo (e che è inarrestabile e ha perso qualsiasi parentela con quanto può essere ancora definito ‘umano’). Tutto è legato al denaro e all’avidità degli uomini. Un pound di coltan, nel 1999, costava 3/ 4 dollari US; nel Gennaio 2000, ne costava 30/ 40, ma (dopo la nascita maledetta dei cellulari UMTS e dei videogiochi interattivi –come le Sony playstation), nel dicembre dello stesso anno, il suo costo era salito all’assurda cifra di 380 dollari US. Tale picco di guadagno non poteva non attirare un’ingordigia sfrenata su larga scala (e… non essere foriera di eventi che peseranno sull’amanità come se tutte le galassie le cadesserom addosso). La storia del rating del coltan, da lì in poi, è tutta in discesa. Un pound costava 150 dollari, nell’Aprile 2001 e 100 dollari nel Luglio dello stesso anno; nell’Ottobre 2001, un pound di coltan era tornato a costare, come nel gennaio del 2000, 30/ 40 dollari e... intanto si era lasciato alle spalle centinaia di migliaia di morti e… sciacalli arricchiti inenarrabilmente… Casa dell’estrazione del coltan è la giungla tropicale congolese (cassaforte faraonica di ricchezze indicibili), sorvegliata da soldati armati: gl’invasori ugandesi e ruandesi, a oriente/ i soldati hutu, sostenitori del governo di Kinshasa, a occidente), che schiavizzano la popolazione, trascinandola nelle miniere con la forza. Molti siti stanziali sono diventati  villaggi-fantasma e riecheggiano soltanto della voce del vento e della disperazione di chi sogna di tornarvi: soltanto nel 2000, 10.000 persone sono state strappate ai villaggi e ridotte in schiavitù nelle miniere. La follia non ha limiti. Coltivazioni e allevamenti sono cessati  e la febbre dell’estrazione sta spingendo la nazione in un baratro a molte cadute (rese senza fondo dal sangue versato a maree, dalle folle in fuga e dall’ambiente naturale in pericolo).
    I gruppi armati locali s’impossessano del coltan e lo vendono ad acquirenti principalmente occidentali e/o asiatici (con grossi introiti) e organizzazioni criminali asiatiche ed europee trovano intercapedini ‘giuste’ per inserire nel marasma generale il traffico illegale di armi (che scambiano con il prezioso minerale). La popolazione (se non muore trucidata) muore nelle miniere, per sfamare, armare e arricchire i militari (con il coltan); là dove prima verdeggiavano i campi di grano fertili e belli della nazione e dove si produceva la verdura per la capitale, ora c’è solo sterpaglia. Tutte le attività sono state ‘uccise’ dalla guerra. Agricoltura e pastorizia non adornano più quella che era una terra benedetta da Dio (e che la cupidigia ha trasformato in maledetta).
Nomi e facce dei mandanti noti di un disastro annunciato
   Amici e nemici sono scesi sul Congo, come corvi affamati, nel 1998 (tra essi anche Zimbabue, Angola e Namibia) a spartirsi il ricco bottino delle risorse infinite di quel sottosuolo favoloso.   Il popolo congolese, per un breve periodo di tempo, ha avuto l’illusione di veder circolare denaro abbastanza facile. Una frenesia diffusa pareva toccarsi con mano, in quei tempi, tra la gente comune, quasi convinta di poter coltivare qualsiasi sogno. Sciami di ‘cercatori’ raccoglievano e vendevano il coltan, ricavandone buoni compensi, ma poi… fu emessa un’Ordinanza sul Monopolio delle Esportazioni e… il denaro lasciò le tasche dei poveri e affluì in quelle del Rassemblement Congolais pour la Democratie (RCD), ufficialmente ‘affiancato’ dalla truppe ruandesi (in realtà militarizzato). I poveri, che tali erano stati, non tornarono soltanto  ad essere tali, ma scoprirono che poteva ‘non esserci fine al peggio’. Coloro che erano stati sempre  commercianti locali, prima che la RCD imponesse il monopolio sulle vendite all’estero, dichiaravano 40 tonnellate di coltan al mese, vendute a 8 dollari US al chilo, e su di esse pagavano le tasse. I Ribelli appurarono cifre diverse (140 tonnellate in nero, vendute a un prezzo che andava da 30 a 80 dollari US al chilo, a seconda della qualità) e abrogarono le licenze, imponendo l’obbligo di vendere alla società creata da loro per la bisogna: Société Minière des Grands Lacs (SOMIGL), della quale la RCD possiede il 75%. La Somigl versa alla RCD, cioè ai Ribelli occupanti, 10 dollari su ogni chilo di coltan esportato (che, moltiplicati per 30 tonnellate settimanali, danno cifre che ‘valgono’ bene gli eccidi che cascano come ‘diversivo’ ben congegnato nel bel mezzo dei vari piani criminali). L’alibi ‘ufficiale’ del regime di monopolio-manfrina-rapina è “combattere le frodi”. La gravità di tutto ciò già esula da tutti i parametri umani di valutazione (per rientrare in quelli diabolici), ma c’è (se ciò è possibile) qualcosa di peggio:  il sedicente  Rassemblement ‘per la democrazia’ non solo derubò delle ricchezze nazionali i legittimi proprietari (schiacciati e macellati negli scontri tra esercito regolare ed eserciti invasori e in quelli tra eserciti ribelli/ ridotti in schiavitù e affamati), ma affidò, dulcis in fundo, la direzione della SOMIGL ad una donna il cui nome è Aziza Gulamali Kulsum. Questo gesto potrebbe sembrare ‘normale’ se non fosse vergognosamente e assurdamente (nonché indescrivibilmente) ingiusto. Quella donna è un’avventuriera arabo-burundese-Hutu. Si era  arricchita con il contrabbando di sigarette, oro, avorio, diamanti e armi ed era già proprietaria di una catena di negozi che acquistavano il coltan dai minatori e lo rivendevano ai ‘ricettatori’ esteri; aveva finanziato la ribellione Hutu (armando le mani assassine in Burundi) e dispone tuttora di una rete di ‘basi segrete’ in Congo (delle quali è la burattinaia che può provocare tutti i genocidi che vuole). Ha armato le mani hutu che hanno trasformato le strade in fiumi di sangue e, quando l’esercito tutsi è giunto dal Rwanda, scacciando gli Hutu dal Congo Orientale, ha voltato le spalle agli Hutu e si è alleata con i Tutsi (in nome del business e del dio denaro). Questa è la donna (insanguinata e rinnegata) che il Rassemblement Congolais pour la Democratie (che di democratico e di nazionale non ha neppure il nome, inventato da invasori) ha messo a capo di tutte le miniere (cioè della cassaforte nazionale e, quindi, delle ricchezze del popolo) del Congo.
  I destinatari finali della catena insanguinata del coltan, però, non risiedono in Congo: sono Sudafrica, Inghilterra, America, Russia e Kazakistan. Il Kazakistan è il primo (per ‘spessore’ di affari e di ‘capitale’ da coltan) e mi domando se sia orgoglioso di questo (triste) primato. Pare che la figlia del presidente kazako, Nursultan Nazarbayev (che è anche la suocera del Vassili Mette direttore generale della ULBA, la più grande ditta di estrazione e di raffinamento di uranio, i cui traffici si avvalgono di ‘collaborazioni’ con il presidente ugandese e con il di lui fratello) sia stata e sia la molla-mercato principale di tutto  il ‘movimento’ di coltan verso l’estero; in nome e per suo conto, molte società di facciata, insieme a vari soci belgi, si danno da fare da mane a sera, trasformandosi in avvoltoi sui luoghi di lavoro e riprendendo le loro sembianze umane prima di ogni ritorno al ‘focolare’.
Il mondo ‘civile’(?), per nostra vergogna, è il vero responsabile di innumerevoli crimini terrificanti e lo è, di sicuro, di quello che sta accadendo in Congo, perciò non si finga horrified di ciò che vede in TV, perché non è altro che la conseguenza diretta delle fila dolose tirate proprio da ‘lui’. Nessuno si scandalizzi di questa mia affermazione. Ecco spiegato l’arcano: si fece presto a condannare il Rassemblement Congolais pour la Democratie, quando, servendosi delle truppe ruandesi, sospese l’estrazione del mitico oro e trascinò (come gli antichi schiavi nelle piantagioni dell’America del Sud) interi villaggi nelle miniere, per incrementare l’estrazione del ‘nuovo oro’: il coltan. E certo, come si poteva non biasimare simili ‘nefandezze’ e come si può non biasimarle tuttora? Ci sfugge, però, che l’ordine imperativo di tale comportamento giunse dall’estero (e dall’Occidente, per la precisione). Fu Londra a dare quell’ordine, guardandosi bene dal prenderne coscienza, quando quotò, in borsa, il coltan a 400 dollari al chilo! Il comportamento del Rassemblement C. D. fu ‘l’effetto’ di quella precisa ‘causa’. I diamanti (che oggi vantano il fiabesco guadagno di 200.000 dollari al mese) hanno infiammato di cupidigia la storia, per secoli e secoli, senza fine. Si può immaginare solo lontanamente quanto sia capace di infiammarla il coltan, con un guadagno di un milione di dollari al mese… Questo minerale, ignorato e innocuo per millenni, oggi sembra uscito direttamente dall’inferno per tentare singoli e moltitudini e per invitare interi popoli a trucidare i propri fratelli… Paga, intanto, il cibo (e… le armi…) a 40 mila militari asserragliati lungo 1.600 chilometri… È una follia…   
   Preoccupato, per lo sfruttamento indiscriminato e incontrollato delle risorse congolesi, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tramite una commissione d’inchiesta, ha pubblicato, nell'ottobre 2002 un rapporto in cui si dice che le compagnie straniere presenti in Congo hanno praticato lo “sfruttamento illegale” e sono ora impegnate in un “saccheggio sistematico” delle risorse-ricchezze del Congo. Quel rapporto è un vero atto di accusa contro le compagnie che  sfruttano i giacimenti naturali del Congo, favorendo, senza scrupoli, la guerra civile. Vi fa la comparsa anche una sussidiaria della Bayer,  la H.C Starck (che raffina metalli di transizione come molibdeno, niobio, tantalio, tungsteno e renio e che produce semiconduttori per il mercato dell'elettronica e superconduttori di parti di precisione in leghe speciali e componenti ceramici). Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2003, visto il rapporto del 2002, ha espresso condanna dello sfruttamento delle risorse naturali (diamanti, smeraldi, uranio, oro e altri metalli preziosi) della Repubblica Democratica del Congo. Anche il Tantalum-Niobium International Study Centre ha manifestato chiara condanna di ciò che accade in Congo e ha espressamente chiesto ai suoi associati di non commerciare columbite e tantalite congolesi e ruandesi, di non finanziare, in tal modo, la guerra civile e di non rendersi corresponsabili dei danni ambientali causati dallo sfruttamento incontrollato.
La World Conservation Union lancia al mondo un grido allarmato: il coltan, prima discreto e ‘timido’ nel grembo della terra, rispettava la vita, ma ora, dalle ferite aperte e gigantesche (esposte allo sguardo del cielo, delle intemperie, del vento, delle scorribande e minacciose come crateri radioattivi) danneggia la vita umana e quella delle riserve naturali (tanto care alla World Heritage dell’UNESCO). Parchi-polmoni importanti per il Congo, per l’Africa tutta e per il mondo (come Kahuzi-Biega e/o Kapi) sono stravolti dalle folle di profughi sbandati, che li invadono e devastano (con l’abbattimento indiscriminato di flora e fauna). La tribù Mbuti risulta decimata. Lo stesso accade a Elefanti e gorilla… e… il mondo ‘civile’ che fa? Indossa una maschera (con mani finte congiunte), mentre con le mani vere ancora ‘attinge’ alla pietra dello ‘scandalo’, con   compunto finto-orrore/finto-pentimento/finti-proponimenti. 

 

I bambini-soldato

   Non conosco nazione che non si dica innamorata dei bambini e che non inorridisca di fronte alle prevaricazioni e ai genocidi che li comprendano. Mi domando come metabolizzino tutti i cadaveri di bambini (sparsi ovunque, nel Congo) le nazioni implicate nel commercio del coltan e nello sfruttamento indiscriminato di quella terra. Stando al rapporto che Amnesty International ha pubblicato in ottobre, in Congo ci sarebbero, ora, undicimila bambini-soldato e, poiché, soltanto prima dell’estate, nelle statistiche della Human Rights Watch ne comparivano soltanto tremila, la notizia è più terribile che mai. La situazione è così grave che è necessario chiudere le scuole, onde evitare che i militari vi facciano irruzione, s’impossessino dei bambini e li trascinino nei centri di addestramento del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo). Si dice, nel Nord Kivu, che, nel solo Cndp di Nkunda siano stati trascinati almeno duecento bambini, tra Agosto e Novembre. Il Messaggero (13 Novembre 2008) riporta che, a Bitonga, a una trentina di Km. da Goma, un’intera classe di 30 scolari tra i 12 e i 17 anni è stata trasformata in plotone. Mi è difficile accettare che i centri di addestramento non siano lontani dalle postazioni ONU (Monuc), che i caschi blu non possano muovere un dito (tranne in casi non ufficiali) per liberare i bambini e che possano prendersene cura soltanto quando e se essi si liberano da soli. Sono convinta che, quando i contingenti ONU compiono gesti provvidenziali, qualcuno dei responsabili debba ‘inventarsi’ tortuose ‘giustificazioni’ ufficiali, ma sono grata che ciò accada, di tanto in tanto. Ecco un esempio: durante la scorsa estate, quando la Caritas di Masisi è stata attaccata dai guerriglieri, proprio con l’intento di ‘appropriarsi’ dei bambini custoditi in quel luogo, la Monuc è intervenuta prontamente e ha evitato la cattura dei minori. I bambini-soldato che riescono a fuggire e a liberarsi, sono considerati ‘disertori’ e, se vengono ripresi, subiscono torture e anche la fucilazione, come spie nemiche, a meno che non si ottenga dall’esercito un certifcato di ‘smobilitazione’. Non è soltanto il Cndp ad ‘arruolare’ i bambini; ci sono anche altri gruppi armati, come le molte milizie Mai Mai che ‘vantano’ un numero di 1.300 bambini-soldato. Un accordo di pace firmato a gennaio, che vietava l’arruolamento di bambini, è stato ignorato e scavalcato dallo stesso esercito governativo, che ha ‘arruolato’, nei suoi ranghi, diversi minorenni. Capita anche che i bambini senza famiglia e senza possibilità di sopravvivenza si arruolino per scelta, non avendo altro modo per procacciarsi vitto e alloggio.

Il Congo e i virus vecchi e nuovi  dei cataclismi sociali (e non solo)  

La Repubblica Democratica del Congo ha un’estensione  notevole, che potrebbe coprire un quarto di tutta l’Europa. È una terra baciata da una fortuna immensa, che si è trasformata in una disgrazia immane. Possiede salomoniche ricchezze naturali (oro, diamanti, uranio, cobalto, rame, … coltan, legno pregiato e gomma arabica) che si sono trasformate in croce pesante e insanguinata… di colonizzazione-sfruttamento, dittatura e invasioni terrificanti. La gente di questo paese disgraziato e terrorizzato è passata letteralmente dalla padella nella brace, a ripetizione, e, dalle fiamme brucianti della brace insostenibile ha dovuto ricredersi sulla ‘padella’ dura e terribile, ma, comunque… dalle agonie meno trapassanti… Questo è il paradosso più abnorme che l’umanità possa subire e la fetta di umanità contenuta entro i confini congolesi ha subito tutte le sfumature dei paradossi più indicibili che l’universo conosca. Non c’è delitto peggiore della dignità annullata e dei diritti mancati; non c’è assurdità più grande della prevaricazione sistematica tanto atroce ed efferata da dettare leggi proprie di ‘gradazioni’ della degradazione estrema e del genocidio. Lo sanno bene coloro che hanno visto i loro cari letteralmente ‘abbattutti’, i bambini che hanno assistito all’eliminazione dei propri genitori e a cose come ‘l’assemblaggio’ di fosse comuni rigurgitanti di corpi aggrovigliati… e tutti coloro che sono scampati ai massacri, sia pure per qualche tempo, e che, per quel tempo sono stati grati di essere ancora vivi (sentendosi, nel contempo, annichiliti come creature respiranti e in colpa per il respiro dei loro cari che non avrebbero più udito). La situazione di questo popolo è sempre stata tragica, ma la cosa che colpisce allo sterno, come un colpo proibito, è il ‘diagramma’ della tragicità che si evolve in salita, fino al punto della dissonanza assoluta e del non ritorno. E vien fatta di domandarsi come sia possibile che bipedi respiranti possano giungere a tanto e… ancora pretendere (nel senso inglese del termine) di appartenere alla categoria umana (o anche solo degli esseri viventi).

  La colonizzazione ha sfruttato quella terra e ha lasciato non pochi segni della sua ‘interferenza’ dannosa nella storia etnica del luogo e nel processo naturale e giusto del suo sviluppo. I colonizzatori hanno lasciato storture pregresse su cui si è innestata la dittatura di Sese Seko Mobuto, la ‘brace’ dopo la ‘padella’, ma per la popolazione Congolese non doveva esserci fine al peggio…, poiché quella ‘brace’ sarebbe diventata ‘padella’, quando, a partire dagli anni ’90, sarebbero iniziate le invasioni degli eserciti di paesi confinanti e di bande di mercenari, scatenando la guerra civile e fomentando gli scontri etnici fratricidi (e gl’inenarrabili orrori che si sarebbero consumati nelle province di confine).  

    Ciò che accade nei giorni nostri in Congo viene definito ‘Guerra Mondiale Africana’, a causa del numero grande di Stati e di eserciti che coinvolge e della violenza cruenta che implica. Gli accordi di pace firmati nel 1999 sono stati cancellati (e orribilmente ‘giustiziati’) subito dopo, culminando in conflitti-horror che, entro il 2002, hanno fatto 3.3 milioni di morti e 3 milioni di sfollati. I bambini, il 50% della popolazione congolese, hanno pagato il maggior tributo alla follia omicida dei ‘formicai’ umani infettati da una furia omicida distruttiva senza precedenti (e Dio voglia che sia senza seguito…). I bambini e i civili che sono morti trucidati gridano, dalle posizioni più assurde dei loro corpi straziati, il loro why al cielo, ma quelli che sono morti di stenti, di fame, di malattie e di assenza (d’acqua e di mano amica)… gridano un perché talmente assordante che il silenzio ne esplode-implode a ripetizione (come fuochi d’artificio autorigeneranti e insieme autodistruggenti). Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha risposto all’emergenza con una forza multinazionale di pace, a Bunia e, dal 2003, con l’invio di 10.800 caschi blu (Missione dell’ONU per il Congo- Monuc), in Ituri, nel Nord e nel Sud Kivu. Era abbastanza? Serviva a qualcosa? La risposta è no: no, perché i meravigliosi caschi blu sono ippogrifi cui sono state tagliate le ali e cui è stato impedito di librarsi, per i salvataggi da effettuare con fulmineità ed efficacia; no, perché i caschi blu, con i carri armati bianchi, sono dei simboli armati lasciati, in realtà, disarmati e alla mercé della violenza di ogni gruppo di straccioni sanguinari che voglia lordarsi di sangue e di esso nutrirsi; no, perché i caschi blu non devono interferire nelle ‘cose’ interne e devono lasciare che agnelli sacrificali (donne-bambini-vecchi compresi) innocenti e indifesi vengano trucidati tranquillamente; no, perché le truppe ONU sono soltanto un deterrente che tale non è, dal momento che devono starsene a guardare e tenersi in disparte, mentre mostri veri, o parodie patetiche di essi, si battono il petto, imitando gli scimmioni, e si scatenano nello smembramento osceno dei ‘nemici’ (cioè di creature umane indifese e innocenti),  ignorando che nel confronto sono meno idrocefali gli scimmioni (comè avvenuto in Rwanda, nel ‘94). 
   La presenza della Monuc ha, in qualche modo, tenuto calma la zona, fino al 2004 (fino a quando, forse, non è stato chiaro che ‘gli Stranieri’ armati non avrebbero usato le ‘armi’); poi la violenza è esplosa di nuovo e non ha mai smesso di seminare orrore e terrore. C’è l’ONU a Kiwandja, eppure, a poche centinaia di metri dai suoi quartieri generali, le strade, le case, i cortili sono stati e sono invasi dai morti. Giovani uomini fermati nel gesto di vivere giacciono accanto a donne trucidate; bambini innocenti dormono il sonno eterno e imputridiscono accanto a vecchi assassinati. Lo ‘spettacolo’ è terrificante. I giornalisti s’intrufolano ove possono e contano, guardano, riferiscono (al mondo) dei genocidi continui perpetrati da più parti (vedi il Cndp- Congresso nazionale per la difesa del popolo- comandato da un prete tutsi con il grado di generale, che, per riconquistare i quartieri ostili, elimina anche gli Hutu congolesi civili che trova sulla sua strada). Mai Mai e Cndp, uccidono, violentano, trucidano, a poca distanza dall’ONU (Monuc). Tutti sono fuggiti, ONG incluse; coloro che si fidavano di loro non rivedranno le loro facce, perché moriranno, o non si fideranno mai più delle presenze dei giorni buoni pronte ad abbandonare ‘gli amici’ nei giorni cattivi. Pochi coraggiosi volontari (i Medici Senza Frontiere sono tra loro) restano tra la gente, assistendo malati e partorienti, senza alcuna garanzia per le loro vite coraggiose. A loro my heart goes e… a quelli dei caschi blu di ogni grado e nazionalità che, armi in pugno, trincerati nei loro compound protetti, sentendosi fuori luogo-frustrati-delusi e disperati di non poter uscire, accorrere-soccorrere-salvare-aiutare-fronteggiare ambasce e pericoli insieme ai più poveri-diseredati-indifesi e abbandonati, facciano ‘deroghe’ agli ordini ricevuti e divengano soccorso preventivo per le vite che ancora possono essere salvate.
   Un summit della regione dei Grandi Laghi si è tenuto a Nairobi. C’era anche Ban ki-moon a quel vertice di emergenza, e… intanto Laurent Nkunda (appoggiato dal comando politico-militare ruandes) guida il Cndp, assediando il Kivu (e sostenendo di non aver ammazzato civili, ma solo militari-ribelli-nemici). Per molti, Nkunda è un rinnegato. Molti altri sostengono che egli sia un grande eroe animato da vero valore militare, poiché con solo 10000 uomini, ha saputo fronteggiare e mettere in fuga le varie migliaia di nemici (peraltro vilmente fuggiti). Altri ancora sostengono che, dovendosi battere con gli stessi Hutu sanguinari che hanno abbattuto la sua gente a colpi di bastoni chiodati e machete, egli debba sparare su tutto ciò che si muova. Per i Tutsi è sicuramente il solo baluardo contro la furia degli Hutu. Lascio ai Posteri questa ‘sentenza’ che, al punto in cui il Congo è, non ha importanza.
   Ciò che ha, invece, importanza è: a cosa servono i ‘vertici’ vari, se la gente continua a non avere salvezze-rifugi-difesa...? Il responsabile Onu delle operazioni per il mantenimento della pace, Alain Le Roy, il 5 Novembra ha annunciato che i caschi blu hanno ''istruzione'' di ''sparare'' per proteggere la citta' di Goma, nell'est della Repubblica democratica del Congo. Questa buona notizia (che arriva trppo tardi) attenua la milionesima parte della delusione che provo per questo ONU così ammanettato dalla ‘pace’ (per la quale è nato e si è sparso per il mondo) da assistere impotente ai genocidi più sanguinosi del mondo, senza intervenire. È vero che immaginare i bianchi carri armati dell’ONU insanguinati fa venire i brividi, ma è anche vero che tutti i morti che lastricano le strade e che, difesi dalle armi dell’ONU, potrebbero essere vivi suscitano brividi ancora peggiori. 
 

T U T S I    E HUTU


  Tutsi (il cui nome deriva da una regione del Burundi, chiamata bututsi) e Hutu erano stati da sempre parte di un’unica popolazione e avevano vissuto in pace, mescolandosi e formando gruppi familiari promiscui, senza avvertire o evidenziare differenze sostanziali e senza risentire di divisioni varie, se non quelle delle caste pacificamente assortite, fino a quando il dominio coloniale non trovò il modo di scavare ‘tincee’ simboliche. La colonizzazione dei popoli da parte di altri popoli è stata una piaga invasiva che ancora non ha finito di sfogare le sue fistole purulente e che si è ripercossa su Tutsi e Hutu in modo terrificante. I Tedeschi e i Belgi colonizzarono le terre di queste genti, ma furono i Belgi, per quel che ne so io, a giocare con i fenomeni dei clan (proprio non conoscendoli e sottovalutandoli a tutta ignoranza) e con quelli delle caste di cui i clan erano parti vitali. È stato quello il periodo responsabile degli squilibri-convivenza tra Tutsi e Hutu. È stato quello l’inizio ‘dell’uso’ di quel popolo a vantaggio dell’invasore. I colonizzatori, hanno trovato comodo dare importanza e potere all’aristocrazia tutsi, a svantaggio dell’etnia hutu, e accentuare caratteristiche somatiche e attitudini della minoranza (Watussa) tutsi, che aveva convissuto, prima della colonizzazione, in pace con i ‘Pigmei’ hutu’ e che avrebbe continuato a farlo per sempre, se nessuno avesse intralciato il corso normale della vita serena delle classi sociali bene assortite e affiatate anche con quella Twa (di percentuale minima e di statura ‘normale’ e praticamente ignorata dalla colonizzazione insieme alle infinite varietà-cultura tribali). Le caratteristiche somatiche di quelle che i colonizzatori scambiarono per etnie, in realtà, non riportavano differenze rilevanti e non rappresentavano fonte di discrimine nello scorrere pacifico della vita di ogni giorno, fino a quando gl’invasori occidentali non hanno cominciato a stabilire vere e proprie consuetudini di differenze ‘etniche’ (costruite praticamente a tavolino e trasformate persino in documenti scritti che identificavano e definivano gli esseri viventi di quella terra) e a mettere a dimora veri e propri semi di gelosie e di ingiustizie (mine vaganti che sarebbero esplose a ripetizione, nei tempi successivi).
   I coloni scambiarono le caste per etnie e ne stravolsero la natura con dolosa interferenza, ma erano talmente egocentrici da credersi potenti come dèi e da pensare di potersi ‘scegliere’ come interlocutori degl’Indigeni (i Tutsi) presumibilmente derivanti da razze superiori (e perché, per compiacere il loro ego tanto gigantesco quanto ottuso, non pensare che i Tutsi fossero addirittura i superstiti della miracolosa Atlantide?). Sembra incredibile, ma questo è proprio ciò che accadde: i coloni si ersero a ‘padroni’ plenipotenziari di quelle genti e imposero gli altissimi Tutsi agli Hutu, convinti di creare, in tal modo, una gerarchia di ‘razze’ diverse che avrebbe funzionato per sempre (negli orizzonti angusti delle menti dei colonizzatori, come poteva non funzionare? La razza ‘superiore’ messa a capo della razza ‘inferiore’ era il solo ‘modello’ che consocessero). E hanno innescato un disastro che avrebbe dato i frutti terribili che ancora ‘fioriscono’ di orrori e che avrebbero causato genocidi come quello del Luglio 1994, in Rwanda, nel quale, per 100 giorni di seguito, i gruppi paramilitari hutu Interahamwe e Impuzamugambi si ‘onorarono’  di ‘abbattere’ con lo ‘stoico sfinimento’ di convinti taglialegna ‘dignitosi’, con bastoni chiodati e machete, un numero di persone (tutti Watussi tutsi, con una piccola percentual di politici Hutu moderati) ‘non inferiore’ a 800.000 e ‘non superiore’ a 1.071.000 (l’orrore degli orrori alligna, ramifica, radica e prospera, da prima della storia, in numeri come questi, sempre ipotizzati per eccesso e, infine, ‘approssimati’ per ‘difetto’ nell’ordine di centinaia di migliaia di vite umane che valgono come polvere di zanzare di palude di fronte alla tracotanza del male che s’incarna e si rigenera nella feccia dalle sembianze umane). 
   Classificando la gente in base a supposte caratteristiche fisiche (e di status sociale) e dividendola in Tutsi e Hutu, i Coloni insegnarono la discriminazione sistematica alle etnie ingenue, che non si erano mai considerate ‘superiori’ o ‘inferiori’ le une alle altre. Il problema era stato soltanto di casta, poiché il re, l'umwami, era appartenuto al clan tutsi degli Abaganwa. Ciò, senza interventi alteranti, avrebbe fatto parte delle consuetudini di vita-dati di fatto (come la notte, il giorno e le stagioni).
   Quegli ‘interventi’, però, ci furono e seminarono, in altre parole, il razzismo più bieco e perfido, affidando ai più ricchi e duttili Tutsi (che presupponevano più vicini alla razza caucasica e, perciò, ‘superiori’ per maggiore ‘vicinanza’ alla razza del colore ‘giusto’- quella bianca)  tutti gl’incarichi di prestigio e rendendoli invisi agli Hutu oltre ogni immaginabile misura. Chi ha sentito le notizie al telegiornale, negli anni recenti, ha captato soltanto i termini ‘Tutsi e Hutu’ ricorrenti, ma poi ha confuso una notizia con l’altra, perché i luoghi non parevano mai gli stessi… 
   La verità è che ‘il Bianco’ ha causato al mondo molti mali e che quello causato alla terra d’Africa trova il suo apogeo negli eccidi (perpetrati ai danni di un numero infinito di persone) dovuti a rivalità etniche e stermini di massa che hanno avuto il loro ‘epicentro’ in  Rwanda, e che si sono allargati al Congo, a ovest, all’Uganda, a nord, al Burundi, a sud e alla Tanzania, a est.  
  
Ecco una piccola sintesi-cronologia: Rwanda e Burundi formavano, allora, la colonia tedesca chiamata Ruanda-Urundi.  Gli Hutu avevano accumulato odio e rancore sufficienti a rivoltarsi,  nel 1959, con tutta la ferocia delle tradizioni tribali, contro la monarchia tutsi. La prima conseguenza fu il referendum del 1961 e la seconda fu l’indipendenza (1962). Quella fu l’indipendenza più insanguinata della storia, perché causò uno sterminio senza precedenti di Tutsi (centomila è la cifra approssimata sicuramente per difetto) e la loro fuga in Uganda e Burundi. Credo che proprio quell’emigrazione abbia innescato in Burundi, nel 1966, i colpi di stato a catena, alimentati dalle due etnie ‘famose’ e finiti con la salita al potere dell’aristocrazia Tutsi. Gli Hutu tentarono un colpo di stato (1972) e provocarono lo sterminio, da parte del governo, di almeno 200.000 Hutu. Il generale Hutu Juvenal Habyarimana, in Rwanda fece un colpo di stato (1973) e instaurò un regime dittatoriale (1975).
   Il Burundi, dopo essere stato nuovamente insanguinato da decine di migliaia di morti (1988), ebbe un governo parlamentare a maggioranza Hutu, ma aveva fatto i conti senza l’oste, perché l’esercito, che era in mani Tutsi, diede il via a una sanguinosa guerra civile, che portò una marea senza fine di profughi (almeno un milione) nei paesi confinanti. Il Rwanda aveva l’85% della popolazione di etnia hutu, che rappresentava ormai il potere dal 1959, ma i Tutsi non avrebbero mai deposto le loro insegne guerriere. Questo irriducibile coraggio sarebbe valso ai Tutsi l’ammirazione incondizionata di molta gente, nel mondo.

   Nacque e si organizzò in Uganda il Fronte Patriottico Ruandese (RPF), formato da esiliati Tutsi. Il presidente ruandese Habyarimana firmò, nel 1993, l’accordo di Arusha, con il quale concedeva all’RPF un ruolo politico e militare importante in Rwanda. Quella sua apertura alla democrazia e il cambio di tendenza che avrebbe impresso alla politica feroce che aveva contraddistinto tutto il passato di quella nazione, costò al presidente la vita. L’aereo presidenziale fu colpito da un missile terra-aria (1994); insieme al presidente ruandese morirono alcuni esponenti del governo e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira. Era il 6 Aprile. Si sospettò che a fare l’attentato fossero stati alcuni membri estremisti del partito presidenziale, contrari all’accordo di Arusha, o lo stesso RPF, che non si fidava e temeva che i patti non sarebbero stati rispettati. Molti sospettarono che a tramare l’uccisione del presidente fosse stata la stessa moglie, che, in quell’occasione, non era salita in aereo. Ciò che accadde il giorno dopo, il 7 Aprile, dà corpo, a mio avviso, alla prima ipotesi: a Kigali, le Forze Armate Ruandesi (FAR) cominciarono a macellare sistematicamente i Tutsi ancora presenti nella popolazione, la guardia presidenziale democratica e moderata, i miliziani del Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo sviluppo e i giovani hutu di belle speranze e di idee equilibrate. L’episodio più condannabile e vergognoso di quella mattanza (il cui boato informe innalza al cielo ancora urla raccapriccianti-gemiti-rantoli-lamenti-preghiere-sciabordio di sangue) fu la voce di una sottospecie di mostro-ominide di nome Kantano che, dalla radio chiamata RTLM, dava il segnale di inizio della mattanza, invitando a seviziare, macellare e mutilare nei modi più orrendi esseri umani della sua stessa razza, che parlavano la sua stessa lingua, mangiavano i suoi stessi cibi, professavano la sua stessa religione (e che la sua voce orribile e stridula definiva ripetutamente “scarafaggi”, nella sua sanguinaria ubriacatura di abominevole creatura informe dei verminai abissali). Le vittime macellate, con pianificata follia, furono un milione. I macellai, incoraggiati e organizzati, si mettevano al ‘lavoro’ e si ‘sfinivano’ letteralmente, abbattendo a mano, con bastoni chiodati (importati – indovinate da dove?-  dalla Cina!) e con i machete che, dopo tanto ‘impiego’, non erano più tanto affilati… L’orrore più enorme fu, forse, quello dell’Istituto Tecnico di Gikongoro, dove furono lucidamente macellate 27.000 persone (tra cui i giovani, i cervelli e i vivai del futuro di quella terra) al ritmo di ottomila al giorno, che vennero ammassate nelle fosse comuni preventivamente preparate. Si racconta che il sangue fosse così tanto da debordare e da intridere il terreno circostante… 
   Il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) tentò il colpo di stato in Rwanda e salì al potere, dando un’inversione di marcia al genocidio che si ritorse contro gli Hutu. La guerra civile divenne un oceano di sangue. I profughi Hutu si rifugiarono in Congo, dove i Tutsi, nel 1996, li trucidarono a migliaia. La Tanzania fu accusata di dare rifugio nei suoi campi-profughi, ai ribelli Hutu.
   Le acque tanzaniane si fecero veicolo di trasporto per i corpi senza vita che scendevano a valle e galleggiavano come stracci nel bellissimo Lago Vittoria. Il buonissimo pesce tilapia, che vive in quelle acque, prosperò più che mai, ingrassato dai cadaveri numerosi; nel ‘97/’98, guardando il lago, mi sentivo ancora invadere dallo sgomento e non potevo indurmi a mangiare il pesce più squisito e prelibato dei ristoranti di Mwanza. Non posso ancora tornare a quel luogo con la mente, senza sentirmi invadere da un innominabile malessere generale, al pensiero del lago, dei pesci e dei ‘visitatori’ galleggianti (senza vita, senza volto, senza funerali, senza nome, senza ‘lacrimata o illacrimata’ sepoltura). 
    L’altalena impressionante delle vendette-rivendicazioni e dei genocidi tra Tutsi e Hutu è divenuta architettura di un odio storicizzato senza fine (e senza scampo), che oggi è esploso di nuovo come un vulcano che non abbia mai smesso di covare la sua micidiale forza di propulsione devastante.
    E pensare che gli Hutu erano degli agricoltori pacifici e meravigliosi e che i Tutsi erano allevatori, mettevano il bestiame al primo posto nella vita, ne facevano oggetto di cure e di attenzione e vi tessevano attorno tutte le manifestazioni familiari e sociali della loro vita da singoli individui (Umututsi) e della loro vita collettiva (abatutsi). Non conoscevano distinzioni etniche, in origine, e sono giunti a ‘qualificarsi’ oggi come Tutsi o Hutu, per un ‘vizio di forma’ lasciato loro in ‘dono’ come una pediculosi inestirpabile e letale.  

 
L’ONU e le ferite (divenute cicatrici infette)
che non potranno guarire senza appropriata ‘chirurgia’…


Il genocidio ruandese avrebbe potuto essere evitato… L’ONU avrebbe potuto prevenirlo (e non lo fece)!!! Ciò è un macigno moltiplicato per infinite migliaia di macigni, che si moltiplicano a loro volta per un milione di vittime e pesano più dell’intero mondo e di tutti i pianeti messi insieme (sulla coscienza di qualche creatura aliena- responsabile- cui mi rifiuto di riconoscere l’appartenenza al genere umano). Chi-come-quando mai potrà perdonare a quel qualcuno (o più d’uno) il mancato gesto preventivo di un massacro senza confronto, che ha irrigato la terra con plasma umano e con il rantolo estremo dell’agonia ripetuta per migliaia e migliaia e migliaia… di volte. L’allora comandante delle forze ONU in Rwanda, il maggiore generale canadese Romeo Dallaire, inviò all’ONU una richiesta urgente d’intervento, via fax. Un pezzo di detto fax diceva: “Dal momento dell’arrivo della MINUAR, (l’informatore) ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i Tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille Tutsi./…/l’informatore è disposto a fornire l’indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi… Era pronto a condurci sul posto questa notte- se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione”. Il messaggio militare-marziale e rispettoso, in quel punto diveniva preciso, urgente e pressante nei limiti consentiti dai gradi e dalla posizione, ma, alla faccia di tutto ciò, nessuno si degnò di dargli la giusta importanza:  il Dipartimento per le Missioni di Pace dell’onu, in New York, non degnò di alcuna richiesta d'intervento né la Segreteria Generale nè il Consiglio di Sicurezza, ignorando pari pari l’informativa doverosa e coscienziosa del comandante di quel particolare contingente (che attese invano il cenno che aspettava, per uscire con i suoi uomini, prendere dei provvedimenti e bloccare l’allestimento del mattatoio più spaventoso della storia). Mi domando come abbia potuto un uomo abituato al comando (come un generale) sopportare una simile onta (quando essa implicava il genocidio abnorme che poi accadde e che i Posteri potranno soltanto ingigantire e mai sminuire) e perché, in barba all’ubbidienza imposta da divisa e gradi,  egli non abbia potuto (o saputo) prescindere dagli ordini (peraltro mai arrivati) e agire (in nome di Dio!). Ci sono assurdità che la ragione non potrà mai accettare e questa è una di esse e ci sono azioni di singoli o di pochi che marchiano a fuoco interi popoli e più popoli, in un colpo solo. Quell’azionaccia innominabile di quel particolare  dipartimento dell’ONU ha marchiato l’intera organizzazione ONU, tutta l’America e tutto l’Occidente come colpevoli di condannabile indifferenza di fronte a cose-eventi che non tangano il loro mondo, i loro cuori e le loro tasche. I 2.500 uomini di cui Dall’aire disponeva, un mese dopo l’inizio di quel gigantesco massacro, erano ridotti a 500: i rapporti continuarono a piovere alla Commissione per i Diritti Umani, sempre più pressanti, ma gli USA posero un veto irremovibile e malefico che portò il Consiglio di Sicurezza a non riconoscere il genocidio in Rwanda: esso era sotto gli occhi del mondo intero, ma, se gli USA dicevano che non c’era, per il Consiglio di Sicurezza non c’era. A chi e a cosa poteva (e può) servire un simile Consiglio di Sicurezza (e, soprattutto, di quale sicurezza si faceva garante?). E la Commissione per i Diritti Umani, quanto si poteva (e si può) battere e per i diritti di chi? E ancora: se l’ONU era formato da vari organismi-compartimenti e nessuno di essi ha realmente avuto la possibilità di ‘contare’ qualcosa e di difendere un milione di vite umane, quanta possibilità può avere veramente ogni organismo separatamente da tutto il carrozzone mastodontico dell’onu…? A che cosa serve averlo ‘congegnato’ con varie e specifiche ‘accezioni’? Mi piacerebbe sapere che almeno un ‘ramo’, per piccolo che sia, potrebbe dissentire e lottare al fianco dei miseri pìù miseri e dei dimenticati, ma non vedo spiragli. Il Rwanda era un mattatoio generale e nessuno muoveva un dito. Varie nazioni inviarono i loro contingenti solo per proteggere i loro cittadini. La Francia, che, anni prima, aveva addestrato le FAR, non solo non fermò i massacri, ma addirittura, all’arrivo delle FPR tutsi, appoggiò gli Hutu in ritirata. Gli Usa (resi ‘timorosi’ dal massacro dei soldati americani avvenuto cinque mesi prima, nella battaglia di Mogadiscio) si decisero a parlare di genocidio soltanto due mesi dopo, ma riconosco loro il diritto di libertà di pensiero (che non riconosco, invece, all’ONU, che come diritti dovrebbe ‘adottare’- e non lasciare ‘orfani’- quelli del mondo e come religione dovrebbe avere la difesa della vita umana). Anche l’ONU, probabilmente, era stato bloccato dal timore di andare a parare in un altro fallimento (con tanto di morti) come quello dell’operazione Ristore Hope patita in Somalia come UNISOM, ma la cosa offre poca consolazione, alla luce dello sterminio ‘senza quartiere’ che fu permesso in Rwanda (definito genocidio anche da papa Giovanni Paolo II e stigmatizzante -per ‘connivenza’- parecchi cattolici -che non avrebbero difeso la gente all’80% cristiana). Il contingente ONU (lì e allora chiamato UNAMIR) fu in Rwanda fino al 1996 (per assistere e proteggere le popolazioni dal massacro), ma la verità è che si rese utile soltanto quando il genocidio si fermò (per inerzia tutta sua). Il biasimo generale che tutto ciò guadagnò all’ONU fu la causa del ritiro della missione nel Marzo ’96, ma, se la vergogna fu grande, il tributo di sangue pagato dai caschi blu pesa sulla bilancia del bene e, in qualche modo, rincuora. È vero che nulla di ciò che avrebbe potuto essere fatto dall’ONU accadde in tempo, ma è vero anche che alcuni suoi uomini persero la vita: 22 caschi blu lasciarono le loro giovani vite in quell’amara e insanguinata terra d’Africa, che non era la loro patria, in una guerra, che non era la loro guerra,  e, insieme a loro, tre osservatori militari, un membro civile della polizia in collaborazione con l’ONU e un interprete. Immagino i loro spiriti aggirarsi, oggi, tra gli stessi spettacoli terribili, affiancare gl’innocenti in fuga in Congo e tentare di farsi scudo davanti a loro; immagino anche che essi abbiano nostalgia dei loro corpi mortali, nel sostare accanto ai corpi della gente ammazzata, soltanto perché non possono accompagnare la preghiera al sollievo e al calore delle lacrime (che sono ancora e sempre la trasparenza vera delle anime…).
   Quella del genocidio ruandese fu una pagina-epigrafe per la giustizia (che parve estinta del tutto), perché sia mandanti che esecutori dei genocidi trovarono scampo, in gran numero, negli Stati confinanti (vedi l’allora Zaire -oggi Repubblica Democratica del Congo- e Burundi) che, infettati dagli stessi malesseri razziali, hanno pagato (e ancora pagano) un ‘fio’ terribile (per aver nutrito la serpe in seno): vedi la prima e la seconda guerra del Congo (1996/1997- 1998/2005), la guerra civile del Burundi (1993/2005) e i terribili accadimenti odierni in Congo. Quei tempi bui resteranno a vergogna di singoli e di collettività consapevoli e inconsapevoli, anche perché, a più di dieci anni, i criminali autori delle stragi non sono stati chiamati a rispondere di ciò che hanno commesso. Ancora una volta l’Occidente non sa come risalire la china della vergogna, perché continua a precipitare senza mai toccare il fondo: alcuni di quei criminali sono ospitati e protetti da qualche paese occidentale (uno di questi -indovinate un po’?- è la Gran Bretagna, che camuffa la sua mala fede con la ‘scusa’ ben nota di mancanza di trattati di estradizione con il Rwanda e che deve avere motivi nascosti sicuramente non imparentati con i diritti umani e con i valori ad essi legati). 
L’ONU, purtroppo, così com’è, può portare avanti la sua funzione (disarmament/ peacemaking/ peace-building/ peacekeeping) soltanto a livello strategico e diplomatico, ma non potrà mai realizzare i fini nobili che si prefigge (justice/ human rights/ international law); sarà sempre e soltanto in condizione di prevenire nient’altro che scaramucce senza importanza, perché, di fronte al divampare di conflitti veri (e di stragi in cui il sangue scorre a fiumi e le vite umane vengono mietute come grano maturo e annientate come falene falcidiate) si trova a dover subire e tacere (e a fare la figura dello scarafaggio o della tartaruga caduti sul dorso). Un Onu che, di fronte a popoli meno evoluti e bellicosi (con i quali soltanto la forza è efficace) deve bendarsi gli occhi e farsi i fatti suoi (come gli omertosi di fronte alle mafie più efferate e temute) è causa persa in partenza. La pace è un bene prezioso (il solo che permetta alla vita di fiorire e di elevarsi, nel benessere –sperabilmente equo- fino ad apprezzare la bellezza fatta arte multiforme) ed è, purtroppo, anche un bene raro: come si può pretendere di difenderlo (dai criminali privi di etica di sorta) senza fare nulla e soltanto (ove possibile) a parole (o tacendo e stando a guardare)? La pace, proprio perché è così preziosa, va difesa (specialmente là dove vige la legge della violenza e del mors tua vita mea) e va difesa da forze internazionali soltanto, senza ‘guida’ di Stati particolari, che possano suscitare nelle nazioni ospitanti la sensazione di ‘invasione’. Occorre un ONU che sia ‘forza’ internazionale e non ‘debolezza’ internazionale ( ma che sia anche sganciato da influenze-interessi-nazionalismi): perché essere presenti in una terra martoriata se si può soltanto assistere alla sistematica mortificazione di tutti i diritti umani esistenti (ivi inclusi quelli a respirare,  ad esistere e a sopravvivere)? Che significato hanno dei ‘militari’ che agli occhi della gente delle nazioni ospitanti sembrano tutti uguali/ che differenza fa che appartengano a varie nazioni e non a una soltanto, se tutti indossano la stessa divisa e lo stesso atteggiamento di ‘non interferenza’ che, di fronte a prevaricazioni orrende (non impedite), diviene ‘connivenza’? Io credo che quei meravigliosi giovani bene addestrati meritino di non dover ‘subire’ la vista di spettacoli indicibili e indecenti senza avere voce in capitolo e senza poter muovere un muscolo o intervenire efficacemente; credo che meritino di poter cambiare le piccole e grandi cose che possano fare la differenza tra la loro presenza e la loro assenza nelle terre ospitanti. I caschi blu (siano essi singole unità/ gruppi o interi plotoni), allo stato presente dei fatti, quando assistono a violenze sulle donne o su qualunque parte dell’umanità, devono fare finta di non essere dove sono e di non vedere (per obbedire a ordini di non interferenza con le faccende ‘locali’); come non domandarsi: “Perché ce li mandano, allora?” Sono sicura che i giovani siano orgogliosi di indossare quel casco e quella divisa (per gli ideali belli di cui si fanno stendardo) e che rendano loro  merito, facendosi vento di interventi benefici e di crescita, in tempi di pace, ma sono altrettanto sicura che, in molte circostanze, di fronte a luoghi dove Dio sembra assente e il demonio incistato nelle manifestazioni umane, soffrano terribilmente di non poter fare il dovere che è un must per qualsiasi soldato. Il Darfur è un altro dei luoghi-prova lampante dell’inadeguatezza dell’ONU attuale. Una forza internazionale, cioè l’ONU, occorre come il pane al mondo, ma deve essere ‘rinnovato’ nelle ‘posizioni’ essenziali del suo rapporto con i popoli da salvare (prima e al di sopra di tutto) anche ‘fisicamente’ (quando vengono trucidati), ma di questo argomento parlerò in altra sede (tutta all’ONU dedicata).
 

Conclusione-Appello

 
  Gli argomenti trattati in questo articolo sono difficili da comprendere e molto più difficili da accettare. Sono sicura di una cosa, però: nessuno dei lettori (uno su uno/ dieci su dieci di essi) approverà la violenza e il genocidio. Forte di questa consapevolezza, mi accingo a scrivere la presente breve conclusione. Vorrei chiedere un grosso favorea coloro che pensano di regalare (ai loro figli o ad altre persone) dei cellulari: “Regalate telefoni di generazioni meno recenti, che hanno ottime prestazioni all the same e che non conoscono ancora l’uso dell’insanguinato coltan. Comprate articoli di alta tecnologia che abbiano buone prestazioni e che non siano delle ultime generazioni”. So che cosa sto chiedendo alla gente… Una richiesta di questo tipo può sembrare  cosa di poco conto a chi la legga superficialmente e, soprattutto, a chi non abbia figli appartenenti alle varie fasi dell’età evolutiva. ‘Quelli’ (cioè coloro che hanno detti figli), se dovessero decidere di accettare questo appello, si troveranno, di colpo, mutati in tanti Don Chisciotte (se non in Sancio Panza o addirittura in Ronzinante), perché avranno di fronte apparentemente dei ragazzini-adolescenti-giovani e basta, ma, in realtà, dovranno combattere tutte le forze invincibili (?) che stanno dietro le richieste dei loro figli e vi assicuro che non sono né poche né trascurabili. Tutte le ditte produttrici e gli esperti del marketing accanito (fatto di gente che sa che cosa fa e di ‘fior fiori’ di psicologi bene edotti sull’inconscio infantile-adolescenziale-giovanile e su tutte le sue implicazioni anche oniriche) uniranno le loro forze, per ‘sconfiggere’ il genitore coraggioso di turno (che voglia dissociarsi da ciò che avviene in Congo e insegnare al proprio figlio ‘una qualche lezione’) e, per quanto strano possa sembrare, sarà come se tutti quegli esperti fossero proprio lì, nella sua casa, a sorridere al ragazzo in questione, a incoraggiarlo e dargli ‘voce in capitolo’ e, soprattutto, a dare torto al genitore, deridendolo e facendolo sentire inadeguato-superato-barbagianni e fuori contesto. So, perciò, alla luce di tutto questo, che cosa sto chiedendo (a chi si appresti a regalare articoli tecnologici ai propri figli), invitandoli allo ‘sciopero’-‘astinenza’ dal coltan … Non mi faccio molte illusioni, in ogni caso, ma conto sui lettori di Tellusfolio (che appartengono a una cerchia di gente abituata a usare le proprie miningi e a non lasciarle arrugginire sotto il flusso di un’inerzia indotta e subdola alla pari dell’ipnosi) e…sulle sorprese buone che le nuove generazioni hanno in serbo (per fortuna e il più delle volte) per i più vecchi (un po’ scoraggiati). I giovani hanno il dono della sensibilità e sanno, a volte, captare l’essenza delle cose: a loro volgo la mente (e un anelito di speranza grande quanto il Congo tutto/ tutta l’Africa/ tutta l’Italia/ tutto il mondo/ tutti i Natali/ tutte le Epifanie/ tutti i Carnevali/ tutti i San Valentino/ tutte le feste della mamma e del papà/ tutte le feste del mondo/ tutto l’universo…). Ci sono, però, anche ‘giovinezze’ avulse da ‘tacche’-età: ai ‘giovani’ da  zero a cento anni auguro, anche se con molto anticipo, buon Natale e… natali- alba imminenti  di ere più giuste (e più ‘eque’). 

POST-CONCLUSIONE: Ho SCRITTO questo articolo e l'annessa CONCLUSIONE-APPELLO QUANDO ERA ANCORA POSSIBILE EVITARE modelli UMTS E TOUCH SCREEN, TRA LE GENERAZIONI DEI CELLULARI. NON E' POSSIBILE, OGGI, FARE LA STESSA DISTINZIONE...
Il mondo corre troppo in fretta e ci pone davanti a realtà che ci travolgono (tutti insieme, a livello mondiale). Le scelte da fare, oggi, possono essere soltanto radicali (della serie: "Non compro play station- ormai tutte di nuovissime generazioni- o marchingegni di telefonia e tecnologia ai miei figli, almeno finché dipendono da me e non vanno da soli a comprarseli"), perché i malesseri del mondo si aggravano (proprio come le malattie non curate) e, alla lunga, diventano inarginabili (man mano che il sangue delle vittime delle "estorsioni" locali si estende al mercato mondiale e, con esso, raggiunge ogni angolo del commercio e... le case di tutti).

    
Gli argomenti trattati in questo articolo-inchiesta possono essere approfonditi nella relativa  bibliografia;

ecco quella internazionale:
 Barnett Michael, Eyewitness to a Genocide: The United Nations and Rwanda, ed. Cornell University Press, 2002, 
Dallaire Roméo, Power Samantha, Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda, ed. Carroll & Graf, 2004
Des Forges Liebhafsky Alison, Des Forges Alison, Leave None to Tell the Story: Genocide in Rwanda, ed. Human Rights Watch, 1999, 
Gourevitch Philip, Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie, ed. Einaudi, 2000, (inchiesta)
Hatzfeld Jean, A colpi di machete. La parola agli esecutori del genocidio in Ruanda, ed. Bompiani, 2004, (inchiesta)
Hilibagiza Immaculee, Left to Tell: Discovering God Amidst the Rwandan Holocaust, ed. Hay House, 2007, 
Hilibagiza Immaculée, Viva per raccontare, Ed. Corbaccio, ottobre 2007
Jansen, Hanna Ti seguirò oltre mille colline. Un'infanzia africana, ed. TEA, 2005, (testimonianza)
Keitetsi China, Una bambina soldato, Ed. Marsilio, 2008, 
Khan Shaharyan M., Robinson Mary, The Shallow Graves of Rwanda, ed. I. B. Tauris, 2001, 
Kuperman Alan J., The Limits of Humanitarian Intervention: Genocide in Rwanda, ed. Brookings Institution Press, 2001, 
Melvern Linda, Conspiracy to Murder: The Rwanda Genocide and the International Community, ed. Verso, 2004, 
Melvern Linda, A People Betrayed: The Role of the West in Rwanda's Genocide , ed. Zed Books, 2000,
Mukagasana Yolande, La morte non mi ha voluta, ed. la Meridiana, 1998, (testimonianza)
Prunier Gérard, The Rwanda Crisis. History of a genocide, ed. Columbia University Press, 1997, 
Rittner Carol, Roth John K., Whitworth Wendy, Genocide in Rwanda: Complicity of the Churches?, ed. Paragon House, 2004, 
Sibomana André, J'accuse per il Rwanda. Ultima intervista a un testimone scomodo, ed. EGA, 2004, (testimonianza)
Tadjo Véronique, L'ombra di Imana, ed. Ilisso, 2005, 
Wallis Andrew, Silent Accomplice: The Untold Story of France's Role in the Rwandan Genocide, ed. I. B. Tauris, 2007, 

ALLEGO, PER ONESTA', UN ALTRO COMMENTO APPARSO SU TELLUSFOLIO in calce a questo articolo (E LO CORREDO DELLA RISPOSTA ANNESSA):

  22-12-2008
Nella sua bibliografia manca un testo fondamentale per capire e poter quindi farsi un'opinione.
"Rwanda. Histoire secrète" ed. Panama Paris 2005 scritta da un ex ufficiale del FPR dell'attuale presidente Kagame. Emergeranno le migliaia di morti seminati per strada dai "vincitori" nel loro percorso dal'Uganda per arrivare a conquistare il potere a Kigali.
mbg   
   22-12-2008
Caro (a) mbg, venia per l'omissione del testo "Rwanda. Histoire secrète" (quando la bibliografia è vasta, può accadere di lasciare che qualche testo -importante- semplicemente cada da qualche 'scucitura'-inavvertitamente). Non sempre (anzi quasi mai) gli articoli sono corredati da bibliografia; l'ho allegata, in questo caso, data l'importanza (tragica) dell'argomento. Grazie di avermi segnalato la dimenticanza.

bruna   
 

 ecco la bibliografia nazionale:

Costa Pierantonio e Scalettari Luciano, La lista del console: cento giorni un milione di morti, ed. Paoline, 2004, (testimonianza)
D'Angelo Augusto, Il sangue del Ruanda. Processo per genocidio al vescovo Misago, ed. EMI, 2001, (testimonianza)
Fusaschi Michela, Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio rwandese, ed. Bollati Boringhieri, 2000, (saggio)
Scaglione Daniele, Istruzioni per un genocidio. Rwanda: cronache di un massacro evitabile, ed. EGA, 2003, (saggio)
Sormani, Paolo Non si sa mai perché si torna, ed. Colibrì, 2001,
Trevisani Ivana, Lo sguardo oltre le mille colline, ed. Baldini Castoldi Dalai, 2004, (testimonianza)
  Ed ecco i flm correlati:
Accadde in aprile, film di Raoul Peck con Idris Elba e Debra Winger. Produzione USA /   FRANCIA / RUANDA 2005
100 Days, film di Nick Hughes. Produzione Regno Unito / Ruanda 2001
Frontline: Ghosts of Rwanda, documentario. Produzione 2004
Hotel Rwanda, Un film di Terry George. Con Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, Roberto Citran. Genere Drammatico, colore, 121 minuti. Produzione Canada, Gran Bretagna, Italia, Sudafrica 2004
Rwanda: Living Forgiveness, cortometraggio. Produzione 2005
Shooting Dogs, film di Michael Caton-Jones. Produzione Regno Unito / Germania 2005
The Diary of Immaculee, cortometraggio documentario di Peter LeDonne. Produzione USA 2006

 

Bruna Spagnuolo (Gennaio 2009): Uno sguardo ai Balcani e…al fiume Ibar (stanco di tingersi di sangue, in Kosovo)- articolo scritto nel 2008/

Indice di questo articolo: Prologo/ Il pudore della mostruosità/ Kosovo e Unmik/ Linea locale e internazionale (la Eulex)/ I rovesci-voltafaccia dell’ultima ora/ Pari e dispari-Odds and even della giustizia internazionale/ I punti a favore del coraggio contro-vento/ Riflessione-conclusione

Prologo/ Il pudore della mostruosità
Dicono che, oggi, il pudore (in generale) sia defunto. Ciò, se fosse vero, giustizierebbe soltanto l’immagine del candore che coloriva le gote delle donzelle di antica memoria. La cosa sarebbe grave, comunque, tenendo conto delle dissertazioni possibili sulle varie latitudini-cultura e sulle varie implicazioni delle sovrapposizioni-stratificazioni-indottrinamenti, ma io direi che non sia questo il funerale che deve far paura agli umani.
C’è un altro tipo di pudore che, assassinato, colpisce il genere umano e lo mette knock out: il pudore della mostruosità.
C’era una volta il mostro delle fiabe…; c’erano orchi, lupi mannari e vari altri personaggi spaventosi legati alla vita bucolica, alle forze della natura, alle credenze religiose e alle superstizioni (come il diavolo in carne e ossa, con piedi da ciuco, che appariva nei boschi e spariva ai crocevia e che dava, in sogno coordinate di tesori, reclamando l’anima dell’aspirante ricco)… La credenza popolare relegava le creature mostruose e spaventose nel buio della sera e della notte. I mostri si nascondevano in meandri introvabili, quando il sole splendeva; non osavano farsi vedere da anima viva, nella luce del sole; uscivano soltanto con il favore delle tenebre, per commettere innominabili, orribili mostruosità che la gente osava soltanto mormorare di nascosto o in confessione (facendosi cento volte il segno della croce). I mostri di ieri avevano dei limiti, si arrestavano davanti a simboli, oggetti, luoghi sacri e, spesso, indietreggiavano di fronte alla purezza e all’innocenza; avevano il pudore della loro mostruosità e la vestivano di tenebra. I mostri di oggi hanno sembianze umane che passano inosservate nelle nazioni, nelle regioni, nelle città, nei vicinati, nelle case, nelle famiglie. Sfidano la luce del giorno e i raggi del sole e non arretrano di fronte all’innocenza, anzi la cercano e, se possono, la violano. Non hanno limiti, non temono nulla. Sterminano, con caparbia perseveranza, ciò che resta del pudore che albergava un tempo nella creatura bipede chiamata uomo e, con esso, la sua ultima caratteristica umana. La sfrontatezza della mostruosità offende l’umanità più dell’orrore dei crimini commessi.
I mostri del passato si nascondevano nelle tenebre, perché erano consapevoli della loro essenza immonda. Ciò che trafigge il cuore di questo nostro tempo disorientato è l’ostentazione sfacciata della mostruosità (camuffata da normalità- se non da bandiera).
Il mondo ha sopportato molto (e di più gli s’infliggerà, nei tempi che verranno), ma ce la farà, se l’uomo si ricorderà di non infliggergli il colpo di grazia (che lo atterrerebbe per sempre). La sfrontatezza della mostruosità violenta-sfrenata-ripugnante è il colpo proibito da evitare.
Ci sono troppi figuri affetti da bruttezza interiore endemica. Molti di loro sono singoli mostri (o ronde-plotoni-coorti-eserciti)  orrendi assetati di sangue umano, di entropia, di crimini e di male in generale; molti altri (che sarebbero patetici, se non fossero feroci criminali seriali che si vantano di mostruosità reali) rientrano nella categoria dei potenti.
Mostri senza redini assaltano, stuprano, uccidono alla luce del sole e anche nei luoghi sacri (indipendentemente dalle longitudini del globo terrestre). Non sentono più il bisogno di vestirsi di tenebre e non abitano più nella patria del buio. Somigliano tutti all’imperatore della fiaba Il vestito nuovo dell’imperatore (di Andersen); sono nudi come vermi e credono di avere addosso tessuti tempestati di rubini e diamanti (provenienti da qualsiasi crimine-razzia ai singoli, alle comunità, al sottosuolo o al ‘pil’ di qualsiasi terra calpestata-schiacciata-violata dall’interno e/o dall’esterno); abitano anime cieche e sorde e mancano del dono di vedere o udire la voce senza mistificazioni del bambino di turno, che possa dire, vedendo ognuno di loro: “Ma è nudo!”  Affiancano, circondano, sfiancano, annientano l’uomo (ormai braccato/ ramingo/ fuggitivo). Le parti si sono invertite, come nel romanzo Planet of the apes di Pierre Boulle (e relativi film); i mostri divengono cacciatori della razza umana e ne fanno ciò che vogliono (senza esimersi neppure dal macellarla come selvaggina).
Ci sono luoghi ove l’orrore si fa urlo congelato nel vento… I boati fatti di eccidi/ genocidi/ gemiti/ rantoli-agonia provengono, di volta in volta, da vari punti cardinali; i nomi dei luoghi si diffondono, si accavallano, si sovrappongono e si estendono, come terrore puro all’intero universo. La gente ascolta e si trincera dietro una scorza difensiva vestita di indifferenza propedeutica alla sopravvivenza, cercando di frapporre un discrimine tra i luoghi degli orrori pregressi-in atto-da venire.

KOSOVO e UNMIK
Alcuni nomi (oramai depennati dalle zone ‘a rischio’ e archiviati tra quelli ‘normali) non fanno più scattare campanelli d’allarme nella mente-psiche di chi ascolta i notiziari. Lontano è il tempo in cui lo scatafascio della federazione jugoslava sovrana ha fatto rizzare i capelli a tutti gli esseri viventi del pianeta, con le notizie terribili che l’hanno caratterizzata (generosamente ‘sfornate’ nelle singole case a tutte le ore). La storia, nota soltanto a pochi, non ha mai avuto importanza; a contare erano i notiziari, le interviste, i racconti delle esperienze raccapriccianti e spaventose.
La storia, però, contiene le cause originarie delle diagnosi che, senza storia, sarebbero come minimo azzardate o del tutto errate.
Quelle terre austere e belle, circondate dai Balcani ignari, sono state da sempre percorse da brividi-poteri-invasioni-incursioni-ribellioni-diatribe-lotte-contrasti-paradossi-uccisioni che hanno segnato lo stesso cielo che le ricopre e hanno forgiato pensieri-andature-espressioni-canti-motivi-idiomi ed esrpessioni artistiche dei popoli che ivi dimorano.
 I Serbi sono giunti nel territorio che oggi si chiama Kosovo, nel  settimo secolo d. C. e sono rimasti staccati dai Serbi del regno serbo fino al 1300, quando vi sono stati inglobati; sin da allora, hanno conosciuto attacchi, morte, devastazione e conquistatori. Gli Ottomani li sconfissero (nella battaglia del Kosovo- la terra dei corvi,  da cui deriva il nome Kosovo), nel 1389 e, da allora, non hanno avuto che pochi storici intervalli di pace serena.  Il governo ottomano portò in Kosovo Turchi e Albanesi, che si adattarono così bene all’ambiente da farne la loro patria: alla fine del diciannovesimo secolo, gli Albanesi avevano rimpiazzato i Serbi ed erano diventati il gruppo dominante di quella terra. 
La Serbia riconquistò il Kosovo, nel 1912 (Prima Guerra dei Balcani); dopo la seconda guerra mondiale, il governo della Repubblica federale socialista Jugoslava (di Josip Tito) lo risistemò come provincia autonoma della Repubblica Serba. Gli Albanesi kosovari fecero di tutto, per quarant’anni di seguito, per ottenere l’autonomia: nel 1974 il Kosovo ebbe, all’interno della costituzione jugoslava, uno status simile a quello di una repubblica. Ciò fu una grande conquista, ma anche l’inizio della tragedia, perché portò al concepimento del gigantesco senso di nazionalismo albanese che diede origine alle rivolte nazionaliste (anni Ottanta) che sognavano un Kosovo indipendente.
Nacquero lì le prime epopee dei Serbi kosovari, che qualcuno dei leader nazionalisti serbi seppe usare, per salire al potere, come Slobodan Milosevic. I Serbi, per i quali il Kosovo era ‘la’ terra (quella in cui erano sepolti gli antenati), videro Milosevic come padre-protezione, ma per gli Albanesi (che ormai, anche, vantavano antenati sepolti in Kosovo) Milosevic divenne ‘il’ tiranno da abbattere, quando (1989) rifece la costituzione e tolse al Kosovo qualsiasi possibilità di autonomia.
      I leader kosovari albanesi dichiararono l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, con un referendum (1991). Non si è mai sentito, da che mondo è mondo, che uno Stato accetti passivamente di farsi ‘asportare’ una larga parte viva del ‘corpo’ senza colpo ferire e Milosevic, ovviamente, non fece eccezione: mise in atto misure repressive contro gli Albanesi). Il neonato governo del Kosovo (con sovranità fantasma non riconosciuta dalla madre Serbia né dalle potenze mondiali), con a capo Ibrahim Rugova, cercò di ingraziarsi l’opinione mondiale e di ottenerne riconoscimento e aiuto, opponendo a Milosevic una resistenza passiva. Delusi, gli Albanesi si rivoltarono contro Rugova (1995),e fondarono l’Armata di Liberazione Kosovara e lanciarono la controffensiva. Milosevic rispose autorizzando una campagna insurrezionale (1998). Non so se la cosa gli sfuggì di mano o se egli avesse in mente l’orrore che avrebbe scatenato, ma è urbi et orbi noto che la cosa si trasformò in pulizia etnica e in massacri abominevoli, dando origine a una delle pagine più vergognose e terrificanti della storia. Intere comunità di Albanesi vennero ‘stanate’ dalle case, in cui avevano vissuto per generazioni e generazioni, ed espulse dalla Serbia. La parte peggiore dell’animo umano, che (come ovunque in tempi di pace) dormiva come fuoco sotto la cenere, si risvegliò, con tutto il potenziale buio di cui era capace, e si scatenò, in quei luoghi, come furia degl’inferi. La feccia umana che, in certe pseudoguerre, può sfoggiare tutta la sua capacità di bruttura, trovò in quel tempo e in quelle circostanze humus favorevole e s’ingegnò per stupire persino il diavolo in esecrabilità e dissacrazione dei valori umani. Militari, polizia e paramilitari serbi si macchiarono di crimini così efferati che le parole stesse si rifiutano di contenerli. Criminali con il grado di ‘ufficiali’ nelle varie unità militari, diedero sfogo agl’istinti più oscuri e vergognosi che la razza umana possa concepire (e che la classificano parecchi gradini più in basso di quella animale). Ci furono casi di stupri (contro donne di ogni età e di ogni estrazione- anche contro suore) e di violenze inenarrabili (e ci fu qualcuno che si addestrò sui maiali, per imparare a sgozzare con ‘scioltezza’ e velocità il maggior numero di esseri umani/ e ci fu chi organizzò vere e proprie partite in cui si scommetteva sulle capriole e sul percorso delle teste mozzate e fatte  cadere da piccole alture). I morti non si contarono. Gli anziani difficilmente giunsero lontano dalle loro case e quelli che lo fecero morirono idealmente, lasciando tra i muri amati le loro identità, i loro ricordi, la loro voglia di vivere. La tragedia umana che ne nacque fu epica.
La comunità internazionale, che non aveva fatto ingerenza nelle faccende di politica ‘interna’, si mobilitò, ‘alla fine’, di fronte all’orrore divenuto ormai di proporzioni incontenibili. I tentativi di soluzione pacifica della vertenza non furono accettati da Milosevic: gli accordi di Rambouillé, che avrebbero dovuto condurre alla pace, portarono, invece, al bombardamento della Serbia da parte della NATO (marzo 1999) e al ritiro forzato della Serbia dal Kosovo (giugno 1999).
L’ONU (vedi Security Council Resolution 1244 del 1999) stabilì in Kosovo l’amministrazione transitoria della UNMIK (UN Interim Administration Mission in Kosovo), in attesa degli sviluppi dello status del Kosovo. Tale risoluzione proteggeva l’integrità territoriale della Serbia e affidava il governo del Kosovo all’UNMIK che giunse a delineare (2001) un programma di autogoverno provvisorio chiamato PISG (Provisional Institutions of Sel-Government), al quale cedette, gradualmente, le responsabilità. Il progetto di determinare lo status futuro del Kosovo prese forma nel 2005; nei due anni successivi gli sforzi tesi a dare autonomia e indipendenza al Kosovo fallirono su questioni come rispetto dei diritti delle minoranze/decentralizzazione/eredità religiosa, ecc. (la volontà serba di concedere maggiore autonomia e la richiesta degli Albanesi della completa  indipendenza del Kosovo parevano semplicemente collocati su livelli paralleli destinati a non incontrarsi mai). L’Assemblea del Kosovo, però, aveva in mente un progetto ambizioso e lo palesò dichiarando (2008) la completa indipendenza dalla Serbia.

Si potrebbe concludere questa storia con… e visserto felici e contenti…, se fosse una favola. Il luogo che conobbe tanti orrori ‘fatto non fu a viver’ felice e in pace, purtroppo/ non soltanto non è stato destinato a un finale così elegiaco… ma è stato destinato a nutrire la terra ancora del sangue di agnelli sacrificali che non hanno avuto santi protettori (né rifugi sicuri-mani amiche-orecchie in ascolto-passi pronti ad accorrere-aiuti salvanti), perché l’animo umano, ubriacato dalle divisioni, dagli odi, dai rancori, dagl’interessi di parte e dalle nefandezze politiche, è capace di cose che farebbero arrossire i demoni più subdoli e malati di bruttura. La pianta della speranza, benvenuta e attesa ovunque, in certi luoghi pare mettersi a dimora sempre contro vento. Dio voglia che essa alligni, radichi, ramifichi e prosperi nelle intercapedini contorte che dividono, alterano, separano, avvelenano le relazioni tra i vari Stati della ex Jugoslavia e tra le loro genti (di qualunque provenienza/etnia/’storia’). 
L’orrore, che aveva eletto a casa quei luoghi, ha legittimato l’intervento internazionale. L’indipendenza del Kosovo, lungi dal rendere le cose più semplici, delinea un orizzonte fatto di problemi che paiono destinati a viaggiare su linee dai pochi punti di contatto (se non addirittura parallele): quella locale e quella internazionale.

Linea locale e internazionale (La Eulex)
I centoventimila Serbi, che non hanno abbandonato le loro case e che sono rimasti in Kosovo, rappresentano la sfida più importante per la diplomazia internazionale (che dovrà inventarsi miracoli astonishing, sfidando/vincendo le leggi geometriche, per stupire il mondo con l’esibizione di un punto d’incontro tra le due rette parallele), poiché quei Serbi (che si dice abbiano “scelto di rimanere nella provincia a netta maggioranza albanese”) sono a casa loro, nelle loro terre, tra gli spiriti dei loro antenati, su zolle che amano e che respirano all’unisono con loro. Essi amano la terra in cui vivono (esattamente come gli Albanesi con cui condividono il Kosovo settentrionale, il confine serbo, la città di Mitrovica, il fiume Ibar). Il legame che unisce gli uomini alla terra è forte come il più forte degli amori concepibili e non è barattabile con nulla e con nessuno. I Serbi e gli Albanesi ne sono la testimonianza innegabile: piuttosto che tagliare il cordone ombelicale con la ‘roba’ di verghiana memoria e con tutto ciò che essa contiene (i monasteri ortodossi nei quali le leggiadre ghirlande di fiori d’arancio sono passate sulle loro teste, nel giorno del loro matrimonio, e nei quali i loro genitori si sono scambiati gli anelli legati al nastro di bianco raso; i contorni di tutto ciò che è ‘focolare’, i muri delle case avite, i paesaggi amati, il gorgoglio delle acque, il fischio del vento, le voci della natura e delle tradizioni) sono pronti a mettere in gioco la stessa vita e si apprestano a fare della loro città la nuova Berlino (del muro- che il mondo tende a dimenticare). Tutto ciò motiva sufficientemente i clan vari, che si sentono legittimati a far nascere e sostenere gruppi armati e ad addestrare  forze paramilitari.
 I Serbi accerchiati dagli Albanesi (di antica stirpe fiera che pensa di lavare “l’onore” punendo offese antiche e nuove con omicidi e sangue), vivono i loro giorni (e, soprattutto, le loro notti) nell’attesa delle tragedie e dei drammi più estremi. Coloro che si sono recati nei campi, a mietere il loro raccolto, e che vi sono stati scannati e mutilati (insieme a figli e fratelli), tornando al villaggio (come quarti di bue trainati da carri ignari), con l’orrore senza limiti hanno ferito il silenzio attonito e, con il mutismo delle loro menti silenziate hanno insegnato ai parenti e agli amici che cosa provino gli agnelli che temono ogni ciclo solare come quello del loro altare sacrificale.
Le minoranze hanno vita difficile sul pianeta terra; le minoranze di certi luoghi hanno memorie terrificanti da tramandare…
La situazione non è cruciale soltanto per le minoranze serbe: le minoranze albanesi fuori dal Kosovo, in territorio serbo (vedi la valle del Presevo), collegate (per etnia) agli Albanesi kosovari e alle minoranze albanesi in Macedonia, non sono ‘messe meglio’. Etnicamente esse sono collegate anche agli Albanesi del Nord dell’Albania, favorevoli al nuovo Stato-Kosovo.

L’antico gioco della politica internazionale (che non smetterà mai di richiamare la danza intimidatoria degli abitanti delle foreste di tutti i tempi), in Kosovo, celebra la sua ennesima festa.
La Russia appoggia la Serbia (e ciò rientra in una strategia di antica memoria: influenza sull’area dell’ ex Jugoslavia e pollice sospeso -ostentato alle potenze mondiali- come minaccia di riconoscimento- sulle indipendenze autoproclamate- nelle enclavi dell’ex Unione Sovietica, in Abkhazia e Ossezia del Sud).
Gli U.S.A. appoggiano il Kosovo. Gran Bretagna, Austria, Svizzera e Germania fanno altrettanto (e danno ospitalità a vere e proprie comunità di Kosovari). Italia, Francia e Gran Bretagna sono favorevoli al riconoscimento del neonato Kosovo. Spagna e Grecia, che ne temono l’effetto trainante sulle proprie debolezze indipendiste, sono contrarie (ne temono gli effetti rebound, perché molti sono i fermenti-indipendenza che, nel mondo, sono pronti a inalberare il Kosovo come bandiera delle proprie rivendicazioni).
Il premier Hashim Thaci, parlando alla riunione straordinaria del Parlamento di Pristina, aveva detto del Kosovo: «… è uno Stato orgoglioso, indipendente e libero» e il presidente del Parlamento, Jakup Kuasniqi aveva detto: «Il Kosovo è uno Stato sovrano, indipendente e democratico». Il mondo, lì per lì, non ha preso del tutto sul serio le loro parole, forse, ma essi, insieme al presidente Sejdiu, hanno firmato la dichiarazione di indipendenza, scelto i simboli del loro nuovo Stato e hanno proseguito, imperterriti, verso la meta (sordi alle parole del presidente serbo Boris Tadic: “Belgrado ha reagito e reagirà con tutti i mezzi pacifici, diplomatici e legali per annullare quanto messo in atto dalle istituzioni del Kosovo” e del premier serbo Kostunica: “Nasce illegalmente uno Stato fantoccio. Il Kosovo è un falso Stato”).
I Kosovari, immemori di tutto, tranne del loro neonato orgoglio nazionale, hanno gridato: “Kosovo! Kosovo!”.
Gli Albanesi di Albania sono accorsi numerosi, a festeggiare e a portare messaggi augurali (unendosi alla folla, con aquile nere sulle rosse bandiere, con bandiere americane e anche europee).
Thaci, rimarcando chiaramente il distacco definitivo e completo dalla Serbia (“l’influenza di Belgrado sul Kosovo è definitivamente tramontata”), si era impegnato, di fronte al mondo, a difendere la minoranza serba e aveva assicurato: “Tutti i preparativi sono stati ultimati, ogni passo delle istituzioni sarà coordinato con i partner internazionali”.
Il messaggio di Bush (da Dar Es Salaam), per la Serbia, era stato forte e chiaro: “Siamo rincuorati dal fatto che il governo abbia chiaramente proclamato la sua volontà e il suo desiderio di sostenere i diritti dei serbi in Kosovo./…/ Crediamo inoltre che sia nell’interesse della Serbia essere allineata con l’Europa e che il popolo serbo sappia che ha un amico nell’America /…/Gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i loro alleati per prevenire future violenze”.
La Russia aveva affermato che avrebbe appoggiato, con convinzione, le giuste istanze della Serbia (di restaurare la sovranità sul Kosovo) e aveva chiesto una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
 La UE, facendo eco alle parole di Bush, aveva ammonito: “La comunità internazionale non tollererà alcuna azione violenta in Kosovo”. Jens Mester, portavoce del Consiglio Ue, aveva rivolto parole sentite di raccomandazione sia alla maggioranza albanese che alla minoranza serba dei Kosovari (“Ci appelliamo a tutte le parti in Kosovo e nella regione allargata a rimanere calmi e a non reagire a qualsiasi provocazione”).
La prima costituzione della storia del Kosovo, a dispetto di tutto e alla faccia delle disapprovazioni,  è nata ed è entrata in vigore ormai formalmente. Fa ancora discutere, a mesi dalla proclamazione unilaterale dell'indipendenza, ma 41 nuove leggi (rese necessarie dalla nuova Carta) sono state siglate. Fatmir Sejdiu, Presidente della Repubblica del Kosovo, ha dichiarato che questa costituzione metterà il Kosovo in grado di dimostrare capacità di democrazia e di rispetto delle norme di diritto internazionale. L’opinione mondiale non ha letto subito, ‘tra le righe’, che popolo e governo kosovari non si pronunciavano a favore della nuova missione europea, ma così era (tanto è vero che Sejdiu e il suo governo hanno salutato come una vittoria politica il ritardo da parte di Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, nel presentare un piano di riconfigurazione del ruolo dell'Unmik e di creare spazio per l’architettura organizzativa della nuova missione Eulex della UE).  Il presidente Sejdiu (a riprova di ciò) ha annunciato al mondo che il Kosovo aprirà nove ambasciate all’estero: le prime missioni diplomatiche del nuovo Stato (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Austria, Svizzera, Albania, Italia).
L’entrata in vigore della costituzione kosovara ha indotto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a riunirsi e a discutere della Missione delle nazioni Unite in Kosovo (cioè del destino dell’Unmik). Il presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu, e quello della Serbia, Boris Tadic, si sono recati a New York e hanno partecipato al dibattito dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.      
 Il Kosovo, ormai calato a tutto tondo nella parte di Stato indipendente, lavora notte e giorno all’allestimento globale della sua ‘veste’ nazionale e internazionale.
Vjosa Dobruna (colei alla quale fu assegnato, nel 2000, in Italia, il premio Alexander Langer, per la la difesa dei diritti universali e la convivenza fra i popoli) è al vertice del Consiglio di Amministrazione della radio e televisione del Kosovo (formato da nove membri e da tre rappresentanti indicati dall’Unmik) ed è vista, dall’amministrazione internazionale, come garante  contro le ‘elite oltranziste’ (responsabili di usare radio e televisione per fomentare disordini e violenze). Dobruna ritiene che la partenza dell’Unmik (visto negli ultimi tempi dai Kosovari come parte dei loro problemi) non sia destinata a suscitare rimpianto nella sua terra; che la missione Onu abbia peccato di incapacità di individuare ed affrontare le situazioni, di inefficienza e di spreco di risorse; che la popolazione non si fidi della giustizia locale e neppure di quella dell’Unmik; che il Kosovo si aspetti molto dalla missione europea.
Non vorrei essere nei panni della Eulex (che dovrà coniugare le aspettative dei Kosovari con quelle dell’Europa che, da molto tempo, non si fida più dei ‘Balcani’). L’Eulex avrà l’arduo compito di ‘insegnare’ ai paesi europei ad avere fiducia nei paesi balcanici. Speriamo che detti paesi si ricordino (da ora e per sempre) di ‘disfare’ le trame dell’instabilità e delle stragi e di sostituirle con le vie diritte della convivenza civile tra ‘vicini’ e confini interni ed esterni. Mi domando se la UE abbia considerato bene la portata dell’impegno che si sta assumendo (e abbia approntato bilance dalla giusta portata, per la misurazione di forze-mezzi atte a sostenere la ciclopica impresa…).      
Avevo immaginato che i tira e molla internazionali (tra Russia e Serbia/ tra USA ed Europa) avrebbero prolungato il mandato ONU in quell’area (nell’ambito della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, che aveva posto fine all’intervento militare Nato). La svolta decisiva è arrivata da Ban Ki-moon (e dalla sua decisione di  riconfigurare la presenza dell'ONU e di evitare inutili sovrapposizioni, dopo aver preso atto della decisione UE di assistere il Kosovo –in seguito alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Il numero previsto di Europei destinati ad aiutare le autorità locali (nell’amministrazione della giustizia, nel controllo delle frontiere e nelle ispezioni doganali) si aggira attorno ai 2000 (a cui circa 80 Americani dovrebbero essere affiancati, sotto il vessillo europeo/ ciò è un precedente assolutamente inedito e sbalorditivo, data la ‘recalcitranza’ di Washington a ‘cedere’ i propri uomini ad altri comandi). Si prevede che la Eulex sia composta (per più della metà) di agenti di polizia destinati a dare manforte ai colleghi albanesi contro gl’inestirpabili traffici illeciti che affossano l’economia locale (vedi il traffico della benzina).
 Sembra che l’UNMIK debba lasciare i Balcani senza il plauso dell’ opinione pubblica kosovara (che, pochi anni prima, ne aveva invocato la presenza come scudo contro la repressione di Milosevic). Le situazioni cambiano e si evolvono e la storia si ripete: i nuovi arrivati hanno sempre buon gioco nella pratica vecchia come il mondo dello scaricabarile. I politici kosovari (freschi di bucato) hanno imparato bene tale lezione e tentano di trasformare l’Unmik, concettualmente, in una comoda banca di riciclaggio di tutti i mali e di tutte le colpe del disastroso passato proprio e della propria terra. “L’Unmik rappresenta il passato e la Eulex il futuro” - ha detto l’inviato speciale dell’Unione Europea per il Kosovo (Pieter Feith)- “.
‘Le discordie-liti tra Serbi/Croati/Bosniaci sono ‘rovi’ tuttora vivi/tuttora scomodi e troppo pesanti per le traballanti spalle dello Stato locale (che li affibbia all’Onu), in Bosnia Erzegovina (dove il plenipotenziario del palazzo di vetro è ancora costretto a sostituirsi al governo in caso di paralisi istituzionale). Dio salvi la Eulex e le dia un destino diverso…
L’UNMIK, intanto, ha ancora gatte da pelare (tipo la riapertura, nel Nord di Mitrovica, del tribunale, che non funzionava più da Marzo, quando era stato occupato per protesta contro l’indipendenza del Kosovo).  

  I rovesci-voltafaccia dell’ultima ora
Il Kosovo è sempre là, la tensione tra la maggioranza albanese e la minoranza serba pure.  La Eulex (che, sotto l’egida dell’Unione Europea, ‘dovrà’ farsi ‘mentore’ di una convivenza pacifica tra le etnie suddette, nei due terzi del territorio dell’ex provincia jugoslava, lasciando il terzo restante della neo-repubblica balcanica all’Onu) si era già organizzata a una celere partenza della missione, ma un…  contrattempo ha  rovesciato la situazione (e… lasciato la Eulex è in stand by)
 La Serbia ha accettato (in seguito all’incontro -molto atteso/molto sperato- tra il presidente serbo Tadic, il premier Cvetkovic, i rappresentanti dell’Onu e della UE e i diplomatici italiani e rumeni) pienamente il dispiegamento di forze di polizia internazionale in Kosovo. Non è parso vero all’opinione internazionale poter tirare un sospiro di sollievo/ pensare di poter dormire sonni relativamente tranquilli per un po’ di anni/ non dover temere nuove deflagrazioni fratricide in una delle dimensioni più ‘a rischio’ della terra, ma… pare che abbia fatto i conti senza l’oste, come suol dirsi: il presidente kosovaro Sejdiu e il suo premier Thaci (gli ‘esecutori testamentari’ della linea internazionale del Kosovo e della presenza in esso delle Nazioni Unite) hanno posto il veto alla presenza di un corpo di polizia internazionale sul suolo del loro neonato Stato (ancora, peraltro, internazionalmente non proprio ‘legittimo’). Non so ancora dove ciò andrà a parare. Ciò che so è che le minoranze (odiate dalle maggioranze) esistono ancora nei Balcani e che nei sonni agitati non hanno cessato di vedere le ombre nere dei loro persecutori: negl’incubi di chi è terrorizzato, i nemici sono pronti a forare il buio con il loro odio e a macellare gl’individui dell’etnia odiata di turno- determinati a sentirsi ‘soddisfatti’ di sentirli gridare a lungo come ‘porci scannati’. I brutti sogni vengono fugati dal sole del mattino, grazie a Dio, ma un male inteso senso dell’onore (e della protostorica parentela con la ‘epica’ memoria di “lavare l’onta” con il sangue) permea ancora qualche componente umana (dalle illiriche implicazioni -elegiache e belle per altri versi). Questo è un dato di fatto di cui non si può e non si deve non tener conto.
Il mondo non ha smesso di temere che la furia fratricida possa disseminare di nuovo orrori senza fine. Occorre cautela nella gestione di questo momento particolare della storia di quei luoghi.
La nobody’s land (con relativo vuoto) tra il governo Bush e quello Obama, negli USA, ha rischiato di divenire intercapedine propizia a ‘sirene’ ansiose di raggiungere l’orecchio dell’Ulisse di turno (non legato ad alcun albero maestro), ma, per fortuna, la situazione è rimasta calma e sotto controllo.   Obama è presidente a tutti gli effetti (e il mondo si aspetta da lui talismani miracolosi –anche per i Balcani). Bush non ha perduto la chance di essere ricordato come colui che ha scelto di lasciare ‘il’ nuovo presidente USA ramingo negli hotel e di avere la casa bianca tutta per sé prima di sloggiare. Personalmente avrei voluto un ‘passaggio di consegne’ all’impronta della collaborazione e proteso verso il futuro, in cui il presidente uscente consultasse  il nuovo presidente sulle questioni vitali; avrei voluto, in altri termini, che il vuoto di potere si potesse evitare... ma questa è un’altra storia (legata anche ai vari meandri dei mandati presidenziali).    
Il ‘NO’ del Kosovo alla presenza delle forze internazionali ha irritato i diplomatici europei (quasi tutti) e, specialmente, l’inviato americano presente in loco. L’amministrazione Bush, ovviamente, è stata la più risentita, ma il sottosegretario di Stato americano, Daniel Fried, ha dichiarato che ogni ulteriore decisione relativa al futuro del Kosovo sarebbe spettata al nuovo presidente (tra le righe leggasi: ad avere peso sulla bilancia americana e mondiale non è la delusione dell’amministrazione Bush, ma sono i veri equilibri locali e internazionali). Auguriamoci che la lungimiranza di Barack Obama dia alla ‘questione balcanica’ la giusta ‘finestra’ nel reticolo complesso della situazione mondiale/ che gli Albanesi kosovari sostenuti dall’Albania di Berisha –sensibile alle influenze d’oltreoceano- sappiano trovare ‘bilance’ stabili/ che le etnie in conflitto sappiano tenere a bada il loro odio (se Dio vuole) for good. Speriamo in un vento di pace e… di saggezza, perché, a Kosovska Mitrovica (ex provincia serba), l’ignaro fiume Ibar non ha smesso di essere ‘spartiacque’ di temute tempeste-massacri (e di segnare i confini tra Serbi e Albanesi accomunati dall’amore per la stessa terra e dall’odio reciproco). Molte sono le ragioni di dissapori-discordie che possono in qualsiasi momento farsi scintilla pericolosa e innescare stragi, in luoghi come Kosovska Mitrovica, dove ci sono case di Serbi nei quartieri Albanesi e viceversa e dove i gesti quotidiani della vita ‘normale’ possono essere visti, involontariamente, come‘dispetti’ o soprusi e scatenare scontri o peggio… La polizia ha un bel da fare, in quelle zone: deve intervenire e separare fisicamente i contendenti, in varie dispute che rischiano di trasformarsi in stragi-micce (vedi l’episodio in cui i Serbi inveivano contro la ditta edile -che lavorava alle case degli Albanesi situate tra le loro case e sostenevano di non aver potuto usufruire dello stesso servizio). 
La Eulex attende la determinazione della nuova presidenza americana e i suoi ‘poliziotti’ internazionali pure, ma io penso con timore all’attuazione del programma di tale missione.
I nostri soldati di pace e, parlando dell’Italia, specialmente, i nostri reggimenti MSU (Multinational Specialized Unit dei Carabinieri- operanti nelle missioni dell’Alleanza Atlantica) e IPU (Integrated Police Unit della Polizia- operanti nelle missioni a guida UE) sono abituati a impegni di natura  militare, di polizia militare, di osservazione sul rispetto dei diritti umani, di addestramento/supervisione/consulenza necessarie alla ricostruzione delle forze di polizia e al ripristino/mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica nei luoghi delle missioni. Hanno, spesso, compiti molto delicati e di vitale importanza, in cui noi (gente esterna) non capiamo molto. Vedendo in televisione i nostri ‘soldati di pace’ (di tanto in tanto) nulla comprendiamo-sappiamo dei ruoli vari e delle varie posizioni (e nulla, di conseguenza, del potenziale di equlibrio) che ‘i nostri ragazzi’ hanno nelle nazioni di riferimento delle missioni. Farò un esempio, per rendere chiaro il concetto: la prima MSU dei carabinieri italiani nacque nel 1998, per la Bosnia Erzegovina, e s’inserì nell’ambito della missione NATO-SFOR ed ebbe compiti di polizia dalla tenuta ‘forte’ – compiti, cioè, di mediazione tra i gruppi militari armati fino ai denti e le unità di UN civilian Police (praticamente disarmate e prive di mandato esecutivo), nell’ambito della sicurezza pubblica (con tanto di addestramento della polizia locale).
Prescindendo da valutazioni-speculazioni (nazionali/internazionali o estemporanee delle etichette politiche -che possono attribuire alle missioni varie motivazioni ‘buone’ / ‘non buone’ /sacrosante o esecrande), trovo bella l’immagine dei nostri carabinieri (e dei nostri soldati tutti) che si rendono utili alla gente, addestrano le forze dell’ordine, mettono il paese in grado di funzionare e se ne vanno, lasciando un buon ricordo di sé (e di ciò che rappresentano –cosa nella quale noi siamo concettualmente inclusi). Io sogno un mondo senza eserciti (in cui gli esseri umani convivano senza barriere-frontiere/ condividano le possibilità di vita sulla terra/ non conoscano la guerra e non abbiano più bisogno neppure di forze dell’ordine), ma, poiché tale mondo pare destinato a rimanere nell’iperuranio di Platone, occorre che, almeno per ora, ne facciamo a meno. I soldati esistono, nel mondo (e sono formati dai giovani, i vivai del futuro dei popoli); i carabinieri esistono in Italia (e ci appartengono, checché le menti politicizzate possano pensarne). Non tocca a me (cittadina piccola piccola) entrare nella strategia a largo raggio dei giochi di potere tra grandi potenze mondiali e dire se / dove / quando / quanto i loro interventi siano interessati o animati da altruismo generoso, perciò, evito di esprimere giudizi valutativi ‘colorati’ (ovvero politicizzati), ma posso dire che ognuna delle divise dei vari soldati rappresenta molto più della persona che contiene (e che, per quanto assurdo ciò possa suonare, ognuna di esse contiene parte dei cittadini della sua nazione e di tutto ciò che essi ritengono ‘casa’)/ che ogni soldato in missione ha una responsabilità moltiplicata per tutti gli abitanti del paese (nel senso di country) dal quale proviene/ che ogni azione individuale o collettiva dei nostri soldati di pace si lascia dietro un’immagine nella quale noi siamo compresi. Ciò vale per i cittadini di ogni colore politico e anche per quelli che sono apolitici (a meno che essi non siano apolidi e non cadano entro i confini di alcuna nazionalità –ipotesi possibile, sul pianeta terra, soltanto per eventuali alieni provenienti dallo spazio). I nostri soldati in missione sono simboli che definiscono la nostra italianità (agli occhi di altri popoli); il loro operato è cartina di tornasole della nostra cultura e di principi-valori che a noi torneranno in ogni caso (riflessi dall’opinione pubblica mondiale). Non c’è appartenenza politica che tenga: meglio che tornino come orgoglio piuttosto che come ignavia o come vergogna.  
La valenza efficace e assolutamente encomiabile della MSU in Bosnia Erzegovina portò le organizzazioni internazionali (1999) a chiedere  lo schieramento di altre due MSU (in Albania e in Kosovo). La terza MSU venne richiesta (2003) in Iraq e posta sotto il comando della Task Force italiana. La gente seppe degli uomini che ne facevano parte, in occasione della strage di Nassiriya. Dubito che l’inconscio collettivo, in generale, abbia registrato parole come ‘Unità MSU’. I contesti operativi di tali ‘unità’ hanno valenze poliedriche (di ‘interoperabilità e integrabilità’ con altre forze militari) e, soprattutto, hanno capacità camaleontiche ‘flessibili e versatili’, che fanno degli uomini in esse addestrati elementi adatti al ristabilimento e al mantenimento della pace e alla gestione delle crisi militari, ma anche e soprattutto ai compiti umanitari e di soccorso (l’ironia triste della sorte di questi ‘rambo’ addestrati alla guerra è quella di perdere la vita quasi sempre mentre portano aiuti e soccorsi ai civili, cui, immancabilmente, si legano con affetto sincero e generoso). Lo stesso dicasi delle unità IPU che, come quelle MSU, sono esperte nel controllo del territorio, nella raccolta informativa, nell’intelligence criminale e nella lotta al terrorismo (vedi il Reggimento IPU operante nell'ambito della missione "ALTHEA", in Sarajevo).
I nostri soldati/ poliziotti/ carabinieri scelti per le missioni hanno le carte in regola, a quanto pare…, ma, nel caso specifico dei Balcani, temo che correranno qualche pericolo in più. Sovrintendere alla ‘tutela dell’ordine pubblico’ tra i due terzi dell’etnia albanesofona del Kosovo mi appare come un’impresa insidiosa, anche e sopratutto per la mancanza di competenza linguistica. I militari internazionali parlano l’inglese, ovviamente (i carabinieri italiani vengono sottoposti a severi esami di ‘certificazione’ in tal senso). Il popolo (nel mezzo del quale l’ordine pubblico andrà espletato) sicuramente non parla la lingua inglese e dubito che ‘tutti’ i poliziotti albanesi (cui i nostri militari dovranno essere affiancati) la parlino. L’ O. P. (ordine pubblico) in patria (dove il ‘poliziotto’ è tra gente di cui comprende lingua e comportamento ed ‘esce’ con colleghi a lui legati dallo ‘spirito di corpo’) può essere pericoloso (basti pensare a Raciti), ma quanto può essere pericoloso l’o. p. in un luogo sconosciuto, tra etnie sconosciute che parlano lingue sconosciute (e, per di più, accanto a ‘colleghi’ di lingua albanese)?  La missione Eulex, sicuramente, partirà alla grande, ma i nostri soldati di pace (italiani ed europei) hanno, comunque, bisogno di auguri. Auguro loro un cuore a misura di orizzonte-amore per le genti d’altra lingua/cultura dalle quali saranno ospitati e… auguro loro un mondo futuro nel quale non dovranno più avere bisogno di imbracciare le armi e di guardarsi le spalle…      
Pari e dispari/Odds and even della giustizia internazionale
La stampa ha detto in lungo e in largo che l’assoluzione di Ramush Aradinaj (da parte del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia) metterebbe in dubbio agli occhi del mondo la legittimità e la stessa sopravvivenza del tribunale dell’Aja; se ciò fosse vero, ci sarebbe da domandarsi a cosa e a chi possa servire un tribunale internazionale che pieghi la testa davanti a chiari ‘sentori’ di irregolarità o che, peggio, permetta che s’intorbidino le acque per mezzo di crimini –per ‘insabbiare’ altri crimini)/ che si lasci costringere a capitolare di fronte agl’intrighi e alla menzogna e ad assolvere i criminali che è chiamato a giudicare e a condannare/ che -dulcis in fundo-  si riduca a servire da ‘candeggiante’ per la facciata dei criminali (che tornerebbero in circolazione più forti).
Ramush Haradinaj, ex capo dell’UCK (esercito di liberazione del Kosovo)  era accusato di crimini terribili (di guerra e contro l’umanità) commessi tra il ’98 e il ’99 contro la popolazione serba. Era accusato, in altre parole, di aver organizzato una pulizia etnica, quando era a capo del settore UCK di Dukagijn. Tali orrori (che siano o no legati a R. H.) erano opera di individui che si erano eletti ‘angeli vendicatori’ e ‘ripulitori’ di una terra che non volevano vedere calpestata da piede non-albanese (né da piede albanese presumibilmente ‘collaborazionista’ del ‘regime’ di Milosevic- che è tutto dire, considerando che la dicitura ‘collaborazionista’ poteva fungere da ‘cappio’ elastico applicabile più o meno a tutti e usabile, ove necessario, per liberarsi dei nemici scomodi –poiché tutti erano passati sotto il governo di Milosevic e avevano avuto contatti con i vari uffici). Processati per le stesse accuse erano Idriz Balaj (che era stato a capo delle ‘Aquile Nere’)-assolto dal Tpi- (non è chiaro perché) e Lahi Brahimaj (che era al quartier generale uck di Djakovica) -dovrà scontare sei anni ‘per aver torturato un paio di persone’. Ramush Haradinaj ‘rischiava’ una ‘pena’ di… 25 anni (che – se i reati contestati fossero veri- parlerebbe di svalutazione di quanto l’umanità dovrebbe avere a cuore più di tutto al mondo: la vita umana). Ci sono dissonanze tragicamente indescrivibili incistate in tali eventi (e altrettanti particolari inquietanti). È inaccettabile pensare che degli esseri umani commettano crimini dalla portata enorme (contro l’umanità cui appartengono), ma ancora più inaccettabile è che un tribunale internazionale giudichi i ‘presunti’ criminali su basi che definire assurde è persino ‘riduttivo’. Non compete a me giudicare se i tre sopracitati fossero o non fossero dei criminali di guerra, competeva ai giudici internazionali, ma non è su questo che si sofferma il mio sdegno. I giudici avrebbero dovuto accertare se gl’imputati avessero o no commesso i fatti, invece di pronunciarsi ‘svilendo’ il valore della vita umana dicendo che le mattanze e le mutilazioni non sono “avvenute su una scala tale da dire che c'è stato un attacco contro una popolazione civile" e che "le vittime potrebbero essere state colpite più come individui che come membri di una popolazione civile perseguita". È più di quanto il buonsenso possa accettare di poter sopportare, perché non occorre scomodare il bisogno di giustizia e l’amore di verità e di ‘equità’ per rendersi conto dello stridore insopportabile di una tale vergognosa affermazione! C’era bisogno di un tribunale (?) internazionale per costringere il mondo a subire un’offesa così eclatante? Ripeto, io non so se quegl’imputati specifici fossero criminali veri; questo è quanto il tribunale internazionale avrebbe dovuto accertare, invece di fare affermazioni eticamente assurde e pericolose. Le due cose si pongono su livelli diversi: uno riguarda la determinazione della colpevolezza o dell’innocenza degl’imputati, l’altro riguarda la valutazione dei crimini. Parlare di ‘scale’ di mattanze e mutilazioni è inconcepibile. Innanzitutto, chi ha detto che perseguitare-torturare-mutilare-uccidere-seviziare-annullare-eliminare esseri umani sia un’inezia da decriminalizzare perché, eventualmente, su ‘scala’ non abbastanza ‘grande’ da ‘offendere’ una precisa popolazione? E poi… a quale ‘livello’ quel tribunale avrebbe ‘tarato’ la ‘scala’? E, se anche avesse ragione (per assurdità dell’assurdo più assurdo), come potrebbe fare di ciò una ragione di assoluzione? Il punto è: quelle persone hanno davvero commesso quelle stragi? Accertandolo, il tribunale avrebbe reso loro giustizia, proclamandoli innocenti, ove necessario. Non accertandolo e facendo le suddette asserzioni porta a pensare che i criminali capaci di seminare il terrore e l’orrore e di offendere il giorno e/o la notte con l’urlo estremo di esseri umani scannati/trucidati come bestie abbiano diritto all’assoluzione/ che i criminali (di guerra o non di guerra) non debbano essere giudicati per le vite umane che dissacrano e portano via alle sfere del mondo vivo (che trafiggono il cielo con il dolore della loro perdita)…/ che un ‘normale’ serial killer possa essere condannato a più ergastoli e che un killer seriale storico non debba vedersene infliggere nemmeno uno… Ciò (prima e al di sopra di tutto), a livello concettuale, è di una gravità spaventosa. Il resto è, per dirla con un antico detto sarmentano, ‘acqua bollente sulle scottature’ (dal terzo al centesimo grado). 
La stampa non ha lesinato informazioni sul fatto che il tribunale internazionale abbia incontrato difficoltà nel ‘reperire testimoni’ d’accusa contro gli accusati in questione. Il giudice Alphonsus Orie ebbe a dire: “Il tribunale ha avuto l’impressione che il processo si sia svolto in un ambiente nel quale i testimoni non si sentivano al sicuro”. Carla Del Ponte (ex procuratore del Tpi- una donna dotata di intelletto e, viva la vita, di coraggio e, quel che più conta, di voce!!!) ha sollevato la questione davanti al consiglio di sicurezza dell’ONU, dichiarando che molti testimoni non si erano presentati in aula (perché presumibilmente minacciati o uccisi). Ci risiamo con le dolenti note relative all’ONU: che cos’ha fatto l’Onu in proposito?!? Un emerito NULLA!!! Come accettare una simile/terribile/schiacciante riprova dell’inutilità di un organismo che dovrebbe essere il garante della vita umana sul globo terrestre?!? I primi articoli del Charter of the United Nations recitano come segue:

Article 1.All human beings are born free and equal in dignity and rights. They are endowed with reason and conscience and should act towards one another in a spirit of brotherhood.

Article 2.Everyone is entitled to all the rights and freedoms set forth in this Declaration, without distinction of any kind, such as race, colour, sex, language, religion, political or other opinion, national or social origin, property, birth or other status. Furthermore, no distinction shall be made on the basis of the political, jurisdictional or international status of the country or territory to which a person belongs, whether it be independent, trust, non-self-governing or under any other limitation of sovereignty.

Article 3.Everyone has the right to life, liberty and security of person.

 Article 5.No one shall be subjected to torture or to cruel, inhuman or degrading treatment or punishment.

Quante deroghe a detti articoli sono state fatte dal tribunale dell’Aja, con le mancate indagini-reperimento prove del caso? Dove sono finiti i diritti dei ‘nati liberi’ di etnia serba che sono stati torturati e trucidati (dove la loro ‘dignità’ e i loro ‘diritti’?); dov’è finito il diritto primario alla ‘vita’ (e dove quello a trattamenti non disumani/degradanti/punitivi?!? Tutte le vittime di etnia albanese (trucidate da criminali serbi) gridano vendetta al cielo, allo stesso modo, ovviamente, in altre implicazioni del tribunale internazionale. Io non conosco R. H.; non so nulla di lui. Egli potrebbe essere l’arcangelo Gabriele o Belzebu in persona, un grande criminale o la vittima di una mastodontica congiura. Toccava al tribunale cui si era affidato spontaneamente dimostrare colpa o innocenza oltre ogni ragionevole dubbio. La stampa e gli stessi giudici hanno fatto sapere al mondo che coloro che avrebbero dovuto testimoniare e che avrebbero potuto farlo condannare sono stati uccisi e sono nelle tombe. Il mondo sa anche, ora, che chi avrebbe dovuto accertare i fatti e fare giustizia non lo ha fatto. La dissonanza che si leva dall’Aja s’invola ancora una volta verso le Nazioni Unite, con dito accusatore. Le organizzazioni mondiali che siano soltanto una facciata vuota non servono a nessuno (e, anzi, sono un aggravio sulle spalle dei cittadini che ‘pagano’‘mille/cento/dieci’ prendono ‘uno’, a livello monetario e a livello di sangue umano). ‘Muoia Sansone con tutti i Filistei’: se è così che deve funzionare il tribunale internazionale, che venga eliminato. Le organizzazioni mondiali che non funzionano vengano modificate o eliminate e sostituite. I vestiti vecchi (nel tempo in cui lo spreco era bandito dal buonsenso) venivano rivoltati, rimodernati, resi up to date e funzionali. Si faccia lo stesso con questi carrozzoni che sono tutt’altro che agili e funzionali.
L’umanità non può accettare che i delitti più orribili della storia vengano ‘giudicati’ da organismi capaci di commettere ‘delitti’ ancora peggiori. Che i criminali commettano nefandezze contro la vita umana è un colpo basso alla convivenza pacifica tra gli esseri umani; che un tribunale al di sopra delle parti (umanamente, legalmente, ideologicamente -internazionalmente- intese) commetta la nefandezza di assolvere senza ‘amministrare la giustizia’ (né nei confronti di chi fosse eventualmente accusato ingiustamente, né nei confronti dell’umanità), grida vendetta più degli stessi delitti/ è un colpo ai baluardi difensivi dei principi vitali che regolano la vita delle comunità.
 I criminali sono come virus letali duri da debellare, gli organismi sociali che invertano il processo giudicante nei loro confronti sono come vaccini che (anziché creare anticorpi) rafforzino, semplicemente, i virus e tradiscano la vita che erano preposti a difendere. Ciò è quanto è accaduto al tribunale dell’Aja. Non conosco altro modo per definire le cose. I cittadini del mondo ignaro non sono nessuno; non erano in loco; non hanno voce in capitolo. La dottoressa Del Ponte c’era e aveva voce in capitolo. Ha alzato la sua voce e l’ha alzata forte e chiara. Dov’erano coloro che avrebbero dovuto ascoltarla?!? Dov’erano e dove sono coloro che avrebbero dovuto andare a verificare le ‘voci’, a contare le tombe dei testimoni ‘silenziati’ nella maniera più tragica e orribile che la storia conosca/ a seguire le tracce delle mani assassine (per ‘assolvere’, poi, o ‘incriminare’ senza dubbi)? A chi e a cosa serve un tribunale (internazionale) che non possa scatenare un putiferio e ribaltare le connivenze-violenze locali (di qualsiasi regno, Stato o pollaio), mettendo a nudo (se ci fossero) scimitarre sguainate, pugnali,  fucili, ‘bravi’ sguinzagliati a tagliare la gola alla gente (o a crivellare questo o quello con colpi da sparo)? Che vantaggio apporta all’umanità un tribunale che prenda in carico e ‘alloggi’ i criminali storici come ‘presunti’ e li rilasci ancora come tali (senza togliere l’alone del sospetto dalle loro teste e senza fare giustizia alle vittime)? Un tribunale così non è utile ai non criminali e si lascia raggirare dai veri criminali (non muovendo un dito per smascherare le trame orripilanti degl’inganni-omicidi-massacri coperti con la reiterazione degli stessi). È tempo di riflessione per detto tribunale e per la comunità internazionale. Servono organismi che funzionino, che possano muoversi disinvoltamente nelle località ‘incriminate’, che possano tendere ‘mani’ lunghe e caritatevoli (tempestivamente) a chi rischia la vita, che possano impedire i massacri prima che accadano.

È triste pensare che esseri umani (dalle sembianze normali) possano albergare delle anime nere. Molto più triste è pensare che, dall’esterno, tali anime possano essere credute ‘bianche’. È doloroso accettare che i mostri non abbiano contrassegni visibili della bruttezza-cattiveria-criminalità che li abita e che possano circolare liberamente (tessendo senza ostacoli le loro diaboliche trame). Il mondo, attorno ai mostri, si è diviso, si divide e si dividerà in pro e contro di essi. Nessuno sa come, perché e dove cominci il processo atto a trasformare certi eroi potenziali in criminali; il potere ne è, in genere, la via maestra (decisamente in discesa) e le prospettive valutative cambiano a seconda dei punti di vista. Nessuno sa con certezza neppure se Ramush Aradinaj sia uno di essi. Tutti sanno, però, che, assolvendolo senza fare chiarezza, il tribunale dell’Aja ha firmato un’opera incompiuta (che è un capolavoro di inefficienza) e che ha suscitato echi rumorosi nell’opinione pubblica.
La liberazione di R. H. è stata accolta con tripudio festoso dagli Albanesi Kosovari del popolo. La stampa ha definito il suo eroe “Il guerriero” che “torna in libertà”; il premier Hashim Thaci -anche lui proveniente dall’Uck- ha accolto la notizia con le parole: “Il governo del Kosovo saluta il verdetto e il rilascio di Haradinaj e Balaj”. Gli Albanesi danno per scontato che ‘la guerra di liberazione” dell’Uck fosse giusta (se non sacrosanta), ma, ovviamente, della stessa idea non sono i Serbi. Belgrado ha accolto la notizia di quell’assoluzione-liberazione con un senso di impotente frustrazione (e non senza rabbia), definendo il verdetto una vergognosa presa per i fondelli della giustizia stessa. I giornali serbi hanno riportato titoli come “Haradinaj rilasciato, giustizia dietro le sbarre”, “Il tribunale dell’Aja non ha più motivo di esistere”/ le parole del presidentre serbo, Boris Tadic, che ha chiesto l’annullamento dell’assoluzione, giustizia e punizione “adeguata” per i criminali di guerra di qualsiasi provenienza-estrazione/ le dichiarazioni di altri rappresentanti del governo che hanno detto che il Tribunale dell’Aja, con quel verdetto, si è mostrato irriverente nei confronti della giustizia e di coloro che sono periti per mano di Aradinaj, che tale gesto “catastrofico” avrà conseguenze sulla politica e sulla stabilità del Kosovo e che quello dell’assoluzione di Aradinaj è “un giorno nero per il diritto internazionale”/ le parole del premier Costunica, che senza mezzi termini, ha detto: “Se l’UE pensa che, anche dopo l’assoluzione di Aradinaj, il Tribunale dell’Aja sia ancora un’istituzione credibile e decisiva nello stabilire il grado di cooperazione della Serbia con l’UE, allora lo deve rendere noto ufficialmente. Così facendo, l’UE si prenderebbe la responsabilità della dichiarazione d’innocenza di Aradinaj”… “Ogni cittadino serbo sa che con questa decisione il Tribunale ha premiato il crimine e ha offeso tutte le vittime innocenti serbe delle mani di Aradinaj”.   
La Commissione europea has turned a deaf ear: si è limitata a “prendere atto del verdetto”.
Il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia propone un do ut des alla Serbia: integrazione europea in cambio di piena collaborazione (e la sottintesa consegna del criminale di guerra -ex generale serbo-bosniaco- Ratko Mladic//grosso ostacolo alla firma dell’accordo di stabilizzazione e associazione- Asa- propedeutico all’adesione UE, voluta da quasi tutti i paesi UE, tranne da Belgio e Olanda). Aradinaj, intanto, tornanto alla vita normale, si è inserito nei canali politici del Kosovo, non senza schiacciare le ‘uova’ nel ‘paniere’ allo stesso Tadic, poiché portava ‘grano’-voti ai ‘magazzini’ di Vojslav Seseli (criminale -presunto- di guerra -sotto processo presso il Tribunale dell’Aja- del partito nazionalista). “I somari cozzano e i barili si scassano”, dice un antico proverbio, e le lotte intestine tra potenti sono destinate a ripercuotersi sulla vita sociale che vanno a delineare. Prima di entrare nelle galere inernazionali di Schevingen (dove, peraltro fu ‘tradotto’, dopo aver liberamente accettato di presentarsi davanti ai giudici del Tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia), Aradinaj era primo ministro; quando ne uscì, riprese il discorso da dove l’aveva interrotto. Si appellò al Piano Ahtisaari (base della costituzione kosovara) e chiese elezioni generali, ‘correndo’ per il potere, in antagonismo con il primo ministro Hashim Thaci (suo ex compagno Uck), proprio come ai vecchi tempi e come alla fine della guerra con la Serbia, quando, con la cessata sovranità di Belgrado e l’arrivo delle forze Onu, i comandanti dell’Uck si trasformarono in leader politici. Tentò il rilancio (da ex premier/eroe nazionale dei Kosovari) del suo partito Aak (alleanza per il futuro del Kosovo), che, durante la sua detenzione, con il leader “ad interim” Bajram Kosumi, era sceso al 10% dei consensi. Thaci aveva sfruttato le simpatie dell’Occidente ed era entrato in politica per merito dello storico leader del partito comunista jugoslavo, Mahmut Bakalli, che aveva compattato vari piccoli partiti e dato origine all’Alleanza per il futuro del Kosovo. L’ascesa politica di Aradinaj era iniziata con la vittoria delle elezioni del 2004 e si era arrestata quando egli si era consegnato alla giustizia internazionale, poiché il Tribunale dell’Aja lo aveva accusato di crimini di guerra e contro l’umanità.
Molte cose sono accadute in Kosovo, da allora, succedendosi celermente. Tutti conoscono gli eventi e la situazione attuale. Il tutto fa ben sperare. Auguriamoci di non dover più sentire… alcuna nota silente (perforante, come ultrasuono percepito per errore) suonare da qualche parte e ferire un angolo non ben indentificato del cuore umano, dando scacco ontologico senza quartiere alle metafisiche catarsi dell’io panteistico del respiro universale… 

I punti a favore del coraggio contro-vento
La giustizia, però, cerca di farsi largo (benché con nudi gomiti- tra avversità lanceolate): il criminale di guerra della ex Jugoslavia Radovan Karadzic (ex presidente dei Serbi di Bosnia, accusato di genocidio e di crimini di guerra e contro l’umanità, come Ratko Mladic, con il quale mise in atto la pulizia etnica nella Bosnia Erzegovina), dopo 13 anni di latitanza, è stato catturato. Questa è già una vittoria, anche se si sa che tenterà la trita pista nazionalista, usando il Tribunale dell’Aja come un teatro (sulle orme di tutti i criminali di guerra). Speriamo soltanto che il Tribunale per l’ex Jugoslavia sappia processarlo e condannarlo una volta e per sempre, in tempi ‘umani’ (ovvero che sappia sganciarsi da balenifere movenze e imitare gli agili colpi di coda dei delfini, poiché il suo mandato scade nel 2011 e poiché i corpi delle vittime, numerosi come le gocce del mare… guardano il suo operato).
114 criminali (in maggioranza serbi) sono stati individuati dal Tribunale per l’ex Jugoslavia e accusati. Metà di essi è stata formalmente incriminata e condannata. 37 sono ancora in custodia. 10 sono in attesa di processo. 36 sono già morti. Due sono latitanti (uno è una figura secondaria, l’altro è il famigerato “macellaio di Serbrenica”, l’ex comandante dell’Uck, il generale Ratko Mladic- presumibilmente protetto e nascosto in Serbia). La giustizia internazionale pare avere sempre le gambe troppo corte (arriva in ritardo e/o, quando arriva in tempo, spesso, perde le prede che ha già preso). Dice bene Richard Dicker (responsabile di Human rights watch), lamentando la mancanza di una polizia dei tribunali internazionali, che devono dipendere dall’ONU o dagli Stati membri e che incorrono (non di rado) in episodi come quello relativo al criminale serbo Radovan Stankovic (lo stupratore maledetto, il terrore delle donne bosniache internate nel lager di Foca, l’abitatore degl’incubi di donne giovani, mature, giovanissime, nubili, sposate e monache, il viscido essere sadico e malefico, che, condannato a 20 anni e detenuto proprio nel luogo dei suoi crimini, fu fatto evadere dai suoi carcerieri, che si sono ‘distratti’ ad hoc, durante una visita dentistica concessa al criminale) e come quello del generale croato Mladen markac (che, mentre era agli arresti domiciliari, nel 2007, fu fotagrafato in una battuta di caccia con il capo della polizia e il ministro degl’Interni) . 
Ci sono,  nei tribunali internazionali, figure notevoli, cui il mondo dovrebbe dare il suo appoggio (e cui l’ONU dovrebbe dare qualcosa di più concreto). Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale, è una di queste figure. Farà, magari, come suol dirsi, un buco nell’acqua, ma è un ‘ganzo’ e merita che il mondo lo sappia/ lo ricordi/ lo sostenga/ lo applauda, perché ha avuto il fegato di accusare il presidente sudanese Al-Bashir di genocidio nella regione del Sudan occidentale (Darfur), dove, in cinque anni, sono state assassinate trecentomila persone (e affamati-vessati-tormentati-spaventati-terrorizzati-stuprati-torturati un numero infinito di innocenti).  Il grido “Morte a Ocampo” dei sostenitori di partito di Bashir e la danza-pantomima derisoria del mussulmano Bashir in gellabia bianca nulla tolgono al gesto coraggioso di Ocampo, ma dicono che al-Bashir non finirà mai in gattabuia. Alcuni sostengono che il mandato di cattura su di lui potrebbe rendere la situazione del Darfur ancora più instabile (come se ciò fosse possibile e come se il genocidio fosse una cosa meno grave…). Gli ‘alibi’-coda di paglia sono sempre molti e, chissà perché, molte sono le cose (più propriamente ‘pastoie’) di cui pare non si possa fare a meno di tener conto quando si deve condannare e perseguire il male. La verità è che, così facendo, non si fa altro che finire per assecondarlo e per divenirgli tappeto. Bene ha fatto Ocampo. Onore a Ocampo: ciò che è giusto si affermi e si gridi; dalla parte giusta ci si schieri; il resto si lasci a Dio, al destino, se si preferisce, o al caso. Il mondo gira e, prima o poi, ciò che appariva impossibile potrebbe divenire possibile (e ciò che è irreale reale). Chi sostiene che Ocampo stia ‘giocando con il fuoco’ e con le ripercussioni nel Corno d’Africa sbaglia! Il fatto che il vero responsabile della pulizia etnica nel Darfur (l’ex ministro dell’Interno Ahmed Harun- colpito da due mandati di cattura della Corte penale internazionale), piuttosto che essere arrestato,  sia stato nominato responsabile del dicastero degli affari umanitari (!!!) e che Ali Kosheib (saccheggiatore di villaggi- stupratore di donne- uccisore di bambini) sia stato incarcerato e rilasciato “per insufficienza” (delle prove che giacevano in abbondanza sotto le stelle per tutti gli occhi umani- animali e, persino, vegetali) non vuol dire che la giustizia debba evitare di gridare le colpe (e di additare i colpevoli)! È vero che la Corte penale internazionale è ancora bambina (è nata nel ’98- è riconosciuta da 106 Stati) e che è riuscita a processare un solo criminale e a rendere effettivi soltanto quattro degli ordini di cattura internazionale emessi; è vero che la missione ONU (in Darfur) è comandata da Karenzi Karake, il generale ruandese accusato di crimini di guerra; è vero che il tribunale ONU di Arusha (istituito nel ’95) ha processato soltanto 30 dei criminali hutu (degli squadroni della morte) responsabili del massacro di 800.000 Tutsi (e che detto tribunale costa 100. 000 dollari annui, ha 800 dipendenti e che era destinato a morire con l’anno vecchio, nel 2008); è vero che le Nazioni Unite, anziché inorridire alla richiesta del Ruanda di assorbire il lavoro ‘troppo lento’ del tribunale suddetto (con la chiara mira di cancellare per sempre il ricordo del genocidio perpetrato), la sostengono… È tutto vero, ma è vero anche che il bene non deve mai smettere di opporsi al male, che le voci del dissenso non devono mai cessare di levarsi, che i tentativi di arginare il male non devono mai desistere, che gli spiriti indomiti (tesi alla difesa dei diritti inalienabili) non passano invano sulla terra. Ne è una riprova il Tribunale speciale per la Sierra Leone (che è riuscito nell’intento-chimera di processare l’ex presidente liberiano Charles Taylor) e lo è anche che la Corte straordinaria per i crimini dei Kmer rossi in Cambogia che (benché, con la sua giustizia, sia arrivata così tardi che più tardi non si può) è riuscita a processare, nel novembre 2008, Kaing Gueg Eav (alias Khang Khek Ieu / Khang Khek Leu / Kang Kek Leu / Kang Kech Eav / Kang Kech Ien / Haing Pin), l’importante esponente dei Kmer Rossi, il torturatore-‘primula rossa’ di coloro che massacrarono 2 milioni di persone tra il ’75 e il ’79. Ideologicamente la cosa è di importanza rilevante, anche se la prima udienza di tale processo si è ‘celebrata’ 32 anni dopo i fatti, quando l’efferato criminale che aveva ideato il genocidio immane (Pol Pot) aveva, nel frattempo, beneficiato di un onore riservato alla gente pacifica e buona (era morto d’infarto)/ il “macellaio” Ta Mok era deceduto dietro le sbarre (2006)/ i vari imputati (che hanno un’età compresa tra i 70 e gli 80 anni) non suscitano più i sentimenti di cui si sono resi degni in gioventù (…).
In Libano l’indagine sull’omicidio del primo ministro Rafik Hariri ha sfiorato la guerra (chiamando in causa la Siria). Il governo pachistano ha ottenuto, fnalmente, un’inchiesta internazionale sull’uccisione di Benazir Bhutto (la cosa creerà fermenti destabilizzanti in quel paese complesso e pieno di paradossi, ma non ha, per questo, una valenza meno pregnante e vitale, in questo mondo che ha bisogno di reminders della giusta via). Mi auguro che chi può fare qualcosa la faccia (indipenentemente dai risultati e/o dai vantaggi-svantaggi vari), in questo mondo, in cui la verità viene, troppo spesso, messa sotto il moggio. Tacere il vero e non perseguire i crimini può andare soltanto a vantaggio del male. Gridare ciò che è giusto e affermarlo è già, di per sé, una vittoria sul male.   

Riflessione-conclusione
La mia mente rifiuta di adeguarsi ai giochi politico-strategici e si ostina a sperare (e… a credere nell’uomo), pur sapendo che i ‘vasi di coccio’ erano-sono-saranno indifesi e a rischio negli scontri tra titani. Non sono nella posizione di dire a nessuno (e men che meno alle grandi potenze) cosa (come) fare, ma vorrei che la vita umana contasse nella valutazione delle risoluzioni da adottare (a livello nazionale e internazionale, sempre e ovunque). Io non faccio che tenere l’occhio aperto sul mondo e cercare di interpretarne gli eventi. Ciò mi porta (spesso, ahimè) a temere che nei giochi politici possa essere proprio la componente peggiore ad emergere (come la feccia che sa farsi schiuma leggera sulla superficie delle acque ignare). Il solo baluardo di difesa che i popoli abbiano è il soffio divino che abita la materia di ogni uomo. È su quel soffio che ogni popolo deve soffiare con solerzia (per impedire che si appanni).
Auguro questo anche allo Stato nuovo di zecca chiamato Kosovo. Ho speranza, che la scalata di una facciata internazionale possa farsi miracolo-ago della bilancia. Mi auguro che luce venga fatta anche sulla storia dell’uranio impoverito.
Il male ‘oscuro’, intanto, continua a mietere vittime in Kosovo (dove i tumori maligni -specialmente quelli polmonari- sono aumentati terribilmente). Soltanto qualche O N G ne denuncia l’aumento. Il mondo tace (e invia in loco giovani sani e forti- senza accertare se le cause del morbo del secolo siano ormai pregresse o ancora sotto il naso ignaro di tutti).
Transizione tra missione Onu e missione europea, economia sommersa, contraddizioni all’interno delle endaves serbe non sono il solo problema del Kosovo. Lo è persino l’amore per il passato, (invocato dall’una o dall’altra fazione come alibi nelle mattanze fratricide –ad esse vorrei dire che invocare la storia da trincee foriere di morte non onora la storia e anzi la offende). L’umanità deve abbeverarsi al passato, perché sapere chi si era aiuta a capire chi si è e dove si sta andando, ma trasformare il passato in ossessione è deleterio (nella misura in cui si fa spada di Damolce sulla convivenza pacifica e falce-morte per tutti i germogli-amicizia propedeutici alla rinascita delle atmosfere vitali dei vivai del futuro).
 Gli Sati in generale dovrebbero, a mio umile avviso, badare meno all’apparenza e più alla sostanza (e ricordarsi anche che non c’è sostanza dove manca la vera essenza della libertà). Gli Stati, che si preoccupano di darsi un look rispettabile e il più possibile apprezzabile nel mondo (con tanto di ambasciate), otterrebbero risultati maggiori per altre vie (legate al reticolo interno delle implicazioni con la parola ‘libertà’), se ricordassero che, negando una volta di troppo la libertà anche a un solo individuo/ un solo insegnante ‘imbavagliato’ pena la perdita della stessa vita, non possano pensare di andare lontano (non vadano, anzi, e non giungano da nessuna parte).  Molte sono le occasioni mancate di libertà nel mondo e spero in un futuro migliore per tutti, in tal senso, e anche per i paesi balcanici. La conferenza episcopale di Belgrado  è un esempio del bisogno di tale speranza, poiché alla storica serba Latinka Petrovic è stato negato il suo intervento (sulla riconciliazione tra Serbi e Croati/ Serbi e Albanesi), che è stato poi reso noto dai principali organi di stampa.
Il giudizio finale sugli eventi relativi all’ex Jugoslavia e al suo ‘sfascio’ tocca ai posteri, che, forse, vedranno più chiaramente anche negli eventi nefasti (della ‘pulizia etnica’, delle ‘fosse comuni’ che si dice non siano state trovate, delle ‘stragi serbe’ di Sarajevo o Sebrenica e dei ‘lager della morte serbi’ che alcuni indirizzi politici definiscono ‘falsi’ e/o “costruiti da giornalisti mercenari”). Noi e il nostro tempo ci limitiamo a condannare il male (le sue stragi, i suoi malesseri, i suoi crimini e tutto ciò che lo ha caratterizzato-lo caratterizza-lo caratterizzerà). I Serbi e gli Albanesi stanziali delle rive del fiume Ibar ascoltino il fruscio pacifico delle acque secolari e leggano in esso la richiesta sommessa di pace: le acque sono stanche di tingersi di sangue; il corso del fiume è stanco di portare al mare i rantoli della morte; lo scroscio chiacchierino delle onde in fuga canta canzoni di amicizia e fratellanza, rifugge dalle inimicizie e sente odio e stragi come minaccia delle sue stesse sorgenti munifiche e limpide. Le due etnie dissotterrino tutto il sentimento e la passione cocente che abita i loro cuori e ne facciano sentieri luminosi e senza ambasce per i fratelli dirimpettai/ per quelli che hanno muri confinanti con le loro case e per quelli che sono racchiusi tra altri confini. Pensino ai loro figli e ai figli dei loro eredi e costruiscano case senza omicidi nelle loro fondamenta… Serbi, Croati, Albanesi e genti di qualsivoglia etnia pensino soltanto alle uguaglianze e non alle differenze; smettano di nutrirsi di odio e si ricordino che ‘amici’ e ‘nemici’ nascono-respirano-mangiano-defecano-soffrono-gioiscono.-amano e… muoiono allo stesso modo (hanno il sangue dello stesso colore e membra che, con la morte, cessano di muoversi nel vento, di formulare pensieri e… di dare lode alla vita). Ricordino di dare la mano al loro vicino e di creare la catena (che non sia di odio, ma di solidarietà) dell’unità (la sola che possa fornire il terreno per la ‘casa’ individuale-regionale-nazionale). Ricordino a se stessi e al mondo (con una benedetta inversione di marcia) che non c’è forza né sicurezza alcuna nella disgregazione. 
 Bruna Spagnuolo

 

Bruna Spagnuolo: Il primo passo verso il crimine storico è la negazione della storia
(sorry per l’Inghilterra e per Lippi)

   Il razzismo è un mostro a molte teste/molte facce munite di tentacoli mutanti mai finiti/mai dormienti/mai paghi dalle doti camaleontiche impensabili. Non se n’è, forse, mai parlato tanto quanto in questi ultimi tempi. Peccato, però, che la gente si faccia distrarre dalle facce dei disagi sociali profondi e non veda i tentacoli veri del razzismo dalle talee ramificanti/rampicanti e radicanti e lasci serpeggiare liberamente i suoi progressi, prima furtivi e poi prepotenti, anelanti a nidificare dove non si sarebbe mai creduto possibile.
   Si grida al razzismo di fronte alle reazioni della gente esacerbata da rapine, aggressioni, violenze e omicidi. Si sbandiera il razzismo come mezzo di offesa-difesa politica e come spauracchio delle intolleranze condannabili di pochi incivili individui idrocefali e di singoli elementi spaventati e confusi o come etichetta di inqualificabili intenti criminali esecrandi. Si fa un gran parlare e si cavalca l’argomento fino all’indecenza, per ragioni raramente disinteressate. Emittenti, conduttori, stampa e opinionisti, però, perdono di vista la faccia vera del razzismo ambiguo, subdolo, strisciante, miserabile, vile (e letale per tutto quanto possa davvero definirsi umano).
   Di recente l’Inghilterra ha preso le distanze dall’Olocausto. Le sue scuole stanno eliminando dall’insegnamento della storia la vergogna antisemita del nazismo e la conseguente strage che ha fatto/fa/farà accapponare la pelle di qualsiasi creatura bipede che si fregi dell’attributo ‘umano’. La motivazione pare risiedere nel fatto che non si vogliano “offendere i Mussulmani la cui ‘opinione culturale’ nega l’olocausto” (e da quando gli estremismi e il terrorismo si chiamano ‘opinione culturale’?). La sola frase, così com’è, mi fa rizzare i capelli alla pari delle creuture umane vive e vitali soppresse o incenerite senza rimorsi (nella loro infanzia, nel pieno del loro vigore o nella maturità della loro saggezza) da creature della stessa specie che si ritenevano di razza superiore, dei corpi umani ammonticchiati con arte e poi bruciati, delle lampade di pelle umana sfoggiate come manufatti pregiati, della ricchezza-oro derivante dai denti degli esseri umani trucidati, del nazista redivivo che plastifica i cadaveri (trasformandoli in statue che ‘offre’ come arte ai necrofili che per anima hanno carogne incancrenite). L’Inghilterra non giochi a make believe, perché eliminare dall’insegnamento della storia una parte della storia stessa significa rinnegare la storia. Poco conta che i libri di storia esistano e comprendano la verità, se la s’insegnerà rabberciata e alterata. E i libri di storia, poi, fino a quando resteranno ‘completi’? Gli Editori proporranno presto (se non l’hanno già fatto) libri ‘adeguati’ alla nuova ‘moda’  e i professori, che sanno di dover ‘saltare’ quel determinato ‘capitolo’, troveranno comodo scegliere testi ‘pronti’ all’uso (ovvero ‘mutilati’). Gli allievi, così, si troveranno tra le mani strumenti che non permetteranno loro di venire a contatto con la verità neppure per errore o per eccesso di ‘voglia di studiare’. C’è, per ora, ancora chi parla comunque di quella macchia terribile incisa nella storia dell’umanità e i giovani, bene o male, ne vengono a conoscenza, ma, con il tempo, quei libri artefatti potrebbero essere l’unica fonte di sapere degli studenti (soltanto inglesi, se al mondo non verrà in mente di farsi contaminare da quell’esempio di parzialità pedagogica dolosa).
  Quella frase è una sentenza di morte per l’umanità che abita dentro la gente della nazione di riferimento e di tutte le nazioni del mondo, per varie ragioni:

  1. Nega il diritto all’esistenza della verità storica o, meglio, nega la coesistenza di essa con determinate religioni; afferma che ciò che scomoda determinate ‘culture’ (anche se è storico/ esiste/ è passato al vaglio delle generazioni contemporanee  e di molte altre generazioni mondiali) va negato, per non offendere coloro che propugnano dette ‘culture’; afferma, in altre parole che, se qualcuno nega qualcosa, anche se si tratta di storia documentata e di diritto alla vita, tutti devono fare come se quel qualcosa non esistesse. Ciò è quieto vivere, viltà o intento criminale?
  2. Riconosce a una religione o a una qualsiasi entità culturale il diritto di negare la storia e/o l’evidenza sacrosanta dei fatti realmente accaduti. Ciò è ignavia, razzismo o demenza?
  3. Offende l’Islam, facendolo apparire incompatibile con la storia. Ciò è ignoranza o altro?
  4. Crea confusione tra religione islamica vera e propria ed estremismo condannabile e violento. Ciò è tendenziosità inconsapevole o filo- estremismo larvato?
  5. Appoggia e avalla l’estremismo che, per sua natura intrinseca, non può fare a meno di farsi casa del razzismo estremo e, quindi, dell’antisemitismo. Ciò è cecità o consapevole sovvertimento dei valori?
  6. Offende/malversa/schiaccia le generazioni future, deprivandole del diritto alla verità storica. Ciò è naϊvety o wickedness?
  7. Commette un crimine contro l’umanità, affermando un pricipio che lede in pieno tutti i valori sacrosanti del diritto alla verità storica (e, alla lunga, alla vita, poiché, se è possibile commettere genocidi abnormi e poi negarli, cancellandoli dalla storia, è possibile ritenere sani i dittatori criminali e folli e abolire l’argine che separa i giusti dagli assetati di sangue e dai massacratori). Ciò può essere accettato a cuor leggero dalla popolazione anglosassone e dal resto del mondo?

   Si è parlato e si parla ancora di ‘buonismo’, riferendosi all’accettazione indiscriminata e superficiale delle diversità e si continua a commettere lo stesso imperdonabile errore: definire ‘culture’ tutte le realtà-altre complesse che richiederebbero discernimento profondo e umanità infinita. Tale errore appartiene a coloro che non sanno aprire il cuore alla fratellanza, ma anche,   purtroppo, a coloro che credono di avere orizzonti-accettazione da offrire ai fratelli di altre ‘culture’. Il risultato è che gli uni e gli altri accomunano in un unico calderone inaccettabile religione, scismi, disagi, malesseri, fratture insanabili e vere e proprie correnti intestine fratricide compresi in quella che ai superficiali appare come unica ‘cultura’. Ciò può accadere negli scambi verbali tra ignoti e/o tra i convenuti dei ‘salotti’-inchiesta vari e può lanciare ‘semi’-acculturazione a ‘largo spettro’ di pochezza-miopia, ma, quando accade nelle istituzioni governative di una nazione, può innescare i virus di una vera e propria catastrofe ideologica contagiosa e inarrestabile.   
   L’Inghilterra stia molto attenta, perché questi messaggi passano (sul filo del tam tam inconscio) alle coscienze nascenti e in formazione e viaggiano verso direzioni ignote (che un giorno potrebbere sorprendere chi li ha lanciati con superficiale indifferenza). Organizzare manifestazioni sostitutive, in cui l’olocausto ancora esista (vedi mostra dedicata all’Olocausto organizzata e pensata per i bambini a Newark), non è sufficiente e non è la stessa cosa: A- percepire l’argomento come una ‘verità’ misconosciuta dallo Stato e proposta, invece, dagli evangelici ‘uomini di buona volontà’ è tutto dire (lo declassa, a livello inconscio, estirpandolo dalle priorità vitali del genere umano);
B- l’incongruenza della storia ferita da un’operazione chirurgica pirata detterà legge su qualsiasi altro tentativo di buona volontà.
   La storia è la storia. Mutilarla è un gesto insano ed è anche un crimine contro la lealtà dovuta alle nuove generazioni cui l’inghilterra vuole impacchettare e conservare una mezza verità (e, dunque, una menzogna) che non vale i pensieri ad essa dedicati, l’energia vitale delle parole su di essa digitate, l’inchiostro della pagina stampata che dovrà consegnarla ai posteri (ignari dell’inganno tramato). La storia alterata più storia non è e gl’Inglesi cha hanno avuto ‘questa bella pensata’ dovrebbero avere la decenza di chiamarla in altro modo (that is finta-storia/storia-parziale/fanta-storia/storia-alterata). Detti Inglesi dovrebbero anche inventarsi qualche altra scusa per lo ‘storia-cidio’ che commettono, perché non mi risulta che i Mussulmani sani di mente neghino i fatti storici reali accaduti sotto gli occhi del mondo intero.
   Confesso che ho fatto fatica a ‘sfumare’ gradualmente il risentimento inconscio verso le origini dello schiavismo (con la vergogna inenarrabile delle sue devastanti implicazioni di tratta-compravendita-possesso di esseri umani) e le mappe del reticolo-commercio antico della Compagnia delle Indie (in continuo stridore con il rispetto della vita dei popoli e della loro convivenza pacifica) e che mi sono seriamente impegnata nella conoscenza della cultura anglosassone e nel tentativo di ‘volerle bene’. L’Inghilterra, però, ultimamente, pare mettercela tutta per stupirmi negativamente e, quel che è peggio, lo fa con ‘azioni’-provvedimenti dannosi che toccano la categoria più a rischio della società (quella che amo di più in assoluto): i bambini, gli studenti, i vivai della speranza e del futuro (vedasi l’insana ‘idea’ di vietare l’uso dei termini ‘mamma e papà’ nelle scuole). La decisione di ‘togliere’ (semplicemente, ovvero follemente) l’Olocausto dal programma di storia non basta, pare. C’è un altro evento che è, alas, perfettamente in linea con l’ignavia del non volersi ‘immischiare’ (come se U. K. fosse un universo staccato dal mappamondo in generale e non avesse a che fare con la stessa umanità) : il caso Töben.
   Il cittadino australiano Fredrick Töben è stato colpito da mandato di arresto europeo (emesso dalla Germania), per aver pubblicato in internet materiale lesivo dei valori umani (e tanto antisemita ‘che di più non si può’). È stato arrestato a Heathrow, durante un viaggio dagli U.S.A. a Dubai, e messo sotto custodia cautelare, in attesa dell’udienza sull’estradizione fissata per il 17 Ottobre.
   Il portavoce degli Affari Interni del partito liberaldemocratico inglese, Chris Huhne, ha detto che gl’individui non dovrebbero essere consegnati ai tribunali esteri per negazionismo e si è appellato alla libertà di parola e a ragioni giuridiche (vedi l’articolo 4 del mandato di arresto europeo). Secondo Huhne, il mandato di arresto europeo nei confronti di Töben non andrebbe eseguito perché egli non ha commesso il reato in Germania e perché non istigherebbe alla violenza.
   Le preoccupazioni giuridiche di Huhne somigliano molto al lavacro delle mani di Ponzio Pilato e sono davvero preoccupanti, anche perché vanno a dare forza al coro di nazisti che si è levato in favore del neonazista Töben, che pare uscito pari pari dalle pagine dei libri di storia vera e che è la reincarnazione di coloro che, nei campi di concentramento, hanno prestato le loro sembianze umane ai crimini più oscuri e più nefandi che abbiano mai degradato l’umanità. Non avrei mai potuto concepire, da bambina e da giovane, durante le manifestazioni e le attività scolastiche chiare come il giorno e sicure come le stagioni, il parto malato di menti folli come quella di questo uomo tedesco divenuto cittadino australiano e impastato di nazismo e di tutti i suoi paradossi nefandi e spaventosi, né avrei potuto mai immaginare che figure governative potessero avere dei dubbi circa la condannabilità dei loro farneticamenti pericolosi e brutali.
   Mi domando come possa Huhne offendere la libertà di parola associandola al fetore di teorie fuorvianti e orrende, ma poi mi stupisco di me stessa, perché la cosa è perfettamente in linea con il vero e proprio crimine di voler togliere la Sho’ah dalle scuole. Non avevo mai realmente disprezzato i sofisti, ma in quest’epoca oscura aborrisco quelli redivivi, che giocano con i soli valori e le certezze  che garantiscano la vita umana.
   Libertà di parola e libertà di crimini nazisti è ben diversa cosa, dear Mr Huhne. Le brutture della grande guerra hanno ferito la storia dell’umanità abbastanza da essere condannate da allora e per sempre (insieme ai criminali che le hanno perpetrate). I criminali odierni, che rinnegano il sacrificio immane di milioni di vite umane svalutate, abbrutite, affamate, calpestate, seviziate, violentate, vivisezionate, massacrate, incenerite e che difendono, ossequiano, rispettano, onorano, incensano, osannano e persino adorano i sadici mostri spaventosi responsabili dei crimini peggiori della storia, sono il cancro che divorava, allora, il cuore sano della società e che rischia, ahimè, di tornare a divorarglielo (con il beneplacito della gente come lei, Mr Huhne). Il male non fa sconti a nessuno: chi non è contro di lui è con lui. Questa è l’amara verità. Gl’ignavi causano all’umanità danni uguali (se non maggiori) a quelli causati dai suoi nemici dichiarati. Chi non prende posizione contro il male, lo avalla. Chi non aggiunge la propria forza al piatto della bilancia del bene non s’illuda di essere un giusto, mentre lascia bistrattare e morire il bene stesso senza muovere un dito.
   Töben è un pericoloso nazista dichiarato e ha scritto cose terrificanti, nella loro ‘dignità’ di proclama  farneticante. Essendo sotto l’occhio della legge,  viscidamente usa terminologie fintamente ipotetiche, nella sua lucida follia antisemita, e scrive frasi del tipo “se dovessi negare la sho’ah direi… ecc.”. Riporto qui di seguito due punti salienti estrapolati integralmente dal testo che gli ha guadagnato il mandato di arresto europeo e che non lasciano dubbi sulla natura ideologica della loro provenienza:

"I am operating under a Federal Court of Australia Gag Order that prohibits me from questioning/denying the three pillars on which the >Holocaust-Shoah< story/legend/myth rests: 1. During World War II, Germany had an extermination policy against European Jewry; 
2. of which they killed six million; 
3. using as a murder weapon homicidal gas chambers. It is impossible to discuss the >Holocaust< with such an imposed constraint. I therefore am merely reporting on matters that I am not permitted to state. 
For example, if I state the >Holocaust< is: 
1. a lie; 
2. six million Jews never died, or 
3. the gas chambers did not exist
  
The problem is that these pillars are not set in concrete, though attempts at setting them in legal concrete have been under way for decades - without success
".
   Per questo individuo (che mi rifiuto di definire uomo) l’Olocausto è ‘leggenda’/’mito’/’menzogna’ e coloro che lo hanno negato (cioè i responsabili di esso e che per esso non volevano essere condannati nel presente e nel futuro) sono eroi capaci di sacrificare la loro vita per i valori che contano e persino per la bellezza. Non  mi disturbo (anzi non mi abbasso) a riportare il resto di quella specie di ‘manifesto’ contro-natura. Mi limito a dire a Huhne che dovrebbe vergognarsi di fingere di difendere la libertà di parola e prendere coscienza del fatto che svicolare, in certi casi, può essere pernicioso quanto tradire.

  In Italia, un personaggio molto noto è sulla linea di Huhne e dell’Inghilterra (anche se credo che lui non lo sappia). Moni Ovadia ha chiesto a Marcello Lippi di comparire tra i testimonial di un dvd contro il nazismo e contro il fascismo. Tutto ciò che gli si chiedeva di fare era leggere qualche passo sulla sho’ah. La stampa già titolava la cosa con entusiasmo e nessuno si aspettava la doccia fredda della reazione dell’interessato. Sicuramente (io, almeno, così credo) i testimonial veri (Jovanotti, Ligabue, Antonio Albanese, Nicoletta Braschi) avrebbero preferito che Lippi si sentisse onorato di essere ‘incluso’ e non avrebbero immaginato che egli potesse definire ‘politica’ un’iniziativa che, per grazia di Dio, non è unica e può inserirsi in un intero universo di gesti-parola-testimonianza che hanno costellato gli anni passati (e che, spero, costelleranno quelli futuri senza sosta). Questo è ciò che Lippi ha fatto, invece, proprio questo (‘roba da non credere’). “Io non voglio avere a che fare con la politica/ non mi faccio mettere di mezzo”, ha detto Lippi, più o meno, e… sulle sue parole si potrebbero scrivere veri e propri trattati. Gli studenti che visitano le mostre sull’Olocausto e coloro che visitano i luoghi della deportazione ne escono schiacciati dalle immagini terrificanti che la storia tramanda (e non si sarebbero aspettata una simile risposta da chi fa parte del mondo di uno sport così vicino ai giovani). Le iniziative contro una simile mostruosità sono ovvie così com’è ovvio respirare. Non si può neppure pensare che sia necessario fermarsi a riflettere su certe posizioni, che fanno parte dell’essere o non essere puro e semplice. Chi esiste e ama la vita (anche altrui e non solo propria) si trova automaticamente nella celebrazione di essa e nel rifiuto degli stermini di massa, senza dover decidere da che parte stare. Non si può neppure parlare di barricate, perché la vita è la vita e ciò che è contro di essa è semplicemente parte del buco nero dell’universo. Gli esseri umani esistono in quanto fanno parte della vita (a parte i casi-limite abortiti da madre natura e lanciati verso il buco nero del nulla e del contrario della vita). Non c’è bisogno, perciò, di decidere se ‘stare dalla parte degli Ebrei’, perché le stragi patite dagli Ebrei appartengono all’umanità intera e a ognuno di noi, come ogni e qualsiasi genocidio o crimine commesso ai danni del genere umano (ovunque e contro qualunque popolo). Rifiutarsi di prendere posizione contro le colpe terribili dei criminali nazisti è irrazionalmente autolesivo e insano così come lo sarebbe strapparsi il cuore dal petto. Mi dispiace tanto che un personaggio noto e investito di ascendente sulle masse dei tifosi abbia saltato completamente la consapevolezza di queste verità importanti e che, anziché sentirsi onorato di dare voce al popolo italiano che non ha volto per i mezzi d’informazione, abbia fatto ‘scena muta’, credendo di evitare di ‘prendere posizione’. La cosa, se non fosse tragica, sarebbe sciocca, perché non ci sono destre, sinistre, rossi, gialli,verdi,bianchi e neri di fronte ai capisaldi della difesa dell’umanità: ci sono soltanto uomini. Non voglio pensare che Lippi non volesse perdere la tifoseria ‘nera’ estremista, ma mi sento semplicemente molto triste: il mondo dello sport e, in particolare, il mondo del calcio può sfoggiare loghi e pubblicità di ogni sorta e si fa ‘timido’ e ‘schivo’ per le parole della storia (?). È vero che le pubblicità offrono ‘contropartite’ tangibili e materiali (‘a breve scadenza’), ma è altresì vero che le parole della storia (da tramandare doverosamente) ‘pagano’ in errori-orrori evitati e in vite salvate (‘a lunga scadenza’).  

   L’umanità intera (ovunque viva e qualunque nome porti) ha bisogno di certezze e nessuna certezza è più impellente del diritto alla vita (primario per eccellenza al di sopra di tutto). Quel diritto è stato violato nel modo più  indicibile con l’olocausto e non possiamo e non dobbiamo permettere che i nazisti al danno aggiungano la beffa negando il tutto bellamente con una faccia di tolla che non si sarebbe creduta possibile.
   Grandi e piccoli (di qualsiasi estrazione-lingua-religione-cultura) hanno bisogno di convivere in armoniosa accettazione reciproca e di avere tempo-energie-atmosfere da dedicare alla conoscenza e alla crescita. Infausto è stato il giorno in cui la follia del razzismo estremo si è appropriata del diritto alla prevaricazione e al genocidio; mille milioni di volte più infausto sarebbe il giorno in cui l’umanità dimenticasse di cautelarsi contro simili mostruosità. Tutti devono vigilare, perché il male non è mai stanco di tramare nell’ombra. Oggi più che mai è tempo di farsi sentinelle di ciò che è giusto e biblicamente ‘buono’, perché il primo passo verso il crimine storico è la negazione della storia.

Bruna Spagnuolo

 

Bruna Spagnuolo: Il Tibet piange (alias: Olimpiadi e sangue…)-articolo scritto nel 2008

Il Tibet piange. L’etere attonito ascolta il suo grido e se ne lascia trafiggere… Perché il mondo non sente il lamento che si alza da una terra che è stanca di carni lacerate e di petti squarciati…? Perché la Cina è sorda alle invocazioni di aiuto e agli appelli dei pochi, dei molti e del mondo? La grande Cina ha preparato nozze tra la grandezza secolare e la simbologia  di gloria e di civiltà con le Olimpiadi coniugate, ma qualcosa, da qualche parte, stride e si fa entropia ineliminabile e tragica.
La prima Olimpiade (776 a. C.) fu un evento che nessuno avrebbe mai dimenticato, un parametro-baluardo tra il prima e il dopo quell’accadimento, qualcosa che cambiò, in un certo senso, il mondo, tanto che anni ed avvenimenti furono computati e datati a partire dall’anno di quella prima Olimpiade (vedi Timeo ed Eratostene). L’antica Grecia, nella sua bella Olimpia, pensò e mise in atto i Giochi Olimpici in onore di Zeus e li volle grandiosi, indimenticabili e adatti ad onorare la massima divinità allora conosciuta. L’attesa dei quattro anni d’intervallo tra l’una e l’altra di queste gare divenne come un periodo di riflessione, un arco di tempo durante il quale prepararsi ad essere degni di quella manifestazione di livello elevato e di alta ispirazione simbolica.
Le cose stanno ancora così. Ospitare le Olimpiadi è un onore che le potenze mondiali si disputano da tempo immemorabile. La Cina è giunta a tale traguardo non a cuor leggero, non con facilità, non senza attesa, non senza impegno, non senza sofferenza, non senza complessi processi evolutivi, ma… (a livello di rispetto della vita umana) quanta parte ha dedicato nel prepararsi ad essere degna delle Olimpiadi e della loro valenza allegorica?
La Cina, la grande Cina che canto nella pagina web dedicata alla ‘mia Cina’ nel sito brunaspagnuolo.com è la Cina del popolo stoico e tenace, la Cina del popolo detentore di una saggezza millenaria… La ‘mia’ Cina è quella cantata da J. Clavell in Taipan, quella che, ai tempi in cui l’Europa era ancora immersa nella preistoria, conosceva già livelli notevoli di civiltà; quella che, mentre il mondo moriva di scorbuto e di dissenteria beveva già acqua bollita sotto forma di tè; quella che, mentre in Europa si credeva ancora che fosse necessario indossare maglie di lana e cappotti in piena estate (e si sudava a morte e si puzzava non poco, soffrendo fino a schiattare), indossava già ndumenti di seta e alleviava la calura con bagni frequenti. Vorrei che ‘quella’ Cina prendesse il sopravvento e impedisse alla politica di invocare diritti-gioghi disumani e crudeli.

Il Tibet era una terra unita e felice governata dal Dalai Lama. L’Esercito di Liberazione della Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong vi giunse e la invase (non tanto in là nel tempo…, soltanto nel 1950) e accampò diritti che fanno pensare alla fiaba di Fedro in cui il lupo, abbeverandosi al fiume, disse all’agnello: “Ti devo mangiare perché mi hai intorbidato l’acqua” e, sentendosi rispondere dall’agnello: “Io sono a valle rispetto a te, come posso averti intorbidato l’acqua? Caso mai è il contrario…”, concluse: “Se non me l’hai intorbidata tu, me l’avrà intorbidata tuo nonno…”. I Cinesi dissero al Tibet che era loro diritto invaderlo, poiché i Mongoli, appartenenti allo stesso popolo, lo avevano già invaso secoli prima. Il Governo Cinese costituì (nel 1956) il Comitato Preparatorio per la Regione Autonoma del Tibet. La cosa parve una concessione quasi generosa, poiché a capo di tale Regione i Cinesi misero il Dalai Lama. Egli, però, dovette accorgersi presto di non avere voce in capitolo: ‘tutti’ gli altri appartenenti al Comitato erano alle dirette dipendenze del Governo Cinese.  Una rivolta incontrollabile nata nel Tibet orientale (1957) si estese a Lhasa (1959). La Cina represse nel sangue ogni dissenso. Il Dalai Lama fu convinto dai monaci (che temevano per la sua vita) a lasciare il Tibet. Vestito da soldato (il 17 marzo) abbandonò, con la morte nel cuore, il leggendario luogo (il Palazzo del Norbulingka) delle sagge astrazioni medit/anti/ate-trovate nei pensieri e nei battiti involontari del cuore e si rifugiò in India, ove fondò il ‘Governo del Tibet in esilio’. La Regione Autonoma del Tibet, nota con l’acronimo TAR (Tibet Autonomous Region/in tibetano Bod Rang Sky Ljongsong/in cinese Xīzāng Zìzìqū, Regione dei Tibetani dell’Ovest), ebbe un governatore tibetano, il cui segretario cinese, di etnia han, era in realtà il controllo segreto del Partito Comunista Cinese. La Cina Comunista, con quella che fu chiamata rivoluzione culturale, commise un genocidio (trucidò molto più di un milione di Tibetani), distrusse 6.254 monasteri (con tutte le bellezze e le opere d’arte in essi contenute), schiavizzò in campi di lavoro almeno 100.000 Tibetani, commise veri e propri delitti contro la natura, distruggendo tutte (o quasi) le foreste. Hua Guofeng, salendo al potere, dopo la morte di Mao (1976), capì che procedere come in precedenza in Tibet era controproducente e invitò il Dalai Lama a tornare. Una commissione di monaci fu mandata in Tibet, a verificare la reale possibilità di tale rientro, con il permesso del governo cinese, e capì che far tornare il Dalai Lama sarebbe stato come metterlo in trappola. Deng Xiao Ping, successore di Hua Guofeng, inviò una sua commissione in Tibet e si rese conto delle condizioni disumane in cui versava la popolazione. Decise di imporre meno tasse, di concedere una certa iniziativa privata e la riapertura del Jakong e del Palazzo del Potala. La diminuzione dei divieti di culto permisero la riapertura di alcuni monasteri e funsero, per il governo cinese, come mezzo per richiamare in patria il Dalai Lama e impiegarlo in Cina come funzionario. Il Dalai Lama rifiutò; l’invito fattogli fu ritirato e ogni colloquio fu interrotto. Era il 1983; da allora il popolo tibetano, guidato prevalentemente dai monaci e dalle monache, ha cercato di far giungere a Pekino il suo grido di dolore, per i diritti umani negati. La risposta è stata una repressione senza pietà e il progetto di aver ragione dei circa sei milioni di Tibetani attraverso l’introduzione di una quarantina di milioni di Cinesi di etnia Han. La ferrovia del Qingzang (attiva dal 2006), che ha collegato Lhasa a Pekino, ha reso questo progetto molto più di una mera possibilità, dando il via ad un’immigrazione massiccia che prima era impossibile… Il turismo è permesso, con il supporto di guide cinesi. Le guide tibetane lavorano difficilmente e con molte limitazioni. Il XIV Dalai lama (Tenzin Gyatso), spezzato, come il suo popolo, dalla soverchiante sofferenza e impotenza, non chiede più l’ndipendenza e la sovranità del Tibet. Si accontenta di accettare la TAR (Regione Autonoma del Tibet) voluta dalla Cina e di chiedere che vi si riconoscano i diritti umani.

Tale richiesta, nel terzo millennio, nell’anno in cui la Cina si appresta ad ospitare le Olimpiadi, è uno schiaffo all’umana decenza, perché è impensabile e incredibile che esistano ancora popoli cui vengano negati i diritti basilari della razza umana. Non è accettabile che una nazione possa ritenere di essere degna di ospitare le Olimpiadi e di avere, contemporaneamente, il ‘diritto’  di negare i diritti altrui. La grande Cina dell’antica saggezza, delle ricchezze d’arte e di storia non può  continuare a fare un tale scempio del leggendario Tibet, che è patria della Montagna più alta del mondo e che, con l’Everest, pare essere casa della bellezza e degli dèi…/non può perpetrare tanta ingiustizia contro degli esseri umani e continuare ad essere recidiva…
La regione autonoma Xinjiang, le province cinesi Qinghai e Sichuan, l’India, il Nepal, il Bhutan, lo Yunnan hanno condiviso confini, odori, atmosfere e molto di più con il Tibet, attraverso i secoli.  Le etnie cinesi Han e quelle tibetane si sono intrecciate in armoniose convivenze dal tempo dei tempi, insieme a quelle Hui, Monpa e Lhoba, prima dell’invasione cinese; perché la Cina comunista ha dovuto interrompere tale armonia e macchiarsi di delitti efferati? 
Io ho molto amato la Cina (la sua storia, la sua vastità, la sua poliedricità, la sua ricchezza di spazi-paesaggi-monumenti, la sua bellezza, la sua seta, la sua arte, il suo artigianato, il suo popolo); ora, però, non posso accettare quanto accade in Tibet (è più di quanto il mio cuore possa sopportare). Non ho potere, non ho voce e non ho nulla da offrire alla Cina, in cambio di una sua inversione di marcia. Se avessi potere e  voce, imporrei alla Cina i sogni come legge e la obbligherei a rinunciare a tanto accanimento orribile e ingiustificato. Ha tanto corso e scalpitato, ha tanto frustato i suoi ‘cavalli’ umani dell’economia (non senza altre deroghe ai diritti umani), per diventare una potenza mondiale: perché vuole rovinare tutto, mostrando oltre ogni possibilità di giustificazione il volto disumano di una politica sanguinosa e criminale? Ho chiuso nella memoria i giovani studiosi sterminati (a migliaia) in piazza Tienammen e ho trattenuto il fiato a lungo, per riuscire a calpestare quel selciato abbeverato con il sangue dei corpi tritati delle giovani menti del futuro cinese… Ho fatto appello a tutto il mio amore universale, per riappacificarmi con quella terra che aveva potuto sterminare il vivaio dei suoi rampolli umani e ho, di nuovo, amato la Cina…
Fingo di non sentire e non sapere ciò che si dice dell’uso dei giustiziati smembrati nelle prigioni e addirittura spellati e venduti a qualche nazista criminale reincarnato (perché li inceri e li spacci per ‘sculture’)… e dovrei fingere anche che queste nuove repressioni sanguinose in Tibet non siano reali…? Devo affermare che oltre questo limite il mio amore per la Cina non può proprio andare… e che la continuazione delle stragi in Tibet è la goccia che fa traboccare il vaso… Est modus in rebus, dicevano i Latini… e avevano ragione. Arriva il giorno in cui le usanze barbare vengono allo scoperto e devono cessare; per la Cina quel giorno era ieri, oggi è già tardi per perseverare nella incivile e criminale negazione dei diritti umani.
Il resto del mondo che cosa aspetta a revocare le Olimpiadi? E gli atleti, coloro cui il messaggio della vita sana e giusta (e della pace) è associato, come pensano di accendere e di portare la fiaccola simbolica e di gareggiare in una simile nazione? Meglio sarebbe annullare le Olimpiadi e dare un segno forte a chi, nel mondo, pensa di servire ‘Dio e mammona’ senza rimetterci neppure la faccia e senza perderci investimenti-stima e capitomboli industriali. La Cina sarà pure diventata una potenza, ma se il resto del mondo non le insegna oggi a ridimensionarsi, domani potrebbe estendere il Tibet chissà da dove a dove… È tempo (o, meglio, sarebbe) di porre argini ai soprusi, alle invasioni e ai genocidi (e di farlo senza armi e senza guerre: con la forza civile della condanna morale).   

Bruna Spagnuolo: Fiaccola olimpica in manette
(‘Il Tibet piange’- seconda puntata)-2008

Il giovane barone Pierre Fredi Da Coubertin ha fatto rivivere i Giochi Olimpici (morti e sepolti sin dal 393 a. C.).
Molti erano stati i tentativi falliti (1859 / 1870 / 1875), prima che lui riuscisse nell’impresa. Gli sforzi dei vari sognatori si erano infranti tutti contro la mancanza di strutture adeguate (che avevano relegato i giochi nel ruolo di gare rionali). Da Coubertin diede al suo sogno ali robuste, spendendo buona parte del suo patrimonio, viaggiando da un angolo all’altro del mondo e tessendo le trame dei consensi internazionali necessari alla dimensione ‘ecumenica’ dei Giochi Olimpici. 
Riuscì, infine (nel 1892), ad ottenere l’approvazione dell’Unione Francese per gli Sport Atletici e, successivamente, a far approvare la Prima Olimpiade dell’Era Moderna da parte del Congresso Internazionale di Parigi. Era il 1894, il miracolo di resuscitare le Olimpiadi era stato un successo!
Atene, nel 1896, fu la prima città-casa di quei ‘Giochi’ che non le erano estranei. Il re Giorgio 1° di Grecia lanciò da quel pulpito prestigioso l’idea che tutte le Olimpiadi future si tenessero in Atene.
Da Coubertin e il CIO decisero, invece, che i Giochi Olimpici, allo scadere dei quattro anni di rito, onorassero la Francia (Parigi- 1900), al turno successivo gli Stati Uniti d’America (1904)  e, di volta in volta, sempre una nazione diversa.
Il mondo tornò ad unirsi attorno ai Giochi Olimpici. La loro fiaccola ricominciò a far sognare e ad ispirare ideali nobili e belli. Le vie delle miserie umane sono infinite, però, e, purtroppo, s’imparentano con quelle della tracotanza, non risparmiando neppure i vessilli dei sogni. Le Olimpiadi conobbero una pagina buia, servendo al nazismo (1936) per celebrare (a Berlino) lo spirito nazionalista, militarista e razzista che, alla base del tristemente noto pangermanesimo, avrebbe segnato il mondo con indimenticabili orrori.
Pierre Fredi Da Coubertin, che morì l’anno dopo, fece in tempo a subire il grande dolore di vedere quell’undicesima edizione dei Giochi Olimpici trasformarsi in una farsa amara dei valori che egli aveva sognato di veder sventolare al di sopra dei confini-barriere tra i popoli e di veder diffondere attraverso l’atletismo (ispirato al sacrificio, alla disciplina e alla responsabilità del singolo-creatura dotata di capacità decisionali/autonomia e libertà). Le Olimpiadi di Pechino di questi valori hanno fatto piazza pulita, escludendo Pistorius, l’atleta che li incarna al di sopra di tutti; appoggiando la piattaforma dei ‘Giochi’ dei tempi di pace sull’oppressione del Tibet, ove il ‘singolo’, sia come individuo che come membro della collettività, è schiacciato nella sua libertà individuale e persino  eliminato dalla faccia della terra.
Le Olimpiadi 2008 ricordano quelle del 1936 e faranno rivoltare Da Coubertin nella tomba, checché ne dica Pechino, perché il suo parere è di parte e non è sincero.
Capisco i sacrifici degli atleti e gl’interessi mastodontici che sciamano nell’ombra, dietro le varie edizioni dei Giochi Olimpici, ma capisco anche che si dovrebbero salvare gl’interessi senza affossare il significato di una così alta manifestazione. Io non ho antipatia per la Cina, anzi l’amo, ma amo il suo popolo e la sua cultura e disapprovo la politica della violenza. Chi non la disapprova? I cori in tal senso sono unanimi, ma Pechino si mette la maschera e ne inventa ‘di cotte di crude’, per giustificarsi in modo puerile. Ha invaso e oppresso per decenni, potrebbe ora avere la decenza di riconoscere, almeno, i diritti umani? Si è presa la terra, la ricchezza e la vita della gente, potrebbe ora riconoscere a quei poveri oppressi il diritto di pregare e di onorare Dio come meglio credono, senza massacrarli e ammonticchiarli, intridendo di sangue la terra di cui si vuole servire? La terra si vendica dei suoi aguzzini e restituisce il sangue che riceve, prima o poi, ogni invasore se ne dovrebbe ricordare. Le Olimpiadi stanno a cuore a tutti, ma le nazioni che commettono crimini così efferati non le dovrebbero meritare, o no? I preparativi sono troppo avanti e non si può tornare indietro, ma si poteva qualche tempo fa… Perché le altre nazioni hanno borbottato come un padre contrariato (che permetta a uno dei figli di trucidarne altri)? Pechino sta facendo i comodi suoi, a parte inezie-passi da gambero. Ha massacrato e ha mentito, distribuendo a poveri giovani in divisa i travestimenti da monaci con cui aggiungere la beffa al danno del genocidio senza quartiere. Provo pena per i soldati comandati, che possono soltanto scegliere se versare il sangue altrui o quello proprio, ma non ne provo alcuna per chi li manda a commettere gli orrori.
Le nazioni del mondo avrebbero dovuto pensarci; se le Olimpiadi non potevano essere annullate, avrebbero dovuto essere trasferite. La voce del Dalai Lama tra quelle in favore delle olimpiadi a Pechino è amore per la Cina e inno per la mitezza. Egli si accontenta di salvare la vita dei Tibetani rimasti e non chiede più altro all’invasore, ma il resto del mondo dovrebbe pretendere qualcosa di più e non dovrebbe permettere lo scempio di inviare i nostri atleti a disegnare nel cielo di Pechino la grazia della loro bravura e ad avallare, in qualche modo, i modi di fare del padrone di casa (alias, la sua politica irriguardosa dei diritti umani in senso lato e dei valori più sacrosanti in assoluto). Io credo che, ancora una volta, la politica abbia scavalcato il volere del popolo: in tutte le nazioni, la fiaccola olimpica è stata contestata, o, meglio, ne è stato contestato il passaggio, data la sua meta finale. Le varie nazioni non hanno preso nota del volere del loro popolo, ma si sono schierate accanto alla Cina e lo hanno fatto nel peggiore dei modi: hanno spento il senso di quella fiaccola proprio tenendola accesa e impedendo ai manifestanti di raggiungerla. Coloro che volevano spegnerla, per assurdo, la volevano accesa. Gli Stati hanno scortato la fiaccola olimpica con le armi, come un prigioniere ammanettato… e questo è un pugno allo stomaco che non ha parametri passati-presenti-futuri / è una concessione alla violenza, un macigno pesantissimo sul piatto opposto a quello del bene, un’alleanza con le forze che non sono nella parte bianca del tao. Le ‘scorte’ della fiaccola diretta a Pechino hanno fatto anche uso delle armi. La fiaccola, in alcuni luoghi, ha lasciato, dietro e attorno a sé, esseri umani insanguinati…  
Questo è un precedente pericoloso: se abbiamo potuto accettare che la fiaccola olimpica viaggiasse ‘in manette’ , fingendosi simbolo di libertà e di valori assenti, forse non sappiamo chi eravamo e da dove veniamo e non ci chiediamo chi saremo e dove stiamo andando…
       Bruna Spagnuolo

Moonisa: Nigeria-Pipelines insanguinate, terra-genti e tradizioni dissacrate- articolo scritto nel 2009

Cronaca di una Guerriglia (o di una guerra civile?)
La vita cittadina del lontano Nord nigeriano nulla pare avere a che fare con i sonni agitati della gente che vive nel Delta del Niger. La seconda metà del maggio 2009 si è tinta di nuovo di sangue quasi (o senza quasi?) all’insaputa del mondo e persino del resto della Nigeria. I giornali locali hanno parlato dei ‘disordini’ nel Sud; Vanguard ha titolato: Soldiers seize militants armoury// Oil, gas, pipelines blown up// JTF rescues 10 hostages// Death toll rises to 65 (!!!).

Un’incursione segreta della Joint Task Force (JTF) nigeriana nel famoso camp 5 ha portato, secondo le notizie ufficiali, alla liberazione di 10 ostaggi (6 Filippini e 4 Nigeriani) e al sequestro di grossi quantitativi delle armi dei ‘guerriglieri’ ma…, se posso essere sincera, tale notizia non mi rallegra. Provo sollievo, ovviamente, per gli ostaggi (tra i quali, 6 Filippini- sempre secondo le notizie ufficiali) liberati, ma non riesco a non pensare al rovescio della medaglia…
Quelle che i giornali definiscono ‘armi’ (fucili antiaerei, ovvero lanciarazzi/ dinamite e motoscafi superveloci) avrebbero storie interessanti da raccontare (sul perché della loro presenza e sulla loro provenienza), ma non mi risulta che (nella nazione di riferimento o all’estero, per quel che ne so) vi sia interesse a correre il rischio di ascoltare quelle ‘storie’. Le conseguenze dell’operazione in questione sono state, secondo le fonti ufficiali, le seguenti: i Ribelli hanno fatto saltare le condutture Worri-Escravos (del petrolio Chevron) e quelle del gas (Abiteye); ci sono state 65 vittime.
L’autorità militare ha detto che non si è trattato di una rappresaglia, da parte della JTF, ma di una missione di salvataggio/ che i soldati sono stati attaccati dai ribelli e hanno dovuto difendersi; che prendere il sopravvento non è stata una passeggiata, perché molti militari sono rimasti feriti anche in modo grave, pur essendo meglio armati ed equipaggiati/ che i Filippini liberati riportavano segni di torture ed erano terribilmente malconci/ che i ribelli avevano sequestrato lo staff della petroliera MV Spirit e rubato il carburante/ che la JTF ha recuperato due navi sequestrate e verificato l’infondatezza della vanteria dei ribelli di aver catturato una nave da guerra nigeriana.
Le condutture danneggiate fanno parte della linea che porta il petrolio grezzo (prodotto da Chevorn-Texaco) alla raffineria di Worri, alla compagnia petrolchimica WRPC e anche il greggio alla raffineria di Kaduna (danneggiata anni addietro dai ribelli e riparata con costi ingenti- riferiscono le fonti ufficiali). Una commissione (di vari pezzi grossi del governo federale e del governo locale, commissari vari, il governatore del Delta State, Emmanuel Uduaghan- gli Stakeholders, tra cui i rappresentanti della JTF e dei leader della Ijaw Youth Organization) riunita d’urgenza, in Worri, ha cercato, per ore interminabili, di porre fine al massacro. Gli anziani sono stati investiti di tutto il loro ascendente atavico, per far ‘intendere’ le ragioni della ‘non premeditazione’ dell’incidente (got out of control) non solo ai giovani ribelli, ma anche ai militari della JTF (che –per inciso- ha bombardato gli stanziamenti umani della zona). La commissione ha, infine, ordinato, il ‘cessate il fuoco’ (Il Delta State ritiene la cosa un semplice intoppo sulla via della pace, che vuole ristabilire in modo duraturo e finale, per mezzo delle trattative pacifiche che questo ‘incidente’ ha messo a repentaglio). I contendenti, intanto, riordinano i ranghi, ristabilendo le nuove frontiere-trincee; le condutture vengono riparate e la zona ‘bonificata’. Mi domando di quale ‘bonifica’ si possa parlare, in una zona (conosciuta palmo a palmo dai ribelli e minata perennemente con dinamite; tenuta in scacco da pattuglie-incursioni militari) che, ahimè, appare senza speranza… Ci sono stratificazioni-problemi a vari livelli-varie ramificazioni (prossime e remote), in quella zona; dipanarle (per comprendere) è possibile agli uomini; risolverle mi appare impossibile (o possibile soltanto a Dio, l’unico essere onnipotente -più potente, in questi tempi terribili, delle multinazionali), ma, qui e ora, atteniamoci ai fatti contingenti del caso.
La rilettura (in chiave popolare) degli eventi è che la JTF rispettasse la direttiva delle trattative; che ci fosse una sorta di tregua tra militanti IYO e militari e che questi ultimi potessero passare, senza essere attaccati, usando pochi colpi sparati in aria come ‘codice’ di non aggressione, quando e se si trovassero ad attraversare, per altri motivi, le acque prospiecienti il famoso camp 5 (sottratto dai Ribelli ai dipendenti delle ditte straniere, per farne il loro quartier generale). Pare che il colonnello responsabile della JTF della zona sia cambiato e che l’arrivo del nuovo colonnello abbia comportato il cambio delle direttive nei confronti dei problemi della zona del Delta; pare, altresì, che l’attacco in questione sia stato messo a segno in gran segreto, con il preciso intento di cogliere i Ribelli di sorpresa, snidarli tutti e liberarsi del movimento della Gioventù Ijaw che c’è alla base (cosa più facile a dirsi che a farsi, poiché ciò che accade nel delta del Niger non è la ribellione temporanea e superficiale dovuta a un disagio passeggero, ma la cima di un iceberg mastodontico e grave e ha radici profonde, ramificate nella mente e nel cuore delle comunità del Delta). La gente semplice con cui ho parlato mi ha detto: “I militari hanno fatto quel che hanno fatto, perché sono arrivati in silenzio e in gran segreto, perché, se così non fosse stato, non un solo soldato sarebbe tornato vivo a raccontare gli eventi”. Le genti del Sud simpatizzano, ovviamente, con i Ribelli (che non sono entità incorporee e che sono ‘sangue del loro sangue’- parenti delle varie comunità) e raccontano vere e proprie leggende sul coraggio dei Ribelli e su episodi in cui “I soldati non hanno chance di farcela” e “ci lasciano le penne, perché, contro i Ribelli i loro fucili non sparano”.
Credo che sia stato per non alimentare tali ‘leggende’ che il colonnello intervistato dalla stampa locale abbia dichiarato, come ho scritto prima, che ci sono stati tra i soldati soltanto feriti (seppure gravi); la verità (e la sanno tutti, stampa compresa) è che i militanti della IYO, dopo essere stati attaccati, hanno teso un agguato alle truppe della JTF (al Chanomi Creek) e hanno ucciso un tenente e almeno altri sei soldati, quando la loro barca (con mitragliatore), in ritirata, si è capovolta nel canale.
Il camp 5, ora, pare essere nelle mani della JTF (che si dice in control), come la NNPC, nave petroliera nigeriana MV Spirit (dichiarata intatta), che era stata sequestrata e dirottata al porto di Warri, dove era diretta anche un’altra nave cargo sequestrata nel Chanomi Creek. I militari dicono che siano stati i Ribelli (ora in fuga) a cercare lo scontro con loro e che l’operazione chiamata Cordon and search fosse diretta a liberare la gente del Delta da intimidazioni, fastidi ed estorsioni e dai crimini commessi dai militanti del movimento di liberazione. Peccato che l’ipotetico ‘fine’ da raggiungere non giustifichi affatto i ‘mezzi’ impiegati. L’autorità militare aveva preannunciato alla popolazione che “avrebbero potuto esserci sparatorie in seguito alle quali i Ribelli avrebbero potuto rifugiarsi nei loro campi principali”. La conclusione dell’avvertimento era stata: “This may lead to our torching such camps” (“Ciò potrebbe portarci a dare alle fiamme detti campi”). Il tono ‘normale’ con cui si annuncia che si possono ‘arrostire’ strutture e persone, in un unico rogo, è semplicemente agghiacciante e ancora di più lo è quello della conclusione del giornale che ne parla: And this the JTF did. E ‘queste’ cose sono, dunque, accadute: vere e proprie comunità umane sono state arse vive. Non sto dando nessuna notizia straordinaria al mondo (mio Dio!), cioè nessuna notizia-scoop: la stampa locale ne ha parlato, con toni smorzati e matter of fact (“And this the JTF did”/ E ciò la JTF ha fatto…)- ma ne ha parlato. Nessuno sa di queste cose, quando accadono. Non ci sono servizi televisivi o giornalisti-inviati speciali. Nessuno parla di niente e tutto rimane sepolto nell’annuncio-avvertimento (riferito da informatori) riportato dalla stampa (e nella sua terribile epigrafe: “and this the JTF did”)… Il mondo (vicino e lontano) scorre come sempre e nulla sa. In loco non c’è nessun ‘rumore’ sulle stragi sbalorditive e terribili (che, tra le righe stampate suonano come ‘ovvie’ e persino scontate…). Una vita, due vite, dieci, sessanta, cento, parecchie centinaia (e, alla lunga quante migliaia?) cancellate… non smuovono nulla, non cambiano nulla, non fanno rumore, non raggiungono le orecchie né il cuore di nessuno… Il silenzio… è la cosa che colpisce a tradimento la logica della sensibilità (e quelli che il mondo chiama valori umani)…

Le notizie post-tragedia sono che l’autorità militare ha annunciato alla popolazione del Delta operazioni di routine della JTF, nell’area, e ha esortato la gente a non lasciarsi prendere dal panico (e… non riesco, ahimè, a non sentire odore di nuove tragedie ‘occulte’).
La dicotomia delle fonti informative è sempre scontata, purtroppo (qui più che altrove). Ci sono sempre due verità. Ho raccontato quella proveniente dalle fonti ufficiali. Cercherò, ora, di abbozzare l’altra (‘accreditata’ presso il popolo). Si era detto (forse per dare la sconfitta dei militanti del movimento di liberazione per scontata) che il guerrigliero leader del famoso Camp Five (il leggendario Tompolo) fosse morto. Un suo braccio destro ha, invece, detto (anche alla stampa locale) che egli è vivo e vegeto e più determinato che mai; ha poi fatto varie dichiarazioni (che gettano una strana luce su quelle ufficiali); eccole: 1) gli ostaggi non erano 10 ma 15 ed erano tutti Filippini; 2) 2 ostaggi sono morti e 3 sono stati feriti gravemente, in seguito ai bombardamenti ‘sganciati sul camp 5 dalla JTF; 3) i Ribelli non ne sanno più nulla, dal momento in cui sono fuggiti, per salvare le loro vite; 4) soltanto i militari, che ancora occupano il camp 5, conoscono il loro destino. La cosa non è finita lì. Ci sono stati fatti terribili, subito dopo, poiché la JTF è andata a bombardare dei villaggi proprio in un’occasione festiva.
Alcuni capi delle comunità di Gbaramatu, che si erano recati, con molta gente a Oporoza, per il Festival di Amaseikumo, hanno riferito che la JTF ha bombardato le comunità Ijaw lì riunite per quella celebrazione tradizionale/ di essere scampati ai bombardamenti fuggendo/ di aver fatto in tempo a vedere che il contributo alla morte è stato altissimo, anche per via delle suddette celebrazioni, che sono un forte richiamo di folle. Il capo della comunità di Kunukunuma, Akowei Oboko, ha dichiarato al Sunday Vanguard che molta gente è stata uccisa da jet ed elicotteri bombardieri della JTF, che hanno fatto incursione e bombardato dappertutto. Il pover’uomo era in preda allo sconforto: “We don’t know what we have done to warrant this attack by the JTF, is the federal Government at war with us?” La domanda dell’anziano capo è commovente, ma anche illuminante: “Il Governo Federale è in guerra con noi?” Tali parole vanno lontano …/ vengono da lontano… e vanno lette come segue: “Il Governo Federale (quello del Nord, del Sud, del Middle Belt, degli Hausa, degli Yoruba, degli Igbo, degli Ijaw e di tutte le etnie varie) è in guerra con una parte del Sud?!?”// il Governo Federale (quello che dovrebbe difendere il Nord come il Sud e amministrare le ricchezze del Nord come del Sud) è in guerra con noi del Delta del Niger?!?”// “Il Governo Federale (quello della nazione di cui ‘noi’ facciamo parte) viene a bombardare ‘noi’?!?”// “Ma non vede il Governo Federale, il ‘nostro’ governo, che ‘noi’ stiamo subendo torti terribili e siamo allo stremo/ non vede che stiamo reagendo a uno stato di fatto insostenibile/ non vede che stiamo chiedendo il suo aiuto/ non sente le nostre voci/ non sa che dovrebbe essere lui a farsi carico del peso che noi ci stiamo assumendo/ non capisce che i nostri giovani valorosi rendono un servigio al governo, ergendosi contro la depauperazione e la distruzione del nostro-suo delta?!?”// “E… il Governo Federale turns a deaf ear? Eppure dovrebbe guarire dalla sordità (e, se non vuole ricordarsi delle vie diritte della gestione del patrimonio nazionale, dovrebbe almeno ricordarsi della tenacia dell’Igbo Biafra e… di quella prima sanguinosa ‘amputazione’ della nazione chiamata Nigeria…).”
A- La situazione è tragica, perché sono i giovani che si ribellano (alle ingiustizie e all’escalation dello scempio che sta accadendo nel delta del Niger) e che combattono ed è la comunità indifesa che ne paga le conseguenze terribili e viene fatta oggetto di genocidio (nel silenzio generale del mondo intero…). No, la parola ‘genocidio’ non è fuori luogo (e neppure esagerata), purtroppo. Ecco che cosa ha detto al Sunday Vanguard il capo della comunità di Benikurukuru, Godspower Gbenekama (anche lui giunto a Oporoza, per il funestato Festival di Amaseikumo e anche lui tra i fortunati che sono usciti vivi dall’agguato indiscriminato a tutti i presenti di ambo i sessi e di ogni età): “Il Festival di Amaseikumo in Oporoza è stato interrotto e tanta gente è stata uccisa quando la JTF ha attaccato con elicotteri, navi cannoniere, bombardieri e barche da guerra. Erano stati raccolti 25 cadaveri quando sono fuggito da Oporoza, uno dei feriti è il capo tradizionale. Più di 20 persone sono disperse e non conosco il motivo di tale genocidio. Parola mia, la JTF era venuta per spazzare via la comunità. Come possono usare tali armi contro innocenti e indifesi cittadini. Mentre vi parlo, nessuno in quel villaggio può dormire nella sua casa, tutti devono scappare e sono fuggiti nel bush, sono quelli che non potevano correre che la jtf ha bombardato e ucciso. Molti fabbricati sono andati distrutti e i giovani sono adirati, il Governo dovrebbe richiamare la JTF all’ordine.”
Il Capo Godspower Viavrivinde ha detto allo stesso giornale di aver visto dieci morti in Kurutie, mentre fuggiva, via Sapele, e si rifugiava in Warri, e il capo Oyagha Heaven ha detto che il combattimento era tra giovani Okerenkoko e la JTF, quando egli è fuggito (“Le truppo JTF avanzavano verso Okerenkoko, che abbiamo sentito essi vogliono attaccare con la scusa che fa da quartier generale ai guerriglieri nel regno. I giovani li affrontavano a cinque miglia di distanza dalla comunità. Ma al momento, la gente ha abbandonato la comunità, è fuggita nella foresta e non mi aspettavo che facesse altro quando ha visto gli elicotteri e i bombardieri lanciare le bombe sulle vicine Kurutie e Kunukunuma. Abbiamo sentito dire che Okerenkoko sarebbe la prossima nel programma di attacco e che pensano persino di rintracciare i capi che si sono rifugiati in Warri e di arrestarli, ciò sarebbe una mossa sbagliata”).
Le parole dei capi contengono a fatica lo sdegno e sono un capolavoro di dignitosa pazienza adagiata sulla rabbia repressa, come esca su brace (che il Governo Federale dovrebbe cogliere, infine, per rinsavire e… per porre fine alle connivenze letali che decimano il suo popolo e colpiscono al cuore la nazione).
B- La situazione è tragica perché la leadership nigeriana ne è consapevole (al contrario del resto del mondo che, quando sente parlare di ‘esplosioni’ nel Delta del Niger e di morti, non capisce bene di che si tratti e accantona la ‘notizia’ tra quelle poco chiare e… da dimenticare). Il leader federale dell’etnia Ijaw (il capo Edwin Clark) è, come suol dirsi, fuori dalla grazia. Ha fatto un appello al ministro della difesa e alle alte cariche dello Stato, per bloccare le invasioni della JTF (per il genocidio perpetrato ai danni degli Ijaw). Le sue parole (indirizzate al ministro segretario del Governo Federale e comandante in capo della JTF) non lasciano nulla all’immaginazione/ sono un “j’accuse” chiaro-forte-toccante e disperato: “Buon giorno, le vostre direttive alla JTF di bombardare, uccidere e distruggere gli Ijaw negli ultimi tre giorni consecutivi a dispetto del mio appello è senza dubbio una premiditata e deliberata decisione del Governo Federale di eliminare gli Ijaw per avere accesso indisturbato al nostro petrolio e al nostro gas. Procedete pure ma non ce la farete mai. Noi vinceremo perché Dio onnipotente è dalla nostra parte”.
E… questa è l’amara-terribile verità: Dio soltanto può aiutare gli Ijaw e le varie comunità del delta a liberarsi della peste più ‘bubbonica’ che esista sulla faccia della terra: la mafia del profit, che prolifera nel mondo come la peggiore specie di virus che colonizzi e distrugga ogni forma di vita. Il mondo dovrebbe pensarci e prendere ‘qualche’ provvedimento (ma prenderlo bene!), prima di fallire miseramente e di accorgersi troppo tardi di aver lasciato in ostaggio (nelle mani di entità-guadagno senza scrupoli) la vita dei popoli nigeriani del delta e di molti altri popoli mondiali.
C- La situazione è tragica, perché i leader del Sud (i legislatori locali- coloro che hanno ascendente sulla gente di ogni età, dove l’anzianità conta e l’esperienza e la posizione insigniscono gli uomini di potere) esortano alla calma e contano su una soluzione dei problemi (in un arco di tempo ragionevole…). Che cosa faranno, quando le condizioni peggioreranno e il disprezzo per la vita oserà nuove e più efferate frontiere-genocidi generalizzati (perché, se un miracolo gigantesco, che parli lingue straniere e suoni corni capaci di interrompere la caccia alla ‘volpe’ dell’ingordigia dei petrolieri e di richiamare i levrieri multinazionali, non si verificherà, questo è ciò che accadrà)? Il legislatore del regno Gbaramatu, Godwin Beninibo, si è adoperato al meglio delle sue capacità, per favorire il ritorno alla normalità, non esimendosi dal chiedere al presidente Yar’Adua di richiamare all’ordine la JTF e di ricordargli che il Gbaramatu è “part and parcel” della Nigeria e che ciò che sta accadendo può definirsi “una nazione che combatte il popolo che dovrebbe proteggere dalle aggressioni esterne”.
D- La situazione è tragica, perché la violenza reiterata (innescata da interventi ‘forestieri’) sta dissacrando le tradizioni e mira a snaturare le molte e ricche culture del delta. L’aggressione mortale a folle riunite per le celebrazioni più solenni dell’anno (come il festival di Amaisekumo) è un atto esecrando che parla di caduta di argini pericolosamente vicini al non ritorno. L’interruzione di un rituale tribale sarebbe stata già grave; la volontaria aggressione armata, a scopo mattanza indiscriminata, di varie comunità riunite in manifestazioni di pace, tese alla venerazione delle divinità locali-all’invocazione degli antenati e alla benedizione dei campi e dei beni di sopravvivenza, è un atto talmente grave che non trova ‘traduzione’ nel comportamento di individui nigeriani verso altri Nigeriani…
Le personalità importanti legate alla regione del delta sono tutte arrabbiate (ma sono anche potenti/ il Governo Federale non lo dovrebbe dimenticare) e scalpitano, perché lo stato di fatto contro ogni logica razionale e umana progredisca verso argini più ragionevoli e verso la difesa della vita delle Comunità del delta. Pere di Akugbene Mein ha detto: “I Padri Regali sono profondamente preoccupati sulla situazione prevalente nel regno di Gbaramatu del Delta State, l’Associazione dei Legilsatori tradizionali della Comunità Petrol-minerale di Nigeria (ATROMPCON) ha richiamato all’immediato ‘cessate il fuoco’. Ordiniamo a tutte le parti coinvolte nella schermaglia di rinfoderare le spade e di dare alla pace una chance”.

Facciamo il punto della situazione
La comunità del Gbaramatu (nel delta del Niger) ha vissuto un venerdì che vorrebbe cancellare dal calendario (il 15 maggio 2009); è stata martoriata dagli scontri tra militari (della JTF federale) e guerriglieri (del Movimento di Emancipazione del Delta: MEND), con perdite di vite giovani (che la nazione farebbe bene a piangere come ‘forze’ perdute sul solo fronte che le occorrerebbe: quello della rinascita). È parere comune che ciò non avrebbe dovuto accadere (e… che sarebbe stato ‘evitabile’). La JTF ritiene, comunque, che la route della peace map non si sia mai interrotta (!!!) e ciò fa ai miei occhi l’effetto della cipolla cruda e al mio petto quello di un pugno insostenibile. C’è di più, però, e ciò è anche peggio: dello stesso avviso è la DWSC (Delta Waterways Security Committee), che essendo stata istituita dal governatore (Emmanuel Uduaghan), per mantenere la pace  nelle vie navigabili del suo Stato, non dovrebbe e non potrebbe (in alcun modo) ritenere ‘normali’ incidenti i genocidi, anche quando e se siano commessi in altri Stati (!). Tutta la strategia di ‘persuasione’ delle forze governative consiste 1) nell’aver chiesto (intimando) alle agenzie della sicurezza e a tutti gli Stakeholders di ‘astenersi’ dal prendere posizioni, 2) nell’aver attestato uomini armati fino ai denti lungo i crinali del delta (“per calmare i bollenti spiriti dei giovani Ribelli”). Tra il Delta State e i Freedom Fighters c’era un dialogo (e le consultazioni continue davano, sì, un’impressione di pace). Tale ‘impressione’ è durata per ben due anni (anche perché un leader dei Combattenti per la libertà, il famoso Tompolo, ha dato una mano alla DWSC, in quello che credeva un sentiero verso una pace veritiera). Tutto ciò era servito (solamente, ahimè) a permettere alle varie eminenze grige dello Stato Federale (e alla loro JTF) di potersi vantare dello stato di pace apparente del Delta State e di poterlo additare come modello da seguire ai vari governatori del delta del Niger. Il Delta State può essere definito uno Stato pilota, a mio avviso, e il suo governatore merita rispetto, ma… la mia umile opinione è che, forse, l’ammirevole uomo di stato non si renda conto del fatto che i suoi sforzi verso la pace procedano con passi da gigante nano (con le gambe corte come quelle di un neonato…- con tutto il rispetto per il governatore Uduaghan, riveribile persona). È un uomo dalla mente aperta, che ha ‘importato’ il suo ‘progetto’ di pace dall’Irlanda e che si è dato da fare non poco. È lui, infatti, il governatore che ha parlato di pace nel primo summit dei South-South governors, a Calabar (evento che invita alla speranza, con la sua sola nascita ed esistenza…). Questo governatore ha regalato al suo Stato un periodo abbastanza pacifico, anche quando negli Stati confinanti succedeva il finimondo; ha ottenuto che il ‘servizio’ dell’esercito arginasse la criminalità, senza interferire con la ‘tranquillità’ del luogo; ha reso possibile una base di comunicazione tra militari e guerriglieri e una politica di non belligeranza tra i due schieramenti ineliminabilmente sospettosi l’uno dell’altro/tra i due nemici capitali sempre pronti a massacrarsi a vicenda (i militari rispettavano i territori di Tompolo, avvertivano i Guerriglieri del loro passaggio con spari amichevoli e, qualche volta, si fermavano addirittura a scambiare brevi conversazioni con loro); ha dato un po’ di respiro ai guerriglieri, sfibrati dalle schermaglie e dalle battaglie continue e bisognosi di speranze in qualche spiraglio di possibili soluzioni; ha dato alle compagnie petrolifere la possibilità di lavorare e di aumentare la produzione. Tutto ciò ‘suona’ ammirevole, ma…, nella mia mente rimbalza il refrain (oramai ‘antonomasizzato’) di una vecchia-cara pubblicità: “Sì, va be’, ma l’Ancillotto…?” Cioè: va bene tutto, vanno bene i tentativi di pacificazione del luogo, ma… chi legge non sente un campanello d’allarme, forte e chiaro, suonare a intermittenza, prima, e a distesa, poi? Dove portava ‘ (e dove porta, se viene ‘mummificata’) questa’ via di ‘pace’-non pace? I Guerriglieri aspettano…/ i militari temporeggiano (salvo stragi intermedie)/ gli Stakeholders continuano a riunirsi/ le compagnie petrolifere lavorano (e…guadagnano)/ lo Stato (locale e federale) spartisce la loro elemosina ‘sostanziosa’, e… il popolo (?), che cosa fa il popolo, nel frattempo…/ che cosa mangia il popolo/ come e dove vive il popolo (in una terra che più non è come prima e che, alla lunga, lo ucciderà con aria-terra-acqua infette)/ come si cura il popolo (in una terra che non investe nulla nella ‘bonifica’ dell’ambiente e nelle strutture di ‘cura’, né nella programmazione di nessuna delle due cose vitali)? Potrebbe vivere come centinaia-migliaia-milioni di anni fa (come no?) e attingere dalla ‘natura’ cibo e mezzi per curarsi (se non gli portassero via pure ‘quella’)…
Lo specifico caso di queste stragi finali (definite genocidi da chi ne sa di più –e chi ha contato i morti ‘silenziati’/ chi conosce il numero ‘totale’ e finale delle stragi, se le sole notizie che si hanno provengono dallo ‘scenario’ raccolto dai soprivvissuti in fuga, nei primissimi momenti della ‘corsa’ contro il tempo che ha salvato le loro vite?) ha un iter del tutto scontato. C’è stato uno ‘scoppio’ di ‘violenza’ (e scopro che questo termine terribile, in certi casi può suonare troppo ‘mite’ e riduttivo), direbbero i più, dopo un periodo relativamente lungo di pace, sono cambiati i vertici militari locali; è giunto un maggiore-generale nuovo a comandare la JTF, ad Effurun, ha dichiarato che non accettava compromessi con i Ribelli e ha innescato la miccia di ‘azioni’ che somigliano molto a ‘missioni’ sanguinarie (aggiungendo al danno la beffa e facendone ricadere la colpa sui Guerriglieri). I combattenti per la libertà del Delta raccontano che l’attacco militare è stato lanciato al campo di Iroko contemporaneamente a quello lanciato al camp 5 e che, presi completamente alla sprovvista, essi sono stati costretti a rispondere agli spari e a difendersi. Il succo della loro posizione è: “Avevamo concordato un processo di pace, tramite il governatore Uduaghan, con il Governo locale e federale, ma…, dopo i tragici eventi, come facciamo a gettare le armi, se prima non sappiamo che intenzioni abbiano i Governi? Si è parlato di amnistia, ma… è tutto troppo aleatorio e… non possiamo fidarci”. L’altra faccia della medaglia è la versione dei vertici militari, che addossano la colpa a “qualche soldato zelante” (che avrebbe allertato i Ribelli contro gl’ignari soldati in ‘pacifica ricognizione’).
È una brutta storia di accuse vicendevoli tra ribelli e militari (gli uni accusano gli altri di rendere la zona inabitabile ai villaggi rivieraschi, da cui la gente scapperebbe in massa, per paura delle incursioni armate e delle uccisioni; gli altri accusano i loro ‘nemici’ di rendere poco sicura l’importante zona commerciale e di essere una vera e propria ‘piaga’.

Gli Occidentali sentono parlare del Movimento di Emancipazione del Delta del Niger, generalmente, in concomitanza di rapimenti e di esplosioni. Pochi sono coloro che sanno qualcosa di più e che sono preoccupati per le genti (e le terre) di quell’area del mondo. La trasmissione Report di Domenica 7 Giugno 2009 ha dato modo a molti di farsi un’idea chiara di ciò che accade nelle acque e sulle rive del delta del fiume Niger e, di conseguenza, in Nigeria. Sono in molti, ora, a sapere che esistono i gas flaring (e ad immaginare che, dietro quelle che appaiono come schermaglie dovute a piccoli gruppi fuori controllo, ci sia qualcosa di più…).
Chi non ha voce in capitolo non ha chance di essere ascoltato e, se trova giustizia agli occhi di qualche giusto, viene sfacciatamente ignorato insieme ai rappresentanti della legge (là dove le vie del dio denaro sono infinite proprio come le vie impensabili e non rintracciabili delle acque sotterranee). Eccone la prova: una delle comunità residenti nella regione del Delta del Niger (quella Iwerekan), sostenuta dalla Environmental Rights Action (e dall’allora suo direttore, Nnimmo Bassey), ha presentato ricorso contro la joint venture (Nigerian National Petroleum Corporation/ Agip, shell, ChevronTexaco, Exxonmobil e TotalFinaElf). Un giudice nigeriano dell’Alta Corte federale lo ha accolto (Dio sia lodato, “in cielo, in terra e in ogni luogo”!) e ha stabilito (15 novembre 2005) che la pratica del gas flaring è illegale (peccato che -a distanza di circa quattro anni- nulla sia cambiato e che la Joint Venture continui a bruciare i gas -sic etiam… sicuter- alla faccia di quel giudice e della vita umana e ambientale, quotidianamente…).
La sentenza di quel giudice giusto e onesto (e benedetto da Dio) fu accolta con grande gioia da tutti ( e dalle organizzazioni, in special modo –vedi CRBM- che erano e che sarebbero rimaste, disperatamente, voci nel deserto), nell’illusione speranzosa che il gas flaring cessasse (al più presto) di essere utilizzato.

Sapendo quanto sopra…, come stupirsi dell’esistenza di una dissidenza armata e quali chance si può immaginare che possano mai avere gl’intrepidi Don Chisciotte del Delta del Niger contro le forze preponderanti che hanno volti-radici-stature al di là di ogni immaginazione (se i voli delle senrine ventose del buonsenso e della speranza non giungeranno numerose e… per imprevedibili vie)?

Piccola ricognizione sul profilo socio-storico-politico di una Nigeria vecchia e nuova… 

Gli episodi che ho appena ‘narrato’ non si possono più accantonare come ‘disordini’ senza importanza: hanno ormai assunto le proporzioni di una vera e propria guerra civile. È una guerra fratricida quella che si sta combattendo in Nigeria. È tempo che il mondo se ne renda conto (the sooner the better!). La nazione è grande tanto da poter tenere ‘a bada’ le notizie tra il Nord e il Sud (la TV locale dà le notizie in modo ‘tele’guidato, sostando su sciocchezze e insegnando alle parole il velocissimo slalom su ghiaccio del dico-non ho detto-si tratta di inezie), ma, volenti o nolenti, i punti cardinali nazionali sono destinati a venire a conoscenza degli eventi (specialmente quando sono tragedie). Immensa, composita, complessa e complicata, è la realtà nigeriana (composta di etnie numerose e non sempre vicine le une alle altre…), ma ha, ormai, un’identità nazionale (raggiunta a fatica e con spargimento di sangue) ed è questo il legame inestricabile che rende impossibile trovare la linea chiara di ‘sutura’ tra il Nord e il Sud (quella che i benpensanti nazionali penserebbero di ‘punteggiare’, come carta trapunta da aghi pazienti e costanti, fino a separazione ‘spontanea’ delle parti a monte degli ‘innocenti’ buchini). Pazzi furiosi, folli che dovrebbero stare rinchiusi in un manicomio sono coloro che perseguono tale tattica, perché non sanno che la ‘linea’ di separazione non esiste ormai più e che gli ‘aghi’ crudeli trafiggono la nazione ormai ovunque e, prima o poi, la trafiggeranno al cuore definitivamente (se non correranno prima ai ripari). I giochi di potere (derivanti dalla ‘lottizzazione’ delle ricchezze nigeriane) sono stati-sono-saranno (purtroppo) un attacco alla baionetta (con intento di non lasciare superstiti) combattuto tra il Nord (forte, influente, mussulmano) e il Sud (grande, ricco, prosperoso e sciamante di etnie indomite e di vari culti). Il Sud Igbo non accettò i giochi ‘traversi’ (con cui i militari del secondo golpe del giovane Stato nigeriano –nato come federazione di tre grandi regioni autonome/dotate di autogoverno- commettevano il primo colpo di mano/prima cattiva azione contro la Comunità federale, sostituendo i governi regionali autonomi con quelli statali -e ben 12!- totalmente sotto il controllo dell’autorità centrale –federale) e scese in guerra (portando alla separazione del Biafra). Le condizioni, oggi, sono pericolosamente simili (solo milioni di volte più gravi in diseguaglianze-ingiustizie-sperequazioni economiche e in efferatezza delle ingiustizie sociali); cambia soltanto il nome dell’etnia che si erge contro il tallone schiacciato sul popolo inerme, ma la voce del lamento unanime, (che ha gridato ed è stata ignorata, ha chiesto aiuto e non l’ha ottenuto, ha protestato e non è stata presa in considerazione e ha, infine, armato la mano dei suoi figli più coraggiosi, giocandosi l’utlima carta possibile, per non soccombere) è la stessa. Ogni popolo ama i suoi figli/ è orgoglioso dei suoi adolescenti e trepida per la gioventù che rappresenta il suo futuro; quando un popolo manda a morire i suoi giovani, per difendersi, vuol dire al mondo che non gli è rimasto più nulla e che è disperato al punto di mettere a reentaglio la stessa sopravvivenza della sua stirpe… Il Sud Ijaw/Ogoni e delle altre etnie del Delta del Niger, oggi, è diventato un popolo solo/ un popolo che si oppone alla devastazione economica e ambientale del suo habitat vitale e all’assenza di prospettive di vita per la sua ‘casa’ e per i suoi ‘figli’/un popolo che esiste-pensa-e respira con i suoi giovani armati e in lotta contro l’ingiustizia, al di là dei confini degli Stati locali e dei loro governatori/ un popolo che dà al Sud dignità di Stato a sé stante. Il governo centrale deve prendere coscienza di ciò e deve rendersi conto di quanto un popolo in tali condizioni possa essere pericoloso. Il mondo intero ne deve prendere coscienza (con annessi e connessi mea culpa più o meno consapevoli, ma pur sempre dolenti).
Ogni luogo in cui ad amministrare le ricchezze siano coloro che ne posseggono la chiave e che possono essere tentati di farne man bassa (e/o dilapidarle) può trasformarsi in inferno di ingiustizie (dove chi comanda può giocare ad ‘asso piglia tutto’, senza doverne rendere conto alla Comunità e senza farsi alcuno scrupolo di lasciarsi dietro terra bruciata, ignorando il popolo rantolante/privo di casa-di cibo-di acqua-di cure), non senza la ‘volenterosa’ eventuale collaborazione di ‘mani’ rapaci-lunghe-straniere.
Le differenze tra il Nord e il Sud della Nigeria cominciano ad apparire insanabili e non mi stupirei se una secessione fosse il passo successivo…
La Nigeria è divorata da un sistema cancrenoso di corruzione capillare (che paralizza tutte le vie d’uscita verso ‘procedure’ lineari salvifiche). Lavorare in modo ‘corretto’, in Nigeria, è impossibile. ‘Emissari’ governativi federali e locali si avvicendano in controlli-‘esazioni’, con never ending danze-‘aggiustamenti’ estenuanti, rivoltando di sotto in sopra le ditte ‘sane’ e rispettose della legge, piegandole (fino a spezzarle, ove occorra) e asservendole al sistema. È un vicolo cieco dal quale non si esce, anche per molti altri ‘limiti’ macroscopici del sistema socio-politico. Eccone un paio: la Nigeria non supererà mai il limite delle appartenenze etniche (da cui anche i vari partiti politici sono ‘governati’) e non possiede ‘organismi’ nazionali all’altezza di una ‘trasformazione’ che si rispetti (e che possa includere nei suoi programmi una produzione equa e un’altrettanto equa ri-distrubuzione della ricchezza prodotta). Questi sono fatti (e… sono drammi), ma su di essi si vanno a innestare le ingerenze terribili delle multinazionali.

Viaggiatori e commercianti europei, tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo, si diedero un gran da fare attorno alle vie dei traffici ‘interni’ (basati sulla cattura e sulla vendita di esseri umani) della terra africana; si fregiarono dei vantaggi e dei lauti guadagni (sfruttando usi e tradizioni tribali favorevoli al loro lercio traffico/ sentendosi superiori in razza e colore/ sentendosi ‘puliti’ e dignitosi persino); poi trasformarono ‘quei’ traffici ‘interni’ in traffici ‘esterni’ e lo fecero così bene da diventare ‘grandi’ al punto di fondare vere e proprie città (che non potranno mai liberarsi dell’orrenda storia delle loro origini – ove resteranno per sempre marchiate come porti funesti e oscuri del commercio più osceno che abbia mai macchiato la storia umana).
Un sospiro di sollievo pervase il mondo (come un potente vento di ponente liberatore/purificatore), quando, nel diciannovesimo secolo il commercio di materie prime e di prodotti veri e propri(finiti) sostituì quello degli schiavi. L’uomo si scrollò di dosso, allora, la livrea cupa del negriero, dello sciacallo, dell’essere immondo indossò i candidi colletti e polsini del well to do man e varò l’inizio di una nuova era: quella in cui gli esseri umani non avrebbero più ‘venduto’/ ’comprato’/ frustato/ marchiato altri esseri umani; quella in cui nessuna creatura che potesse definirsi umana avrebbe potuto decidere di volere la ricchezza tanto da basarla sullo sfruttamento e sull’annullamento di altri esseri umani…
Molte furono le menti che si lasciarono conquistare da quel vento (che s’impadronì della penna di scrittori e poeti e spadroneggiò in lungo e in largo, nel cuore dei tanto ‘buoni’ quanto ignari delle mutanti metamorfosi della corsa al potere). L’Africa, che aveva conosciuto la ‘tagliola’ dello schiavismo, era, intanto, già‘preda’ ingenua e predestinata di forme di schiavismo diverse e, forse, peggiori (perché, se il periodo della tratta degli esseri umani aveva ‘massacrato’ soltanto una parte della popolazione, quello dell sfruttamento indiscriminato di tutto ciò che potesse essere definito ‘risorsa’ non avrebbe risparmiato nulla e nessuno. La Nigeria aveva un posto d’onore tra i ‘luoghi’ africani che avevano ‘goduto’ di un becero protagonismo nel commercio degli schiavi ed era nel ‘cuore’ del Regno Unito (il cui ‘amore’ sviscerato fondò, nel 1886 la Royal Niger Company). Quello fu l’inizio dei guai ‘grossi’ della Nigeria (fu allora, infatti, che varie forme di schiavismo vero e proprio –tornato sotto altre vesti- si avviò a mettere radici multiple, dalle ramificazioni poliedriche imprevedibili, in quella che era ancora una nazione in embrione). Divenendo protettorato britannico, nel 1901, la Nigeria fu come una bambina fiduciosa nelle mani di un finto padre affettuoso e incestuoso e si lasciò ‘guidare passo passo, fino a divenire colonia, nel 1914. La ‘madre’Inghilterra amò molto la ‘figlia’ Nigeria (se ‘amare’ può avere come sinonimo ‘sfruttare’): creò centri abitativi bellissimi e infrastrutture meravigliose, in cui gl’Inglesi vissero e prosperarono; creò persino scuole per i Nigeriani e in esse insegnò agli scolari che la Nigeria era ricca di tutto ciò che si vedeva con gli occhi e la ‘madre-patria’, l’Inghilterra, era ricca di tutti i prodotti del sottosuolo (aveva ragione: se il detto scripta manent era veritiero, bastava stampare sui libri di testo quella ‘verità’ e farla studiare ai figli di Nigeria e poi, se poteva scavare le ricchezze nella colonia ‘povera’ e portarsele, tanto valeva anche fingere di averle ‘partorite’). Chissà mai perché le popolazioni tiranne devono sempre presumere che le popolazioni sottomesse debbano essere affette da cecità perenne e stupirsi (e gridare allo scandalo) di fronte alla ‘ingratitudine’ della graduale comparsa dei sintomi del nazionalismo (!). Il leggendario self control inglese deve essersi sprecato a iosa, in Nigeria (quando la seconda guerra mondiale fece al nazionalismo nigeriano l’effetto di un catalizzatore così possente da scuotere fino alle fondamenta la leadership inglese), fino a divenire self restraint e a lasciarsi sostituire dall’autogoverno locale (su basi federali).
L’avidità di coloro che si sono avvicendati (con colpi di Stato di varia natura-entità) al governo della Nigeria e le trame-ambizione (tessute attorno al potere stesso) hanno, da lì in avanti, costituito il tallone di Achille (al quale i vari ‘nuovi’ negrieri avrebbero diretto i loro strali peraltro invitati e voluti). Mi viene in mente che ci sono due ‘momenti’ nella giovane storia della nazione chiamata Nigeria in cui ‘dormono’ i semi del ‘buono’ politico e sociale (e che dicono come i semi del ‘buono’ possano essere ripescati anche nel ‘non buono’). Ecco due esempi:: 1- Un colpo di Sato riuscito (1975) mise al potere Murtala Ramat Mohammed, che, pur essendo un presidente figlio della violenza, annunciò di voler favorire la nascita di un governo civile, causando un nuovo colpo di Stato –non riuscito- nel quale fu ucciso e, in seguito al quale, il capo del suo staff, Obasanjo, salì al potere, fece fare una nuova costituzione (1977) e garantì le elezioni. Ci furono, poi, altra violenza e altri regimi, 2- ma ci fu anche Abdulsalam Abubakar (che fu al potere per poco e in quel poco fece le sole cose ‘belle’ mai accadute nella nazione chiamata Nigeria). Si limitò a guidare il Consiglio Governante Provvisorio e, ‘limitandosi’, fece accadere veri e propri miracoli: diede valore-voce alla Costituzione e diede al popolo la dignità di elettorato con potere reale/ permise elezioni ‘vere’ (1999), senza brogli, senza stragi e senza inganni/ lasciò alla mente dei Nigeriani quell’esempio fulgido di ‘normalità’ possibile… Tutto il resto è storia (e non lascia molte ali alla speranza). Questi due esempi sono un buon terreno su cui poggiare le speranze della Nigeria. Abdulsalam Abubakar è, a mio avviso, la base da cui i Nigeriani dovrebbero ripartire/ il perno sul quale il ‘nuovo’ dovrebbe appoggiarsi, per ‘scaricare’ il vecchio e il marcio che rende impossibile ‘guarire’ dalle metastasi diffuse e in crescita. Può sembrare semplicistico e sciocco quanto ho appena detto, ma chi deve risalire la china ha bisogno di individuare appigli sicuri cui aggrapparsi (e, per trovarli, un popolo deve fare come il costruttore che, per ‘risanare’ una struttura, deve abbattere il marcio e tenere, come base del nuovo, soltanto quanto c’è di solido).

La Nigeria ha bisogno di guarire dai suoi malesseri/ ha bisogno di rinascere, perché i trafficanti di schiavi sono tornati (o, meglio, si sono avvicendati, nelle élite-leadership politiche e governative), con costante escalation prima lenta, poi decennale, annuale, mensile, quotidiana delle ‘piaghe’ che affliggono il popolo/il suo territorio e le sue condizioni di vita. I giovani Ijaw del Delta del Niger (IYO) si sono armati, per far udire la loro voce. La nascita del Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (il MEND) è quella voce che grida (nel deserto). È tempo che il deserto si armi di orecchie e senta. ‘È tempo che’ il governo nigeriano si svegli, si tolga le fette di prosciutto dagli occhi e guardi (perché, finora, ha distolto sicuramente lo sguardo, altrimenti avrebbe visto il disastro progressivo che ha innescato nel meraviglioso Sud della sua nazione e si sarebbe ingegnato per trovare un programma credibile e unificante con cui governare l’intera nazione). ‘È tempo che’ chi crede di lucrare ‘e basta’ si renda conto che così non è: non lucra ‘e basta’ chi prende una percentuale e cede ricchezze ingenti (che appartengono al popolo) in cambio; non lucra ‘e basta’ chi s’intasca cifre nababbe (che sono inezie, in confronto al valore dei beni venduti), senza lasciarne ricadere sui legittimi proprietari neppure briciole casuali; non lucra ‘e basta’ chi lottizza e svende i beni che non sono suoi, ma degli abitanti della terra e della nazione di appartenenza; non lucra ‘e basta’ chi concede licenze (magari pure regolari) e permette che vi si attacchino ‘postille’-licenze di uccidere (per le quali i dizionari di tutti gl’idiomi non compendiano parole); non lucra ‘e basta’ chi lo fa sulla pelle della sua gente, del suo popolo, della sua terra e del suo mondo in toto (e se ne intasca la susstistenza-sopravvivenza e… ne versa il sangue).
I governi locali e nazionali della Nigeria devono capire (it’s high time!) che non si tratta più di sola ingiustizia contro il popolo, ormai, ma che ci sono in gioco poste altissime (minacce che non guardano in faccia nessuno, neppure le cariche più alte dello Stato). Essere l’uomo più potente di un chiefdom/ di uno Stato o del Governo Federale a nulla serve, se la propria nazione tutta si avvia alla catastrofe. Nessun uomo in particolare, nessun capo in particolare può pensare di fare il proprio comodo/interesse, for the moment being (perché, tanto, magari, potranno pensare altri, domani, a risanare la situazione), perché potrebbe essere troppo tardi, per correre ai ripari, in un tempo senza ‘domani’.
Non sto sognando e neppure delirando, purtoppo. Il futuro della Nigeria dipende dal suo Sud pieno di vegetazione e di acque. La sua sopravvivenza dipende da come lo saprà amministrare (anzi, ora, è il caso di dire ‘difendere’). Il Nord non può e non deve lavarsene le mani e i ‘potenti’, che si sentono al sicuro, nel Nord (tanto ‘lontano’ dal Sud) facciano a meno di sentirsi al sicuro e sappiano che sono seduti su una bomba ecologica a orologeria che scoppierà presto sotto le loro ambite sedie (siano pure poltrone superimbottite e/o telecomandate). Il Nord si desertifica gradualmente (con un rate annuale spaventoso)/ i terreni coltivabili e i pascoli del Nord ‘arretrano’ e si accorciano ogni anno. Il deserto scende sulla Nigeria settentrionale e la insegue. Presto la zootecnia del Nord della Nigeria sarà in allarme –se non si è ancora svegliata- (e griderà invano ‘Al lupo! Al lupo!’), perché l’ambiente non sarà più in grado di fornire il pascolo alle molte dicine di milioni dei suoi animali domestici e/o selvatici. “Niente paura”, la gente può pensare, “c’è sempre il Sud/ il lussureggiante Sud…” E qui casca l’asino: il Sud sta morendo… (ucciso dall’ingordigia di pochi/ giustiziato dalla miseria, dalla fame, dalla carestia, dall’abbandono completo, in ‘scala’ umana, e trucidato in ‘scala’ ambientale dai veleni rilasciati nell’aria dal gas flaring quotidiano e indiscriminato e da quelli scaricati nelle acque del delta). L’azione criminosa del rilascio di veleni tremendi con il gas flaring, che dovrebbe essere autorizzato soltanto in casi rarissimi ed eccezionali, avviene regolarmente e sempre (è la norma): quando il crimine è la norma, l’essere umano che lo subisce che difese ha... (?!?). I giovani (pochi e indomiti) chiamati ‘Ribelli’, che si ergono come Davide contro Golia, che chance hanno? E il mondo (assorto nella sua colpevole non-ingerenza) che alibi ha? Servirebbe un Organismo Mondiale ‘sano/ forte/influente/ incorrotto/ umano/ giusto/ equo/ generoso/ pronto /volenteroso e… qualificato (che intervenisse/ restituisse le ricchezze a chi di competenza/ fissasse ‘paletti’-leggi interni ed esterni e… soprattutto invalicabili/ facesse giustizia/ impedisse agli sciacalli-società-uomini-contingenze di aggirarsi ancora attorno all’elefante ferito/ ridesse alla nazione Nigeria la sua dignità di Stato/ risollevasse i Nigeriani dal loro unbearable predicament endemico e li elevasse al giusto rango di cittadini con molti diritti (e i giusti doveri annessi), ma… non abbiamo che l’ONU…

Gas flaring (assurdità e scempio…)

Il nome stesso (gas flaring: gas bruciati a torcia) dice che cos’è questa terribile ‘cosa’ (che viola il diritto primario degli esseri umani: quello alla vita). Chi la pratica non fa altro che fare scempio dell’habitat ambientale, bruciando a cielo aperto i gas naturali (che incontra nel processo di estrazione del petrolio greggio) e lasciando che ardano come bocche infernali perpetue, con esplosioni intermittenti (che, nel delta del Niger, tormentano la pacifica vita dei villaggi di notte e di giorno, senza preavviso e senza possibilità di scampo).
Perché le ‘civilissime’ multinazionali occidentali fanno una simile ‘incivilissima’ cosa? E perché la fanno in Africa? La fanno perché sono attrezzate per l’estrazione del petrolio e non per quella dei gas (per estrarre i quali dovrebbero dotarsi di infrastrutture apposite nonché costose, che non hanno e che non hanno intenzione di ‘avere’, ovvero di pagare, perché se se ne dotassero, oltretutto, dovrebbero ‘dirottare’ il gas prezioso –‘spontaneo’ e non in quantità adatte ad ‘artigli’ internazionali, forse- verso i legittimi padroni, i Nigeriani). La fanno in Africa (e in Nigeria, nella fattispecie), perché non temono i ‘provvedimenti’ assenti di un Governo che le leggi le ha, ma non le fa rispettare (per varie note dolenti-opportunismi-guadagni da intascare); la fanno in Africa, perché hanno gestioni criminali e senza scrupoli, che, in altre nazioni-altri luoghi, non si permetterebbero mai di uccidere la vita indiscriminatamente e apertamente (anche perché avrebbero timore delle mannaie-sanzioni che cadrebbero –sicure come le stagioni- sui loro lauti guadagni); la fanno in Nigeria, perché si possono permettere di non decurtare i loro guadagni, con ‘provvedimenti’ dovuti alla sopravvivenza della vita umana e ambientale, avendo la connivenza di chi comanda (e che non capisce che, per riempirsi gli occhi e le tasche, deruba il popolo di ricchezze ben superiori e… della salute, nonché del futuro…); la fanno in Africa, perché sono entità senza coscienza e senza onore, che possono schiacciare, come rulli compressori, il mondo intero e tutto ciò che contiene (compresi i tecnici stranieri ignari di inquinamento/ecologia, che, inconsapevolmente e per guadagnarsi il ‘pane’, danno loro volti-voce-immagine e che, in loco, lavorano-dormono-mangiano-respirano-sorridono-camminano-vivono e… accettano, proprio come ognuno degli ultimi individui delle tirbù più ignorate e calpestate, l’opzione della morte che ghigna con faccia di fiamme e di esplosioni…).
La Nigeria (secondo il Cadigaz, l’Istituto Statistico, nel solo 2001, in Nigeria ardeva quasi il 20% di tutti i ‘falò’ venefici accesi nel mondo) è al primo posto, nella pratica del gas flaring (il ‘privilegio’ del secondo posto spetta all’Iran e il terzo all’Indonesia). L’UNDP e la Banca Mondiale hanno valutato che il gas quotidiano bruciato lì fosse di 70 tonnellate di metri cubi, con relativo identico quantitivo di emissione di CO2 (più del quantitativo già proibitivo di biossido di carbonio emesso dagli ‘sviluppati’ Svezia-Norvegia-Svizzera-Portogallo)/ con emissioni di gas serra superiori a quelle di tutta l’Africa subsahariana/ con annessi cocktail di tossine venefiche (adatte a intossicare tutto quanto vi sia di vivo nel delta del Niger)/ con, dulcis in fundo, la ‘benedizione’ finale delle piogge acide annesse (e gl’innumerevoli ‘omicidi’ volontari che ne derivano). Uomini, donne, vecchi e bambini, nel delta del Niger, muoiono come le mosche (di varie malattie respiratorie/ di patologie infantili/ di asma/ di varie forme di tumore); la stima della Banca Mondiale è che, nel solo Bayelsa State ogni anno, le vittime del gas Flaring siano 49 morti precoci/ 120 casi di asma/ 5000 altre patologie (le stime approssimate e non recenti, riferite a un piccolo Stato, sono comunque ‘notevoli’).
Tutto ciò è genocidio, perché l’esposizione (‘forzata’ per le etnie che la subiscono/ ‘volontaria’ per gli aguzzini criminosi che gliela impongono) a sostanze risaputamente micidiali, che minacciano la gente in massa (nella salute e nei beni di sopravvivenza), infrange qualsiasi garanzia costituzionale (ebbene, sì, anche in Africa-dove la Carta dei diritti umani e dei diritti dei popoli garantisce il diritto individuale alle migliori condizioni possibili di salute del corpo e della mente, con l’art. 16, e il diritto dei popoli a vivere in ambienti adatti a favorirne lo sviluppo, con l’art. 24- e, precisamente, anche in Nigeria, ove l’art. 33 garantisce il diritto alla vita e l’art. 34 garantisce il diritto alla dignità).

Il gas flaring (da qualsiasi angolazione) può essere definito in un solo modo: un disastro, perché, se tutti i danni già enunciati non bastassero, c’è anche la ‘beffa’ da tenere in considerazione: rappresenta il 40% circa del consumo annuale di gas naturale in Africa (!); in termini monetari, due miliardi e mezzo di dollari letteralmente ‘inceneriti’ ogni anno gratis et amore Dei dal governo nigeriano (perdita secca, irragionevole e stolta, per un paese che tutto è fuorché il boccacciano Bengodi per il suo popolo –che ‘vanta’ un reddito procapite, in discesa, di circa 320 dollari/ meno di un dollaro al giorno, in cui occorre includere chi non ha reddito alcuno né tetto sulla testa…).

Questa ‘pratica’ infausta è nata insieme alle trivellazioni petrolifere (è una piaga di vecchia data) i cui effetti disastrosi si sono ‘indicizzati’ con la crescita esponenziale del fabbisogno globalizzato/ della frenesia estrattiva dei tempi moderni e, in Nigeria, con l’inventiva progettuale di Shell, Esso-Mobil, ChevronTexaco, Agip e TotalFinaElf -in joint venture con la Nigerian National Petroleum Corporation – NNPC (eppure la Nigeria ha vietato, almeno su carta, il gas flaring sin dal gennaio 1984- e ha rinnovato di recente il di divieto di tale pratica!). Ciò che è vietato ha, comunque e sempre, vie traverse di realizzazioni ‘aggiustabili’ alle ‘trattative’ che l’ingegno umano truffaldino può e sa sempre inventarsi… (specialmente quando e se ci si può guadagnare denaro…). La legge nigeriana ambientale parla chiaro: nessuno può praticare il gas flaring, senza una specialissima deroga all’Associated Gas Reinjection Act del 1979, che prevedeva l’accertamento dell’impossibilità di un particolare luogo a utilizzare il preziosissimo gas e il pagamento di adeguate cifre compensative (condizioni rese ancora più severe dalla nuova legge del 1984). Tutto ciò è tragicamente grottesco: esisteva ed esiste la normatva necessaria e tutto va a scatafascio lo stesso (si fanno nuove trivellazioni/ si aprono nuovi pozzi/ si accendono nuove bocche dell’inferno e non si spende una lira nelle necessarie strutture di recupero e d’uso del gas che potrebbe essere una manna e che è, invece, strumento di morte…).
La presidenza di Obasanjo aveva concertato, con le imprese petrolifere, il 2008 come data della cessazione di questa pratica assassina (ma in maniera non perentoria e troppo campata in aria, cioè ‘non obbligatoria’), ma devo dire che è già un conforto sapere che esistono ‘precedenti’ ben più avanzati dei ‘rudimenti’-provvedimenti che immaginavo. Mancano gli ‘adeguamenti’ che possano portare alla cessazione reale del gas flaring (alas!!!)..., ma governo e multinazionali arriveranno mai a farli? Non mi sento molto ottimista (anche se voglio sperarci con tutta l’anima): il ‘focus’ è sulla produzione ‘impostata’ a tutta birra su una strada in ‘salita’ vertiginosa (che dai due milioni e mezzo di barili del 2004 dovrà arrivare ai quattro milioni del 2010…). È possibile sperare nel giusto incanalamento del gas derivante da simili ritmi parossistici?

Buone nuove-Hope flaring…
Si è praticato il gas flaring, cioè la terribile abitudine di bruciare i gas (che, ove incanalati, sarebbero stati ricchezza utile) a torcia, per parecchi decenni. È tempo di farla cessare e di lanciare una nuova pratica che bruci torce di speranza (hope flaring). Il ‘vento’ sta cambiando (anche se, purtroppo, lentamente). I motivi, per non perdere la speranza, esistono. Il mondo è pieno di iniziative intelligenti capaci di far tornare il buonumore e di spargere intenti positivi (che possono divenire ottimi strumenti della buona volontà dei singoli e delle organizzazioni umanitarie). La più importante (e magnifica) è quella chiamata Ggfr (Global gas flaring reduction) lanciata, nel 2002 dalla Banca Mondiale e dalla Norvegia e cresciuta, con l’adesione di altri paesi (oggi a ben dodici nazioni e dieci grandi industrie- anche petrolifere!- fanno parte del Ggfr). Ecco il Ggfr: segretariato dell’Opec e Banca Mondiale, Norvegia, Canada (Cida), Usa (Doe), Francia, Gran Bretagna (Foreign Commonwealth Office), Russia (Khanty-Mansi), Algeria (Sonatrach), Angola, Camerun, Equador, Guinea Equatoriale, Indonesia, Kazakistan, Nigeria, Ciad // Bp, Chevron, Eni, ExxonMobil, Marathon Oil, Hydro, Shell, Statoil, Total.
Scopo del Ggfr è ridurre quanto più è possibile le venefiche e dispersive “torce” del gas (derivante dalla risalita del greggio da chilometri di profondità). Sapere che buona parte del mondo ha cominciato a risolvere il problema e che buona parte del resto mostra chiare intenzioni di risolverlo è di notevole consolazione. Una notizia bellissima è questa: la Banca Mondiale ha presentato il primo studio realizzato dalla famosissima e prestigiosissima NOAA (Amministrazione nazionale Usa per gli oceani e l’atmosfera: National Oceanic and Atmospheric Administration) sul gas flaring. È un evento dalle proporzioni gigantesche, per motivi evidenti: 1) è, finalmente, uno studio su scala mondiale (!); 2) è stato condotto servendosi di dati satellitari (e non più soltanto delle ‘addomesticabili’ ‘stime’ teoriche-presunte!); 3) mette a confronto i dati satellitari con varie stime nazionali ( e non con una sola) e mondiali.
L’importanza di questo ‘accadimento’ mondiale è strepitosa e segna l’inizio dell’era della verità (finalmente!), ergo della sconfitta delle menzogne asservite al profit (d’ora in avanti, i fabbricanti di lucro pro-personal income potranno continuare sulla strada omicida, se vorranno, ma non potranno più alterare la veridicità dei dati -spiati e registrati dal cielo, come da Dio medesimo). Gli autori dello studio suddetto hanno valutato i volumi delle bocche infernali accese (le bocche petrolifere-torce, flaring appunto), servendosi delle immagini satellitari (a bassa intensità luminosa) del programma dei dati meteorologici dell’aviazione militare (non è meraviglioso?).
Ecco i dati della NOAA: i paesi produttori di petrolio (con il protagonismo assoluto delle compagnie petrolifere) hanno derubato i legittimi paesi proprietari (e i cittadini relativi) di 170 miliardi di metri cubi annui di gas naturale (40 dei quali solo in africa/ il quantitativo sufficiente a coprire il fabbisogno energetico di metà dell’intero continente africano), bruciandolo, come denaro contante nell’atmosfera. Le compagnie petrolifere, cioè, hanno seminato morte nell’atmosfera, uccidendo la gente e l’ambiente, e, per colmo di ironia, così facendo, hanno mandato letteralmente in fumo l’equivalente del 27% del consumo di gas degli USA e del 5,5% della produzione mondiale (se avessero chiesto alla Banca Mondiale 40 miliardi di dollari e ne avessero fatto un grosso falò e poi avessero caricato 400 milioni di tonnellate di CO2 su mezzi aerei e l’avessero sparsa nell’atmosfera, avrebbero compiuto l’azione corrispondete a quella che hanno perpetrato con ‘dignitoso’ e sfacciato ‘lavoro’ estrattivo/ la sola differenza sta nel fatto che, in quel caso, sarebbero stati perseguiti per crimini contro l’umanità e sarebbero stati imprigionati a vita e guardati a vista!). Questi sono i dati emersi dagli studi della NOAA (e parlano chiaro). I terribili ‘esiti’ perseguiti dalle compagnie petrolifere hanno una quantificazione scioccante; più scioccante è, però, sapere ‘liberamente’ al ‘lavoro’ i seminatori di tali disastri e rendersi conto del fatto che i petrol people, incrementando i ritmi di estrazione, hanno già accelerato l’accumulo dei danni calcolati dalla Noaa e che, con le nuove trivellazioni e i ritmi più veloci delle estrazioni future, faranno sempre peggio…
Ci sono altre notizie importanti. I satelliti dicono che il gas flaring è aumentato, negli ultimi dodici anni, in ventidue paesi (Sudafrica, Arabia Saudita, Azerbagian, Cina, Ghana, Guinea Equatoriale, Irak, Kazakistan, Kirghizistan, Mauritania, Myanmar, Oman, Uzbekistan, Filippine, Papua Nuova Guinea, Qatar, Russia -senza la regione dei Kanty Mansi-, Sudan, Ciad, Thailandia, Turkmenistan e Yemen); dicono anche che è diminuito (con le relative emissioni venefiche) in altri sedici paesi (Algeria, Argentina, Bolivia, Camerun, Cile, Egitto, Émirati Arabi Uniti, , India, Indonesia, Libia, Mare del Nord –offshore-, Nigeria, Norvegia, Perù, Siria e Usa –offshore-) e che in 9 paesi è rimasto stabile -come le emissioni venefiche- (Australia, Equdor, Gabon, Iran, Kuwait, Malaysia, Romania, Khanty-Mansi –Russia- e Trinidad e Tobago). Vedere la Nigeria comparire nel secondo elenco è davvero confortante: anche se la poplazione del delta del Niger non si è accorta della ‘riduzione’ suddetta (perché continua a non distinguere la notte dal giorno, per il chiarore accecante, a non poter dormire per le esplosioni irregolari e continue; a soffrire di malattie e a morire). È già qualcosa sapere che il sentiero è almeno delineato e che, con l’aiuto delle giuste organizzazioni mondiali (e quello di Dio), qualcosa di buono accadrà (speriamo presto).

Mi sento in dovere di ringraziare tutti coloro che uniscono i loro sforzi per rendere il mondo un posto meno ingiusto e meno ‘letale’ e, in questa sede, in special modo, coloro che si espongono (in Nigeria e/o nel resto del mondo) di persona, per far accadere cambiamenti piccoli -che potranno poi crescere- e per difendere i diritti di coloro che non hanno voce.
Le persone di buona volontà sono molte e, come formiche operose, mettono il loro operato (che ha un peso tanto più grande quanto più rari sono i cervelli che lo producono) sul piatto dell’intelligenza e del bene; grazie a questo, all’umanità (e al delta del Niger) è dato sperare e ricordare che, se le vie del dio denaro sono infinite, nel senso di ‘numerose’, quelle di Dio sono infinite, nel senso di immense e insuperabili. L’aiuto di Dio invierà (per vie tutte sue imperscrutabili) agli Ijaw e alle altre genti del delta del Niger, la soluzione ai problemi che li affliggono (magari attraverso imprevedibili ‘mani’/ ‘entità’-enti-organizzazioni che per loro natura parrebbero incompatibili con il ruolo di ‘salvatori’).

Potrebbe la salvezza delle genti del delta del Niger giungere dall’Eni…(?)
Eni (fonte: eni.it- marzo 2009) sostiene quanto segue: “L'incremento delle emissioni di GHG di Eni nel 2007 è da attribuirsi per il 72% all'aumento del gas flaring derivante dalle recenti acquisizioni in Congo e in Russia, oltre che da difficoltà operative e logistiche in Nigeria, che hanno determinato una minore efficienza degli impianti di compressione gas. Per contrastare tale fenomeno Eni ha pianificato investimenti in attività di riduzione di gas flaring, che hanno già dato significativi risultati nei primi mesi del 2008.” Riferisce anche che, in Russia, ha conseguito il completo recupero del gas prima “bruciato in torcia”. Ammette che in Africa “sono concentrate” le principali estrazioni associate alle micidiali emissioni derivanti da gas flaring. Riconosce che il gas  derivante dall’estrazione del petrolio “necessita di infrastrutture per l’utilizzo e il trasporto” del gas, ma ipotizza che la realizzazione di dette infrastrutture sia soggetta “all'influenza di fattori esterni quali le condizioni socio-politiche delle aree interessate”. Dichiara che “I progetti Bouri Gas Utilization (Libia), Gas du Sud (Tunisia) e Rom (Algeria) consentiranno altresì di abbattere drasticamente nei rispettivi Paesi le emissioni da flaring di Eni” e che in Congo ha acquisito asset e di essi dice: “…i progetti di valorizzazione del gas prevedono la realizzazione di una centrale elettrica da 450 MW (che entrerà in servizio a fine 2009), l'ampliamento di quella esistente, la realizzazione dei gasdotti e l'utilizzo di ulteriore gas per la reiniezione in giacimento. Entro maggio 2012 si prevede l'eliminazione della pratica del flaringnel Paese. La produzione di energia elettrica risolverà il problema dell'attuale fabbisogno energetico del Congo e ne consentirà il futuro sviluppo industriale.” Mi viene in mente: ‘Amen’! da dire, ma anche: ‘che ciò accada anche nel delta del Niger!’  
Che dire? Sembra tutto troppo bello per essere vero, ma… ci si può fidare? ENI è stata costituita come ente statale nel 1953 ed è divenuta società per azioni nel 1992.

Ecco uno specchietto sulla massiccia presenza ENI in Nigeria:
1962- Le aree nigeriane di sfruttamento petrolifero sono state assegnate al gruppo ENI. La ricerca è stata realizzata dalla controllata dell' Eni e ha rivelato l'esistenza di importanti giacimenti petroliferi (c’era una volta l’Africa…/ il delta del Niger era ancora Africa, a quei tempi…).
1965- I giacimenti petroliferi nigeriani sono entrati in produzione (addio vecchia Africa… Fuggirà il ruggito del leone dal delta del Niger…, rimpiazzato dai boati terrificanti provenienti dai mal di pancia della terra violentata).
1989- ENI ha ottenuto dal governo nigeriano il rinnovo per altri 30 anni delle quattro concessioni di esplorazione e produzione. La Nigerian Agip Oil Company Limited ha cominciato a produrre, nelle quattro concessioni, 150 mila barili di petrolio al giorno, (30 in quota Eni). La notevole potenzialità di produzione di gas naturale di quei pozzi è stata destinata all' impianto di liquefazione di Bonny (dell' Eni per una partecipazione del 10,4 %). Il gruppo italiano è entrato in compartecipazione, sempre in Nigeria, anche nella concessione (off-shore) Opl 472 (dove la Naoc tirava fuori 10 mila barili di petrolio al giorno) e nell’esplorazione attiva al largo del delta del Niger. Forniva anche il gas petrolifero liquido e i condensati estratti dal processo di "reiniezione" gas nel giacimento di Obiafu Obrikom all' impianto petrolchimico di Eleme, non lontano da Port Harcourt. La Nigeria è divenuta membro dell' Opec (organizzazione dei paesi esportatori di greggio) e il più importante paese esportatore di petrolio dell' Africa.
1989- ENI era presente nell'offshore nigeriano con il campo di Agbara.
2000- 13 settembre- L’ENI ha annunciato che la sua produzione petrolifera in Nigeria sarebbe passata dai 240.000 barili/giorno a 360.000 b/g entro il 2003. Lo ha rivelato (attraverso i vertici della compagnia, che nel pomeriggio avevano incontrato, a Roma, il presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, in visita in Italia).

2001-settembre- Eni (che operava in Nigeria dal 1962/ era già presente nel campo di Bonga –a profondità 1000 metri-e aveva una produzione di 110.000 barili al giorno) ha firmato (un nuovo contratto di "production sharing" con l'ente petrolifero di Stato nigeriano NNPC) per l'esplorazione del blocco offshore 244 -che si trova 200 chilometri a sud del terminale di Brass circa, a una profondità di 1500/ 3000 metri. La partecipazione ENI (come consociata NAE -società creata in loco: Nigeria Agip Exploration) era del 90%, quella NPDC (Nigerian Production Development Company) del 10%. Tutto ciò rientrava nelle finalità sopracitate della lotta al sottosviluppo e dello sviluppo ‘sostenibile’ e si sintetizzava, praticamente, nel passaggio del know how (con cui elevare le competenze del personale nigeriano ai massimi standard internazionali –leggasi OB a lungo termine: mettere la Nigeria in grado di riappropriarsi, un giorno, delle sue risorse-pozzi e gestirseli da sola). La conseguenza logica, reale e immediata era una maggiore crescita del potenziale ENI in West Africa. I lati positivi erano i correlati progetti di valorizzazione del gas associato (con relativi impianti di liquefazione e generazione elettrica –che sarebbero rimasti ‘latitanti’).

2002-dicembre- Eni ha annunciato la perforazione del pozzo Bolia 1X (a 1.100 metri dall'area denominata Oil Prospecting License 219/ a una profondita' totale di 3.730 metri) e una produzione (con i primi test) di circa 6.000 barili al giorno di idrocarburi. – Ha avviato il sito estrattivo di Abo (in 650 metri di acqua).

2007 -5 gennaio- Ci fu una perdita nell’oleodotto che attraversa Lagos (quartiere Abule Egba). Una frotta di disperati/diseredati si precipitò su quella ‘manna’-aiuto insperato. Lo scoppio che ne conseguì lasciò sul ‘terreno’ della lotta per la sopravvivenza i corpi straziati di 269 esseri umani (caduti in ‘territorio’ ENI). La gente si domandò come mai una compagnia così ricca non avesse provveduto a mettere in sicurezza le tubazioni.

L’utile netto dichiarato da ENI nel 2005 (8.788 milioni di euro), risaputo in giro e confrontato con il numero spaventoso di quei morti, suscitò scalpore. È un ‘utile’ normale, per una società di quella portata. È normale anche che essa non fosse e non sia un’oraganizzazione di beneficenza. Ciò che non è ‘normale è che le società petrolifere presentino al mondo progetti tesi a combattere il sottoviluppo dei paesi ‘poveri’ (con annessa lotta alla fame/ propositi di sviluppo ‘sostenibile’/ tutela dei lavoratori/ rispetto dei diritti umani) e poi, strada facendo, si ipnotizzino con i milioni di barili da estrarre, giungendo, senza neppure rendersene conto, a mettere a sacco e fuoco l’ambiente e l’umanità che incontrano lungo il cammino (con annessi ‘effetti collaterali’-‘collaborazioni’ con forze armate/ repressione di ogni dissenso/ oppressione/ torture e omicidi allargati fino al genocidio). I progetti dell’Eni sono ottimi e non mancano di assunzioni di responsabilità e di codici di comportamento aziendale: c’è da augurarsi che vengano messi in pratica e non assurgano a parole-macigni (sotto cui nascondere azioni innominabili). Ciò che fanno le multinazionali ricade sulla dignità di tutti, ma ciò che fa l’Eni (come le altre ditte italiane) ricade sulla bandiera italiana. Vorrei tanto che non fosse sangue/ vorrei tanto che non fossero vite umane o crimini contro l’umanità…

2007 (12.02)- ENI ha firmato con la Nigeria un accordo per l’acquisto di 2 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (ampliamento della capacità di liquefazione (Train 7) del terminale di Bonny).
2009 - Marzo- Eni ha annunciato investimenti in attività di riduzione del gas flaring e l’utilizzo della tecnologia LNG (che consente la commercializzazione del gas associato all’estrazione del greggio)!!!// Ha dichiarato quanto segue: “In Nigeria sono in corso di realizzazione diversi progetti per l'utilizzo del gas associato che comportano il completamento delle stazioni di trattamento gas per far fronte agli impegni verso la N-LNG, le utenze industriali sul mercato domestico e i consumi interni. L'utilizzo della tecnologia LNG ha consentito la commercializzazione del gas associato, altrimenti bruciato in torcia, e permetterà entro il 2011 l'eliminazione della pratica del flaringnel Paese. Sono inoltre in corso i lavori per la realizzazione di un network di gasdotti diretti al terminale di Brass dove sorgerà il nuovo impianto di liquefazione che permetterà di commercializzare il gas associato proveniente da nuovi campi ad olio”.

Ci sono voluti 47 anni per leggere l’annuncio soprastante (!)/ come influirà su di esso, ora, l’annuncio sottostante (?!?):
- 2009 -25 Maggio -L’Eni ha annunciato un taglio alla produzione dei pozzi nel Delta del Niger- dopo gli attacchi alle istallazioni petrolifere della regione, da parte del Movimento di emancipazione del Delta del Niger (Mend), dopo i fatti di sangue del 15 maggio.

Si legge di ENI ovunque: ENI a Marghera: investimenti per le centrali/ Eni ha siglato un accordo con l'Egyptian Natural Gas Holding Company (Egas) e con l'Egyptian Electricity Holding Compagny (Eehc)/ Eni ha firmato un'alleanza strategica negli Usa col produttore di Quicksilver Resources/ Prevista estensione per 10 anni, fino alla fine del 2030, della concessione del giacimento giant di Belayim, nel Golfo di Suez, in cui c’è anche Eni/ Ministero della Pubblica Istruzione e Ministero dell'Ambiente patrocinati da Eni/ ENI presente in circa 70 paesi con 76000 dipendenti/ ENI impegnata nella ricerca, produzione, trasporto, trasformazione,/ Eni… Bond/ Eni…obligazioni.
Eni è un gigante/ un gigante che spero eviti altrove lo scempio accaduto nel delta del Niger/ un gigante di cui sarebbe bello potersi fidare…/ un gigante che può permettersi la spesa del risanamento del delta del Niger. Giganti sono anche, a vari livelli, Agip, shell, ChevronTexaco, Exxonmobil e TotalFinaElf. Possa Dio illuminare i loro vertici direttivi tutti in tale direzione…
Eni ha approntato progetti per la riduzione del gas flaring, però. Dio voglia che li realizzi al più presto (senza procrastinaggio e senza ‘intoppi’)! What about le altre multinazionali del petrolio presenti nel delta del Niger ?!?) “Niente nuova buona nuova” recita un detto arcaico popolare del Sud Italia, ma credo proprio che in questo caso il buon detto saggio vada interpretato al contrario…
Ecco ‘qualcosa’ su altre compagnie petrolifere (come Shell e Agip).
Lo scrittore Ken Saro Wiwa ((Kenule Benson Tsaro-Wiwa -leader ideologico degli Ogoni, etnia più numerosa del delta del Niger, e di tutte le popolazioni del delta) è stato giustiziato, nel 1995, per impiccagione, dal regime nigeriano, per aver osservato, verificato, toccato con mano, condiviso con le genti del delta i disastri ambientali e ‘umani’ causati nell’Ogoniland dalla Shell –e in tutto il delta da varie compagnie petrolifere- e per essersi schierato dalla parte della sopravvivenza della sua gente e di se stesso. Che si possa morire, quando si è ‘vasi di coccio tra i vasi di metallo’ è risaputo, ma che non si abbia il diritto di essere individui pensanti e che non si possa aspirare neppure all’aria che si respira è davvero oltre ogni possibile logica accettabile. Eppure accade questo, nel mondo: il dio denaro fa il bello e il brutto tempo, fa e disfa i governi, ne decide indirizzo e sopravvivenza (anche quando proclama di non averne le intenzioni consapevoli) e decide il destino degli esseri umani (nel senso più spietato del termine): decide anche chi deve vivere e chi deve morire e…, dove la gente è povera e non ha voce, decide della morte di molti come di pochi e anche della morte dell’ambiente. La cosa più agghiacciante non è l’efferatezza dei grandi crimini contro l’umanità, è l’incoscienza quasi inconsapevole con cui vengono commessi, in certi casi e in certi luoghi (ove i responsabili sono molti, si avvicendano, mettendo ognuno un ‘tassello’ atto a puntellare la situazione ‘lavorativa’ della compagnia di turno/ ‘oliando’ ognuno la ‘ruota’ del momento, perché l’intoppo temporaneo si sblocchi/ Mettendo in campo ognuno le migliori strategie del caso, per ‘apparire’ a livello dirigenziale e far ‘carriera’/ costruendo, ognuno nel proprio passaggio un mosaico globale di ‘passi’-produzione di ‘successo’, in cui, alla fine, la ‘ditta’ di riferimento è come un gigantesco ragno al centro di una tela che non crede neppure sua…). I governi sono altri ragni giganteschi, le cui ragnatele-tele sono grovigli enormi, ma sempre e inevitabilmente pendono dalle ragnatele robuste dei ragni-profit dalle provenienze più disparate… Queste sono le farse (‘orriffiche’) con cui gli uomini (in qualità di ‘attori’ alle dipendenze delle ragnatele varie o impegnati nell’interpretazione del ruolo che si scelgono nella tragi-commedia-vita della dislocazione geografica di riferimento) si giocano la carta del passaggio sulla terra (prima di tornare al loro Creatore, con gesti buoni o almeno innocui, o con spine-dolori-disastri-stragi-genocidi attaccati alle mani). Le multinazionali sono entità senz’anima, le cui responsabilità sono ‘direttive’ che hanno sempre molti padri (molte fasi). Sono, in sostanza ben altra cosa rispetto alle ditte antiche (che nascevano e morivano con un nome). Era possibile, allora, arrivare al ‘cuore’ del padrone, in qualche modo; ora, a comandare è il denaro (che si sparge per mani e per tasche infinite, senza mappe precise e senza etiche-rimorsi-argini). Non ha cuore il denaro (ma… ha vie subdole e scaltre, per infiltrarsi anche nel petto di chi il cuore ce l’ha…). Accade così che, in nome del profit, si chiudano gli occhi di fronte alle ‘politiche’ aziendali dalle quali provengono i propri salari; accade così che coloro che per le multinazionali lavorano, vedano soltanto ciò che vogliono permettersi di vedere e cioè cosa è bene o male per la ‘produzione’ (che, a qualunque costo, ‘deve continuare’). Ecco spiegato l’arcano: l’applicazione dello sgrammaticato ‘”paese che vai usanza che trovi” (usato nel senso illogico e criminale di: ‘dove nessuno eventualmente t’imponga delle leggi, dissacra pure tutto ciò che puoi e ove le leggi ci siano, trova un modo per aggirarle e dissacrarle quanto più puoi’) sembra essere lo slogan della legge della giungla scritta della corsa alla ricchezza. Ecco perché i paesi con voce in capitolo-politica ‘pesante’-pil elevato del mondo ‘ricco’ usano il mondo ‘povero’ come banca dei prelievi e insieme come pattumiera (anche la feccia nostrana, che mi repelle chiamare ‘italiana’, ha scaricato nel nigeriano- tanto per non andare lontano- porto di Koko 3.800 tonnellate di rifiuti tossici, tra l’87 e l’88- e sì che gl’Italiani ignari, in Africa, ci vanno in cerca di natura primordiale e incontaminata). Ecco perché le ‘ditte’ petrolifere erano-sono-saranno nel delta del Niger. Ecco perché la Dow Chemical fabbrica gli erbicidi in Centro America (e rende sterili molte centinaia di braccianti). Ecco perché la OXY è determinata ad estrarre petrolio dalle foreste colombiane ( a costo di sterminare gl’Indigeni U’WA). Ecco perché la Union Carbide fabbrica pesticidi in India (e non è stata né rasa al suolo, né ‘scacciata’ quando, nel 1986, con le sue esalazioni mortali ha ucciso 4.000 persone, ne ha reso invalide 200.000, ha intossicato acqua-vegetazione-terreni). Ecco perché la Nike fabbrica scarpe in Asia (chiudendo diecimila occhi sull’uso del lavoro minorile).
La terra degli Ogoni (circa cinque centinaia di migliaia), nel delta del Niger, in Nigeria,  è teatro d’azione della Shell (il ‘grande’ nemico del povero Wiwa). La storia è quella di sempre… La politica aziendale viene prima: la gente può adeguarsi e morire o emigrare… I governi nigeriani (civili o militari, sempre di passaggio) hanno sempre avuto bisogno di essere ‘foraggiati’ (anche per reggere ai continui ‘scossoni’ delle pressioni politiche ed etniche). La Shell (come altre multinazionali, ovviamente) è stata longamano-provvidenza per loro, sin dagli anni Sessanta. L’Agip (che estrae i suoi bravi 130.000 barili al giorno e fa parte anche di una joint venture a maggioranza statale guidata dalla Shell) pare sentirsi con le mani pulite. Ha una Carta dei Principi Fondamentali d’Impresa di tutto rispetto,; in essa si parla di tutela dell’ambiente, di cultura e di diritti, ma… non vi si elenca alcun provvedimento contro lo scempio di territori e genti (e scaricare le responsabilità su Shell e governo non mi sembra né una ‘politica’ onorevole né un motivo per autoassolversi dai crimini che stanno assumendo dimensione da ‘genocidi’ come ho già detto e ripetuto). I tempi agitati e bui della dittatura militare nigeriana (dalla salita al potere di Sani Abacha -1993- alla sua morte improvvisa -1998) hanno dato alla Shell la possibilità di ‘sganciarsi’ dal crudele regime, congelando o rompendo i contratti vigenti ed evitando di firmarne di nuovi, come le fu chiesto da più parti, ma la Shell non ha aderito a tali richieste (e l’Agip non ha assunto posizioni diverse, anche se ha sempre dichiarato e dichiara di non aver avuto e di non avere nulla a che fare con la politica). Non è difficile desumere che i contratti suddetti abbiano decretato la sopravvivenza della dittatura e che l’importanza della firma del nuovo contratto abbia fornito il cappio alla mano assassina che ha ucciso Ken Saro Wiwa e gli altri otto attivisti del movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (il Mosop). E certo, Wiwa non incitava alla lotta armata, ma, con il suo carisma, era amato e seguito ed era in grado di mobilitare grandi folle (nel 1993, proclamato dalle Nazioni Unite anno dei popoli indigeni di tutto il mondo, più di 300. 000 Ogoni seguirono Wiwa in una pacifica marcia di protesta contro la Shell e contro il regime militare nigeriano) e le grandi folle erano visibili… e facevano notizia - proprio come accade ora con gli attacchi del Mend ai pozzi- e davano fastidio alle compagnie petrolifere e al governo, di conseguenza). Wiwa era pericoloso, perché non farneticava contro l’unità nazionale, né soffiava su posizioni scissionistiche varie.; difendeva le minoranze, ma le vedeva inserite in un quadro nazionale e parlava di un risanamento che metteva in pericolo il proliferare possente delle connivenze remunerative e fiorenti; era pure scrittore (e ciò aggravava di gran lunga la sua posizione…). Le parole sono e restano vana ‘teoria’. I fatti, però, parlano. Ecco un fatto, innegabile e più ‘visibile’ del monte Everest: Wiwa e altri otto uomini furono uccisi per impiccagione (nove vite -ogoni di nascita e nigeriane per appartenenza nazionale e per scelta furono spente) e, subito dopo, Shell e Agip firmarono un nuovo contratto. La vita dello scrittore nigeriano e di altre otto persone non pesarono abbastanza sulla bilancia del blocco del contratto suddetto (non pesarono nulla, in contrapposizione alla liquefazione del metano e alla costruzione dei metanodotti cui Shelle -e Agip aspiravano); nulla pesò, su quella bilancia, neppure il fatto che la Banca Mondiale si fosse ritirata dal progetto. Niente e nessuno poté distogliere Shell e Agip dalla firma di quel contratto, neppure la sospensione della Nigeria dal Commonwealth e il fatto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea avessero richiamato i loro ambasciatori dalla Nigeria… Tutto ciò fa rizzare i capelli in testa a chiunque abbia intuito sufficiente per spaventarsi… E Agip ha sempre finto di nascondersi dietro la Shell/ ha avuto il coraggio di atteggiarsi a organizzazione migliore; e sì che ha il suo regno nel Rivers State e che ha le mani tutt’altro che pulite, quanto a soldi spesi in ‘spedizioni’ militari e paramilitari, atte a ‘mantenere l’ordine’/ ovvero a ‘togliere di mezzo’ le persone scomode e bruciare interi villaggi. Ne hanno parlato in lungo e in largo in C’era una volta, su Rai 3, il 29 luglio 2001// ne ha parlato il Manifesto del 19.07.2001- allegati M-N// ne ha parlato con chiunque fosse disposto ad ascoltare Oronto Douglas, l’avvocato ambientalista difensore delle popolazioni del delta (una delle zone più ricche di energia del mondo e… abitata da gente che di sera, se vuole la luce, accende le candele). Le mani sporche di ‘pasta’ petrolifera (e non sempre solo di quella) le hanno in molti: il Mosop aveva denunciato anche la compagnia italiana Saipem, per la sua partecipazione al progetto della costruzione di un metanodotto in Ogoniland. La Shell e la Elf avevano costituito un consorzio per la gestione del gas liquido nigeriano.

Il mondo è alla mercé delle multinazionali/ la vita nel mondo è alla mercé di questri mostri-titani quasi sempre senz’anima e… non lo sa/ non se ne rende conto. Lo dimostra il fatto che a nessuno verrebbe in mente di sentirsi stupido quando parla di ‘nazioni povere’/ di ‘popoli poveri’, ma… è tempo di cominciare a invertire la visuale con cui ci siamo ‘figurate’ le cose fino a oggi. ‘Poveri’ noi del ‘mondo ricco’ chiamiamo i paesi nei quali andiamo a prenderci le ricchezze che ci mancano: non c’è qualcosa che stona in questo assioma? Ha ragione Aurora Donoso (una delle fondatrici del gruppo Accion Ecologica in Ecuador), quando si ribella a quel nostro modo di definire una certa parte del mondo. Ecco le sue parole (da il Manifesto del 19.07.2001): “I nostri paesi sono ricchi di risorse naturali, oltre che di cultura e persone. Ma sono impoveriti dalla rapina delle politiche che gli sono imposte” (e, soprattutto, dall’industria petrolifera... che ha abbatuto più di mille ettari di foresta amazzonica tropicale, per le trivellazioni esplorative propedeutiche a un nuovo progetto petrolifero nel Sud dell’Ecuador/ ha scaricato rifiuti tossici nella terra e nei fiumi/ ha costruito un oleodotto di 136 chilometri (devastando riserve sacrosante di intatta foresta, di catene ecologiche e di coltivazioni preziose per gli abitanti// disastrando beni non suoi, senza nulla dire-chiedere alle genti che sono padrone di casa…). Ciò non è bastato: l'Agip è entrata anche nel progetto dell’ oleodotto per il greggio pesante, che si fa cicatrice sfregiante da est a ovest, tagliando 500 chilometri dell’Ecuador, dall'Amazzonia alla costa del Pacifico. I ritmi produttivi canteranno il de profundis (se prendo in prestito questa espressione, il salmo 129 e Wilde non me ne vogliano), mentre uccideranno quel polmone verde devastato.
Il mondo appare o completamente impazzito (nelle vesti dei mostri del profit) o succube e indifeso (nelle vesti degl’ignavi o di coloro che ignorano), mentre i disastri più orribili si estendono a macchia d’olio, in modo preoccupante. Non è solo la caccia al petrolio la pietra dello scandalo. L’inventiva del dio denaro è senza limiti: le finanziarie internazionali stanno distruggendo il secondo polmone verde del mondo (le foreste dell’Indonesia) con l’industria della carta/ le dighe della Tailandia hanno devastato gli ecosistemi e sconvolto totalmente le economie rurali, gettando sul lastrico 80 milioni di persone (sfollate), come risulta da una stima della stessa Banca Mondiale -sulle dighe/ la globalizzazzione dei disagi e dei disastri ha creato i nuovi servi della gleba, a livello mondiale (i ‘terzamondisti’ usati e ‘abusati’ e pure male accetti- che, in parte, ingrossano i fiumi delle mafie e facilitano i luoghi comuni-‘preconcetti’).
Sarà per questo che avverto uno stridore insopportabile anche nei germogli della speranza che provengono dai progetti reali sulla riduzione del gas flaring (ovvero sul recupero dei gas derivanti dall’estrazione del greggio) e sulla giusta via della salvaguardia dei diritti umani e dell’ambiente. Non so ancora fino a che punto credere che le compagnie petrolifere, (che per quasi 50 anni hanno chiuso gli occhi sui disastri plurimi perpetrati) d’improvviso possano rinsavire -eppure me lo auguro…, me lo auguro con tutta l’anima. I tempi sono cambiati e l’aumentata consapevolezza dei cittadini del delta del Niger (e del mondo) hanno creato le condizioni e i tempi per i provvedimenti attesi, me lo continuo a ripetere e spero che ciò che deve accadere (sul piano della difesa dei diritti umani) accada presto! La sfiducia, però, è dura a morire. Dolgono troppo (in effetti…) i danni, la corruzione, i furti pregressi e attuali mondiali e nigeriani. Duole ogni esplosione nigeriana (come quella che, nel villaggio di Amaokwe Oghughe, ha massacrato 105 persone -definite, per giunta, ‘ladre’-erano donne e famiglie accorse a raccogliere greggio già raffinato e disperso da varie perdite nei tubi di ritorno dalla raffineria di Port Harcourt). Il petrolio/ la benzian/ tutto ciò che brucia è prezioso, tra i poveri della Nigeria, specialmente nelle periferie urbane (slums abitati da disperati) e ovunque sia impossibile trovare ramaglie o esca di sorta per il fuoco. Ogni donna è in cerca affannosa di ‘focatico’, con cui cuocere qualche tubero di Jam/ cassava/ patata dolce o le varie polente o puree della sopravvivenza giornaliera. Tutto ciò che può bruciare, negli appositi marchingegni di latta, è prezioso (lo stesso oro non sarebbe altrettanto prezioso e sarebbe, piuttosto, da vendere per trasformarsi in ‘strumenti’ di quel tipo). Qualsiasi carburante che fuoriesca da tubature ‘visibili’ e si disperda è manna negletta e inutilmente sprecata agli occhi di qualsiasi povero (e… gli occhi dei poveri sono la sola cosa che abbondi ovunque e sempre, in Nigeria!). Chi può stigmatizzare i nugoli di disperati che si affrettino a raccogliere ciò che per loro è un ‘ben di Dio’ (trascurato dai ‘padroni’ dei tubi e lasciato alla spugnosità del terreno al quale sicuramente non fa bene)? Soltanto chi può condannare i miserabili, che si lancino su banconote sparse al vento, è autorizzato a condannare i poveri che sono morti raccogliendo benzina (e l’ignoranza del singolo miserabile che, avvicinandosi con il motore acceso, ‘fornisca’ la scintilla del terribile rogo). Non è difficile, invece, condannare, la superficialità (che puzza di indifferenza verso la gente che non ha molta voce) con cui le tubazioni (che andrebbero coperte/ interrate (?)/ protette) vengono messe a dimora (risparmiando denaro) semplicemente ‘nel vento’ ed esposte al passaggio dei pochi e dei molti (e alle esplosioni anche soltanto casuali sempre e comunque possibili). Non è difficile neppure condannare la mancata celerità-urgenza nella riparazione delle falle ( che gli anziani di Amaokwe Oghughe dicono di aver riportato alle autorità e che- a onore di onestà- non so se siano state riportate celermente da dette ‘autorità’ al personale della compagnia petrolifera responsabile). Una cosa è sicura: non spetta alla gente (povera o ricca/ knowledged o ignorante che sia) conoscere i pericoli connessi agli impianti industriali (di qualunque natura) ed evitarne i rischi (in nessun luogo del mondo); tocca a chi costruisce gl’impianti in questione sistemarli in modo che non debbano rappresentare un pericolo per gli esseri umani (giovani, adulti, vecchi e bambini –poveri o ricchi/ intelligenti o cretini che siano), perché se ciò non facessero, pagherebbero per i danni causati (per la morte o le menomazioni degli esseri umani di qualunque lingua-nazionalità-estrazione sociale). Questa è la regola (che vige nel mondo/ almeno in quello che si definisce ‘civile’) che non trova giurisdizione in certe situazioni-luoghi…
È difficile dimenticare le ‘vittime’ (delle esplosioni e… di altre prevaricazioni). Ciò che più fa male è il non-valore ‘aggiunto’ peculiare di ‘talune’ vittime , il cui numero viene riportato con ‘approssimazione‘ (in ragione di centinaia di ‘unità’- non per colpa della stampa, ma per annessi e connessi con la condizione di diseredati dalla ‘presenza’ poco certificabile-quantificabile…). Ecco un esempio: la strage causata, nel ’98, da un’esplosione avvenuta in Jesse, veniva riportata dalla stampa con un numero di vittime ‘tra le 600 e le 1000’… Ci sono stati vari morti in Nigeria: quelli per morte violenta (tra cui 28 nel 2000, ad Okuedjeba,/ 250, ad Adeje/ 20 a Lagos/ e i già citati 269 del 2007 ad Abule Egba), quelli per incidenti sul lavoro e per esplosini delle tubature non protette e quelli per malattie dovute alla devastazione ambientale. Vorrei che le ditte mettessero nel cautelare i lavoratori e i cittadini la stessa cura-attenzione che mettono nella gestione fiscale dei loro affari (con cui si assicurano la ‘proprietà’ dei vari giacimenti/ creano le società locali facili da fare e disfare -come, per esempio la Naoc, Nigerian Agip Oil CO Ltd, e facili alle ‘uscite’ non documentabili e adatte a illudere gl’ingenui sui guadagni favolosi, magari da vendita di terreni, che poi non arrivano, e a ‘incoraggiare’ la repressione contro le proteste-manifestazioni senza speranza degli ultimi della catena). Tutti immaginano (alcuni sanno) che, per proliferare, le industrie non percorrano vie tutte ‘alla luce del sole’. Non desidero stabilire, qui, cosa sia giusto dare ‘a Cesare’ e cosa no, perché ciò di cui si parla in questa sede è lontano più del decuplo dell’intero universo da argomentazioni di quel tipo: qui si parla di chi abbia diritto a sopprimere chi e chi abbia il diritto di vivere e chi no! Stare dalla parte della legge degli uomini, oggi, non sempre coincide con lo stare dalla parte della legge di Dio (perché non tutte le leggi e non ovunque sono giuste), ma… stare dalla parte della legge di Dio almeno quel tanto che basti a non commettere stragi dovrebbe essere possibile…
Stare dalla parte della legge e di ciò che è giusto è di ‘un difficile’ vicino all’impossibile, nei paesi come la Nigeria, e lo è (per i cittadini nigeriani che vogliano essere onesti e giusti) a tutti i livelli, perché chi non è parte dell’ingranaggio viene stritolato dall’ingranaggio medesimo. Ne sanno qualcosa coloro che sono ambientalisti e pro diritti umani (come il defunto Ken Saro Wiwa), in questa terra, e come l’avvocato (Oronto Douglas) che lo ha difeso (ambientalista egli stesso e interessato alla difesa dei diritti umani…).
Le genti del delta del Niger, intanto, non hanno accesso neppure agli income dei sottoprodotti dell’estrazione… (e sullo sfruttamento delle risorse di combustibili fossili dell’Africa nuove nubi dense e nere si profilano, con l’allargamento della ‘torta’ a Russi e Cinesi- vedi Report 7 giugno 2009). Le ricchezze, da sempre e per sempre devono essere destinate a fare la sfortuna e la disgrazia dei popoli? Di sicuro la fanno per l’Africa e la fanno per il delta del Niger…
Il Governo nigeriano e le compagnie petrolifere giocano a scaricabarile (l’uno accusando le altre e viceversa della mancata costruzione dei gasdotti necessari a raccogliere-distribuire-sfruttare il gas che la terra dona e che essi sprecano e usano come arma di sterminio- mentre le comunità del delta non hanno cibo né corrente/energia e altre latitudini della terra lottano contro il gelo invernale e la penuria di gas).
I divieti di bruciare il gas nell’atmosfera si rinnovano, in Nigeria, e il completo disprezzo di essi altrettanto/ la gente continua a soffrire e a morire/ i gruppi armati continuano a sognare di poter sconfiggere il ‘nemico’ (e non sanno quali e quanti nemici si sommino nella matriosca spaventosa che fa da vestito alle loro autorità precostituite/ non sanno quanto grande sia il coraggio che ostentano, perché non sanno quanto grande sia la forza devastante contro cui si ergono).
Gli avvoltoi (interni ed esterni) che sono calati sul delta del Niger (come su tante altre terre martoriate) mirano (persino senza saperlo) all’estinzione di tutto quanto valga e conti qualcosa (hanno ucciso la vita delle acque che erano la ricchezza più grande di tutta la Nigeria/ hanno ucciso Ken Saro Wiwa e mirano a uccidere i sogni…), perché oggi non basta più l’antico detto “il grande mangia il piccolo”: è stato sostituito dal nuovo detto consumistico, che qualcuno ha coniato: “Lo svelto mangia il lento” (‘svelto’ è chi non deve fermarsi a riflettere-soppesare pro e contro in relazione al ‘prossimo’/ svelto è chi persegue i propri ‘pro’ e in nome di essi è pronto a passare su tutto e su tutti, anche sul corpo di sua madre e dei suoi figli/ svelto è chi mira al profitto e ad esso sacrifica tutto e tutti/ svelto è il principio d’azione di ogni multinazionale// ‘Lento’ è tutto il resto del mondo…). Questa è la legge del ‘successo’, che vige tra gli squali-macchine per denaro. L’uomo si è perso nel bel mezzo del loro ‘mare’…
I sogni non devono mai morire, ma… i sogni hanno ali… e in certe paludi volano così in basso che rischiano di affogare…/ a tale volo disperato mi adeguo e lancio i due seguenti appelli (terra-terra):
1)alle imprese petrolifere del delta del Niger (come alle multinazionali mondiali): -Voi che seguite la legge dell’avidità; com’è chiaro a tutti, dovete proprio spingerla fino a prendervi la vita delle popolazioni (e a distruggere quanto più potete del pianeta… che è pure casa vostra)? Non potreste mediare tra ciò che vi arricchisce e ‘tutto’, trovare una via di mezzo e salvaguardare gli esseri umani, facendo in modo che vivano(?)-;
2)ai leader nigeriani (a tutti i livelli piramidali dei governi locali e federale): -Voi che amministrate ricchezze non vostre, ma del popolo, e ve ne appropriate (là dove non ve ne fate derubare), dovete proprio fare piazza pulita, oltretutto? Non potreste fare in modo che (se proprio avete la pece sulle mani e nelle tasche) almeno un buon fiotto di briciole giunga un po’ più in basso/ quanto basta perché il popolo sopravviva?

I sogni non muoiono: la voce di Saro Wiwa ritorna…
I sogni, forse, però, non muoiono mai per davvero e, a volte, tornano anche dalla tomba. Quelli di Ken Saro Wiwa sono tornati.
Un avvocato del Center for Constitutional Rights, Jenny Green, di New York, intentò, nel 1996, causa contro la Shell, per dimostrarne il coinvolgimento nell'esecuzione di Ken Saro-Wiwa (Kenule Benson Tsaro-Wiwa). Il processo iniziò (campa cavallo) a maggio di quest’anno! La Shell ha accettato il patteggiamento. Pagherà un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari (ed eviterà il processo… con annesse testimonianze e prove a carico…).
*
Ecco le ultime notizie stampa che riguardano l’evento e che mostrano il sangue assassino sulle mani della Shell :
 (Espresso.repubblica.it 09 giugno 2009 ore 17.06)
NIGERIA: MEGA-RISARCIMENTO E SHELL CHIUDE CASO SARO-WIWA
Con un mega-risarcimento alle famiglie da 15,5 milioni di dollari il colosso petrolifero Shell ha definitivamente chiuso con il caso di Ken Saro-Wiwa, lo scrittore ambientalista nigeriano impiccato insieme ad altri otto attivisti nel novembre 1995 dopo un processo farsa, nel corso di una dura repressione contro gli Ogoni, per essersi battuto contro i danni ambientali provocati dalle attivita' petrolifere della Shell nella regione a sud della Nigeria. Tra pochi giorni sarebbe iniziato il processo a New York contro la compagnia petrolifera accusata dai parenti delle vittime di collusione con le autorita' nigeriane. La Shell ha ancora una volta negato tutte le accuse ma ha comunque deciso il pagamento come "gesto umanitario" nei confronti dei parenti delle vittime a compensazione delle perdite subite e dei costi legali sostenuti da 14 anni. Il caso di Saro-Wiwa era stato portato alla Corte Usa in base a una legge del 1789, la Alien Tort Claims Act, che permette agli stranieri di portare davanti alla Corte anche soggetti non americani in caso di crimini contro 'umanita' e torture. (AGI)”

. Channel 4 News Expose Unpublished Evidence Of Shell’s Military Partnership
By Ben Amunwa on June 9, 2009
. Corriere della Sera: Poeta ambientalista ucciso, Shell evita il processo con un assegno da 15 milioni -9 giugno 2009
. il Sole 24 ore: Nigeria, Shell paga 15,5 milioni $ per uccisione di Ken Saro-Wiva 9 giugno 2009

Evidence Against Shell Continues in Independent on Sunday

By Richard Howlett on June 15, 2009
Serious questions over Shell Oil’s alleged involvement in human rights abuses in Nigeria emerged last night after confidential internal documents and court statements revealed how the energy giant enlisted the help of the country’s brutal former military government to deal with protesters.
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La Shell (non solo non ha recitato nessun mea culpa per i nove uomini assassinati e per le migliaia che muoiono nelle camere a gas naturali) ha dichiarato di aver accettato di pagare il risarcimento per ragioni ‘umanitarie’, ovvero per favorire il "processo di riconciliazione”(questo è davvero un tocco tragicomico che l'intelligenza mondiale si sarebbe risparmiato volentieri).
Wiwa e altri otto uomini sono stati uccisi nel ’95: viva la ‘celerità’…
Il processo ha suscitato proteste a iosa, da parte delle organizzazioni per i diritti umani e dell’opinione pubblica di tutto il mondo (e lo credo bene…: ). Mi astengo dal fare commenti sul ‘risarcimento’… (su entità/ implicazioni/ destinazione/ destinatari/ finalità/ etica… dello stesso), altrimenti dovrei scrivere almeno un saggio, se non un libro…


Mi limito a ricordare che nulla e nessuno potranno mai risarcire il disastro ambientale e sociale perpetrato nel delta del Niger/ nulla e nessuno potranno mai colmare l’oceano di dolore patito da Wiwa nella detenzione disumana (e testimoniato, anche a nome del suo popolo, nel suo libro A Month and a Day. A Detention Diary - Penguin Books, London 1995); nulla potrà cancellare il suo canto disperato contro la prevaricazione dei potenti e il il lassismo, la vigliaccheria e la paura (quella capace di far bagnare a un uomo i pantaloni) di chi la subisce/ nulla (se non il miracolo di un delta risanato, libero, pulito e posseduto dalle sue popolazioni) farà cessare la muta accusa, che egli continuerà a recitare dall’al di là, per tutto ciò che trasforma ‘il mondo libero in prigione’…

Per chi vuole saperne di più, ecco qualche fonte :
Nigerian Guardian
Sunday Vanguard
Daily Sun
remembersarowiwa.com
allAfrica.com
ricerca.repubblica.it
espresso.repubblica.it
worldbank.org
uominieidee.org
ekowiki.it
staffettaonline.com
dimensionidiverse.it
eventi-eni.it
unimondo.org
mail-archive.com
eni.it
crbm.org
web.worldbank.org
greenreport.i
lists.peacelink.it
salvaleforeste.it
reporterfreelance.info
blogeko.libero.it
mazzetta.slpinder.com
pane-rose.it

Moonisa: Continua pipelines insanguinate (alias: le vie tortuose dell’intermediazione)

La vita cittadina del lontano Nord nigeriano nulla pare avere a che fare con i sonni agitati della gente che vive nel Delta del Niger. La seconda metà del maggio 2009 si è tinta di nuovo di sangue quasi (o senza quasi?) all’insaputa del mondo e persino del resto della Nigeria. I giornali locali hanno parlato dei ‘disordini’ nel Sud; Vanguard ha titolato: Soldiers seize militants armoury// Oil, gas, pipelines blown up// JTF rescues 10 hostages// Death toll rises to 65 (!!!).

Un’incursione segreta della Joint Task Force (JTF) nigeriana nel famoso camp 5 ha portato, secondo le notizie ufficiali alla liberazione di 10 ostaggi (6 Filippini e 4 Nigeriani) e al sequestro di grossi quantitativi delle armi dei ‘guerriglieri ma…, se posso essere sincera, tale notizia non mi rallegra. Provo sollievo, ovviamente, per gli ostaggi (tra i quali, 6 Filippini- sempre secondo le notizie ufficiali) liberati, ma non riesco a non pensare al rovescio della medaglia…
Quelle che i giornali definiscono ‘armi’ (fucili antiaerei, ovvero lanciarazzi/ dinamite e motoscafi superveloci) avrebbero storie interessanti da raccontare (sul perché della loro presenza e sulla loro provenienza), ma non mi risulta che (nella nazione di riferimento o all’estero, per quel che ne so) vi siano persone disposte a correre il rischio di ascoltare quelle ‘storie’. Le conseguenze dell’operazione in questione sono state, secondo le fonti ufficiali, le seguenti: i Ribelli hanno fatto saltare le condutture Worri-Escravos di petrolio (Chevron) e quelle del gas (Abiteye); ci sono state 65 vittime.  
L’autorità militare ha detto che non si è trattato di una rappresaglia, da parte della JTF, ma di una missione di salvataggio; che i soldati sono stati attaccati dai ribelli e hanno dovuto difendersi; che prendere il sopravvento non è stata una passeggiata, perché molti militari sono rimasti feriti anche in modo grave, pur essendo meglio armati ed equipaggiati; che i Filippini liberati riportavano segni di torture ed erano terribilmente malconci; che i ribelli avevano sequestrato lo staff della petroliera MV Spirit e rubato il carburante; che la JTF ha recuperato due navi sequestrate e verificato l’infondatezza della vanteria dei ribelli di aver catturato una nave da guerra nigeriana.
Le condutture danneggiate fanno parte della linea che porta il petrolio grezzo (prodotto da Chevorn-Texaco) alla raffineria di Worri, alla compagnia petrolchimica WRPC e anche il greggio alla raffineria di Kaduna (danneggiata anni addietro dai ribelli e riparata con costi ingenti). Una commissione (di vari pezzi grossi del governo federale e del governo locale, commissari vari, il governatore del Delta State, Emmanuel Uduaghan- gli Stakeholders, tra cui i rappresentanti della JTF e dei leader della Ijaw Youth Organization) riunita d’urgenza, in Worri, ha cercato, per ore interminabili, di porre fine al massacro. Gli anziani sono stati investiti di tutto il loro ascendente atavico, per far ‘intendere’ le ragioni della ‘non premeditazione’ dell’incidente (got out of control) non solo ai giovani ribelli, ma anche ai militari della JTF (che –per inciso- ha bombardato gli stanziamenti umani della zona). La commissione ha, infine, ordinato, il ‘cessate il fuoco’ (Il Delta State vuole ritenere la cosa un semplice intoppo sulla via della pace, che vuole ristabilire in modo duraturo e finale, per mezzo delle trattative pacifiche che questo ‘incidente’ ha messo a repentaglio). I contendenti, intanto, riordinano i ranghi, ristabilendo le nuove frontiere-trincee; le condutture vengono riparate e la zona ‘bonificata’. Mi domando di quale ‘bonifica’ si possa parlare, in una zona (conosciuta palmo a palmo dai ribelli e minata perennemente con dinamite; tenuta in scacco da pattuglie-incursioni militari) che, ahimè, appare senza speranza, sinceramente non so… Ci sono stratificazioni-problemi a vari livelli-varie ramificazioni (prossime e remote), in quella zona; dipanarle (per comprendere) è possibile agli uomini; risolverle mi appare impossibile (o possibile soltanto a Dio, l’unico essere onnipotente -più potente, in questi tempi terribili, delle multinazionali), ma, qui e ora, atteniamoci ai fatti contingenti del caso.
La rilettura (in chiave popolare) degli eventi è che la JTF rispettasse la direttiva delle trattative; che ci fosse una sorta di tregua tra militanti IYO e militari e che questi ultimi potessero passare senza essere attaccati, usando pochi colpi sparati in aria come ‘codice’ di non aggressione, quando e se si trovassero ad attraversare, per altri motivi, le acque prospiecienti il famoso camp 5 (sottratto dai Ribelli ai dipendenti delle ditte straniere, per farne il loro quartier generale). Pare che il colonnello responsabile della JTF della zona sia cambiato e che l’arrivo del nuovo colonnello abbia comportato il cambio delle direttive nei confronti dei problemi della zona del Delta; pare, altresì, che l’attacco in questione sia stato messo a segno in gran segreto, con il preciso intento di cogliere i Ribelli di sorpresa, snidarli tutti e liberarsi del movimento della Gioventù Ijaw che c’è alla base (cosa più facile a dirsi che a farsi, poiché ciò che accade nel delta del Niger non è la ribellione temporanea e superficiale dovuta a un disagio passeggero, ma la cima di un iceberg mastodontico e grave e ha radici profonde, ramificate nella mente e nel cuore delle comunità del Delta). La gente semplice con cui ho parlato mi ha detto: “Hanno fatto quel che hanno fatto, perché sono arrivati in silenzio e in gran segreto, perché, se così non fosse stato, non un solo uomo sarebbe tornato vivo a raccontare gli eventi”. La gente del Sud simpatizza, ovviamente, per i Ribelli (che non sono entità incorporee e che sono ‘sangue del loro sangue’- parenti, alla lunga, di buona parte delle comunità) e racconta vere e proprie leggende sul fatto che “I soldati non hanno chance di farcela” e che “ci lasciano le penne, perché, contro i Ribelli i loro fucili non sparano”.
Credo che sia stato per non alimentare tali ‘leggende’ che il colonnello intervistato dalla stampa locale abbia dichiarato, come ho scritto prima, che ci sono stati tra i soldati soltanto feriti (seppure gravi); la verità (e la sanno tutti, stampa compresa) è che i militanti della IYO, dopo essere stati attaccati, hanno teso un agguato alle truppe della JTF (lungo il Chanomi Creek) e hanno ucciso un tenente e altri sei soldati, quando la loro barca armata, in ritirata, si è capovolta nel canale.
Il camp 5, ora, pare essere nelle mani della JTF (che si dice in control), come la NNPC, nave petroliera nigeriana MV Spirit (dichiarata intatta), che era stata sequestrata e dirottata al porto di Warri, dove era diretta anche un’altra nave cargo sequestrata nel Chanomi Creek. I militari dicono che siano stati i Ribelli (ora in fuga) a cercare lo scontro con loro e che l’operazione chiamata Cordon and search fosse diretta a liberare la gente del Delta da intimidazioni, fastidi ed estorsioni e dai crimini commessi dai militanti del movimento di liberazione. Peccato che l’ipotetico ‘fine’ da raggiungere non giustifichi affatto i ‘mezzi’ impiegati. L’autorità militare aveva preannunciato alla popolazione che “avrebbero potuto esserci sparatorie in seguito alle quali i Ribelli avrebbero potuto rifugiarsi nei loro campi principali”. La conclusione dell’avvertimento era stata: “This may lead to our torching such camps” (“Ciò potrebbe portarci a dare alle fiamme detti campi”). Il tono ‘normale’ con cui si può annunciare che si possono ‘arrostire’ strutture e persone, in un unico rogo, è semplicemente agghiacciante e ancora di più lo è quello della conclusione del giornale che ne parla: And this the JTF did. E ‘queste’ cose sono, dunque, accadute: vere e proprie comunità umane sono state arse vive. Non sto dando nessuna notizia straordinaria al mondo (mio Dio!), cioè nessuna notizia-scoop: la stampa locale ne ha parlato, con toni smorzati e matter of fact (“And this the JTF did”/ E ciò la JTF ha fatto…)- ma ne ha parlato. Nessuno sa di queste cose, quando accadono. Non ci sono servizi televisivi o giornalisti-inviati speciali. Nessuno parla di niente e tutto rimane sepolto nell’annuncio-avvertimento riportato dalla stampa (e nella sua terribile epigrafe: “and this the JTF did”)…  Il mondo (vicino e lontano) scorre come sempre e nulla sa. In loco non c’è nessun ‘rumore’ sulle stragi sbalorditive e terribili (che, tra le righe stampate suonano come ‘ovvie’ e persino scontate…). Una vita, due vite, dieci, sessanta, cento, parecchie centinaia (e, alla lunga quante migliaia?) cancellate… non smuovono nulla, non cambiano nulla, non fanno rumore, non raggiungono le orecchie né il cuore di nessuno… Il silenzio… è la cosa che colpisce a tradimento la logica della sensibilità (e quelli che il mondo chiama valori umani)…

Torniamo alle notizie. L’autorità militare ha annunciato alla popolazione del Delta operazioni di routine della JTF, nell’area, e ha esortato la gente a non lasciarsi prendere dal panico (e… sento, ahimè, odore di tragedia).
La dicotomia delle fonti informative è sempre scontata, purtroppo, qui. Ci sono sempre due verità. Ho raccontato quella proveniente dalle fonti ufficiali. Cercherò, ora, di abbozzare l’altra (non ignorata dalla stampa locale). Si era detto (forse per dare la sconfitta dei militanti del movimento di libarazione per scontata) che il leader del famoso Camp Five (il leggendario Tompolo) fosse morto. Un suo braccio destro ha, invece, detto (anche alla stampa locale) che egli è vivo e vegeto e più determinato che mai; ha poi fatto varie dichiarazioni che gettano una strana luce su quelle ufficiali: 1) gli ostaggi non erano 10 ma 15 ed erano tutti Filippini; 2) 2 morirono e 3 furono feriti gravemente, in seguito ai bombardamenti del camp 5; 3) i Ribelli non ne sanno più nulla, dal momento in cui sono fuggiti, per salvare le loro vite; 4) soltanto i militari, che ancora occupano il camp 5, conoscono il loro destino.
Alcuni capi delle comunità di Gbaramatu, giunti con molta gente a Oporoza, per il Festival Amaseikumo, hanno detto di essere scampati ai bombardamenti JTF delle comunità Ijaw, dove il contributo alla morte è stato altissimo, anche per via delle suddette celebrazioni, che sono un forte richiamo di folle. Il capo della comunità di Kunukunuma, Akowei Oboko, ha dichiarato al Sunday Vanguard che molta gente è stata uccisa da jet ed elicotteri bombardieri della JTF, che hanno fatto incursione e bombardato dappertutto. Il poverino, in preda allo sconforto, si sfogava con il giornale: “We don’t know what we have done to warrant this attack by the JTF, is the federal Government at war with us?” La domanda dell’anziano capo è commovente: “Che cosa abbiamo fatto…? Il Governo Federale è in guerra con noi?”
A- La situazione è tragica, perché sono i giovani che si ribellano (alle ingiustizie e all’escalation dello scempio che sta accadendo nel delta del Niger) e che combattono ed è la comunità indifesa che ne paga le conseguenze terribili e viene fatta oggetto di genocidio (nel silenzio generale del mondo intero…). No, la parola ‘genocidio’ non è fuori luogo (e neppure esagerata), purtroppo. Ecco che cosa ha detto al Sunday Vanguard il capo della comunità di Benikurukuru, Godspower Gbenekama (anche lui giunto a Oporoza, per il funestato e “abortito” Festival di Amaseikumo e anche lui tra i fortunati che sono usciti vivi dall’agguato indiscriminato a tutti gli esseri umani di ambo i sessi e di ogni età): “Il Festival di Amaseikumo in Oporoza è stato interrotto e così tanta gente è stata uccisa quando la JTF ha attaccato con elicotteri, navi cannoniere, bombardieri e barche da guerra. Erano stati raccolti 25 cadaveri quando sono fuggito da Oporoza, uno dei feriti è il capo tradizionale. Più di 20 persone sono disperse e non conosco il motivo di tale genocidio. Parola mia, la JTF era venuta per spazzare via la comunità. Come possono usare tali armi contro innocenti e indifesi cittadini. Mentre vi parlo, nessuno in quel villaggio può dormire nella sua casa, tutti devono scappare e sono fuggiti nel bush, sono quelli che non potevano correre che sono che quelli della jtf hanno bombardato e ucciso. Molti fabbricati sono andati distrutti e i giovani sono adirati, il Governo dovrebbe richiamare la JTF all’ordine.”
Il Capo Godspower Viavrivinde ha detto allo stesso giornale di aver visto dieci morti in Kurutie, mentre fuggiva, via Sapele, e si rifugiava in Warri, e il capo Oyagha Heaven ha detto che il combattimento era tra giovani Okerenkoko e la JTF, quando egli è fuggito (“Le truppo JTF avanzavano verso Okerenkoko, che abbiamo sentito essi vogliono attaccare con la scusa che fa da quartier generale ai militanti nel regno. I giovani li affrontavano a cinque miglia di distanza dalla comunità. Ma al momento, la gente ha abbandonato la comunità, è fuggita nella foresta e non mi aspettavo che facesse altro quando ha visto gli elicotteri e i bombardieri lanciare le bombe sulle vicine Kurutie e Kunukunuma. Abbiamo sentito dire che Okerenkoko sarebbe la prossima nel programma di attacco e che pensano persino di rintracciare i capi che si sono rifugiati in Warri e di arrestarli, ciò sarebbe una mossa pericolosa”).
Le parole dei capi contengono a fatica lo sdegno e sono un capolavoro di dignitosa pazienza adagiata sulla rabbia repressa, come esca su brace (che il Governo Federale dovrebbe cogliere, infine, e farne motivo di ritrovata dignità autorevole nei confronti delle pressioni extra-confini-extra/identità locali/federali-extra necessità vitali dei vari Stati e della Nazione intera).
B- La situazione è tragica perché la leadership nigeriana ne è consapevole (al contrario del resto del mondo che, quando sente parlare di ‘esplosioni’ nel Delta del Niger e di morti, non capisce bene di che si tratti e accantona la ‘notizia’ tra quelle poco chiare e… da dimenticare). Il leader federale dell’etnia Ijaw (il capo Edwin Clark) è, come suol dirsi, fuori dalla grazia. Ha fatto un appello al ministro della difesa e alle alte cariche dello Stato, per bloccare le invasioni della JTF (per il genocidio perpetrato ai danni degli Ijaw). Le sue parole (indirizzate al ministro segretario del Governo Federale e comandante in capo della JTF) non lasciano nulla all’immaginazione/ sono un “j’accuse” chiaro-forte-toccante e disperato: “Buon giorno, le vostre direttive alla JTF di bombardare, uccidere e distruggere gli Ijaw negli ultimi tre giorni consecutivi a dispetto del mio appello è senza dubbio una premiditata e deliberata decisione del Governo Federale di eliminare gli Ijaw per avere accesso indisturbato al nostro petrolio e al nostro gas. Procedete pure ma non ce la farete mai. Noi vinceremo perché Dio onnipotente è dalla nostra parte”.
E… questa è l’amara-terribile verità: Dio soltanto può aiutare gli Ijaw e le varie comunità del Delta a liberarsi della peste più ‘bubbonica’ che esista sulla faccia della terra: la mafia del profit, che prolifera nel mondo come la peggiore specie di virus che colonizzi e distrugga ogni forma di vita. Il mondo dovrebbe pensarci e prendere ‘qualche’ provvedimento (ma prenderlo bene!), prima di fallire miseramente e di (eventualmente, speriamo) accorgersi troppo tardi di aver lasciato in ostaggio (nelle mani di entità-guadagno senza scrupoli e senza anima) la vita delle comunità nigeriane del Delta-di ogni località terrestre altra-dell’umanità in senso lato…
C- La situazione è tragica, perché i leader del Sud (i legislatori locali- coloro che hanno ascendente sulla gente di ogni età, dove l’età conta e l’esperienza e la posizione insigniscono gli anziani di potere) esortano alla calma e contano su una soluzione dei problemi (in un arco di tempo ragionevole…): che cosa faranno quando le condizioni peggioreranno e il disprezzo per la vita oserà nuove e più efferate frontiere-genocidi generalizzati (perché, se un miracolo gigantesco- che parli lingue straniere e suoni corni capaci di interrompere la caccia alla ‘volpe’-profitto/di richiamare levrieri multinazionali- non si verificherà, questo è ciò che accadrà)? Il legislatore del regno Gbaramatu, Godwin Beninibo, si è adoperato al meglio delle sue capacità, per favorire il ritorno alla normalità, non esimendosi dal chiedere al presidente Yar’Adua di richiamare all’ordine la JTF e di ricordargli che il Gbaramatu è “part and parcel” della Nigeria e che ciò che accade può definirsi “una nazione che combatte il popolo che dovrebbe proteggere dalle aggressioni esterne”.
Le personalità importanti legate alla regione del Delta sono tutte arrabbiate (ma sono anche potenti/ il Governo Federale non lo dovrebbe dimenticare) e scalpitano, perché lo stato di fatto contro ogni logica razionale e umana progredisca verso argini più ragionevoli e verso la difesa della vita delle Comunità del Delta. Pere di Akugbene Mein ha detto: “I Padri Regali sono profondamente preoccupati sulla situazione prevalente nel regno di Gbaramatu del Delta State, l’Associazione dei Legilsatori tradizionali della Comunità Petrol-minerale di Nigeria (ATROMPCON) ha richiamato all’immediato ‘cessate il fuoco’. Ordiniamo a tutte le parti coinvolte nella schermaglia di rinfoderare le spade e di dare alla pace una chance”.
Gli Occidentali sentono parlare del movimento di liberazione del delta del Niger, generalmente, in concomitanza di rapimenti e di esplosioni. Pochi sono coloro che sanno qualcosa di più e che sono preoccupati per le genti (e le terre) di quell’area del mondo. La trasmissione Report di Domenica 7 Giugno 2009 ha dato modo a molti di farsi un’idea chiara di ciò che accade nelle acque e sulle rive del delta del fiume Niger e, di conseguenza, in Nigeria. Sono in molti, ora, a sapere che esistono i gas flaring
Chi non ha voce in capitolo non ha chance di essere ascoltato (là dove le vie del dio denaro sono infinite proprio come le vie impensabili e non rintracciabili delle acque sotterranee). Quante chance potranno mai avere gl’intrepidi Don Chisciotte del Delta del Niger contro le forze preponderanti che hanno volti-radici-stature al di là di ogni immaginazione (se i voli delle senrine ventose del buonsenso e della speranza non giungeranno numerose…)? Non perdiamo la speranza… (se le vie del dio denaro sono infinite, nel senso di ‘numerose’, quelle di Dio sono infinite, nel senso di immense e insuperabili): con l’aiuto di Dio, l’aiuto umano a chi è in difficoltà può arrivare anche da ‘entità’-enti-organizzazioni che per loro ‘legge’ di nascita parrebbero incompatibili con la ‘salvezza’ delle ‘vittime’.

 

Moonisa: Notizie dal fronte nigeriano (La regia occulta dell’odore del sangue). Novembre 2008

Ogni occasione è buona, per sgozzarsi tra fratelli, in certe dimensioni, ove anime nere tramano, ai danni degli ultimi, inganni, orrori e morte, a vantaggio del meschino tornaconto più squallido e più sporco che ci sia. La mattanza è tornata a insanguinare questa terra, ove ci sono zone le cui zolle conoscono il grido dell’orrore e il rantolo del moribondo. Le menti assassine hanno ancora una volta armato la mano dei poveri e strumentalizzato le loro credenze religiose, soffiando sull’odio e scatenando il massacro. Il mondo nulla ne sa e non ne parla. Ciò che sta accadendo a Mumbay catalizza tutta l’attenzione mondiale: Terribile e spaventoso è ciò che è accaduto in India e merita l’attenzione, lo sgomento e l’allerta che sta suscitando, ma ci sono latitudini ove accadono cose della stessa gravità e passano sotto silenzio, perché non escono dai confini nazionali e, se lo fanno, ne escono mutilate nella loro essenza e nella loro sostanza. Gli odi religiosi che qui si annidano nei casolari e nei villaggi, come nelle metropoli (e che tornano comodi agl’infami privi di scrupoli che aspirano al potere), sono esca ben secca e ben pronta per i fuochi di alkaeda e, se i politici locali e il resto del mondo non lo capiscono, potrebbero mordersi le mani in regret domani. La furia omicida e fratricida ha colpito ancora la Nigeria, ma, come negli anni passati, la notizia, probabilmente, non raggiungerà l’Europa e il mondo occidentale in genere. Anni fa si disse che soltanto 100 persone avevano perso la vita nei riots del Kaduna State; per telefono mio marito mi disse di non preoccuparmi; quando giunsi a Kaduna, poco dopo, trovai i postumi di una guerra in piena regola (dove prima c’erano state case vidi ruderi pietosi e anneriti-lungo le strade uno scempio infinito) e scoprii che le vittime erano state un numero infinito e che la mattanza aveva continuato il suo corso, lasciando vecchie bruciate vive nei loro tuguri, cristiani impiccati da Mussulmani, gente trucidata ovunque, nonostante la presenza dell’esercito, poiché, mentre i militari pattugliavano le strade, la gente si macellava all’interno dei rioni e nei cortili. I macellai sanguinari, anche allora, erano stati armati da qualcuno che aveva distribuito fucili e da un ramo dell’esercito che aveva distribuito uniformi. Credo che ora stia accadendo la stessa cosa.
I giornali dicono che tre poliziotti e  altre 50 persone sono state uccise, a colpi d’arma da fuoco e di machete, tra il 27 e il 28 novembre, a Jos. Due generali, che tornavano dalla confereneza del loro Stato Maggiore -tenutasi nel Bauchi- e che erano diretti all’aeroporto di Jos, per tornare a Lagos, sono stati massacrati nella macchina, insieme all’autista della casa governativa del Bauchi, che li stava portando al Yakubu Gowon Airport. L’orda assassina non ha trovato ostacoli a contrastarla, poiché il grosso della polizia era stato dislocato nei vari seggi elettorali. Morti e feriti sono stati raccolti dai furgoni della polizia e trasportati all’ospedale universitario di Jos, all’ospedale specialistico del Plateau e all’ospedale evangelico ECWA. 40 feriti, sfigurati dal terrore più che dalle ferite,  sembravano reduci da uno scontro con gli zombi: sanguinavano orribilmente dagli squarci lasciati dai machete affilati. Il resto della gente terrorizzata ha cercato rifugio nell’ospedale, per sfuggire alla furia omicida e sanguinaria. Il direttore medico in capo, il Dr Ishaia Pam, è preoccupato, per l’affollamento  impossibile da gestire e invoca protezione armata contro la carneficina della gente inerme lì convenuta.    
Il governatore dello stato del Plateau, Mr Jonah Jang, ha imposto il coprifuoco dall’alba al tramonto, venerdì 28 novembre.
Chiese e moschee sono state trasformate in inferni di fuoco. Il terrore si è sparso tra la gente, sorpresa nelle più svariate attività della vita quotidiana. Molte sono le zone messe a ferro e fuoco dalla furia omicida dell’odio religioso che, facendo da sfondo a tutto e annidandosi nelle pieghe dei recessi più nascosti degli animi, è sempre available per i politici disonesti, pronti a versare sangue a fiumi, pur di ottenere il loro tornaconto.  Katako, Congo, Tudun Wada, Angwan Rogo, Abbatoir, Sarkin Mangu, Ali Kazaure, Angwan Rimi, Eto Baba, Bauchi road, Apata, Kabong, Jenta Adamu, Jenta Mangoro, Kwarafa e Zaria road sono stati, ancora una volta, teatro della furia omicida sfruttata a vantaggio di pochi. Gli Igbo traders, che trattano affari nella zona attorno a Masalachim Jumma, si sono riversati nelle strade, in difesa dei loro negozi e, intanto che c’erano, si sono mobilitati anche per difendere il seminario S. Agostino di Katako e la chiesa Nostra Signora di Fatima nell’aria di Alikazaure. Il governatore precedente dello stato, Mr Joshua Darye, ne ha approfittato per screditare il governatore Jang, ha affermato che queste “cose accadono perché si nega alla gente il diritto di scegliersi i governanti”; ha detto anche che zone di sviluppo-distretti e capi vari non vanno eliminati, perché servono a dare alla gente un senso di appartenenza, e che il presidente federale Yar’Adua dovrebbe imporsi sul governo locale e cancellare le votazioni. Il presidente Yar’Adua ha ordinato l’invio in loco delle truppe militari federali.
Il governatore Jang, ha dichiarato di essere desolato di aver dovuto prendere coscienza di due notizie tragicamente contrastanti, nell’arco di un tempo record: tra il rapporto sullo svolgimento pacifico delle votazioni e quello sull’esplosione della violenza e della mattanza nell’area di Ali Kazaure non sono passate che poche ore. Ha detto anche di aver subito convocato un consiglio di Stato che non avrebbe avuto la mano leggera sulle orde assassine, poi ha mostrato tutta la sua delusione di fronte a tanto spreco e tanto dolore e ha detto che non poteva capacitarsi sul perché tanta violenza fosse esplosa ancor prima che i risultati delle elezioni venissero resi noti. La famosa via Amadu Bello è stata devastata. Tutti i suoi negozi sono stati sfasciati. Articoli elettronici e tessili del valore di milioni di naira sono stati distrutti. Era difficile distinguere la gioventù forsennata e sanguinaria dai poliziotti e viceversa, poiché i massacratori indossavano le stesse uniformi (e ciò dice chiaramente che, come sempre è stato e sempre sarà, i traditori del popolo e della vita provengono dalle istituzioni, che armano la mano degli umili e li mettono in condizione di saltare gli uni alla gola degli altri e di trucidarsi nel peggiore dei modi).
Alle sei di sera di ieri, venerdì 28, tutte le vie cittadine erano diventate un pauroso deserto. Il coprifuoco, ora (sabato 29), è stato esteso alle 24 ore! Sono sicura che i numeri delle vittime non siano che un dato minimo inesatto, come sempre è stato, e che, in realtà, sapremo molto più tardi quante vite siano state davvero macellate in questo ennesimo trionfo del male sul bene.
Tutto è cominciato nell’area Nord di Jos, a causa delle elezioni del governo locale. Le votazioni si sono tenute giovedì 27,  nelle 17 zone del governo locale di Jos Nord, e sono state pacifiche, ma c’era chi tramava nell’ombra orrore e morte. Tutto semnbra chiaro e tutto è, allo stesso tempo, molto confuso, perché pare che le cose non siano esattamente come dice la stampa e come si vuole far credere. Pare che un rappresntante di partito sia stato ucciso a Kabong, dove i risultati delle varie sedi elettorali sarebbero stati collazionati, cioè raccolti e comparati. Il candidato del partito All Nigeria Peoples Party (ANPP), Mr Aminu Baba, dice che qualcuno doveva aver organizzato qualcosa, per far vincere il candidato del Peoples Democratic Party (PDP), Mr Timothy Buba, e temo che egli abbia ragione. L’All Nigeria Peoples Party stava vincendo di 57.000 voti. Mancavano all’appello poche zone, i cui voti non erano ancora stati contati, ed erano zone dove il PDP non avrebbe potuto aspettarsi più di 10.000 voti. Mi sa che Mr Baba aveva ragione anche perché venerdì il PDP è stato dichiarato vincitore di 16 delle 17 aree del governo locale (cosa vergognosamente sospetta e illogica). I sostenitori dell’ANPP, all’uccisione del rappresentante di partito, subodorando il tentativo di adulterazione delle urne, hanno risposto riversandosi nelle strade, alle cinque del mattino, cantando le canzoni tribali di guerra. La rappresaglia dei sostenitori del PDP, pronta come miccia già innescata,  è giunta immediata e feroce. L’odore del sangue e dell’odio si è poi sparso come alito infetto, dando inizio a una devastazione che, in un baleno, è divenuta vento sanguinario esteso a tutto lo stato e anche oltre. Le chiese della zona di Sarkin Mangu sono state le prime torce terribili a lanciare il loro monito disatteso alle ombre serpentifere della notte, poi il fuoco si è esteso a moschee e case e la mattanza ha assunto dimensioni spaventose. Non credo affatto che i morti e i feriti siano quelli di cui parlano i giornali, perché nessuno è andato nell’interno, a verificare villaggio per villaggio, casolare per casolare, capanna per capanna, cortile per cortile; nessuno ha perlustrato i cortili che circondano interi gruppi di case e singole case mussulmane ed è stato lì dentro che, in occasione di ogni mattanza, sono accadute le macellazioni umane più numerose e più terribili.  Si sa, intanto, che otto studenti universitari, colti al di fuori del campus dell’università di Jos sono stati barbaramente trucidati. Chiedo allo steward Sunday notizie dei suoi parenti. Telefona e suo cugino gli risponde con voce alterata e con il fiatone; gli dice che è vivo e che non ha tempo: sta correndo per salvarsi la vita (ed è con quel ragazzo che il mio cuore rimane…).  

Tutti sanno che l’elezione del presidente della repubblica federale nigeriana è un fatto che non lascia indifferente l’opinione mondiale (e che non è neppure avulso da interferenze-interessenze lontane dall’essere disinteressate). Mi domando se non sia il caso che l’attenzione si estenda alle condizioni umane subite e patite dagli esseri umani che vivono (e muoiono) in questa nazione (e alle mattanze negate che, nella ‘banca’ degli eccidi mondiali gridano a voce alta per chiunque abbia orecchie spirituali).
Moonisa

 

MOONISA: NOTIZIE DAL FRONTE NIGERIANO POST-BELLICO 
CHI HA MORTI DA PIANGERE LI PIANGA E CHI HA DA GOVERNARE GOVERNI- 5 Dicembre 2008

TO RETALIATE…/RETALIATION: ecco il binomio-parola responsabile del sangue versato e di quello che (Dio non voglia!) si potrebbe ancora versare…/la parola d’ordine degli adepti della violenza/il grido selvaggio che incendia l’odio e che si spegne soltanto con il sangue (della stessa razza/dello stesso colore/della stessa lingua/dei…fratelli)/ le due parole che varrebbero bene il rifacimento dei dizionari (in Nigeria e… nel mondo).
Sarebbe bello, se i dizionari venissero riscritti renaming la terminologia dell’odio con quella della tolleranza/della convivenza pacifica e dell’amicizia… È triste, però, essere consapevoli del fatto che questo sarebbe un sogno possibile (nulla vieta al mondo di riscrivere i dizionari…) e che non sarebbe, invece, possibile sradicare il senso di quelle due parole e di tutte le altre relative alle inimicizie/ agli odi e alla violenza dalle menti e dai cuori degli uomini…
La Nigeria sta facendo la conta degli scomparsi e delle tombe; sta dando sfogo all’antica usanza del racconto e dell’ascolto; si sta commovendo per i vari ‘casi’ dei sopravvissuti vicini e lontani (ovvero delle mutilazioni familiari e degl’indicibili drammi) e… sta ancora trattenendo il fiato, perché il brivido di assestamento della mattanza (come un serpente con la testa e buona parte del corpo nel Plateau State e con alcune spire e con la coda posati su altri stati) non si propaghi (a sorpresa o per inerzia). Il mondo esterno non può rendersi conto di cose che, da qui, invece, appaiono ovvie e che trovano spiegazione nelle implicazioni etniche e tribali (da sempre e ancora alfabeto ineludibile del ‘linguaggio’ comportamentale-economico e sociale dei vari punti cardinali di questa nazione e dei suoi innumerevoli Stati). Il Plateau State è lontanissimo dall’Imo State, per esempio. Ci sono molti Stati tra loro, eppure il piccolo Imo State (il più piccolo della Nigeria, a me pare, dislocato nell’estremo Sud) è tenuto sotto ‘sorveglianza’, con grande show di forza militare. La cosa può anche sembrare strana, ma, purtroppo, è reale: gli Ibo che abitano l’Imo State, venendo a conoscenza del dramma patito dai ‘fratelli’ Ibo che nel Plateau State hanno perduto la vita (o si sono ritrovati con i negozi sfasciati e le case bruciate), conoscono un solo modo di reagire (retaliate = rendere la pariglia), i. e. vendicarsi sugli Hausa che convivono con loro nell’Imo State. Nulla e nessuno sa come hammer into their brain (martellare nel loro cervello) la verità e cioè che quei poveretti nulla sanno di ciò che è accaduto tanto lontano da loro (né ne hanno colpa): agli occhi di chi vuole vendetta (gli ‘Ibo’ di turno diciamo così) appartenere alla stessa ‘razza’-categoria tribale è ‘patente’ sufficiente a guadagnarsi la retaliation (ritorsione).
I postumi dell’ubriacatura da sangue umano versato hanno vari modi di essere recepiti (anche ciò, purtroppo, è legato ai dati culturali che formano l’habitus vivendi recente della gente e che non possono, alas, essere scissi dai semi remoti delle provenienze etnico-tribali e persino antropologiche).
Ascoltare l’intervista a un uomo chiamato Joshua ha commosso la Nigeria, ma sono sicura che la commozione individuale della gente di ogni Stato nigeriano abbia parametri poliedricamente sfaccettati (e sicuramente più complessi e completi e decisamente diversi da quelli della commozione che ho provato io, aliena all’ampiezza delle nozioni ambientali-tribali-sociali-geografiche che è parte integrante del modo di pensare e persino di respirare di chi è nato e vissuto qui). Un uomo del Sud della Nigeria, Joshua, versa fiumi di lacrime (e ha dichiarato che non potrà smettere mai di versarle). Aveva tre figli, quell’uomo: due ragazzi e una ragazza. Mandò al Nord della nazione chiamata Nigeria, che credeva la nazione dei suoi figli e sua, il suo figlio primogenito. Egli studiava all’università di Kano, perché Joshua era pronto a fare grossissimi sacrifici, per dare ai suoi figli cultura sufficiente a un futuro migliore per loro e per il loro paese. I riots sanguinosi del 2004, che ebbero come epicentro sempre il Plateau State e si propagarono a Kano (com’era ‘fisiologico’ che accadesse), uccisero quel figlio di Joshua e con lui tutti gl’investimenti-speranza/sogni/stenti. Joshua non si arrese: si rimboccò le maniche e mandò il secondo figlio maschio all’università di Jos. Ha ricevuto una telefonata Joshua, dall’Ospedale di Jos, dove il suo secondogenito è ricoverato; con voce rotta suo figlio gli ha comunicato che gli hanno tranciato una gamba a colpi di machete: “What am I going to do, father, with one only leg, now, what am I going to do… (Che farò, padre, con una gamba sola, ora, che farò…)?” La disperazione racchiusa nelle parole di quel ragazzo strazia il cuore di quell’uomo e attanaglia la gola di chiunque ne venga a conoscenza, ma… c’è una domanda più grave (che colpisce al cuore, va molto oltre la commozione momentanea, porta a meditazioni profonde e coinvolge i governanti locali e quelli mondiali), quella di Joshua: “Shall we, now, go back to every State we belong to (Dobbiamo ‘noi’- Nigeriani- adesso, tornarcene ai nostri Stati di appartenenza)…?” Questa è una domanda grave, dalle implicazioni enormi e poliedricamente preoccupanti. La domanda apparentemente semplice di un uomo qualsiasi del popolo nigeriano è una lezione a più piani di lettura per i politici a vari livelli (vari meridiani): “Dobbiamo tornarcene tutti nei nostri Stati ed evitare di mescolarci, viaggiando, studiando, commerciando?” “Dobbiamo”, in altri termini, “smettere di considerarci ‘Nigeriani’ e cominciare a considerarci cittadini degli Stati cui apparteniamo?”
Una domanda di questo tipo è qualcosa di tanto composito da scoraggiare le parole spieganti; è, praticamente, una domanda la cui risposta troverebbe chiarezza soltanto in una specie di terremoto-maremoto a cerchi concentrici (in cui la Nigeria si sfalderebbe-riassemblerebbe e risfalderebbe a catena, attraverso passaggi vari, infiniti e complessi, che hanno richiesto decenni e decenni e decenni di ‘sistemazioni’-confini-cessioni-acqusizioni-convincimenti-ribellioni-pressioni-autoritarismi-aggiustamenti), perché molti sono i passaggi-metamorfosi geografici e socio-amministrativi che hanno portato ai vari Stati e alla configurazione dell’attuale Stato Federale Chiamato Nigeria. 

‘Stato’ (in Nigeria) è qualcosa che non sempre e non ovunque ha (e ha avuto) una chiara delimitazione di confini territoriali e che non vede coincidere detti confini con una omogenietà di lingue-usanze-tradizioni-abitudini di vita spicciola e di ‘portamento’ umano. Lo  ‘Stato Federale’ chiamato Nigeria è un territorio immenso nel quale si è conglobato un numero infinito di antichi emirati/ piccoli regni/ villaggi/ chiefdoms e di popoli dalle radici-tradizioni-culture-religioni diverse (che parlano più di 250 lingue diverse). Ognuno degli Stati che formano la grande nazione è lo Stato Federale in miniatura, oserei dire, ed è formato da città e ancora anche dai villaggi riuniti insieme in varie strutture organizzative piramidali. Ciò vuol dire, in termini spiccioli, quanto segue: 1- ogni nuova familgia che nasce dà origine a una capanna (nella quale abita colui che sarà capo del piccolo villaggio familiare, che nascerà attorno); attorno a detta capanna, infatti, nasceranno le capanne dei vari figli che si sposeranno e che formeranno un piccolo villaggio patriarcale, legato ad altri piccoli villaggi patriarcali dello stesso ‘clan’ familiare (di cui il più anziano è capo indiscusso). Ogni clan familiare, perciò, è un vero e proprio villaggio abbastanza grande; vari clan-villaggi riuniti insieme formano un grande villaggio variegato (fatto di pluralità di clan familiari, con capi diversi, antenati diversi e diverse celebrazioni-tradizioni-lingue) e sono un sito abitativo vasto (un vero e proprio universo sociale a sé stante, con i capi-villaggio individuali dei vari clan familiari riuniti sotto il capo del villaggio grande); 2- vari villaggi grandi, riuniti insieme in agglomerati (ancora chiamati chiefdoms in molte zone), hanno un’autorità-capo superiore di riferimento (al di sopra dei vari capi-villaggio –che, a loro volta controllano i capi-trribali dei clan familiari, come ho già detto); 3- ne scaturisce una gerarchia piramidale di ‘amministarzione’ del potere civile-sociale e giuridico. L’insieme di villaggi grandi (di vari chiefdoms) divenuto troppo vasto assurge a dignità di Stato. Molti Stati si sono spaccati e hanno dato origine a due (o più) Stati, anche perché, a volte, le etnie, che formano i grandi agglomerati di villaggi che fanno riferimento a un unico capo (che è alla cima della piramide dei capi-villaggio e dei capi-clan) si espandono a tal punto che desiderano staccarsi e governarsi da soli (o vengono ‘aiutate’ a staccarsi, onde attivare strategie più efficaci di controllo- in caso di etnie ‘irrequiete’). Faccio un esempio: lo Stato che si chiama Akwa Ibom altro non era che un grande agglomerato di villaggi del Cross River State e che da esso si è staccato, divenendo Stato. Altri esempi sono quello di Bakasi, l’insieme di villaggi che era parte del Cross River State e che è stato ceduto dalla Nigeria al Camerun, che lo reclamava per diritti di antiche radici (e che non mi stupirebbe, se, da un giorno all’altro, impugnasse i machete e reclamasse il ritorno al Cross River State, poiché le genti di Bakasi, che nulla hanno in comune con i Camerunensi e tutto con le genti del Cross River, si sentono “sold out to be slave to Camerun”), e quello del Benue State, che prima era quasi lo Stato più grande della Nigeria e che ora è ridotto a meno della metà (la parte maggiore è diventata Stato con il nome Taraba --questo nome evoca ancora pratiche tribali antichissime -di adorazione del capo –sarki- portate a punti così estremi da raccoglierne i liquidi di decomposizione, in morte, e da farli bere ai giovani, come iniziazione guerriera- con tutto ciò che ne consegue a livello sanitario). Mi piacerebbe annoverare il Benue e metà del Taraba State nella fascia definita Sud, anziché nella fascia definita Middle Belt, immaginando di dividere in modo aritmetico la cartina geografica della nazione che, invece, vede il ‘Sud’ schiacciato in una punta di pochi centimetri di mappa, il Middle Belt in una striscia strettissima e larga e il ‘Nord’ sistemato leisurely in tutta ‘spaziosità’ (ma… la dea geografica è sovrana, ahimè).
Il mio umile punto di vista vede il Sud come soggetto a frantumazioni-Stati molto ‘possibili’, poiché ricco di fermenti etnico-tribali mai sopiti. Il grande villaggio chiamato Ugep, per esempio, è formato da genti (dalle usanza tribali a dir poco ‘particolari’), temuto dalle altre etnie. Gli abitanti dei villaggi confinanti evitano i contatti con i ‘vicini’ di quell’agglomerato di villaggi e coloro che hanno la sfortuna di coltivare le terre poste sul confine si privano di larghe strisce dei loro possedimenti e le lasciano incoltivate tra un confine e l’altro, onde evitare dispute con gli abitanti di Ugep. Quell’etnia fa così paura, perché, quando uno di loro dovesse ritenere che il confinante stesse lavorando in un terreno di loro interesse potrebbe ipso facto ucciderlo, portarne via la testa (da mostrare al capo, cioè all’autorità che sovrintende alla piramide dei vari capi-villaggio, per una regolare richiesta di dichiarazione di guerra)  e lasciarne il corpo con gli arti recisi incrociati sopra (a monito e messaggio della guerra tribale che seguirebbe e che interesserebbe tutta la comunità). La gente di quell’insieme di villaggi riuniti sotto lo stesso nome (che i popoli del Sud evitano di nominare) è ancora dedita a usanze terrificanti (che qui evito di citare, perché non hanno attinenza con l’argomento in questione e perché non voglio creare imbarazzo aggiuntivo alla Nigeria che mi è ospitale).  Sono convinta che ove e se, Ugep decidesse di reclamare la scissione dal Cross River State, molte sarebbero le voci unanimi consenzienti e molte quelle spaventate dall’esito finale di un provvedimento che porterebbe in quel luogo il potere (e le ‘turbolenze’) di uno Stato (ma ciò non accadrà mai, perché ci sono agglomerati-villaggi enormi e con molto ascendente che, caso mai, sarebbero pronti prima a staccarsi e perché lo Stato di appartenenza è già piccolo abbastanza e non ha bisogno di altre scissioni).  Un altro Stato, un tempo grande e ora divenuto piccolo, è il River Sate, che ha dato origine al Delta State e al Bayelsa State. Difficile è comprendere (per chi è distante ‘mille miglia’ mentali e culturali) i cataclismi che avvengono in certi luoghi e i ‘provvedimenti’ adottati dal governo centrale. Nessuno sa le cose ‘interne’ che il governo federale si trova a dover gestire, a volte, e che non osa far trapelare, per non scendere nella ‘considerazione’ mondiale al di sotto del livello già quasi inaccettabile (come dargli torto?). Non so se faccio bene a scrivere qui una notizia riservata (che nella nazione di riferimento soltanto pochi sanno e che il mondo non sa): c’è un villaggio (nel Bayelsa State) in cui la gente aveva l’abitudine di dipingersi con i colori di guerra e attaccare il villaggio vicino, per fare prigionieri e mangiarseli; qualche anno fa (mentre io ero qui), sotto la presidenza Obasanjo, il governo inviò una pattuglia di soldati federali (una dozzina di uomini armati) a pattugliare il villaggio cannibale, per impedirgli di attaccare i vicini e di praticare la macabra usanza. I soldati intervennero e liberarono i prigionieri, impedendo al villaggio di effetuare la celebrazione rituale, di tirare fuori i suoi idoli tribali, scatenarsi nelle danze frenetiche e dopanti  e di cucinare e ‘consumare’ esseri umani in gran festa. I prigionieri tornarono ai loro villaggi (sani e salvi e grati) e… i soldati furono uccisi e mangiati al loro posto (perché il cerimoniale ‘avviato’ doveva avere le sue vittime immolate e consumate, onde scongiurare l’ira delle divinità locali worshipped). Il governo federale, cercando i suoi soldati dispersi, trovò le loro ossa ammonticchiate sfacciatamente e senza timori, nel cuore di quel villaggio ‘convinto di far bene nel seguire le vie degli antenati’; non seppe inventarsi processi e/o mezze misure contro una comunità intera (colpevole dai piedi ai capelli e fino al midollo osseo, in tutte le sue componenti) e, fatti salvi i bambini e le donne, inviò l’esercito a uccidere tutti gli uomini adulti di quel villaggio terribile (che è, ora, abitato da donne e bambini). Il tentativo di sradicare una volta per tutte quella piaga (con lo sterminio di coloro che la portavano scolpita nelle menti) avrà funzionato? Sapranno quei bambini crescere dimenticando di aver mangiato carne umana e di aver visto i loro genitori ‘immolare’ esseri umani come capre e montoni? Lasciarli alle loro madri, capaci quanto gli uomini, di sgozzare, uccidere e smembrare (e, soprattutto, di cucinare) esseri umani loro vicini di casa, sarà stata una saggia decisione? La risposta si saprà tra pochi anni; intanto la Nigeria, questa grandissima distesa di territorio fisico che ospita una awesome mescolanza di Stati (ognuno comprendente universi pullulanti di contrasti e di molteplicità indescrivibili) ha molte scommesse da fare e da vincere.  
Il Plateau State sta scoprendo ancora i vari risvolti dell’orrore lasciato nell’aria dallo swish delle lame affilate e dal male annidato nel malcostume e negli animi corrotti dalle basse passioni (come l’invidia e il tornaconto personale). Nel cofano di una macchina sono state trovate (morte soffocate) cinque bambine (figlie al proprietario dell’auto e a una delle sue mogli). Si sospetta che alcune delle mogli  dell’uomo abbiano ‘eliminato’ le figlie della loro ‘rivale’, pensando di avvantaggiarsi dell’orrore generale. Il male ha vie infinite, ma, per fortuna, ‘il diavolo fa le pentole e non i coperchi’ e, quasi sempre il boomerang torna al mittente. Mi auguro che sia così per chi ha lasciato morire senz’aria ben cinque creature innocenti e per tutti coloro che arrivano a togliere la vita ad altri esseri umani.
I problemi della Nigeria, al momento, ricadono tutti sul suo presidente federale. Il povero Yar’Adua si trova davvero sui carboni ardenti. Molte sono le voci che gridano a squarciagola o pronunciano in sordina implorazioni-richieste-suggerimenti-rimproveri-incoraggiamenti, molte sono le voci che gli chiedono di abolire le votazioni che tanto sangue hanno versato e di non ratificarne la “macabra danza che i nuovi eletti effettuerebbero sulle tombe dei morti da loro causati con la disonesta trama di appropriarsi di una vincita altrui”. Avevo auspicato, nell’altro articolo, che il presidente Yar’Adua facesse qualcosa di eclatante e spero che davvero invalidi quelle votazioni, ma qualcosa di eclatante sta accadendo: il presidente ha preso le distanze (e in modo netto e chiaro) dal governatore Jang (e ciò, di per sé, è già un gesto abnorme, poiché Yar’Adua appartiene allo stesso partito che si è così vergognosamente proclamato vincitore e che è quello di Jang). Non vorrei, comunque, essere nei panni di questo presidente: se molti sono coloro che chiedono giustizia (e l’annullamento dell’esito delle elezioni), molti sono quelli che fanno pressioni perché egli non lo faccia; comunque egli decida, perderà metà del consenso che aveva. L’opinione internazionale era, a suo tempo, del parere che l’elezione che ‘diede alla luce’ la presidenza di Yar’Adua fosse frutto di elezioni poco chiare (e, forse, di brogli). Io posso dire, in coscienza, che egli proviene da una famiglia che ha pagato letteralemnte ‘sulla sua pelle’ il fio di volersi impegnare in prima persona nel tentativo di apportare cambiamenti reali a questo paese (quando gli oppositori senza scrupoli hanno capito che quella famiglia ‘aveva la stoffa’ per ‘andare da qualche parte’ realmente, al top della politica nazionale, hanno dimostrato fino a che punto possono essere ruthless e criminali: hanno approfittato del ricovero in ospedale del giovane fratello di Yar’Adua e, con la complicità dei medici, lo hanno assassinato). Nessuno (tranne gli assassini) conosce bene lo svolgimento dei fatti, ma tutti sanno che il fratello del presidente Yar’Adua è stato assassinato in un luogo che ora porta il suo nome. Non so neppure come siano andate le faccende elettorali, a quel tempo, e posso anche pensare che in esse si possa annidare la coda remota della vipera incendiaria dei fatti sanguinosi e orrendi appena accaduti. Ciò che so è che ora la Nigeria ha bisogno di tregua e che sarebbe tempo di chiudere le ‘pendenze’ politiche e di protendere gli sforzi verso il bene comune (a tutti i livelli) e di smetterla di ‘risvegliare il can che dorme’ (a livello tribale-etnico-politico e sociale). La naira ha perso sette punti e mezzo, con quest’ultima strage. Gli affari ne hanno già risentito; per dare un’idea delle perdite farò un esempio: su diciotto milioni di naira uno è di perdita (su 180 milioni delle vecchie lire italiane, dieci sono di perdita/su 90 mila euro cinquemila sono di perdita). La Nigeria, che non navigava nell’oro neppure prima, ha bisogno di rimboccarsi le maniche e di occuparsi dei problemi dei tempi di pace. Il presidente Yar’Adua, oltre ad aver sguinzagliato, con ordini perentori, tutti i capi della sicurezza nazionale nel Plateau State, sta scatenando una sorta di terremoto ai vertici del governo federale: ha ‘licenziato’ ben 20 ministri del suo gabinetto e li sta rimpiazzando; i vari ‘rimpiazzi’ che vengono annunciati on the Senate floor di ora in ora stanno tenendo il governo e la nazione con il fiato sospeso. Sicuramente Yar’Adua ha coraggio e, se ha degli amici, sicuramente non gli mancano i nemici. La Nigeria si dia da fare, per uscire dal tunnel.
Chi ha morti da piangere li pianga, chi ha crimini da accertare li accerti, chi ha condanne da applicare (secondo la legge del diritto locale-nazionale e/o internazionale) le applichi, chi ha da governare governi, chi ha da risollevare le sorti economiche le risollevi e chi ha da avere pietà dei poveri ‘si passi una mano sulla coscienza’ e prenda decisioni tese a salvare le vite e non le tasche (peraltro già piene da scoppiare) di chi gioca a ‘asso piglia tutto’ da troppo tempo.         
   moonisa   

 

Moonisa: E…, in Nigeria, è caccia alle streghe (ovvero la macellazione dei disgraziati ‘legalmente’ perpetrata)-2009

30 giugno 2009. Ciò che temevo è accaduto e continua ad accadere. La vera mattanza, quella senza limiti e senza confini si è estesa e insanguina la nazione (e non solo…). Alcuni estremisti di nazioni vicine hanno varcato i confini e cercato di dare aiuto ai loro fratelli islamici ormai inseguiti come belve ferite. I militari li hanno ‘arrestati’ (termine alquanto riduttivo, per un luogo ove la giustizia sommaria è divenuta la regola). È molto che pavento i tentacoli di alkaeda, perché in Nigeria troverebbero humus fertilissimo per le loro speculazioni ad ampio respiro (e ho molta paura che ci sia un’avvisaglia dei miei timori nella cattura di quegli ‘stranieri’).
   Lo spirito che anima i militari, in assetto di guerra, non è catturare i rivoltosi, ma stanarli e falciarli, a decine, a centinaia e a migliaia, ove possibile. La carneficina che si sta verificando è senza proporzioni (anche se la calma apparente è come una cortina invalicabile). Gl’Integralisti islamici (i giovinastri ‘programmati’ nell’apposita ‘fucina’-scuola islamica) sono gruppuscoli sparsi un po’ ovunque e armati di fionde, machete, coltelli e frecce. Sono braccati e pericolosi come tigri sanguinanti. Ce l’hanno, ormai, con i fratelli mussulmani moderati quanto con i Cristiani e con i militari. Tutti sono in pericolo dappertutto e cercano rifugio nelle caserme varie e dove possono. I parenti che sono negli Stati ‘sicuri’ (?) telefonano freneticamente, per avere notizie dei consanguinei sparsi e in fuga continua. Tutti scappano dalla mattanza (non importa di quale mano). I militari avanzano, con la loro macchina da guerra, e radono al suolo i covi degli Integralisti e le moschee annesse.
   La caccia alle streghe è diventata terribile e viene perseguita dalla terra e dal cielo (da dove gli elicotteri distinguono le folle in fuga e le bombardano…). Si salvi chi può (e Dio aiuti i poveri disgraziati sparpagliati, di qualunque religione e di qualunque fazione, perché non esistono ‘contrassegni’ riconoscibili da lontano e le armi micidiali dei militari non vanno tanto per il sottile).
Il presidente aveva lanciato un appello, alla TV, chiamando la nazione al buonsenso e alla pace. Pareva parlare con il cuore in mano e il succo era, approssimativamente, il seguente: ci sono problemi impellenti e gravi, in varie aree della nazione; abbiamo decisioni urgenti nel Sud e altre nel Nord; stiamo cercando di fare quanto è possibile, per riportare la pace e per dare alle varie contese la giusta soluzione. Perché, in nome del cielo, non possiamo fare il passo avanti che ci serve verso la democrazia? Mando i miei uomini nella zona colpita e chiedo loro di comportarsi con discernimento e saggezza, per una soluzione il più possibile pacifica e giusta.
   Ciò che sta accadendo è l’esatto contrario di quanto il presidente aveva chiesto ai militari. L’esercito si giustifica con gli attacchi ricevuti dagli Integralisti fanatici. Una delle ‘giustificazioni’ è che gli estremisti hanno ucciso in Potiskum “almeno” 5 persone, tra cui 3 militari, e che ‘giustamente’ i militari hanno ucciso 33 estremisti (questa cifra è alquanto ballerina, perché altre fonti la portano a 43). Nessuna delle cifre è giusta e nessuno, in effetti, sa che cosa i militari stiano combinando, perché non ci sono testimoni oculari che possano riferire, fotografare, filmare, mostrare al mondo ciò che accade. Il Daily Trust ha inviato nel Borno State il suo reporter: è stato incarcerato, dai militari, in Maiduguri. L’accusa non è stata formulata, ma sicuramente lo credono legato agli estremisti, perché, ha fatto bene il suo lavoro di giornalista: tempo fa aveva fatto un servizio sulla setta e, quando questa mattanza è cominciata, ha intervistato il leader degli estremisti, Muhammed Yusuf. La follia subdola e meschina non ha davvero limiti e acceca in modo eclatante chi ha le mani tutt’altro che pulite ( e che dice baggianate e trama magari minacce di morte, pur di impedire che un buon giornalista faccia il suo lavoro e tolga il paravento alle stragi spaventose che farebbero inorridire il mondo e darebbero la giusta faccia alle mostruosità commesse   !). Si teme per la vita del giornalista (Ahmed Sulkida). Il management of Media Trust Limited è sbalordito (anche perché si è sentito rispondere ufficialmente che la polizia detiene il giornalista per ‘salvarlo’ dagli Estremisti, che lo avrebbero preso di mira, e ‘tra le righe’ che lo sospettano di essere un ‘simpatizzante’ della setta integralista). Il buonsenso, se mai ha abitato certe dimensioni, le ha totalmente disertate, al momento, per cedere il passo al più sfrenato nonsense che si sia mai visto: nessuno è al sicuro da nessuno, al momento, perché i militari paiono invasati: sono giunti al punto di afferrare qualunque cittadino per bene e giustiziarlo soltanto perché porta la barba lunga (i. e.: Mussulmani in divisa uccidono i Mussulmani di riguardo cui da sempre hanno portato devoto rispetto…). Il sospetto più meschino e insensato domina ormai e guida la mano armata e persino i carri armati.
   Vero è che gli Estremisti sono fanatici senza il barlume del discernimento e della ragione, ma vero è anche che una nazione non può definirsi tale se non ha legge e se trasforma la strada in mattatoio a cielo aperto e villaggi e città in luoghi di terrore. I militari hanno liberato 180 bambini e donne, rinchiusi (non torturati o uccisi) dagli Estremisti da qualche parte e hanno fatto bene, ma ciò non li autorizza alla caccia alle streghe e all’operazione di ‘pulizia’ capillare che prevede l’uccisione sommaria di un numero impressionante di gente (di qualsiasi provenienza o idee).
   Una nazione che tale voglia essere chiamata deve avere leggi e regole da rispettare e deve avere carceri in cui rinchiudere regolarmente (e al sicuro) gli accusati di qualsiasi crimine (da giudicare con regolari processi e punire con regolari pene comminate dalla legge e non da chiunque abbia un’arma in mano).
   La situazione attuale non permette la libertà di parola né quella d’informazione; mutila il giornalismo (costringendolo a dire e non dire/ vedere senza vedere/ mitigare i toni/ far intravedere il minimo dei disastri giganteschi/ sottostare al controllo della longa mano del potere). Mi domando dove stia il potere, in effetti, perché ciò che si vede e si sente è pura contraddizione e paradosso quotidiano.
   La Nigeria deve smetterla di permettere stragi ‘legali’, se vuole venir fuori dal tunnel che appare senza speranza. Non è possibile che tutte le volte si scopra l’acqua fresca e si pensi di ‘risolvere’ i problemi eliminandone la causa (anche quando la causa ha gambe-braccia-occhi-bocca e mente ed è formata da folle umane)!!!. Nessun governo può credere di risolvere ‘i problemi’ eliminando fisicamente la gente che li causa, specialmente quando si tratta di maree di gente. Nessuna nazione può essere ritenuta civile, se può credere di governare il suo popolo facendolo sparire dalla faccia della terra. E… questo è ciò che accade qui! Ogni disagio, ogni dissenso, ogni violenza porta ad altra violenza (milluplicata). Ogni problema viene risolto con le uccisioni brutali e senza freno: ma così non si fa un solo passo avanti rispetto ai villaggi di tribù diverse che si sterminavano a vicenda e magari si mangiavano pure!
   È tempo di svegliarsi da queste ubriacature di violenza. È tempo di rinsavire e di smetterla di macellare esseri umani!
   Qualcuno faccia qualcosa, per favore.

I FATTI
-Il leader islamico radicale (Malam Muhammed Yusuf) dei Boko Haram Followers è fuggito da Maiduguri. Ha mandato al macello i poveri giovani che ha indottrinato e programmato nella sua scuola e si è messo bene al sicuro, per non rischiare la sua incolumità fisica (di quella dei suoi seguaci non può importargli di meno…). Bell’esempio di religione! Bell’esempio di coerenza e di solidarietà! Bell’esempio di civiltà! Bell’esempio di ‘paterna’ guida! Bell’esempio di ‘uomo religioso’!
Il risultato è che lui è incolume, da qualche parte, protetto dal suo denaro, e i suoi poveri robot umani (che se lo Stato se ne fosse preso cura, sarebbero giovani brillanti, istruiti e produttivi) sono braccati e sterminati, con lucida determinazione, a decine e a centinaia, se non a migliaia, come conigli da macellare e da trasformare in carogne inutili a tutti gli effetti.
- Le security agencies hanno bombardato la casa del leader (con moschea annessa) per 24 ore (che spreco insulso di forze e di munizioni!). Cento persone (almeno questo è il numero ufficiale) sono state arrostite vive nel compound Ibn Thaimiya, che era il covo di Malam Muhammed Yusuf.
- Le forze congiunte di esercito e polizia hanno lanciato la rappresaglia, nel Mamudo village, in Yobe State, e hanno ucciso molte decine di rivoltosi.
- Kano ha demolito casa e moschea dei Fondamentalisti.
- Tutti sono sul piede di guerra e radono al suolo le sedi degli Integralisti (è accaduto anche a Kaduna).
- Un clima di terrore si è instaurato in vari Stati della nazione (e negli altri Stati le notizie arrivano filtrate e pilotate).
- Gli ‘eserciti’ di Allah (cenciosi, disorganizzati, male armati, inseguiti, massacrati) vogliono ormai colpire tutti i fratelli mussulmani che non sono al loro fianco quanto tutti i Cristiani e le Istituzioni… (sono soli contro il mondo e destinati a perire).
- I Mussulmani (militari) arrestano altri Mussulmani e li torturano (perché ‘rivelino’ segreti che la maggioranza di loro non possiede).
- Tutti gli Stati sono in allerta (dal Nord all’Adamawa e a Lagos).

CONCLUSIONE
   Dove porta ciò che si sta facendo? Perché nessuno se lo domanda, in questa nazione impazzita? I Mussulmani che indossano una divisa stanno trucidando i fratelli della stessa religione, spesso, senza ragione, in nome di una violenza indiscriminata che ha contaminato le loro anime.
   Gl’Integralisti si dovrebbero interrogare circa il loro estremismo; dovrebbero domandarsi dove porti loro, le loro famiglie, il loro Stato e la loro nazione e quali valori veri contenga, in fondo. Si sveglino: ma non vedono che i loro leader sono le persone più false, inaffidibili e crudeli che si possano immaginare?
   Il loro amato ‘padre’ spirituale ha dimostrato di chi era padre, alla fine; di chi si sentiva padre; quali interessi gli stavano a cuore e in quale conto teneva i suoi ‘figli’ spirituali: ha programmato la violenza senza senso, ha mandato via la sua famiglia e l’ha nascosta ben lontano dal pericolo (sicuramente con le connivenze occidentali tanto demonizzate), ha mandato a morire i poveri gonzi che aveva indottrinato e si è messo al sicuro, fuggendo come un criminale infido e traditore. Non si è messo alla guida dei suoi fidi, non ha sguainato la spada lucente della giusta causa religiosa di cui aveva farneticato, non ha dimostrato che la ‘causa’ della lotta che aveva scatenato fosse giusta e sacra, non ha fronteggiato il pericolo insieme ai suoi ‘fidi’, non ha fatto loro scudo con il suo corpo, non ha garantito loro la sua guida illuminata nel momento della sventura, non si è immolato né per la causa-né per i suoi-né per Allah: se l’è data a gambe! Ha voltato le spalle e si è nascosto, come il codardo che era, è e sarà.
   E quanto codardo fosse lo dice il fatto che aveva reclutato i ‘soldati’ della sua guerra santa tra gli ex bambini randagi (gli Almajries). Lo cominciano a dire adesso, ne parla anche la stampa, che prima parlava di ‘seguaci’ della setta. Io lo dicevo da sempre. Ecco da dove vengono i disperati che vengono trucidati without a second thought!
  Qualcuno fermi gli assassini degli Almajries! Qualcuno abbia pietà degli ultimi della scala sociale, per favore. I braccati, gl’inseguiti, i trucidati sono figli malversati di questa nazione snaturata. Sono figli traditi nella loro tenera infanzia. Sono figli uccisi più volte, senza rimorso e senza barlumi di pentimento. Sono figli sfortunati di questa terra inclemente (sorda al pianto dei bambini strappati ai loro villaggi, abbandonati nella polvere delle strade cittadine, cresciuti nella legge crudele della sopravvivenza- rifiutati dalla pietà del mondo in generale e… persino dalla morte); sono figli sottoposti alle tribolazioni più assurde dai genitori, dalle istituzioni, dalla società, dagli Stati locali, dallo Stato federale e dal pianeta terra altoghether.
   Il mondo occidentale fa le campagne contro l’abbandono dei cani e si prodiga contro il maltrattamento degli animali (e fa bene). Nessuno fa campagne contro l’abbandono dei bambini, qui, nessuno versa una lacrima, quando un bambino dorme per strada-deperisce e si abbrutisce per strada- muore di fame per strada.
   Nessuno muoverà un dito, ora, mentre i figli della strada (gli ex bambini cresciuti e indottrinati) vengono ‘semplicemente’ trucidati, that is cancellati come segni di gesso su lavagne di pietra… (?).

Moonisa da Abuja

Moonisa: ‘Legge’ contaminata da tirannia e violenza, in Nigeria

   Abuja, 31 luglio 2009. Malam Mohammed Yusuf è morto. I militari lo hanno intercettato, durante la sua fuga, e catturato. Lo hanno esibito vivo, come un gorilla in gabbia, mettendolo ‘in passerella’ davanti ai giornalisti, e se lo sono portato in caserma, al sicuro da occhi indiscreti (dove hanno potuto fare di lui ciò che hanno voluto e dare sfogo a tutta la collera repressa che avevano accumulato).
   Hanno poi dimenticato (?) di non aver resistito alla tentazione di esporlo al ludibrio e hanno pensato bene di comunicare al mondo che Yusuf è morto nello scontro a fuoco (che lui stesso avrebbe causato attaccando i militari).
   Tutto ciò, se non fosse tragico, sarebbe patetico. L’integralismo è certamente un male, come lo è ogni estremismo e ogni violenza contro l’umanità. Catturare un istigatore alla violenza e un perpetratore di massacri è un dovere, per i governi, questo è fuori di dubbio. Ciò che è in dubbio è pretendere di sanare la piaga della violenza con l’uso di una violenza peggiore, nel disrispetto di qualsiasi legge nazionale e/o internazionale.
   I governi locali e il governo federale nigeriano avevano certamente il diritto di intervenire e di difendersi dalla violenza, ma non avevano il diritto di scatenare una caccia alle streghe tesa al massacro totale e senza via di scampo. Avevano il dovere di mostrare la differenza tra l’estremismo irriguardoso della vita pronto a massacrare gente innocente e ‘la legge’ pronta a riportare l’ordine servendosi dei principi civili (così intesi anche nel resto del mondo).
   Malam Mohammed Yusuf era resposnabile di aver reclutato gli straccioni derelitti della nazione e di averli condizionati, asservendoli alla sua causa (quella dell’integralismo intransigente e violento). Andava fermato e bene ha fatto ‘lo Stato’ a fermarlo, ma non era così che doveva farlo: così facendo ha mostrato di essere il colosso dai piedi di creta che è.
   Non poteva arrestarlo e processarlo, come si fa nel resto del mondo? Non poteva portarlo davanti alla nazione, illeso, nel perfetto rispetto della legge (quella sovrana e giusta), e sottoporlo a un regolare processo pubblico e utile (ai fini educativi) a questa nazione che parla sempre di democrazia e che, con ogni passo o respiro, se ne allontana anni luce?
   La giustizia sommaria così applicata è legge della giungla e non legge vera (non fa fare un solo passo avanti e, anzi, ne fa migliaia e migliaia indietro ogni volta…).
   L’immagine del Mohammed Yusuf vivo suscita contegno e disapprovazione, ancora e sempre, ma quella di lui morto (chiaramente tumefatto, da torture e violenze di ogni tipo) suscita pietà e dispiacere. Non è giusto il modo in cui hanno trucidato Yusuf e non lo è quello con cui stanano e trucidano i miserabili suoi seguaci.
   La storia ha condannato e sempre condannerà la mancanza di linea di demarcazione tra ciò che è legale e civile e ciò che è rivalsa becera e senza legge (nonché violenza gratuita e oscena). Lo ha fatto nei confronti di chi ha esposto la salma di Mussolini (e persino della sua amante) in modo selvaggio e incivile e nei confronti di chi ha esibito Saddam Hussein come un fenomeno da baraccone. Un conto è la condanna della tirannia, delle violenza e del male, un conto è la legge e un altro ancora sono la giustizia e la rettitudine (non discoste dall’umana pietà).
   La legge e la giustizia che non si distinguano dalla tirannia e dalla violenza legge e giustizia non saranno mai.
Moonisa- Abuja, 31 luglio 2009

 

Moonisa: Il nessun dorma nigeriano (e i festini dei venditori di armi/mangiacarogne senza mondo interiore) nel post Muhammed Yusuf e i suoi Boko Haram

   Si spara ancora, nel Nord della Nigeria, e le mattanze sono sempre in corso, benché con iter procedurali più articolati. Le cause della deflagrazione dei problemi sono lungi dalla raggiunta soluzione. Lo sostiene a gran voce la stampa locale (coraggiosa e indomita, che non tace, non si fa da parte, non si nasconde e non si lascia intimidire). I titoli (che parlano di Nord in fiamme e Nigeria sotto assedio) sono veritieri, ma io credo che la verità abbia infinite maschere che aspettano di mostrare i molti volti underneath.
   Ho parlato di guerra civile in un precedente articolo e di tentacoli di Alkaeda, nell’ultimo. Sono pericoli reali e sempre attuali, ma gli ultimi eventi sono additionally enlightening e aprono spiragli inquietanti sui vari predicament della nazione intera e delle sue varie componenti geo-politiche. I Nigeriani tutti (nativi e acquisiti) dei vari punti cardinali non si rendono ancora conto di quanto stia accadendo e di quali spinte-movimenti (pericolosi come tifoni) si stiano addensando, con peculiarità già ben delineate. Non saprei predire i tempi dei futuri veri e propri cataclismi di ‘riassetto’, ma sono convinta che la nazione chiamata Nigeria ne subirà di inevitabili e severi. I segni si delineano forti e chiari all’orizzonte e sarebbe il caso che i governi locali e, soprattutto, quello federale se ne rendessero conto (prima che sia tardi per correre ai ripari- ove possibili).
   Le piaghe che incancreniscono hanno sempre un trascorso di trascuratezza o di approccio errato alle spalle e le piaghe che sfociano in cumuli di esseri umani ammonticchiati come stracci, qui in Nigeria, non fanno eccezione. Ho parlato di coloro che formano, oggigiorno, le schiere degli eserciti delle guerre sante e che, prima di essere adulti della strada, erano bambini abbandonati alla strada e al nulla assoluto, al punto che un solo sedicente insegnante di arabo ne poteva raccogliere centinaia (e nella casa di uno di questi individui senza cuore e senza anima sono morti, di recente, decine di bambini, che chiusi a chiave in cinquanta in un ambiente angusto, non hanno avuto aria sufficiente per respirare né varchi aperti per fuggire).
   Gli orrori sociali di cui i bambini almajries (futuri hoodlums reclutati o sterminati a seconda del lato della barricata) però, non sono, alas, il solo problema e (mi dispiace dirlo) sono forse tra i problemi meno gravi (e ciò è paradossale) che la Nigeria abbia e non capisco come chi di dovere abbia potuto cullarsi sugli allori fino a oggi.
   Vediamo perché.

A)- Sul fronte Nord:
   Si sapeva da lungo tempo che gl’Integralisti 1) tramavano alla grande e che si stavano organizzando per passare a fatti ben più consistenti delle parole, 2) organizzavano incontri nei vari Stati, 3) erano arrivati al punto di chiedere agli adepti maschi danarosi di vendere le loro proprietà e alle donne di vendere i loro gioielli, per sostenere la causa (leggi tra le righe: per armare la mano degli eserciti da assemblare), 4) avevano tentato di impadronirsi della moschea centrale strategica dell’SMC (Sardauna Memorial College), 5) subito dopo si erano incontrati, nel Kaduna S., in Badarawa, per fare il punto della situazione, pianificando l’eventuale ‘resurrezione’ del Kaduna Muslim Youth Group, che tanto sangue aveva versato nel 2004, 6) avevano ipotizzato di attentare allo Stato federale e avevano soprasseduto, per divergenze interne sulla ‘capacità’ di mirare così in alto, 7) avevano il supporto di un dirigente di banca e di ufficiali governativi.
Si sapeva che, 1) il leader supremo del gruppo (che si era autodefinito Boko Haram, cioè “l’istruzione è peccato”), Mohammed Yusuf, aveva incamerato tra gli iscritti le famiglie più potenti del Borno e dello Yobe State, 2)Yusuf era legato al Bello Damagun che trasportava i Mussulmani in Mauritania, per sottoporli al training nei combattimenti terroristici, 3) lo Yobe, lo stato di provenienza sia di Yusuf che di Damagun era il solo Stato dove i giovani mussulmani (che nulla avevano a che fare con l’Afghanistan) si erano definiti Talebani, 4) di Damagun erano i cordoni della borsa a fisarmonica che elargiva somme ingenti di denaro a Yusuf, allo scopo ‘umanitario’ di diffondere l’estremismo (cioè assoldare i miserabili delle strada, armarli e addestrarli).
   Si sapeva anche che 1) Yusuf predicava ai quattro venti che l’agricoltura dovesse essere il solo mezzo con cui mantenere l’anima e il corpo in armonia, 2) Yusuf non risultava essere un agricoltore industriale, 3) Yusuf affidava un milione di naira alla settimana ai suoi fedelissimi per ‘investimenti’ legalmente a posto.
   E si sapeva che, dulcis in fundo, Yusuf era sostenuto da veri e propri eserciti di ‘potenti’ (nel senso etimologico, monetario e ideologico del termine).
   Qualcuno può spiegarmi che cosa l’intelligence governativa stesse aspettando, prima di prendere dei provvedimenti?
   Non è lecito pensare che qualcosa di strano stia bollendo da qualche parte e che Yusuf sia l’escape goat sacrificata for the moment being (in attesa di qualcos’altro che ancora non si vuole e non si può divulgare)?

   E c’è da tenere in gran cosiderazione anche il fatto che il JNI (il conglomerato di tutti i Mussulmani del Nord) non paia essere completamente estraneo alle idelogie del gruppo di Yusuf (condivise da alcuni membri del JNI).

 È parere dei più che le idee di Yusuf abbiano radicato in direzioni molto ramificate e che sia impossibile sradicarle, anche a costo di proseguire a oltranza con i riprovevoli e bruttissimi genocidi.
   Non concordo con i più solo sul fatto che siano i seguaci di Yusuf a non poter essere sterminati, perché ritengo che non si tratti di Yusuf e dei suoi seguaci, ma di un malessere esteso al mondo e generalmente raccolto sotto il cappello di Alkaeda. Le cose, purtroppo non sono limitate alla Nigeria, anche se, in questa sede, della Nigeria si parla, ma il fosco quadro nigeriano non è altro che lo specchio del vasto teatro world wide upsetting.
   E dove mettiamo il fatto che, non più di un mese fa, un aereo pieno di armi atterrò in Kano e suscitò una marea di domande? Si disse che le armi probabilmente fossero destinate al delta del Niger, si disse che dietro ci fossero i Russi, si disse che forse no, forse, l’aereo e le armi fossero diretti in Guinea.
   La sola cosa certa parve l’affermazione della military intelligence, che promise vie legali che avrebbero perseguito i responsabili e chiarito il mistero. NON SI SA ANCORA DOVE SIA L’AEREO E DOVE SIANO FINITE LE ARMI.
   Perché ci si sorprende di ciò che è appena accaduto nel Nord (il luogo in cui l’aereo pieno di armi è atterrato)?
   Il tuono e il fumo degli spari sono ancora realtà attuali, nelle aree colpite.
   Quanto è accaduto è semplicemente terrificante (e le foto che cominciano a circolare, per merito della stampa, ne sono una testimonianza, benché sono convinta che le cifre dei 600 morti riportati dalla stampa locale e dei 1500 morti riportati dalla stampa estera siano ancora e ancora lontanissime dalla stima reale dei fatti sicuramente vicina alle varie migliaia).
   Mi professo, comunque, ancora una volta sbalordita circa la mancata prevenzione e non posso fare a meno di pormi altre domande: 1) è stata trovata, in Kano, in una moschea, la fabbrica in cui i terroristi si fabbricavano le bombe, dov’era l’Intelligence che ‘aveva monitorizzato’ (secondo le fonti ufficiali) i movimenti degli estremisti? Perché non è intervenuta prima di fare alla nazione il bagno nel sangue dei morti? Hanno aspettato apposta, per poter fare tale bagno di sangue?
2) Una scuola presumibilmente ‘talebana’ è stata trovata a Jalingo, nel Taraba S., in una moschea. Hanno abbattuto la moschea, ora, con annessa dimora del leader estremista del luogo. Perché non hanno fatto prima un’operazione pulita di arresto di detto leader, se davvero monitorizzavano la nazione? Perché non hanno fatto tale politica di ‘arresti preventivi senza sangue’ dappertutto? Non vedono o non vogliono vedere lo scontento che stanno seminando anche tra i Mussuslmani moderati, con l’abbattimento di tutte queste moschee? Non sentono o non vogliono sentire i mormorii del dissenso sugli addebiti fatti a dette moschee (da molti ritenute avulse dalle implicazioni con le brain washing school)?

   Ci sono, intanto, varie illazioni sulle vie infinite dei mercanti di morte del mondo ‘civile’ (i venditori di armi, i mangiacarogne senza mondo interiore, che sfigurano l’immagine dell’umanità ignara quanto quella del mondo conscio) che starebbero saturando il mercato nigeriano con scorpacciate di armi di ogni livello e grado di micidialità. L’uso del condizionale è ridondante, in ogni caso, perché i riots religiosi, le bande armate di rapinatori, gli omicidi, i sequestri in aumento ne sono un diagramma trasparente e sicuro.
   E ci sarebbe di che scomunicare e incenerire (ove possible) buona parte del mondo ‘civile’ che, per guadagnare, vende la madre notte e giorno (e, se la vende in nazioni che parlano altre lingue e che sono più vulnerabili che mai, non sono meno motherfucker di quanto sarebbero se la vendessero in casa loro al primo libidinoso assassino pronto a pagarli bene). Lo spiegamento imponente di forze, nel Nord della Nigeria, non rende la nazione più sicura, anzi… rischia di infiammare gli animi anche di più. I disordini, infatti, si estendono come olio su acqua.
   4000 poliziotti sono stati dislocati in Kaduna e nel Gombe. C’è apprensione nel Federal Capital Territory e le 50 ronde di veicoli militari non aiutano il clima di distensione. Il Katsina ha proclamato il coprifuoco dei piccoli mezzi commerciali. Lagos si prepara a contenere l’eventuale rappresaglia delle frange solidali con le vittime.

   B- Sul fronte Sud:
Il delta del Niger è percorso da una tensione che si taglia a fette: 1) i guerriglieri paiono avere la nazione in pugno, 2) i giornalisti paragonano la zona all’Afghanistan, 3) da troppo tempo il Delta è militarizzato e la guerriglia si protrae, 4) il Delta è il vero tallone di Achille della realtà federale, 5) da cinque anni, ormai, la gallina d’oro petrolifera nigeriana è causa di una crisi senza limiti, 6) la Joint Military Task Force non migliora le cose, 7) i suoi bombardamenti delle comunità del Delta hanno incrementato le azioni di guerrigilia, 8) la ribellione e la rivolta armata hanno fatto scendere la produzione petrolifera a 565.000 barili di greggio al giorno (ma non l’hanno fermata!), 9) il MEND (che riunisce vari gruppi di guerriglieri pro-riqualificazione della vita della gente e dell’ambiente, nel Delta) si è spinto fino a Lagos e ha distrutto le strutture petrolifere dell’Atlas, 10) il presidente Yar’Adua aveva proclamato l’amnistia per tutti i guerriglieri, 11) i governatori della zona di riferimento hanno ricattato il governo federale: accetterebbero l’amnistia solo se ottenessero i vantaggi che chiedono, 12) i guerriglieri del MEND hanno deciso giustamente di soprassedere circa l’accettazione dell’amnistia, 13) non ci sono ancora schiarite sicure sulla questione del Delta.
   C- Sul fronte Sud-Est:
La zona è sicura come una palude con le sabbie mobili: 1) il MASSOB (Actualisation of the Sovereign State o Biafra) è diventato molto forte e pericolosamente popolare, 2) gl’Indigeni vivono nel terrore delle bande armate dedite alle ruberie e ai sequestri, 3) le famiglie con qualche possibilità economica vivono barricate in casa e assoldano guardie del corpo armate, per mandare i figli a scuola, 4) la situazione è precaria e in attesa di ‘definizione’ (fino a quando?).
 

  D- Sul fronte Sud-Ovest:
C’è una vera e propria guerra legale tra il governo federale e il governo locale di Lagos: 1) ) il governo centrale ritiene illegali 37 LCDAS (Local Development Council Areas), 2) i Lagosiani sono testardamente decisi a mantenere tali organismi, ritenuti molto efficaci, 3) se la tensione non viene gestita con cautela somma, non se ne possono prevedere gli esiti.
  
CONCLUSIONE
   “Nessun dorma”, in Nigeria (ma nenanche altrove)!
   La Nigeria, se non si arma di provviste di intelligenza e non la smette di risolvere i problemi sterminando fisicamente i nemici, rischia di abortire la sua unità nazionale.
   Il mondo, se non si arma di saggezza, rischia di fallire come genere umano, perché non può interferire con i fatti altrui, ingerendo fortemente in essi (a livello politico, commerciale, bellico e ideologico), e lavarsi le mani del marasma e non può far finta che le divergenze religiose e i conseguenti bagni di sangue non siano affari suoi.
Gli estremismi sono tutti e sempre da condannare (non smetterò mai di ripeterlo), ma credo che il mondo debba svegliarsi e rendersi conto che le stragi e i genocidi non sono fatti altrui in generale e ancor meno lo sono quando hanno matrice religiosa: sono fatti nostri (del singolo e delle comunità dentro e fuori confine di qualsiasi territorio-nazione)/ fatti di chiunque, perché non c’è nessuno che non debba avere a cuore la convivenza (vicina o lontana) con i fratelli mussulmani. È tempo che l’estremismo islamico e i suoi simpatizzanti e l’Occidente e tutti i simpatizzanti con il suo sistema di vita comincino a porsi delle domande sul perché di ciò che accade (e anche sulla direzione in cui si sta andando) e che guardino con occhio benevolo a un reciproco esame di coscienza e a un dialogo foriero di incontri propedeutici a una vita possibile.
   È proprio il caso di dire “Chi è senza colpa scagli la prima pietra” agli uni e agli altri (gli uni hanno scheletri-incoerenze-evangeliche ‘travi’ negli occhi nienteaffatto trascurabili e gli altri idem cum patate e chi più ne ha ne metta).
Moonisa

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