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SOS VOLI IN DISTRESS IN NOI (ALIAS L'altrove ferito -che duole dentro di noi...)

Bruna Spagnuolo:

Febbraio 2011

I BIOCCOLI di preghiera che l'uomo non sa di accumulare/ alias: L'animo umano è disorientato.
L'animo delle vecchie generazioni non è più a casa, in questi tempi nuovi (esuli dall'umanità che prima abitava nelle case e cementava la convivenza tra vicini).

 

L'animo dei giovani si è fatto la casa in un disagio generalizzato (che corre in tondo, tra orizzonti globalizzati a tinte fosche/ stabilità economiche semoventi/ certezze familiari e sociali pressoché assenti/ ansie di fondo sempre crescenti).

Quello degli adolescenti è martoriato da superficialità-emulazioni mediaticamente indotte e si disperde, come prezioso liquido versato in assenza di contenitori salvanti.
Quello dei bambini si fa spugna di disagi-malesseri senza fondo (e delle semine malate del domani).

L'aria che l'essere umano respira nel segreto della vita interiore individuale rabbrividisce, di fronte ai venti gelidi che caparbiamente si appostano e tendono fionde micidiali verso ogni parvenza di volo: bambini e bambine non sono più tali-non sono più al sicuro- non sono più inviolabili/ cadono, spesso, come rondini in volo o come foglie morte senza dimora. La giovinezza violata viene sparsa sul greto dei fiumi o tra le erbe secche degl'inverni artici nuovi (che hanno disseccato le parvenze-cuore di certi ibridi umani deambulanti).

L'essere umano sopravvissuto si aggira nel mondo esterno come un forestiero e, appena può, torna nel mondo interiore (avvolgendosi in bioccoli di preghiera che neppure sa di accumulare).

***

L'altrove che vive dentro di noi dipende, sfortunatamente, da quello che vive fuori di noi. La realtà che ci circonda è diventata un covo di vipere sempre vigili; si è estesa, praticamente, al mondo, rendendo, mai come oggi, vero il detto: "Il male non dorme mai". Le insidie paiono essere annidate ovunque, perché l'incessante battage mediatico è focalizzato su di esse e non smette mai di scandagliarle, rimirarle, rivoltarle, riscaldarle, raffreddarle, indorarle, proporle e riproporle, sotto impensabili e perseguitanti prospettive-ottiche-opinioni-teorie (che si estendono, si accavallano, s'ingarbuglia, si annullano a vicenda, ingenerando confusione e lasciando negli animi lo sconforto totale). I singoli e le masse hanno bisogno di essere rassicurati/ hanno bisogno di speranza. Cominciano a domandarsi dove stia andando il mondo e dove siano coloro che sono preposti alla difesa della sicurezza e dei valori di cui la speranza è fatta. La fede in Dio resta il solo baluardo difensivo, la sola fonte di speranza (e le chiese, ahimè in molte città deserte, restano i soli luoghi in cui il silenzio pulito possa permettere alla voce di Dio di raggiungere le dure orecchie degli esseri umani disposti a fermarsi un attimo per cercare di captarla). Il mondo politico- economico- mediatico che ci congloba è il serum che ci dovrebbe alimentare (e che nutre le nostre anime, invece, di veleni-nemici che ci tarpano le ali).

***

I singoli e le masse guardano ai governi, aspettandosi le linee-guida cui uniformare la vita familiare e sociale (anche e soprattutto a livello morale). La serena chiarezza tra il bene e il male non giunge (gli argini continuano a cadere). L'uomo rischia di dimenticare di essere figlio di Dio (cui vita e morte appartengono).

Ho scritto l'articolo sottostante esattamente due anni fa, nel Febbraio 2009. E' uscito, in tre "puntate", su Tellusfolio.it (ove è ancora leggibile e visionabile, con molti altri miei articoli, anche se non scrivo più per quel giornale). Il contenuto, pur superato (in peggio- nelle notizie relative alle varie posizioni di "bandiera" -la bandiera perdoni l'associazione ideologica offensiva) rispetto all'uccisione volontaria di esseri umani vivi e persino senzienti e capaci ancora di donare i tesori del loro intelletto all'umanità (v. Inghilterra, ove non verranno più incriminati coloro che conducono i suicidi al mattatoio e assistono alla soppressione programmata delle bestie umane già marchiate dai macellai in assetto di mattanza) rimane disperantemente valido.

Bruna Spagnuolo (2009): Suicidio/omicidio/eutanasia e dintorni (ovvero "Vita di serie B? No, grazie!", come titolavano alcuni giornali inglesi, all'epoca dei fatti riferiti in quest'articolo)

Indice DI QUESTO ARTICOLO: Introduzione/ ben-essere (in vita e in morte) ed eutanasia/ I mattatoi umani europei e… gl’introiti da ‘turismo’ della morte / Il miracolo Mario Melazzini e “l’altra faccia della mezzanotte”/ Suicidio, etica e religioni/ Il tragico fraintendimento della parola eutanasia (ovvero conclusione: Bacone si rivolta nella tomba)
 / La vita


Introduzione

La vita… che cos’era (al tempo del film L’albero degli zoccoli)/ che cos’è, oggi…(?)
Questa è una domanda che il genere umano deve porsi (e deve porsela il genere umano occidentale, innanzitutto, il genere umano che ha raggiunto il benessere e che ad esso, ormai, consacra anche i suoi ultimi momenti di vita e persino il valore della vita stessa).
All’epoca di riferimento del film di Ermanno Olmi- 1897/1898- la vita era un dono… Era un dono che poteva essere soltanto accettato e che veniva sempre accolto con gioia, gratitudine e fede. I ‘personaggi’ del film in questione, i contadini (della campagna bergamasca), erano così poveri che non sapevano ‘oggi’ come avrebbero sfamato i loro figli ‘domani’/ non sapevano né ‘oggi’ né ‘domani’ come li avrebbero vestiti e calzati, ma accettavano il tempo, il luogo, il modo e il perché della vita e della morte, come un mistero noto a Dio e a Dio soltanto, e vi si uniformavano (con l’umiltà eroica e buona di chi sa di non avere voce in capitolo nel dare e nel togliere la vita/ di chi non si sognerebbe per nulla al mondo di non credere in un fine superiore del modo in cui l’uomo nasce-cresce-vive-muore). La gente di quel tempo sarebbe inorridita, di fronte al modo in cui l’umanità del terzo millennio vede la vita (e avrebbe ritenuto blasfemo soltanto pensare di poterla ‘gestire’ a proprio piacimento e… di poterla addirittura ‘spegnere’, come se fosse un inturruttore accessibile a chiunque).
M’inchino di fronte al dolore di chi è consapevole di essere votato alla morte e… mi faccio piccola (e indegna di parlare della sofferenza che affligge la parte finale della vita di chi è affetto da malattie ‘che non perdonano’). Mi si permetta di sostituire con il termine ‘finale’ quello comunemente usato (‘terminale’), che è come una ferita al significato più grande della vita umana intesa come cammino-passaggio a uno ‘stadio’ di vita superiore privo di materia. È con grande rispetto e in punta di piedi che mi permetto di parlare di chi si avvicina alla fine della vita e di chi lo fa tra sofferenze atroci, specialmente, ma... è anche con grande disagio e dolore che mi permetto di dissentire sull’indirizzo che una parte dell’umanità sta imprimendo al momento più solenne del percorso umano individuale (quello della morte)…
C’è molto da dire sull’argomento, ma occorre partire da più lontano e tener conto della sfumatura edonistica che si è intrufolata nella filosofia di vita di certe dimensioni occidentali (per le quali vita e benessere si sono fuse in un’unica risultanza-ideologia-religione).        

  ‘Ben-essere’ (in vita e in morte) ed eutanasia
‘Benessere’ è una parola che ha ‘debordato’ dalla sua valenza originaria di “immagine di una nozione o di un’azione” (nonché da quella fonetica-fonologica-semantica), avventurandosi in una direzione che conduce ovunque fuorché verso il ‘futuro’ che compete agli esseri umani. Benessere, per l’uomo contemporaneo occidentale è lo star bene (a tutti i livelli, da quello fisico a quello spirituale, mentale e… chi più ne ha ce ne metta, fino a giungere allo star bene a livello economico) ed è lo scopo della vita, il punto d’arrivo che l’essere umano (immemore di tutto e alla faccia delle varie frontiere delle realtà ultraterrene e delle religioni praticate sul pianeta terra) si pone. La vita, finalizzata al benessere, compendia il bene-stare, lo star bene e rifiuta/rinnega la sofferenza. L’equazione cui l’uomo contemporaneo di un certo tipo riduce la vita è: vivere = benessere = bene stare = non soffrire.   Morire ‘stando bene’ è un’idea che s’insinua nella mente e che fa sì che sia chi sa di non avere possibilità-guarigione che chi vede soffrire le persone amate identifichino, erroneamente, la sofferenza con la ‘perdita della dignità di essere umano’.

La gente antica, semplice, umile e buona non si permetteva il lusso di mettere in discussione le ‘modalità’ della vita e della morte (ivi incluse quelle che compendiavano sofferenze atroci e agonie terribili) e assisteva gli ammalati, con manzoniana ‘carità cristiana’ e, soprattutto, con fede in una vita ultraterrena (per la quale la sofferenza si faceva chiave universale e aureola di luce-beatitudine). L’uomo nasceva sulla terra con lo scopo di ‘crescere’ nel corpo e nello spirito (con lo scopo, cioè, di imparare le lezioni che la vita gl’impartiva e di morire portando a Dio la parte di saggezza racimolata lungo i sentieri terreni). La morte era parte del rapporto tra ogni uomo e il suo Dio (ed era destinata a rimanere un mistero per coloro che assistevano il malato e che non avevano accesso ai segreti della mente/ del cuore/ dell’anima del ‘moribondo’). La durata dell’agonia, la sofferenza del periodo pre-mortem facevano parte di detto segreto (ed erano ‘moneta’ pregiata con cui i morenti si guadagnavano il ‘benessere’ eterno, pagando il prezzo estremo della loro eventuale condotta poco ‘santa’ sulla terra). Nessun essere umano si sarebbe mai sognato di ‘interferire’ tra morenti-moribondi/morituri e il loro Dio: sacro era il terrore di alterare il raggiungimento del giusto livello di beatitudine della vita nell’al di là; ferma e chiara era  la consapevolezza della durata infinita della vita eterna (per la quale valeva la pena di soffrire/ nella quale valeva la pena di ‘vivere bene’)…   
L’uomo di un tempo è altra cosa dall’uomo del duemila/ tremila (e lo è per un’infinità di caratteristiche/ atteggiamenti/ credenze/valori che non sempre o raramente fanno onore ai nostri tempi e, specialmente ad alcune delle nazioni occidentali). Progredire avrebbe dovuto significare migliorare le condizioni di vita materiale (sperabilmente senza peggiorare quelle spirituali), ma così non è stato e l’uomo si è lasciato abbagliare dalle evoluzioni macroscopiche delle condizioni di vita globale (e derubare, di pari passo, di alcune ‘accezioni’-umanità impagabili e preziose… ).
C’erano pilastri attorno ai quali gli esseri umani raccoglievano i cardini essenziali delle loro esistenze (e contro i quali mai avrebbero osato ergersi). La morte era uno di essi e i morenti erano parte dell’arcano che non competeva all’uomo. Le agonie (corte/lunghe/dolorose o indolori) rientravano tra gli eventi da accettare con rassegnazione tenace (e tra le cose ‘utili’ a non comparire a mani vuote davanti a Dio). I parenti dei moribondi soffrivano e pregavano (per tutto il tempo necessario alla partenza/dipartita del loro congiunto dalla vita), con fede incrollabile nei disegni di Dio (che si servivano degli ultimi giorni-ore-minuti di vita del morente, per completare ciò che non avevano potuto realizzare nella durata della vita stessa). La sofferenza (di qualsiasi grado-durata) rientrava in tali disegni (imperscrutabili all’ottusità della materia). L’uomo era una creatura che s’inchinava al volere del Padre Celeste, con remissività fiduciosa e totale/ non si lasciava sfiorare dalla tentazione di stabilire ‘graduatorie’ della sopportabilità/insopportabilità del dolore/ non osava atteggiamenti-sfida contro il suo Dio. L’uomo (‘normale’ e cioè timorato di Dio) del passato avrebbe ritenuto diabolico e blasfemo attribuirsi il diritto di ‘accorciare’ la vita di un malato anche soltanto di pochi momenti. Molti la pensano diversamente, oggi, e l’uomo si è spinto molto (troppo) in là…
Il tempo in cui si mormorava timidamente la parola ‘eutanasia’ è già un baluardo caduto. Gli uomini di oggi parlano (sfacciatamente e senza remore) di suicidio (l’aggiunta dell’aggettivo ‘assistito’ non  mitiga l’impatto della valenza terribile dei molti rostri di quella parola-mostro divoratrice-giustiziatrice della sacralità della vita). Il tempo delle dispute, diatribe, obiezioni, argomentazioni e degli appelli dell’opinione pubblica mondiale attorno alla ‘spina’ (da staccare) di questo o quel paziente, benché ancora attuale, è già (anche quello, ahimè) lontano/ superato/ obsoleto. L’uomo ha portato una nuova frontiera alla ribalta (dimostrando che non ci sono limiti che egli non possa oltrepassare/ argini che egli non possa abbattere). Qualcuno parla di ‘diritto di morire’, come se la vita fosse un vestito da indossare a piacimento e da accantonare, quando e come si voglia, altrettanto a piacimento… ( e c’è chi già si abbevera a falsi valori che possono portare l’uomo a ‘cestinare’ la vita quando non permette più un tenore di serie A…). Lo stridore causato da ciò nell’ordine cosmico si farà entropia generalizzata, se non si cercheranno i giusti ‘unguenti’ per le parti ‘dolenti’ della società mondiale…

I mattatoi umani europei e…gl’introiti da ‘turismo’ della morte

L’Inghilterra (ancora una volta) coglie l’occasione (si direbbe che non se ne perda una) per schierarsi dalla parte sbagliata: al vaglio del Parlamento britannico c’è una proposta legislativa che liberalizza ‘pericolosamente’ la normativa sul suicidio assistito. Mi domando perché, invece, non si faccia di più per regalare agli ammalati (tutti) vicinanza affettiva e spirituale (che, unita a un’adeguata terapia del dolore, possa aiutarli anche ad affrontare con coraggio il momento
del trapasso/ a ‘morire bene’ senza sucidarsi cioè)/ perché si debbano commettere veri e propri crimini (spacciati per ‘pietà’)/ perché non si cominci a ‘guarire’ le piaghe sociali partendo da una loro diagnosi remota (che affonda le radici in un’errata concezione della vita e in principi educativi che ‘pompano’ infanzia e gioventù con lo stereotipo del ‘super’ baby/ boy/ joung man). Occorre ricordare che, per essere pronti ai colpi avversi della vita, i giovani (del presente) hanno bisogno di credere in valori che vadano oltre la prestanza fisica, l’affermazione del sé, il successo, l’ammirazione (il ‘benessere’ legato alla sfera materiale slegato da quella spirituale…)/ che gli esseri umani… avranno nella mente da adulti e da vecchi ciò che la società ha insegnato loro da   
piccoli e da giovani…   

La Svizzera si è autoinsignita della ‘targa’ di patria della morte e si è collocata al centro della nuova forma di ‘turismo’ con cui (Dio ci aiuti) l’umanità ha scelto di colpire la sacralità della vita: il turismo della morte. Chi non vuole più vivere, si mette in contatto con un certo medico o con una certa organizzaione (doverosamente svizzeri) e… il gioco è fatto: il viaggio della morte prende forma e si realizza/ l’aspirante suicida parte con almeno un paio di accompagnatori. I ‘morituri’ arrivano vivi/ vengono accolti con gentilezza-efficienza-sorrisi/ salutano/ rispondono ai sorrisi/ si affidano agli ‘angeli della morte’/ vengono portati nelle strutture ‘attrezzate’ come impeccabili-lindi-asettici-‘funzionali’-tecnologici ‘mattatoi’ umani/ vengono ‘suicidati’/ ripartono in posizione orizzontale (‘impacchettati’, con ‘precisione svizzera’, immagino, nel rispetto delle modalità internazionali), lasciando dietro di sé una benefica scia di introiti ‘niente male’. Qualcuno degli ‘accompagnatori’, prima di andarsene,  si concede anche qualche ‘uscita’ da turista (magari per commemorare la ‘forma di vita umana’ che ha aiutato a ‘spegnere’).
I suicidi-delitto si ‘consumano’ con modalità che non esito a definire disumane. L’ultima di esse è un sacchetto di plastica riempito di elio. Pensate un po’ a che livello è sceso l’uomo, per ingegnarsi nell’escogitare ‘modi’ (uno più agghiacciante dell’altro), con cui togliere la vita ad esseri umani non soltanto vivi ma anche senzienti e in pieno possesso delle loro capacità sensoriali e mentali (altro che il ‘caso’ dell’Americana Terry Schiavo e della nostra Luana Englaro -in coma e alimentate come Dio vuole-… ). La piccola ‘camera a gas’ (che asfissia la testa di un ‘condannato’ alla volta), un ignaro sacchetto di plastica riempito di un gas letale, è stata inventata (o, meglio, ‘brevettata’) dall’acuminato ‘ingegno’ di un’associazione di ‘assistenza’ al suicidio (che, molto impropriamente, in verità, si è attribuito il nome latino della dignità). Non c’è davvero limite alla stoltezza umana, “in questo spicchio di universo, dove è facile spaesarsi”… (come dice l’animo poeta della straordinaria Maria Luisa Forin), se l’uomo, per scongiurare ‘il rischio di soffrire’ è capace di sottoporre se stesso o i propri cari a vere e proprie torture molto peggiori (e di spogliarsi della ‘dignità’ di essere umano sottomesso al volere di Dio). Ci sono due ‘associazioni’ della morte, in Svizzera: una ‘accompagna’ al macello i cittadini svizzeri e l’altra riserva principalmente la ‘cortesia’ agli stranieri che non godono di tale ‘privilegio’ in patria loro. Non ne scrivo il nome, perché farlo provocherebbe un crampo alle mie mani, ma mi limito a riportare che la seconda ha aiutato, soltanto nel 2006, 195 persone a suicidarsi (120 di esse provenivano dalla civilissima Germania, ove simile crimine è vietato). Suicidarsi è un delitto contro la vita (eppure 195 esseri umani sono stati ‘portati’ al mattatoio –di una sola ‘associazione, in una sola nazione, in un solo anno!). Il mondo ha bisogno di ‘associazioni’ che dissuadano la gente dal farlo e che l’aiutino e riconciliarsi con la vita (anche morendo). Chiunque porga a un essere umano ancora vitale uno strumento di morte, lo aiuti a farsi del male o lo stia a guardare mentre lotta contro la morte per minuti ‘eterni’ (senza intervenire in favore della vita e senza ridare l’aria ai polmoni che annaspano alla ricerca disperata di essa)  oltrepassa la barriera che lo separava dai vari criminali della storia, accomunandosi ad essi.
L’associazione che dispensa morte agli stranieri usava un barbiturico (che, richiedendo la presenza di un medico e la relativa prescrizione, era, in qualche modo, ‘fastidioso’) e ha, di recente, escogitato il sistema della morte per soffocamento (che ricorda molto le scene di un film, in cui la perversione portava un assassino a ‘scolpire’ le sue vittime ‘sublimandole’ con l’espressione lasciata sui loro volti dalla ricerca disperata dell’aria, mentre soffocavano nel sacchetto in cui egli infilava e teneva le loro teste). Lo spettacolo della persona che ‘impiega tempo’ a morire, tra strattoni orripilanti, è così unbearable che ha portato il procuratore generale di Zurigo (Andreas Brunner) a levare la sua voce ‘indignata’ (dopo aver preso visione dei filmati, che l’associazione in questione effettua –di ‘prassi’- e spedisce alla procura, come prova di ‘non aver commesso crimini’). La sola idea di quella gente che fornisce a delle persone mentalmente lucide (che parlano con loro, le guardano e interagiscono con cognizione di causa) strumenti di morte e poi le guarda morire e ne filma i rantoli e le contorsioni è già un crimine (e fa venire in mente il nazismo, con le annesse terrificanti brutture-sadismo). Brunner ha trovato ‘difficile’ fissare l’espressione del volto (del ‘suicidato’) prima-durante-dopo l’applicazione del sacchetto mortale e i sussulti che si propagano al corpo come un rifiuto tenace ad abbandonare la vita (e che durano per ‘decine di minuti’- come ebbe a riferire egli stesso). Dieci minuti sono una vita…/ ‘decine di minuti’ sono molte vite ripetute di spasmi orrendi, inflitti ad esseri umani vivi... (durante i quali la mente non cessa di concepire pensieri…). Quali sono i pensieri di quegli esseri suicidi-vittime (gli ultimi pensieri causati da quei ‘sussulti’ spaventosi/ da quella morte orrenda …)? La morte fa paura sempre e a tutti e fa paura, in special modo, a chi sa di esservi condannato in un arco più o meno predicibile di tempo, ma…quanta paura farà a chi ha creduto di salutare il mondo con un gesto quasi simbolico e persino poetico, quando si trova con la testa dentro un sacchetto e non ha più voce-volere per tornare sulla sua decisione? Potrebbe il suicida predestinato ‘salvarsi’ dal ‘tutto organizzato’ (che implica lo spostamento di varie persone/ il pagamento di aerei-auto-alberghi-accompagnatori-associazioni-‘aiutanti’-‘strutture/macchinari sterminatori’…)? Gli angeli della morte (delle associazioni già citate) so eager di ‘aiutarli’  ad andarsene in fretta all’altro mondo ‘noterebbero’ (dopo aver ‘messo in piedi’ un’organizzazione ‘della miseria’) l’eventuale piccolo gesto di dissenso (come una mano agitata, un sopracciglio alzato, lo sguardo sbarrato), con cui il ‘condannato’ volesse chiedere aiuto? Il tempo necessario al medicinale per ‘fare il suo lavoro’ (nel caso del barbiturico) lascerebbe al ‘suicidante’ energie sufficienti a ribellarsi a ciò che gli accade/ a mettere in parole-gesti l’eterea consapevolezza di aver cambiato idea… ? Si può essere sicuri che nessuno dei siucidi già ‘aiutati’ sia morto sentendosi ‘assassinato’ piuttosto che ‘aiutato’ (e che nessuno dei futuri sucidi ci si sentirà)… ? Si può essere sicuri che dietro quella che si ‘voleva’ far passare per ‘buona’ morte non ci sia altro orrore (oltre quello dei ‘vice’-Dio che ‘possono’ spegnere le vite)?
Brunner, intanto, è nostalgico del pentobarbital sodico che si usava prima (per ‘suicidare’ la gente) e che ricorda le camere della morte dei vari esempi incivili di ‘somministrazione’ della pena di morte. Il procuratore generale di Zurigo non me ne voglia, ma non me la sento di essere solidale con lui; se solidarietà devo esprimere, la esprimo per la vita (fosse anche della durata di mesi-giorni-ore-pochi attimi) e per la morte ‘naturale’. Non condividerò mai la volontà di perpetrare crimini contro la vita, neppure quando viene legalizzata da luoghi belli e civili, come Belgio, Olanda e Lussemburgo (e neppure quando viene spacciata per ‘intervento’ umanitario). L’uomo ha oltrepassato confini dai quali gli sarà difficile tornare indietro e dai quali, soprattutto, gli sarà impossibile vedere chiaramente dove dirige i suoi passi incauti.

CRAIG EWERTimmag. da Youtube


Il cinquantanovenne inglese Craig Ewert (nella foto), paralizzato da una sclerosi laterale amiotrofica, “è stato ‘aiutato’ in una clinica svizzera” (ho letto questa frase, su vari organi di stampa, proprio con queste specifiche parole e ho avuto un attimo di smarrimento: se avessi letto tale notizia, in altri periodi storici, avrei pensato che, in Svizzera, avessero aiutato Craig in qualunque modo, tranne uccidendolo). È morto, invece, Craig; si è suicidato, con la connivenza di gente che ha recitato la parte di una serena ‘normalità’ nella performance tragica di un suicidio (che è, per lo più, un omicidio, perché quell’uomo avrebbe potuto vivere e donare la sua presenza, il suo calore, la sua parola, la sua vicinanza, i suoi sguardi, il suo charme, il suo sapere, la sua personalità ancora a lungo o, comunque, non importa se per poco, per tanto o per quanto) . Gli ultimi istanti di vita di Ewert sono stati filmati. L’espressione compita e composta del moribondo è ‘consapevole’/ dice che egli non era indifferente alla sua immagine (l’ultima, quella che gli sarebbe sopravvissuta) e agli occhi indiscreti che spiavano gli ultimi istanti-barlumi dei suoi occhi (e a quelli che li avrebbero spiati, come rapaci predatori dissacratori, nel futuro). Non potendo vivere una vita ‘normale’, quell’uomo ha scelto di togliersela del tutto (la vita), cadendo nell’abbaglio-trappola della disperazione più nera. Ciò è molto, molto, molto triste (e inaccettabile), perché ciò che fa l’uomo uomo non è quanto e dove egli possa camminare/muoversi, ma quanto egli sia in grado di intuire/ capire (e molto può dare chi è capace non solo di pensare, ma anche di parlare).  Un uomo pensante (e, per di più, parlante) ha molto da dare (alla famiglia, alla società e all’umanità che, più che di gente ginnica, hanno bisogno di esempi da seguire-di consigli da scoltare e di idee foriere di ‘illuminazione’).
Il miracolo Mario Melazzini e “l’altra faccia della mezzanotte”
Non so e non posso fare a meno di citare la figura magnifica del Dr (professor) Mario Melazzini (primario del Day Hospital Oncologico della Fondazione S. Maugeri di Pavia e Presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica -AISLA), al quale, quattro o cinque anni fa, è stata diagnosticata la Sla, la stessa malattia di Craig, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, appunto. Tale malattia degenerativa del sistema nervoso è inguaribile, a eziologia ancora sconosciuta,  porta alla perdita progressiva della capacità di deglutizione/ di articolazione della parola/ di controllo dei muscoli fino alla paralisi. Gli effetti devastanti della Sla sono irreversibili. La sola cura possibile esistente è un farmaco chiamato Riluzolo (che ne rallenta l’avanzata/ allunga l’aspettativa di vita/ pospone il momento tanto inevitabile quanto temuto della ventilazione assistita). Ricevere una simile diagnosi è quanto di peggio possa capitare ed è capitato al professor Melazzini. Egli è un grande del nostro tempo e meriterebbe di essere trasformato in stendardi da esporre nel mondo, come esempio di positività coraggiosa/ fattiva/ altruistica/ intraprendente/ eroica e magnifica. Quell’individuo (colpito da un male che non perdona/ che gl’imprigiona l’intero corpo e gli rende difficile tenere il capo eretto e articolare le parole) è una creatura indomita e meravigliosa che fa onore al nome ‘uomo’: cura gli ammalati oncologici, si fa perno-lampada della ricerca sulla Sla, tiene conferenze (con la parola già limitata dal progressivo irrigidimento-paralisi)/ lavora alacremente, mettendo la genialità del suo cervello insigne al servizio della scienza, dell’insegnamento, della ricerca, della pedagogia e del bene in senso lato)/ è un eroe determinato a spargere nel mondo fino all’ultima scintilla del suo genio illuminante/ è ciò che l’uomo dovrebbe essere sempre-ovunque e comunque (una candela determinata a non spegnersi senza prima spendere/ spandere luce fino all’estremo potenziale della sua essenza totale). L’umanità ha bisogno di uomini così. Finché ce ne sarà anche soltanto uno, gli umani potranno sentirsi onorati di chiamarsi ‘uomini’ (perché alla valenza della parola –teorica in quanto ‘verbo’- potranno abbinare la sostanza -più preziosa di qualsiasi tesoro- del cuore generoso come le profondità degli oceani/ del cervello geniale e inarrestabile/ dell’intelletto acuto e illuminante/ dell’eroismo vero di un grande ‘uomo’).     
Che spreco triste e doloroso è, invece, lo ‘spegnimento’ delle vite (e… dei cervelli attivi che ne sono propulsori…); che ferita aperta sono nel mondo le assenze di coloro che più non possono donarci i loro pensieri…
È morto, il 19 marzo 2008,  “di eutanasia” Hugo Claus
(novelist, poet, playwright, painter, film director, dramatist), lo scrittore belga che ha scritto (in lingua fiamminga)  opere come “Corrono voci” e “La sofferenza del Belgio” ( altre con pseudonimi come Dorothea van Male, Jan Hyoens e Thea Streiner, oltre a 35 pezzi originali e 31 traduzioni da Inglese, Greco, Latino, Francese, Spagnolo e commedie e romanzi). È improprio, a dir poco, però, sostenere che sia morto di eutanasia, perché, in realtà, è morto suicida (‘aiutato’ a uccidersi dal suo Stato e da tutti coloro che ritengono giusto incoraggiare la depressione e l’istinto suicida di chi debba attraversare il tunnel del dolore senza speranza e abbia bisogno di tempo per ‘metabolizzare’/accettare la notizia del deterioramento inarrestabile della sua salute fisica e/o mentale).


 Hugo Clausimmag. da multimedia.quotidiano.nel


Ha ‘scelto’ di ‘farsi spegnere’ Hugo Claus (nella foto sopra), nell’ospedale Middelheim Ziekenhuis di Anversa, come una lampadina ancora funzionate che avesse paura di fulminarsi quanto prima. Possono rivestire la cosa di tutte le attenuanti del mondo, ma non possono indurmi a non viverla come uno sfregio terribile all’umanità e alla vita (nonché al premio Nobel al quale Claus era stato ripetutamente candidato e che, con quel gesto estremo, ha rinnegato). Il rispetto per il dolore e per la disperazione mi portano a provare una pietà grande per quell’uomo che non ne ha sopportato il peso ( e che, spero, non sia giunto alla conclusione di uccidersi soltanto per la vanità di ‘lasciare di sé un buon ricordo’). Sono, comunque, arrabbiata, non con lo scrittore (confuso dal dolore di quell’infausta diagnosi, depresso e scoraggiato), ma con gli Stati che si fanno ‘mezzani’ di tentazioni terribili e di strumenti di morte, perché, se così non fosse stato, Claus sarebbe ancora dov’era sempre stato e starebbe ancora producendo ‘cose belle’ per il mondo (perché la sua grande cultura non gli avrebbe permesso di suicidarsi nel privato della sua abitazione e senza la ‘giustificazione’ legale del suo Stato). Chi ha detto che, pur essendo ammalato del morbo di Alzheimer, egli non avesse ancora molto da dare? Chi può dire quanto ‘tempo buono’ avrebbe potuto concedergli il suo male (con l’ausilio delle nuove scoperte che ‘hanno fatto passi da gigante’)? Chi può sostenere che aver interrotto il fluire dei suoi pensieri non rappresenti la perdita irreparabile di qualche intuizione-talismano necessaria a qualcuno/ a pochi/ a molti/ al mondo? Ha scelto di andarsene “as a great glowing star” e prima di “cadere nel buco nero” (come ha detto il primo ministro Guy Verhofstadt). La cosa, però, risulta inaccettabile persino alla Lega Belga contro l’Alzheimer (che- dovendo necessariamente assumere un’atteggiamento di circostanza- ha detto che ‘rispetta la decisione di Claus’ –che altro poteva dire?-, ma ha precisato, specialmente per la stampa, il messaggio chiaro e forte che ci sono other options for Alzheimer patients). Il messaggio di tale lega belga va gridato ai quattro venti: ci sono altre opzioni per gli ammalati di Alzheimer/ ci sono possibilità di cura e di contenimento del male-di buona durata (e qualità) della vita!!! Gli ammalati non si scoraggino, non perdano la speranza, si rivolgano alla medicina, cambino il medico fino a quando non ne trovino uno che sia un amico, condivida con loro il peso della disperazione e li aiuti a ritrovare la speranza e la serenità (se non lo trovano in patria, vadano all’estero/ facciano i viaggi in favore della vita e non della morte).
Non accade a tutti gli ammalati gravi (più o meno noti), per grazia di Dio, di lasciare al mondo l’eredità della lacerazione dolorosa del suicidio (qualunque ne sia l’alibi giustificante). Non è accaduto a Charlton Heston, per esempio (che ha fatto la sua ultima comparsa in pubblico/ ha detto che salutava tutti e il mondo, mentre era ancora in pieno possesso delle sue facoltà mentali/ si è ritirato nel calore della sua esistenza privata e ha vissuto, nel modo più normale possibile, fino al giorno della sua morte -5 aprile 2008, all'età di 84 anni). Avrà pure fatto parlare di sé, negli ultimi anni della sua vita, per motivi non legati alla sua innegabile grandezza di artista (vedi  il fatto che fosse presidente -dal 1998- della National Rifle Association, potentissima lobby americana sostenitrice del diritto dei cittadini a difendersi/ vedi una delle sue ultime apparizioni, quella nel docu-film di Michael Moore, Bowling for Colombine, in cui, intervistato, stringeva il fucile tra le mani tremanti, per l'Alzheimer, e sosteneva che possedere armi fosse un giusto diritto), ma merita ammirazione e rispetto, per ciò che è stato da giovane e anche per ciò che è stato da vecchio (perché ha saputo affrontare la vecchiaia e la malattia -e che malattia!- con coraggio encomiabile e dignità straordinaria e orgogliosa –e ha saputo evitarci il dolore di un altro suicidio da ‘stivare’ tra i ‘segnali’ negativi del nostro tempo).

Suicidio/etica e religioni
Non sarò mai grata abbastanza, a Charlton Heston, di aver fatto dono al mondo della ‘normalità’ (‘sana’) della sua morte/ di non aver giustiziato l’immagine dei suoi personaggi carismatici e trascinanti/ di non aver tracciato una croce cancellante sul ricordo dell’indimenticabile Mosè che egli ha interpretato nel film di Cecil Blount De Mille (I Dieci Comandamenti)/ di aver lasciato che la sua vita seguisse il suo corso e terminasse, con la dovuta ‘dignità’ (quella vera), secondo il volere di Dio/ di aver accettato l’ultima sfida della ‘scultura’ che il Creatore aveva in mente per lui/ di non essersi sottratto allo scalpello finale del suo ‘cesellatore’ divino/ di aver osato il coraggio eroico di bere la coppa della vita fino in fondo/ di aver seguito il sentiero inteso per lui dalla notte dei tempi/ di non aver preteso di entrare nella vita del sempre con grimaldelli  anticipati-forzati-sbagliati/ di non aver aperto brecce nei muri del dopo morte (in cui solo Dio può spalancare le porte maestre agli ospiti -ai quali Lui soltanto può chiedere di smettere l’abito-corpo ormai liso e di cingersi i fianchi con le tele di luce atte a rivestire la vitadopolavita).
Viviamo in un secolo in cui l’Occidente sta smarrendo la via (accecato da politiche-ideologie pretestuose e dimentiche dell’evangelico ammonimento su chi possa o non possa ‘passare nella cruna dell’ago’) e si sta ostinando a incedere nella direzione sbagliata, facendo finta che i colpi inferti ai valori non scardinino nulla e che ogni pilastro che cade non scandalizzi gl’innocenti (distorcendone la visuale del mondo/ della vita/ della morte e di tutti gli annessi e connessi). Ignorare dolosamente le chiare ‘indicazioni’ delle varie religioni è, forse, la causa del dilagare delle guerre e del male in  generale (a livelli macroscopici) nel mondo. Non c’è religione che non ammonisca l’uomo sul rispetto per la vita (in tutte le sue forme e in tutti i suoi respiri-momenti) e non c’è anfratto-parola nei libri sacri mondiali che incoraggi ad accorciare l’arco prestabilito della vita/ a rifuggire dalla sofferenza (di qualsiasi entità)/ a suicidarsi (con la pretesa di ‘scegliere’ quanto soffrire/ come morire e quando)/ ad alterare l’ordine ‘cosmico’ che include le individualità.
L’Islam crede che la vita umana sulla terra sia una ‘prova’ (da sostenere  nell’attesa de ‘la’ VITA vera, quella post mortem- che, come le religioni cristiane prevede il premio o il castigo eterno: l’inferno o il paradiso).
La prova della vita include la parte finale di essa e la tipologia dell’agonia (che non compete all’uomo scegliere o decidere); ‘scappare’ da essa, saltandola a piè pari, con il suicidio, non credo proprio che sia un concetto compatibile con il coraggio, in ogni caso.   
Il Buddismo crede nel karma (e nelle religioni ‘nate per dare conforto ai sofferenti’); non include i ‘concetti negativi’; non potrebbe mai includere il suicidio (poiché ‘cercare la morte volontariamente è un concetto negativo’).
La religione cristiana non ammette in alcun modo il suicidio e fa di più: usa parole terribili contro chi commette ‘atti’ che sono di cattivo esempio per gli altri e, specialmente, per gl’innocenti. Riferendosi a chi scandalizza i “piccoli che credono”, dice: “… è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo” e lo si getti nel mare e continua: “… se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio… entrare ne ’la’ vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile”/ “… se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio… entrare ne ‘la’ vita zoppo, che con due piedi nella Geenna”/ “…se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio… entrare ne ‘la’ vita con un occhio solo, che esser gettato con due occhi nella Geenna, dove il… verme non muore e il fuoco non si estingue. Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma, se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi…” (Mc 9, 42-48) 
Dimostrano di ‘non avere sale’ in se stessi gli Stati e gli uomini (indipendemente dalle religioni in cui –eventualmente- credano o non credano), quando forniscono agli ammalati gravi (o a chiunque abbia un disagio che gl’impedisca di “vivere bene”) la possibilità di suicidarsi (con relativi alibi- argomentazioni-mezzi), per varie ragioni. Sono di “cattivo esempio”, come dice il Vangelo, vengono meno ai loro doveri più sacrosanti e irrinunciabili e si fanno istigazione al suicidio. Credo che fornire a chi è ammalato/ stanco/ sofferente/ sfiduciato la tentazione del suicidio sia come dargli un veleno ad effetto lento e sicuro, pronto a prendere piede in modo devastante insieme alla depressione/ che la società abbia la responsabilità di ‘tenuta’ contro la ‘esondazione’ del ‘negativismo’ e della disperazione/ che la lotta al suicidio sia un argine da rinforzare e non da abbattere (di qualunque suicidio si tratti). Concedere (sia pure a chi è ammalato) ciò che non è facoltà umana concedere è da stolti/ altera l’ordine della creazione/ spiana la strada a storture di ogni tipologia-livello.
Il video del suicidio di Craig Ewert è stato messo in onda come un qualsiasi spettacolo (un altro argine ‘intoccabile’ è caduto): l’agonia (il momento-mistero estremo destinato al rapporto tra l’uomo e Dio) è stata dissacrata due volte (quando è stata ‘indotta’ -come vero e proprio omicidio- e quando è stata spiata e violata). Non ci si scandalizzi della parola omicidio, poiché un uomo che pensi di non voler più vivere è depresso e stanco, ma un uomo che gli ‘dia corda’ e lo accontenti commette omicidio (checché ne dicano le vie di mezzo dei bla-bla-bla estenuanti dei nuovi sofisti e/o le posizioni ignave di chi si dica ‘disponibile’ per qualsiasi ‘indirizzo’ che vada di moda, tutti ugualmente privi di argini-misura quanto di effettivi apporti costruttivi).
L’Occidente farà bene a riflettere sulla direzione che sta prendendo, perché i ‘segnali’ di questo tempo orfano di Dio sono preoccupanti… I genitori di Daniel James (il giocatore inglese poco più che ventenne) hanno portato il figlio a suicidarsi (‘aiutato’ -in una clinica svizzera); la giustizia britannica ha deciso di non processarli; incoraggiati da tale ‘andazzo’, i ‘benpensanti’ di turno si sono sentiti liberi di diffondere il video del suicidio di Craig. Il caso di Daniel duole ancora dentro il cuore di milioni di persone, perché era giovane e forte e avrebbe potuto vivere per molte decine di anni, imparando ad ovviare agl’inconvenienti-menomazioni e ad eccellere in qualche altro campo, emulando le magnifiche-eroiche creature che non si lasciano sconfiggere dai corpi menomati e levano lodi a Dio e al creato nei modi più disparati (basti pensare a chi, senza arti, dipinge con la bocca cose spettacolari). Il caso di quel giovane svegliò l’opinione pubblica dal letargo, per un breve periodo, e fece venire a galla cose terribili, che il mondo scoprì con raccapriccio: più di 100 cittadini inglesi sono stati ‘portati’ in Svizzera a suicidarsi (come bestie al mattatoio)/ nessuno dei loro accompagnatori è stato incriminato dalla magistratura/ ben due terzi delle morti negli ospedali inglesi sono casi di eutanasia clandestina (ovvero di omicidi belli e buoni pensati autonomamente o ‘su commissione’ da personale medico che elimina i malati come cavalli azzoppati). Viene automatico pensare che il governo abbia pensato alla normativa del caso, forse, come a una ‘coperta’ pietosa da stendere su ciò che accade alla faccia sua ( e che dice che la governance più snob del mondo non governa, in effetti, più di tanto…).
Daniel James, giovane giocatore di rugby, si ruppe la colonna vertebrale (a 22 anni), durante un allenamento: la conseguenza fu la paralisi della metà inferiore del corpo. Subì numerose operazioni,  passò otto mesi nei centri di riabilitazione e riuscì a recuperare in parte solo l'uso delle dita. Si può ben capire come potesse sentirsi un giovane che era stato atletico e prestante ( tanto da essere descritto dalla stampa così: “…studying for a degree at Loughborough University, he had already represented England Students, England Universities and earned a call up to the England Counties squad. He had also played National League rugby for Nuneaton and Stourbridge”) e che si trovava a dipendere da una sedia a rotelle e dai genitori. Le continue terapie (che lo portavano a passare la gran parte del suo tempo negli odori e nelle atmosfere deprimenti delle strutture sanitarie) vessavano il suo spirito (abituato all’attività fisica e all’aria aperta) e l’incontinenza lo prostrava con un continuo senso di vergogna. Era il primo periodo della disabilità di un atleta, il peggiore di tutta la sua vita (quello del passaggio da farfalla a crisalide, un percorso inverso e contronatura). Ci sarebbe voluto qualche anno di assestamento e di normalità reinventata, in cui l’amore e l’appoggio di altra gente gli facesse scoprire che la vita non era finita e che aveva ancora cose da donargli (come il sole delle ore all’aperto, il sorriso e l’allegria degli amici, nuovi modi di passare il tempo piacevolmente). Sacrosante risultano (sempre e in questo caso più che mai) le parole del professor Melazzini: “I medici vogliono trattare e guarire le malattie, ma il cuore della professione medica è l’attenzione verso l’essere umano. Al Gemelli c’è cultura della persona, ma non è così ovunque”. Melazzini sa bene che cosa significhi ritrovarsi di colpo inerme e sta cercando di ‘socializzare’ (il più a largo raggio possibile) una coscienza-consapevolezza di come possa sentirsi un malato di quel livello se affidato a medici che sappiano soltanto imbottirlo di cure ma che non sappiano ascoltarlo, comprenderlo, tranquillizzarlo, informarlo (lanciandogli qualche àncora-speranza qua e là), tutelarlo nella propria dignità-identità-autonomia/ non sappiano “prenderlo in carico”, insieme alla famiglia, per alleggerirne la sofferenza/ non sappiano che “il malato ha bisogno di essere amato e affiancato”/ non sappiano che egli ha bisogno di spalle robuste cui appoggiarsi, per poter superare le indescrivibili sensazioni disorientanti, la paura, la vergogna… Quel medico straordinario (che è un paziente affetto da una delle malattie più tragiche del creato) esorta i medici a tener conto delle cose suddette e a trasformare il rapporto con i pazienti in un “patto” bipartito che faccia bene al medico (migliorando la sua professionalità e arricchendo la sua umanità) e al paziente (salvandogli letteralmente la vita).  
Suppongo che il viatico-conforto rassicurante caldo come il sole non si sia materializzato (o che non lo abbia fatto in tempo) accanto a Daniel James che ‘si tolse di mezzo’ troppo in fretta e non ebbe modo di scoprire nuovi modi per superare il vuoto terribile che lo aveva avviluppato. La giovinezza di Daniel si arrese al buio/ chiese di essere portata a morire (forse immaginando un luogo simile al cimitero degli elefanti, tra dune striate di sabbia antica… ). Il giovane fu portato a Berna (ove fu ‘aiutato’ a uccidersi –Oh, se soltanto avesse potuto conoscere Melazzini… e scoprire che anche il senso di vergogna per la sua incontinenza altro non era che un ‘disagio’ superabile). La notizia del suicidio assistito si riseppe ai suoi funerali. La stampa riportò il turmoil da essa suscitato nella società e i vari movimenti di opinione, ma non riuscì a ‘schermare’ il disagio as thick as fog, che si tagliava a fette. Alcuni titoli (come 'Second-class life' not enough for injured rugby star) misero il dito nella ‘piaga’ che ha ucciso Daniel e che non si fermerà a lui (“se voli di saggezza non verranno”). Le malattie, a volte, non sono le sole responsabili delle ‘scelte’ (che tali non sono, in quanto legate a condizionamenti-indottrinamenti molto più profondi e lontani dalla causa-malattia scatenante). Famiglie, scuole, organizzazioni varie (la società, in senso lato) sono i seminatori di tutte le idee-principi che regolano, in pratica, la vita spicciola e… la morte (divenuta, d’improvviso, altrettanto ‘spicciola’) dei singoli e dei popoli. Un ragazzo che si trovi di colpo trasformato in un ‘mezzo uomo’ non sa fare altro che desiderare la morte, in un primo momento, e ciò non può che apparire ‘normale’. Ciò che mi ferisce e che non mi appare ‘normale’ è che gli adulti che gli sono accanto trovino ‘logica’ e ‘giusta’ una simile ‘cosa’ mostruosa e che si adoperino contro tutto e tutti per ‘realizzare tale ‘sogno’. Qualcosa stride troppo forte, da qualche parte. Il livore della madre dell’atleta suicida contro l’assistente sociale che, avendo scoperto la ‘fuga’ verso la morte, corse alla polizia, è come una dissonanza difficile da catalogare. La donna era indignata con quella persona e non perché non avesse eventualmente conosciuto-aiutato-confortato-dissuaso suo figlio dal suicidio, ma perché non aveva tenuto conto del ‘fastidio’ che creava, chiamando la polizia, alle due sorelle più giovani dell’aspirante suicida (che avevano visto soffrire il fratello e, dulcis in fundo, avevano dovuto ‘salutarlo’, il giorno prima/ -salutarlo…, lasciarlo andare a morire e… a morire ‘suicidato’ da esperti). I piani di lettura-meditazione di certi eventi hanno bisogno di sfaccettature lunghe e dolorose, ma… la cosa che mi confonde e mi ferisce di più è la sensazione di non conoscere parole di solidarietà adatte al caso (il disagio derivante dalla mancata necessità di ‘dare conforto’ a chi è probabilmente forte della ‘serenità’ guadagnata ‘ accontentando’ il figlio/ della ‘coerenza’ con i motivi ispiratori della vita propria e dei figli).
Non intendo mancare di rispetto a nessuno e mi sento dwarfed dalla portata degli argomenti di cui sto parlando, ma… non posso fare a meno di tornare a un episodio che ho vissuto, sulle rive del Fiume Indo, decine di anni fa… Conoscevo una signora australiana, che aveva ‘adottato’ (cioè catturato) uno scimpanzè e che lo trattava come un bambino. La trovai, anche nell’ultimo giorno in cui le feci visita, con l’animale in braccio, mentre si dedicava alle faccende domestiche. Mi disse parecchie cose e mi annunciò che sarebbe partita. Io ‘pescai’ quattro brevi parole nel fiume di frasi (che la donna fece cadere con voce dolce e molti sorrisi) e le portai con me; ancora le giro e le rigiro nella mente, come carboni accesi: …put him to sleep… Era un po’ logorroica quella gentile signora e io ero abituata a distrarmi mentre lei parlava: coglievo qua e là quanto bastava ad essere educata e dedicavo la mia attenzione agli oggetti che aveva in casa e al paesaggio. L’animale (che avvolgeva  la donna nell’abbraccio delle sue lunghe zampe e che si guardava attorno con aria sonnacchiosa e innocente-fiducioso abbandono) è ancora un assiduo abitatore dei miei ricordi… Seppi, poi, che avevo sbagliato nel presumere che lo avrebbe deposto nella poltrona pensile di vimini, per l’abituale sonnellino: aveva voluto condividere con me la sua idea distorta di morboso amore; mi aveva comunicato che, prima di partire, avrebbe ‘messo a dormire’ (per sempre/ avrebbe ucciso) il suo pet ‘amato’, perché non soffrisse… (in sua assenza). Ero estranea a un simile concetto dell’amore (e… ancora non mi perdono di aver perso l’occasione di oppormi energicamente al gesto crudele). L’ombra di quella donna (che coccola lo scimpanzé, gli fa bere la morte, lo seppellisce ‘con amore’ e parte, senza sentirsi in colpa per  avergli tolto la vita/ non averlo ceduto ad altri ‘genitori’/ non avergli dato la libertà sulla riva del fiume -ricca di ‘cibo’ idoneo all’animale in questione- e, anzi, sentendosi in pace con se stessa ‘per averlo amato tanto da ucciderlo per non farlo soffrire’) m’insegue ancora nei dormiveglia (in cui la mente intorbida i ricordi e porta a galla  i ‘detriti’ sotterranei).
Il caso James causò, in Inghilterra, un’inchiesta che non portò a nulla (dicono che la legge inglese non sia “chiara sulle esatte circostanze che possono portare all’incriminazione”- Cosa abbastanza tragica, che potrebbe fare da paravento a qualsiasi tipo di ‘irregolarità’, per dirla eufemisticamente, soprattutto se si pensa a tutta la gente che ‘viene suicidata’ negli ospedali probabilmente/ sicuramente senza essere interpellata). Non c’è davvero di che stare allegri: cento (non uno!) cittadini di una nazione, nella quale favorire-praticare il suicidio ‘non era’ legale, sono stati ‘trasportati’ all’estero, vivi, e riportati in patria, morti, da individui (almeno duecento, se non trecento) che hanno praticato il ‘turismo’ della morte (in favore di una nazione straniera) e la magistratura non ha saputo fare di meglio che ‘non trovare’ basi per incriminarne almeno uno (…nonostante il Suicide Act del 1961,che ha depenalizzato il suicidio ma ha reso reato l'assistenza al suicidio).
 I vescovi britannici hanno levato la voce contro la normativa sull’eutanasia (meglio detta ‘suicidio’), che il Parlamento britannico sta approvando/ hanno ammonito contro il rischio di “provocare una graduale erosione dei valori” (che, in verità… -se ancora ce ne sono- hanno ricevuto una bella botta), temendo che, con il tempo, potrebbero essere “rimpiazzati” dal “freddo calcolo dei costi connessi con un’adeguata assistenza ai malati e agli anziani”. Il loro timore, più che giustificato, è riassunto in queste parole: “Come risultato, molte persone malate o in fin di vita potrebbero sentirsi di peso per gli altri. Il diritto a morire potrebbe trasformarsi in un dovere di morire”. E vi sarebbe da aggiungere che i ‘badanti’ potrebbero sentirsi legittimati a spingere la debole psiche dei ‘badati’ a ‘scegliere’ la soluzione atta a liberare i badanti medesimi da un notevole peso. Il governo, anziché preoccuparsi di legalizzare una pratica contro natura, farebbe meglio a fornire agli ammalati luoghi pieni di amore (che li inducano a scegliere di vivere) e a perseguire i delitti ‘sotterranei’ che si consumano ‘insalutati’ negli ospedali del territorio ‘governato’.      

Il tragico fraintendimento della parola eutanasia (conclusione: Bacone si rivolta nella tomba)
Importa poco che ad ammonire contro i rischi dell’eutanasia siano persone di una religione o di un’altra, preti o laici, credenti o miscredenti. La dignità del malato, della vita e della morte ha bisogno di esseri umani che abbiano un cuore giusto e saggio (al di là delle divinità in cui credono e delle fazioni politiche)/ che sappiano trovare il discrimine tra bene e male in tutte le cose/ che non deraglino strada facendo, attribuendo a parole e a cose materiali o astratte significati errati (com’è accaduto con il termine ‘eutanasia’, nato dal saggio Of the Proficience and Advancement of Learning –progresso della conoscenza-, che Francis Bacon scrisse nel 1605). Il filosofo, politico e saggista inglese, in detto saggio, spronava il personale medico ad avere una cura speciale per i malati inguaribili/ a non abbandonarli a se stessi/ a farsi carico della loro sofferenza, riducendola il più possibile/ a non farli sentire talmente soli e disperati da desiderare la morte, praticamente. La Gran Bretagna di oggi farebbe meglio a rispolverare gli scritti del suo illustre antenato e i convinti sostenitori dell’eutanasia farebbero bene a vergognarsi di averla fraintesa. L’idea di “aiutare” a morire, “dando la morte” farà rivoltare Bacone nella tomba, perché egli esortava i medici a prendersi cura dei malati, perché andassero incontro alla morte il più serenamente possibile, seguendo il corso naturale della malattia e della fine della vita. Il concetto di ‘buona morte’ (dal greco: eu/ ευ = bene/ buono e thanatos/ θανατος = morte) contenuto nell’etimologia della parola eutanasia (dal greco ευθανασία) invitava il medico a far sì che la morte sopraggiungesse in modo ‘naturale’ e non fosse dolorosa (cosa che, invece, per assurdo, accade nell’orribile ‘omicidio’ a mezzo sacchetto pieno di elio, che provoca sussulti squassanti per una durata ‘extralarge’). Il concetto di ‘uccisione’ per pietà s’insinuò nel termine puro e semplice verso la fine dell’Ottocento (quando, però, si aveva il buongusto di ‘tradurlo’ come meritava: l’omicidio del consenziente).
L’antichità non si è macchiata di questo crimine, prova ne sia il giuramento di Ippocrate (420 a. C., circa), che recita: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Il primo corpus legislativo della storia che contenga avvisaglie etiche e deontologiche riferibili a una ‘posizione’ di relativo rispetto nei confronti del suicidio (‘in certe condizioni’) è il Codice di Hammurabi. L’antico testamento riporta l’uccisione di Saul –per sua richiesta- da parte di un soldato (II Samuele 1,6-10) e, di pari passo, la condanna a morte di quel soldato, per omicidio, da parte del re David.
 Molti sono stati i secoli oscuri della vita dell’uomo sulla terra, ma, senza forse, nessuno di essi ha avuto il potenziale distruttivo di questo (che dispone, oltretutto, di mezzi di diffusione planetaria del bello e del brutto/ del bene e del male). Questo secolo, perciò, deve fare molta attenzione all’etichetta che dà agli eventi (minuscoli-piccoli-grandi), perché nessuno di essi è insignificante (dal momento in cui raggiunge-influenza le longitudini più disparate dei singoli e delle moltitudini). I concetti da ‘maneggiare con cura’ sono infiniti, ma, tra essi, quello di una vita-non vita (degna di essere interrotta-spenta-annullata-tranciata nel punto in cui si faccia portatrice di sofferenza-incapacità di benessere) ha una posizione-ruolo primaria (come il quando-per chi-fino a quale punto-se la sofferenza e i disagi siano da considerare caratteristiche di una vita-non vita). Risiede in detti concetti la differenza tra una società basata su principi salvanti e un’altra basata su valori effimeri-portatori di abbagli-passi verso crimini singoli o verso vere e proprie stragi. Le interviste ad alcuni aspiranti suicidi hanno dimostrato che sotto l’ombrello dell’eutanasia si possono ‘rifugiare’ molti ‘casi’ di chiaro disagio psicologico. Quei casi servano da monito alla cecità endemica degli esseri umani, perché non cadano nella trappola malsana del ‘vita-non vita: meglio morire’ (slogan-musica che potrebbe accompagnare il ‘funerale’ di vere e proprie folle di aspiranti gaudenti/ renitenti al sacrificio e ad eventuali difficoltà apparentemente insormontabili impreviste). Tutto ciò può far sorridere qualcuno (buon per lui), ma non è tanto lontano da certe realtà umane occidentali (fatte di nuove generazioni che di fronte al popolo che si lamentasse di non avere ‘pane’ risponderebbe come fece la regina Maria Antonietta, in Francia: “Perché non mangia le brioche?”).    

Le condizioni di vita descritte nel film “L’albero degli zoccoli”  come sarebbero considerate oggi dai nostri giovani? Quanti di essi sarebbero disposti a superare la ‘prova’ dell’inverno in case gelate e piene di spifferi (in cui il caminetto serviva a mala pena a cuocere le scarse vivande della sopravvivenza)/ a circolare senza scarpe, ritenendosi fortunati di un paio di zoccoli e dei geloni ai piedi e alle mani/ a non possedere nulla e a vivere tra pozzanghere e fango (ringraziando le tramontane taglienti che bruciavano e ferivano la faccia, ma che rendevano asciutte le strade con il ghiaccio)/ a non avere pretese-superbia e a non lamentarsi di nulla/ ad essere ossequiosi verso gli anziani e verso Dio (anche se non ‘rispondevano’ con la realizzazione dei loro ‘sogni’- parola tanto ‘abusata’ oggi)/ ad accettare la vita (non avulsa da tribolazioni) e le sue albe (non avulse da tramonti) come un dono/ a non potersi permettere di possedere neppure un pezzo di legno dal quale trarre uno zoccolo per il piede nudo del proprio bambino…? Temo, purtroppo, che simili condizioni di vita potrebbero essere considerate, oggi, almeno da una buona percentuale di individui giovani, ‘disumane’/ ‘disperate’/ ‘prive della dignità’ che compete all’essere umano… (alla faccia dei ‘valori’ in esse riscontrati da chi ha assegnato al film la Palma D’oro al 31° festival di Cannes). Non mi sento di escludere che, piuttosto che vivere una vita (considerata ‘non vita’), molti individui contemporanei potrebbero chiedere di essere ‘aiutati’ a morire (a chiudere, cioè, la vita, nel punto in cui dovesse farsi troppo dura da sostenere)…  
È difficile (sebbene possibile) dire che cosa l’uomo del passato abbia perduto nel tempo e che cosa l’uomo moderno abbia saputo conservare/ chi fosse l’uomo (nei vari stadi del suo divenire)/ chi è, oggi. Non è il caso di approfondirlo in questa sede, ma è il caso di dire di che cosa ha bisogno e lo dirò citando –tra virgolette- alcune parole di Maria Luisa Forin: l’uomo ha bisogno di “ripulire la lente dell’attenzione, per scorgere i segni del risveglio” da un “lungo, gelido inverno”/ ha bisogno di  “germogli” che spandano “splendore” (e non buio) e che aprano il mondo a una “necessaria primavera”/ ha bisogno di fioriture sterminate di “luce e di speranza”/ ha bisogno di ‘speratori’ coraggiosi che sappiano cardare e tessere il filo di luce necessario a un tessuto sociale privo di parti necrotizzate (e di necrofili/ spargitori di metastasi divoratrici del ‘valore’ vita/ assassini della gioia di vivere).

 La vita

  La vita ( il sorgere del sole e il pudore delle aurore dalle rosee gote/
 lo schiudersi di un fiore e il trillo di un colibrì tremulo e leggero/
  l’ondeggiare dei campi di grano accarezzati dagli zefiri antichi/
 le note dei canneti suonati da arpeggi di vento/
  la malia dei monti bianchi di neve o azzurri di crepuscolo pudico/
 la gloria dei tramonti infuocati di foreste-steppe-savane chiacchierine/
 la musica delle stelle-ninna nanna cadenti su dune che toccano il cielo/
la voce del divino che gorgoglia in acque ingenue/
la malia degl’infiniti volti di fiumi-alberi-profumi-colori/
 l’immensità variegata delle piccole vite sciamanti in erbe-sabbie-terre-mari/
la flessuosità aggraziata delle volute leggere che abitano profondità insondate
/…/
il sospiro lieve che separa l’uomo dall’immobilità eterna/
il palpito d’infinito che danza in una goccia di rugiada/
l’ala degli angeli che s’invola negli occhi dei bambini/
il fremito dei sogni che scalpita dietro le palpebre degli adolescenti/
il frullo dei ricordi che riordinano i ranghi nello sguardo pacato degli anziani/
il trotto serrato delle passioni dal giovane cuore/
il canto dell’amore che nasce-cresce nei singoli petti e non teme boundaries oltre clessidre/
 la melodia irreprimibile delle nostalgie-rimpianto/
il ruggito-ira dell’odio dilagante...)
fermerà il rumore dell’uomo
(che erge confini fatti di cuori vivi
e poi li squarcia, impugnando a baionetta  le bandiere)
/…?/

Bruna Spagnuolo

 

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Vita di serie B? No, grazie. Suicidio- omicidio- eutanasia (1)
Vita di serie B? No, grazie. Suicidio- omicidio- eutanasia (2)
Vita di serie B? No, grazie. Suicidio- omicidio- eutanasia (3)
Sudan: schiavismo/ corcifissioni/ orrori senza fine e... corte europea dei 'diritti dell'uomo' iconoclasta (1)
Sudan: schiavismo/ corcifissioni/ orrori senza fine e... corte europea dei 'diritti dell'uomo' iconoclasta (2)
I festival nigeriani: specchi di africanità dalle molte identità (1)
I festival nigeriani: specchi di africanità dalle molte identità (2)
I festival nigeriani: specchi di africanità dalle molte identità (3)
Cina, Olimpiadi e sangue... Il Tibet piange e il mondo che fa?
Il mondo? Un treno su binari senza prosecuzione
Barack Obama ovvero politico come esempio, politico come personaggio
La fine del mondo ad Haiti e nelle isole caraibiche
Banchettano gli sciacalli sulle spoglie dei vinti (1)/ (2)/ (3)
25 XI gioranta contro la violenza sulle donne
L'Afghanistan, i nostri caduti e le inevitabili 'cogitazioni'
"Mamma e papà" come fantasmi da cancellare
Si vis pacem para bellum 1
Si vis pacem para bellum 2
Si vis pacem para bellum pst-scriptum
La guerra dell'ambiente
La lungimiranza quasi chiaroveggenza di Tellusfolio su Barack Obama
Terremoto in Cina. Gocce piccole per speranze grandi.
Il frastuono della guerra giustizia gli echi del Vangelo
Dietro lo schermo della televisione (Mino reitano)
Il segreto dei grandi
Fiaccola olimpica in manette. Il Tibet piange 2
Sul rapporto parola-immagine in Tellusfolio
Il primo passo verso il crimine storico è la negazione della storia
Pistorius non correrà alle Olimpiadi
Birmania. Figli di nessuno del terzo millennio
Il protocollo di Kyoto
Samoa/ Indonesia/ Filippine/ Messina