© by Bruna Spagnuolo

C I N E M A

La gente pensa di andare al cinema per riempire il suo tempo libero in modo piacevole, ma, in realtà, ci va per ragioni più profonde e più importanti (che variano da persona a persona e che vanno oltre la stessa percezione individuale). La verità è che lo spegnimento delle luci nella sala e l’accensione dello schermo rappresentano “la messa a riposo” dell’identità di ogni spettatore e l’inizio di un viaggio (individuale) nella storia e con la storia proiettato. Andare al cinema vuol dire immedesimarsi nei personaggi e, con loro e come loro, vivere avventure (impensabili nella realtà quotidiana): vuol dire, perciò, evadere/ viaggiare/ sognare e persino volare, anche se gli spettatori generalmente non lo sanno (cioè non ne sono consapevoli). La ragione per cui tutti sbattono le palpebre, alla fine di ogni proiezione, è congelata nel momento di incertezza che precede la levata dalla sedia e l’uscita dalla sala e affonda le sue radici nel bisogno di riprendere contatto con il mondo fuori-schermo (quello che racchiude i passi-vita pregressi e futuri dello spettatore in carne e ossa). Andare al cinema è una sorta di tregua nella guerra abituale dei giorni vissuti e da vivere/ è un’interruzione della corsa frenetica (e dei ruoli in cui ogni vita umana è pressoché intrappolata, suo malgrado). Lo srotolarsi delle vicende-storie-vite sullo schermo è come una chance di optional-vita irreale (in cui calarsi per la durata del film del momento e da cui uscire provoca un attimo di quasi sconforto-disadattamento). Andare al cinema, perciò, non è cosa marginale o trascurabile. La scelta dei film da vedere acquista grande importanza, in tale prospettiva.

Bruna Spagnuolo:  DA… VIA COL VENTO

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AVATAR

avatar


(OVVERO: …quando il cinema si fa patria dell’universo che si chiama ‘uomo’ e delle sue… Antenne Volte Al Tempo Amore-Rinascita)

Indice di questo breve saggio (scritto, nel 2010, subito dopo l'uscita del film): -Prologo/ -Avatar non è soltanto un film/  -Dati informativi e trama (sul filo della riflessione ragionata)/ -Echi dal mondo e dalla critica cum grano salis/-Epilogo


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-PROLOGO-  Ho imparato, per esperienza diretta, che alcuni film non possono essere semplicemente “guardati” e accantonati con superficialità e che quelli di James Cameron sono tra questi. Questo grande regista ha sfornato opere grandiose e ho l’impressione che la critica non dia a Cesare quel che è di Cesare, nel suo caso. Ho visto, di recente, Sanctum e posso affermare che è un capolavoro: girato tutto nelle viscere della terra e nell’acqua, è assolutamente unpredictable/ straordinario/ unico/ legato, dall’inizio alla fine, da suspence plastica e da un ricamo sapiente di trasparenze-opacità che danzano tra i meandri mai “sondati” delle profondità-roccia-acqua e… quelli dell’animo umano. Il 3D è soltanto grandezza in più, per quest’opera unica al mondo. Quanto ho appena scritto l’ho verificato di persona e posso testimoniare che non concorda affatto con quanto avevo, invece, letto su certa critica strampalata (che non parlava bene del film in questione e diceva qualcosa del tipo “non basta il 3D per fare un grande film”). La lezione che ne deriva è: non potendo sapere quando alla critica possa saltare in mente di scrivere cose del tutto fuori luogo e senza fondamento, è meglio giudicare con i propri occhi e non permetterle di pilotare la visione dei film con giudizi fuorvianti. 
James Cameron, in ogni caso, è al di sopra di ciò che può venire fuori dalla “penna” di un qualsiasi critico sperduto nel mondo: è e resta un big (e un vanto) del cinema mondiale.
Il mondo intero ammira il suo modo di “fare” cinema e io non faccio eccezione, ma oso affermare che, tra tutti i suoi capolavori, ce n’è  uno che non ha confronto: Avatar.

Molto è stato detto e scritto su Avatar, il film di James Cameron, che è messaggero di  immagini ‘diverse’ (mai viste prima). Guerre Stellari e Il Signore degli Anelli, in verità,  avevano già spianato la strada a questo ‘genere’ di film, ma Avatar è qualcosa di nuovo (qualcosa che ha la eventful forza propulsiva dei fulmini a ciel sereno). Non tutti sono d’accordo, ovviamente, ma le critiche provenienti dal cuore stesso degli eserciti  del profit (corazzati contro le emozioni ‘umane’ e ibernati sotto ciò che ormai non è più un pelo sullo stomaco ma un vello troppo spesso per il passaggio della luce) o dalle sue periferie ignave e inconsapevoli lasciano il tempo che trovano.
 
Ho sempre pensato che il cinema fosse una bella invenzione (e ne ho apprezzato le opere importanti) senza dedicargli eccessiva attenzione, fino a… Avatar. ‘Questa’ opera di James Cameron, in qualche modo, ha segnato un punto particolare nel mio rapporto con ‘il’ Cinema in generale e con ‘i’ Film, in particolare. Non ne ho preso coscienza, fino a quando tale percezione non ha, lentamente, assunto contorni definiti. Credo di poter affermare che il film in questione tutto sia fuorché un ‘film’ nel senso tradizionale del termine, perché è, in effetti, molte cose insieme.
Chi non lo ha visto (al cinema e in 3D o non lo ha visto affatto- ovvero non si è ‘esposto’ all’emozione della visione/ non si è immerso nelle ‘patrie’ molteplici dei messaggi a livelli uncountable in esso contenuti) non individuerà, probabilmente, il punto di fuga verso il quale viaggiano le mie parole (e potrà soltanto cercare di tracciarne il range immaginario).
Avatar, però, è qualcosa di gigantesco e di veramente straordinario/ qualcosa che non può essere catalogato come un semplice film/ qualcosa che ha a che fare con vari settori dello scibile (e che da essi scaturisce e in essi può essere travasato). I film, solitamente, sono tratti da opere scritte, ma, nel caso di Avatar, è il film il data-base di una possibile mastodontica opera scritta. Cameron, pur sfruttando la tecnologia esistente, ha creato un nuovo genere e lo ha fatto con l’estro del regista di classe che ha genio da vendere (non disgiunto dalle varie accezioni-umanità/ sensibilità/ profondità/ senso di giustizia/ chiaroveggenza/ buonsenso illuminato/ amore per la vita e per la bellezza).  

-AVATAR NON È SOLTANTO UN FILM-

Svilupperò, qui, di seguito, l’argomento ‘Avatar’, per coloro che hanno time and branches for the sun of knowledge, vale a dire ‘tempo e frasche’ per il sole della conoscenza, poi riporterò, prima della conclusione, l’eco sintetica degli ‘effetti’ (and side-effects) del ‘passaggio’ di “Avatar” nel mondo.

Vedere Avatar è come vedere molti film insieme, perché vi si captano ‘storie’ subliminali, che la mente sviluppa in parallelo e che fanno da pilastri portanti a ‘la’ storia centrale delineata per gradi, con il taglio degli eventi e delle immagini (perenni sorprese-costellazioni dell’unica grande storia sbalorditiva che nasce in sordina e cresce verso un’apoteosi centrale oceanica, anzi… spaziale e  senza confini).

Si è detto e scritto in lungo e in largo che Avatar “è un film di fantascienza”. Io definirei tale affermazione vera e falsa allo stesso tempo.
 
- Il film Avatar ha utilizzato “personaggi CGI” (ovvero computer generated imagery) “completamente fotorealistici”, utilizzando la “neonata tecnologia” del PERFORMANCE CAPTURE (che cattura le immagini delle scene recitate dagli attori e poi le anima). Può e deve, perciò, essere definito un film di “fantascienza” (anche perché proietta l’uomo in un’epoca dotata di mezzi di trasporto spaziali che hanno risolto i problemi delle distanze e del tempo/ sgancia l’umanità dagli “avatar” virtuali e la immagina capace di crearne in carne e ossa e persino dotati di caratteristiche somatiche aliene/ ipotizza tecnologie avanzatissime).
 Non può, però, essere definito “di fantascienza” per altri versi.
Avatar usa le vie straordinarie e poliedriche dell’arte per materializzare, come per magia, la bellezza (nel senso più ancestrale e puro del termine materico e simbolico) e l’armonia e farne casa (micro/macro) di realtà-vite sbalorditive (che, pur “trasferite” nello spazio, non rendono meno suggestivo il percorso allegorico del parallelismo con le stratificazioni molteplici della geografia scientifica e umana del pianeta terra).
Avatar dà vita a scene fantasmagoriche abitate da un respiro onirico, che cela un verismo graffiante e persino doloroso, in cui la salute del creato si fa musica delle corrispondenze simbiotiche tra le “sinapsi” umane e quelle della natura magnifica. Il cuore della vita del creato pulsa, nel film,  insieme ai ritmi vitali delle “voci”-creature pensanti e si sfoglia come eco dei loro sogni/ onda-abbraccio-culla del sapere saggio da travasare di generazione in generazione/ presenza discreta e onni-alitante di una vibrazione ineliminabile del senso del divino. Tutto ciò non è fantascienza/ è soltanto sublimazione del paradiso di cui l’uomo avrebbe potuto godere sulla terra (se gli artigli imprevedibili e malefici dei vari volti irriconoscibili del profit senza occhi e senza discrimine-anima non glielo avessero martoriato con la più perversa fantasia inventiva possibile della loro capacità di partorire catastrofi e morte). La  trasposizione (e l’innesto) di detti temi nell’arte è fantascienza quanto lo è l’asportazione di un tessuto vivo da un organismo e il suo innesto su un altro.
Grande è il regista che, con mano sicura e con mente attenta e viva, fa un’operazione di recupero di tutto ciò che c’è di bello/ di grandioso/ di poetico/ di buono/ di valido e di toccante nel mondo fisico e spirituale dell’essere umano e lo trasporta nel mondo dell’arte e della fantasia, per farne uno strumento di denuncia (che si fa canto dei valori umani e delle bellezze che sono alla base dell’ambiente in cui l’uomo può respirare, nutrirsi, correre, camminare, amare, riprodursi, sperare/ … si fa lamento e pianto per i semi della morte sparsi subdolamente ovunque sotto mentite spoglie e per l’aggressione massiccia di quanto di più sacro e nobilitante l’umanità abbia/ si fa grido di guerra e di riscossa del debole che, armato soltanto del suo coraggio indomito e against all odds, si erge tra il potere devastante di un nemico preponderante-fornito di armi spaventose, la morte sicura che rappresenta e la continuazione della specie).
Chi va a vedere Avatar (soprattutto in 3D), generalmente, pensa che sia un film fantastico e superbamente irreale, ma, se lo va a rivedere più di una volta (cosa necessaria per avere il tempo di raccogliere e metabolizzare la quantità inimmaginabile di particolari-messaggi-emozioni), si accorge che in esso sono contenute “diagnosi” inconfondibili di “storie” drammatiche (di individui singoli -come il marine invalido Jake Sully, il suo collega Norm, l’elicotterista Trudy e la dottoressa Grace Augustine- e di intere popolazioni –come quella Na’vi- usati dai vari tentacoli della sete occasionale di ricchezza e di potere e, all’occorrenza, schiacciati o spazzati via come insetti fastidiosi) che si sono consumate in vari “pianeti”-latitudini della terra sconvolgendo paurosamente “ecosistemi” non solo ambientali, ma anche “umani”, alla faccia anche di rera leadership benintenzionate di riferimento. L’unobtanium, il cristallo ferroso che la RDA vuole estrarre a costo di commettere l’efferato genocidio dell’intera popolazione Na’vi, non è che l’antonomasia dei vari “ori” che le multinazionali cercano ed estraggono nel mondo, a costo di genocidi terrificanti. Il popolo Na’vi diventa, allora, un simbolo, un’antonomasia leggiadra delle popolazioni intere immolate sui vari altari mondiali del dio denaro (vedi lo scempio senza fine inflitto alla popolazione del Congo, in nome dell’estrazione del coltan/ il genocidio ancora in atto in Darfur, in nome del petrolio/ le mattanze e le stragi innominabili perpetrate contro varie minoranze mondiali, in nome dei molti minerali o di qualunque sostanza capace di ‘popolare’  le casse delle connivenze colpevoli tra profit e politica anche a costo di spopolare intere nazioni o parti di esse).

Avatar (distribuito nel mondo nel Dicembre 2009 e in Italia nel Gennaio 2010, per non togliere lo stage ai ‘cinepanettoni’ italiani) è stato da Cameron ‘pensato’ nel formato che egli ritiene essere il futuro del cinema (il 3D) e ampiamente diffuso in tale formato (e in 3D IMAX), ma è stato pubblicato nel tradizionale formato 2D. È costato 237 milioni di dollari e ne ha incassato oltre due miliardi in 45 giorni. Questa è una notizia straordinaria e grandiosa: Avatar è il film che ha incassato di più in tutta la storia del cinema mondiale! Ciò mi riempie di gioia e non certo perché faccio il tifo per le finanze di Cameron (benché non mi dispiaccia che il suo genio riceva la giusta mercede). Un film che incassa è un film ‘visto’/ un film che incassa molto è un film ‘molto visto’/ un film che incassa moltissimo è un film ‘moltissimo visto’ ed è questo che mi rende felice. Sono felice di sapere che un numero enorme di persone (di tutte le età-nazionalità) abbia preso visione di questa opera straordinaria di James Cameron/ abbia esposto il suo sguardo alle malie a vari strati di lettura-ricezione/ ospiti nell’inconscio i semi profondi dell’intelligenza-spiritualità-sensibilità tarata sui prodromi sine qua non della sopravvivenza del genere umano.
Sarà pure plausibile che i riconoscimenti ‘ufficiali’ siano stati un po’ latitanti (e chi poteva aspettarsi il contrario, data la voce stentorea e sicura degli atti di accusa, pur silenziosi e sotto copertura, disseminati nell’opera con ogni aleggiare di luminosità-poesia/ di pullulare insondabile di alternanze-grandezze-meraviglie/ di evoluzioni-leggiadria di colore- movimento- armonie/ di voli che sono un inno all’universale immensità di tutto quanto possa essere definito ‘nobile’ e inconsapevolmente ‘grande’), ma questo film ha avuto ‘riconoscimenti’ che vanno al di là di quelli ‘ufficiali’ (sanciti dalle consuetudini intrecciate con le ‘relazioni’ mai avulse da ‘influssi’ inevitabilmente complessi come le ‘correnti’ sociopolitiche a breve-medio-largo raggio) e che hanno a che vedere con il ‘valore’ (oltre consuetudine/ oltre facciata/ oltre parola/ oltre reticoli, condizionamenti, falsi storici-sociologici-politici-ambientali), hanno a che vedere, cioè, con l’inconscia e istintiva attrazione del genere umano per ciò che contiene gocce doviziose della ‘rugiada’ vivificante che si chiama speranza (di cui l’uomo vive/ senza la quale l’uomo inesorabilmente muore) e che è, in altre parole, il solo olio lubrificante che possa impedire alle ali dei sogni di arrugginirsi, deteriorarsi e cadere a pezzi per sempre.     

DATI INFORTMATIVI E TRAMA (SUL FILO DELLA RIFLESSIONE RAGIONATA)

Scritto, diretto e prodotto da James Cameron (e interpretato da Sam Worthington, Joe Saldana, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi e Michelle Rodriguez), il film è uscito con il logo (nuovo di zecca) della 20th Century Fox; per l’animazione, si è avvalso del genio indiscusso dei cervelli di Blue Sky Studios/ per la colonna sonora di quello di James Horner (14 tracce del quale, inclusa la canzone I see you, cantata da Leona Lewis, sono comprese nell’album Avatar, Music from the Motion Picture)/ per la modellistica di personaggi e ambienti di quello di Stan Winston.  Faccio a Cameron tanto di cappello per la scelta di tutti i suoi collaboratori first class, ma (gli altri non si offendano) soprattutto per la scelta di un collaboratore in particolare: quella del linguista Paul Frommer, che, tirando fuori dal ‘cappello’ del suo genio una “invenzione” straordinaria come la lingua na’vi (con dignità di un idioma vero, di ordine OSV-di tipo agglutinante) ha compiuto un prodigio mai compiuto prima: ha trasformato un film di tipo fantastico in una sorta di dossier su un popolo che viene percepito quasi come reale e su una ‘cultura’ che pare aspettare solo di essere approfondita.
  L’epica storia di questo film d’eccezione porta il pubblico in un presente futuro (il 2154), dal quale prendere atto degli eventi illustrati e catalogare la voce narrante stessa come un evento da archiviare in un passato che deve ancora venire. Proprio così: i tempi stessi (proposti agli occhi willing to submit to the exposure) sono già una storia nella storia di questo grande evento-film che ha titolo Avatar (e che diventa per lo spettatore qualcosa da ricevere come una testimonianza fantasiosa/ qualcosa da aspettarsi e da scongiurare/ qualcosa di irreale-incredibile-assurdo-fantastico e, allo stesso tempo, possibile e temibile, a livello terrestre, i. e. umano). Le epoche di riferimento dell’epopea narrata da Cameron nel film Avatar sono il lasciapassare necessario a ‘tradurre’ in sensazioni le ‘stravaganze’ dei personaggi inventati e del loro mondo (e ad abbracciare con amore senza inganno e senza barriere la trasparenza innocente di cui sono intrisi).  
L’ambiente in cui la storia si snoda è un satellite dal nome mitologico (Pandora), una luna di un pianeta gassoso grande come Saturno (Poliphemus). Pandora dista dalla Terra 4,4 anni luce, ha come sole Alpha Centauri A e caratteristiche geomorfologiche primitive, prive del benché minimo degrado, che formano un paradiso senza tempo. 
  Tutto è lussureggiante e perfetto, su Pandora. Incredibili meandri inesplorati e ombrosi di vita pullulante e armoniosa e di colori sgargianti ospitano fiori, che sono architetture vive di meraviglie infinite, e alberi, che sono giganti-colonie di mille magnifici respiri annidati nel silenzio dell’armonia globale. Tutte le creature viventi s’inseriscono nella sintonia universale e si lasciano guidare dall’equilibrio globale. Un ineliminabile senso di giustizia e di pace equa e buona governa la vita e persino la morte / permea il brulicare della natura inarrestabile e grandiosa e i moti profondi della mente e del cuore degli ‘umanoidi’ (i Na’vi) perfettamente ‘amalgamati’ con lo stesso humus di quel loro pianeta e con l’aria di cui è circondato. Le foreste pluviali di Pandora sono giungle mai viste di sottoboschi incantati, dalle mille fioriture-wonder/ dai risvolti-pericoli sempre in agguato per chi non sappia danzare con leggerezza di farfalla il respiro della natura/ dalle essenze arboree ad alto fusto che innalzano le loro chiome fino a trecento metri. La popolazione umanoide di Pandora ha pelle striata di azzurro ed è alta tre metri; la sua popolazione faunistica ha, in buona parte, quattro zampe anteriori e due posteriori; i suoi scorci paesaggistici sono mozzafiato e includono montagne fluttuanti incredibili rette dal magnetismo con cui il pianeta Poliphemus lega a sé quella sua luna. La storia che il film narra prende il via con l’arrivo degli esseri umani su Pandora.
Le multinazionali (che hanno ormai dissanguato e crocifisso il pianeta terra oltre ogni immaginabile livello di abiezione/ miseria/ tossicità) si sono estinte, partorendo le imprese commerciali interplanetarie, che hanno trovato il modo (continuando a sfruttare i tentacoli senza legge e senza onore della politica priva di insight e di wisdom) di ‘emigrare’ nello spazio e (immemori della morte già seminata a piene mani nel loro mondo) si accingono a proseguire, imperterrite, nella ricerca del profitto e del potere (e nella ’esportazione’ della loro assoluta indifferenza verso cose/  luoghi/  esseri viventi/ etica di qualsivoglia entità-misura/ vita in generale/ qualsiasi ombra di lungimiranza che includa anche la propria sopravvivenza). La personificazione globalizzata di tali ‘entità’ (organizzate in modo da perseguire a tutti i costi e ovunque lo sciacallaggio premeditato, seminando il degrado/ la distruzione/ il genocidio e la morte) è, su Pandora, una compagnia  chiamata RDA. Ignoro quale sia la molla ispiratrice che ha portato Cameron a scegliere tale sigla, ma posso provare a suggerirne una (Rotten Devilish Assassination, per esempio, un nome adatto all’assassinio indiscriminato della vita in nome del profitto, oppure, in lingua italiana, “Rospi Divoratori Assassini”, nome adatto all’essenza di base di coloro che marciano senza dubbi verso l’assassinio indiscriminato, divorando la vita del loro habitat e di se stessi).
La RDA, che vuole sfruttare i giacimenti minerari di Pandora, ha indotto la politica a inventarsi una ‘missione’ militare planetaria e, con la connivenza dell’autorità militare della base spaziale in questione, intende procedere allo sterminio della popolazione indigena, che è d’ostacolo alle sue mire. Molte sono le ricchezze che la società interplanetaria può ricavare da Pandora, ma l’oggetto prioritario del desiderio della RDA è l’unobtanium (un metallo ferroso che, essendo munito di campo magnetico straordinario, sarebbe un superconduttore a temperatura ambiente e metterebbe i suoi ‘esportatori’ in condizione di sfruttare, con uno sciacallaggio industriale senza pietà, i mali del pianeta terra, ormai afflitto da carenza energetica senza rimedio, e di fare un boom di utili mai visto prima).
La ‘missione’ è stata ‘indorata’ agli occhi dell’opinione pubblica (sul pianeta terra, bene avvezzo a tali delusion) con finalità ‘umanitarie’ e nobili, aggregando al carrozzone puramente militare (sia pure fantascientifico e futuristico) una ‘spedizione’ scientifica vera e propria. Gli scienziati, per permettere all’uomo di realizzare i suoi scopi, hanno creato degli esseri viventi (degli avatar) dalle caratteristiche fisiche identiche a quelle degl’Indigeni e ‘interfacciabili’ con i centri nervosi di esseri umani corrispondenti. Ogni umano può interfacciare la mente con il proprio avatar (e vivere in esso) soltanto quando il suo corpo dorme in una sorta di capsula-bozzolo scientificamente controllata e monitorizzata. La missione militare, finalizzata all’avvio di miniere produttive da sfruttare nel tempo, ha asservito la scienza ai suoi scopi, perché l’aria che si respira su Pandora (e che è salutare per le sue popolazioni) è letale, invece, per gli umani, che sono costretti a munirsi di apposite maschere filtranti.
La spedizione scientifica è guidata dalla dottoressa Grace Augustine, che ha preso contatto con le popolazioni indigene, ha scoperto che si chiamano Na’vi e ha fondato una scuola, nella quale intende insegnare la lingua inglese ai bambini Na’vi. I militari inaffidabili fanno fuoco sui bambini e uccidono una principessina Na’vi. La scuola viene chiusa e Grace deve ricominciare tutto d’accapo, ma non ha ancora capito che nella connivenza con il potere (i militari e la RDA, nel caso specifico) non v’è posto per la ricerca vera, quella che intenderebbe mettere al servizio dell’umanità. 
S’illude di tenere a bada i suoi finanziatori e di poter studiare l’infinita varietà incredibile di specie arboree e di animali, il comportamento e la cultura Na’vi, il mistero magnifico del rapporto empatico  tra le creature di Pandora e il legame biochimico, simile a vere e proprie sinapsi, che si traduce in armonia vitale tra le piante, gli animali e la popolazione. Il dirigente della RDA (Parker Selfridge) e il capo della spedizione militare (il colonnello Quaritch) hanno su di lei altre mire e la piegano (volente o nolente- come sempre accade alla scienza che deve affiancarsi alla politica se vuole i ‘mezzi’ economici per ‘la ricerca’) ai loro scopi. Ella si adopera, illudendosi, ancora una volta, di tenere il piede in due scarpe (di salvare, cioè, la sua ricerca e i Na’vi attraverso la via diplomatica), ma non riesce a convincere la tribù Na’vi Omaticaya ad abbandonare il suo sito stanziale e il grande albero-casa, che è punto ideologico di partenza e di arrivo della brulicante vita sociale di quella realtà suggestiva e punto cruciale dei giacimenti dell’unobtanium (e, perciò, punto nevralgico delle mire criminali della RDA e del fanatismo cieco dell’inflessibile colonnello, che crede suo dovere macchiarsi del genocidio degli Omaticaya e che, anzi, con la sua mente ottenebrata dai condizionamenti che hanno fatto di lui un mostro, non vede affatto come un crimine lo sterminio di un’intera popolazione). Un attacco militare massiccio (e senza vie di scampo per gli Omaticaya) viene progettato e, nel frattempo, lo scienziato, che avrebbe dovuto guidare un avatar destinato all’ultimo tentativo di convincimento diplomatico degl’Indigeni, viene ucciso durante una rapina e non può essere imbarcato sulla navicella spaziale che trasporta esseri umani ‘addormentati’ in capsule fantascientifiche bianche. La dottoressa Grace si vede ‘recapitare’, al suo posto, il gemello (il marine paralitico Jake Sully), che, avendo lo stesso codice genetico, può immedesimarsi nell’avatar a lui destinato. Jake giunge su Pandora con l’antropologo Norm Spellman, che, come lui, s’interfaccerà con un proprio avatar Na’vi (e che lo aiuterà nella parte finale della storia).  Non sa nulla di Pandora Jake Sully, o, meglio, sa ciò che il colonnello Quaritch, con la sua voce tuonante, nell’immancabile briefing introduttivo, imprime nella psiche di ogni soldato che abbia la ventura di ‘approdare’ a Pandora: che, fuori dall’abitacolo climatizzato che fa da base, strani esseri alieni terrificanti sono pronti a farli fuori nel peggiore dei modi e che, per evitarlo, devono essere pronti a sterminarli. Non serve altro alla mente pratica, razionale, attenta e schematica di Jake, che, seppure su una sedia a rotelle, è e rimane un marine avvezzo alla disciplina: quando il colonnello, alle spalle della scienziata, gli chiede di finalizzare le ‘spedizioni’ scientifiche alla raccolta di informazioni tattiche utili alla messa a punto dell’attacco già previsto e di passarle a lui personalmente, egli accetta senza indugio, anche perché, in cambio, il colonnello negozierà per lui, presso il comando, la delibera di accettazione delle spese necessarie all’intervento che gli ridarà l’uso delle gambe.     
Quel patto non suscita grande turbamento nello spettatore (che, come il marine disabile, nulla sa ancora del ‘minaccioso’ mondo alieno esterno alla base), a parte un fastidio inevitabile per il modo in cui il fedele marine è stato prima accantonato, come un giocattolo rotto, senza alcun riguardo per le sue gambe, e poi ‘ripescato’ e inviato nello spazio ancora senza alcun riguardo per la sua disabilità e per le cure che lo Stato avrebbe dovuto prestargli a priori e al di là di ogni promessa-ricatto del superiore del momento. Pandora si comincia a schiudere a Jake (e allo spettatore), quando il cervello del marine viene interfacciato con quello del suo avatar na’vi. Sono le gambe la parte del corpo na’vi che il giovane marine apprezza immediatamente; in esse si concentra e su di esse si precipita all’esterno, tra le enormi-strane piante del giardino della base, in preda a una incontenibile eccitazione gioiosa. La prima spedizione scientifica con la dottoressa Grace su Pandora (tra le foreste pluviali, i picchi montuosi, la vegetazione gigantesca, la natura intatta, primordiale, prepotente, possente, straordinaria e stupefacente) è una sorta di folgorazione (tanto per Jake quanto per lo spettatore). È allora che l’irruenza tipicamente militare e tipicamente umana del marine attira lo sguardo attento della guerriera Na’vi Neytiri (dapprima contrariata dalla furia con cui il giovane trucida le belve fameliche che ha risvegliato con i suoi movimenti incauti da terrestre e poi ammirata per il coraggio assolutamente avulso da viltà o paura con cui egli, completamente accerchiato, si difende). Neytiri esce dal segreto della sua leggerezza invisibile, salva la vita di Jake e gli ordina di tornarsene tra i suoi simili, dopo aver dedicato una brevissima-dolce nenia di riappacificazione e di accompagnamento alla preda abbattuta. Jake la segue e insiste per restare. Lei gli sibila di tornare tra quelli della sua specie, ma poi qualcosa di miracoloso e di splendido accade: miriadi di infiorescenze lumescenti circondano il marine, gli danzano attorno, lo adornano e lo sottolineano agli occhi di lei come un simbolo dai risvolti ancora nebulosi ma sicuramente provenienti dall’entità religiosa che è l’anima e la vita stessa di Pandora e di tutte le sue cretaure. La principessa Neytiri conduce Jake nel cuore del suo villaggio, tra la sua gente, e lo presenta a Eytucan, suo padre, capo degli Omaticaya (la tribù Na’vi al centro della storia), a Mo’at, sua madre, la guida spirituale del suo popolo, e a Tsu’tey (l’erede al trono/ lo sposo predestinato di Neytiri). Tutti gli Omaticaya sono contrari alla permanenza di Jake tra di loro. È Mo’at che comanda alla figlia di guidare Jake sulla via della conoscenza. Inizia, lì, per il marine, un’esperienza che si tramuterà in una nuova vita. Egli comincia a vivere esclusivamente nei momenti in cui il suo corpo umano dorme e quello Na’vi è sveglio in Pandora. Ogni risveglio dalla vita Omaticaya, nella base dei Terrestri, comincia a pesargli come un macigno sul cuore. La grazia, l’agilità, il rispetto con cui Neytiri gl’insegna a muoversi tra le creature della foresta e nella natura gli schiudono i legami con i ritmi naturali e con la magia globale e gli fanno dono del mistero oltre parole che lega il mondo umanoide-vegetale-animale a quello fisico e spaziale e che ne fa un universo in cui la prepotenza, l’odio e l’ira e la violenza non hanno patria. Il marine impara che, anche ove la sopravvivenza imponga la soppressione di esseri viventi e respiranti, l’armonia globale richiede spirito avulso da astio o da rancore, senso di pietà e di amore, pace interiore e assenza di ferite-soprusi. La nuova vita che gli si schiude travolge Jake e gli apre gli occhi sulla verità triste e spaventosa del genocidio che la RDA si appresta a commettere, usando l’esercito come tramite.  Molte sono le prove che il marine deve superare (per diventare  un Omaticaya) e tutte sono di uguale intensità e importanza, ma quella del volo è la più esilarante, indescrivibile e grandiosa. Non c’è spettatore abitato dalla scintilla del bello che non danzi spiritualmente nell’andatura lieve e magnifica di Neytiri (lungo i bordi esigui dei precipizi ramificati dell’albero casa e di varie angolazioni fantasmagoriche del mondo Na’vi). Non c’è cuore sensibile che non ammiri le risate argentine e il coraggio senza ombra dei salti nel vuoto da lei compiuti e della destrezza con cui addomestica e guida il suo Ikran volante. Non c’è mente avventurosa che non si senta sospesa insieme a Jake, mentre egli (accompagnato dalla delegazione di giovani Omaticaya che, guidati da Tsu’tey, devono fare da testimoni a quella sua ultima difficile prova) si arrampica lungo i filamenti esigui che uniscono tra loro le montagne fluttuanti. Non c’è sensibilità umana che non sussulti di fronte alla scelta dell’Ikran che sembra dover uccidere il suo cavaliere. Il volo appaiato di Jake e Neytiri s’incide nello sguardo degli spettatori come la fantasia più bella e più radiosa che possa cantare come una poesia, insieme alle scene che vedono i due giovani rifuggire dall’ombra mortale (che sopraggiunge con il feroce rosso ikran enorme, l’indomabile e leggendario  turuk) e insieme al grido gioioso dello scampato pericolo. La risata che i due giovani (che ormai si amano e che cementano il legame con gesti-esperienze avulsi da parole ridondanti e inutili) emettono, in quel punto del film e che ha parentele con lo scroscio d’acqua di cascata e il riverbero prepotente del sole accecante tra i rami, riecheggia nel loro sguardo e nella loro impennata ardita (e… nel petto degli spettatori). Grande è il genio di chi sa disseminare la sua opera di pennellate-metafora che sono riccioli d’infinito (e grande è Cameron per quel preciso momento del film e per aver saputo scegliere le menti-mani-occhi di cui circondarsi nella realizzazione di questo suo sogno-film speciale).
La formazione di Jake è completa: egli, che è ormai in grado di collegare le terminazioni nervose della sua treccia a quelle del suo Ikran e degli altri animali di Pandora (stabilendo il contatto chiamato Tsa'helu), impara a fare lo stesso con l’albero degli antenati, quando Neytiri lo porta nella valle incantata e gli permette di ammirarne i rami piumosi (luminosi come le vive infiorescenze volanti che lo avevano circondato di elegia nella sua prima escursione su Pandora). Quello è uno dei momenti più lirici del film, un momento fatto per la voce dell’anima e dell’invisibile soprannaturale che aleggia nell’aria e che canta in ogni cellula pensante di un mondo palpitante e vivo (che entra nella mente e nel cuore di Jake per restarvi). Quell’albero (dalla lumescenza irreale e dai rami leggeri come aria di sole e mormoranti come le sirene misteriose dei silenzi parlanti) è un mistero magnifico che sbalordisce lo spettatore, lo avvince, lo commuove, lo cattura e lo racchiude in quella valle, insieme a Jake e a Neytiri, che lì si dichiarano il loro amore e dormono insieme (cosa che, nella cultura Na’vi, significa unire le due vite per sempre). Il marine Jake, mentre il suo avatar dorme, veglia, nella base americana, e, quella mattina, tarda a riprendere il suo sonno comatoso nel bozzolo tecnologico (perché tenuto sveglio oltre il previsto contro la sua volontà), causando il ritardo del risveglio del suo avatar. Ciò è motivo di inquietudine per gli spettatori, che assistono all’incubo di Neytiri svegliata dai bulldozer della RDA, che profanano la valle incantata e sradicano la dolce creatura vegetale luminosa, nella quale stormivano gli antenati. I tonfi, lo stridore, la distruzione formano una scena che è profanazione e che causa un dolore quasi fisico nel petto di ogni spettatore (impegnato emotivamente su due fronti). Neytiri, su Pandora, si salva a stento dai mostri cingolati spaventosi e, a mala pena, riesce a trascinare in salvo l’avatar di Jake, inerte per un tempo breve che appare eterno. Jake, sulla base, vince il rigetto per il cibo umano che gli viene imposto e lo ingoia in fretta, per poter entrare nella capsula, addormentarsi e risvegliarsi accanto a Neytiri (nel bel mezzo di un incubo, che non è che all’inizio).  
Jake tenta ancora, in extremis, la via del dialogo e prega il colonnello Quaritch di dargli modo di convincere gli Omaticaya ad abbandonare l’albero casa e ad allontanarsi dal villaggio, ma tutto precipita (anche perché il colonnello ha ascoltato una delle ultime registrazioni previste dalla spedizione scientifica- in cui Jake manifesta chiaramente il suo pensiero) e i mostri meccanici dei terrestri piombano sui Na’vi Omaticaya e distruggono tutto il mondo nel quale hanno vissuto per secoli. La scena della distruzione dell’albero casa (che è un paese intero/ contiene donne, vecchi, bambini, famiglie/ storie/ affetti/ ricordi/ tradizioni) è uno spettacolo che quasi non si può sopportare. Il dolore della popolazione Na’vi raggiunge lo spettatore come un colpo al petto. Il lamento di Neytiri per il massacro del suo popolo e per la morte del padre evoca l’ululato del vento negli uragani e l’irruenza della pioggia furiosa eppure buona/ è una sferzata di autenticità lontana dai filtri-finzioni-maschere (che hanno snaturato la manifestazione del sentire umano). Jake, accusato di essere complice della sua razza, viene scacciato da Neytiri e dal suo popolo e, ritenuto un traditore sull’altro fronte, viene arrestato dagli Americani.
Il popolo Na’vi omaticaya, ormai scoraggiato e disperato, è ramingo e in fuga. Jake è imprigionato nella base, insieme allo scienziato Norm e alla dottoressa Grace (le uniche due persone che potrebbero aiutarlo a fuggire, perché, di fronte al terribile genocidio che i militari e la RDA commettono, si schierano al fianco dei Na’vi, ovvero dei deboli/ di coloro che sono destinati a soccombere-a perire-a scomparire dalla faccia di Pandora). È l’elicotterista Trudy che aiuta i tre a fuggire e a rifugiarsi in un angolo delle montagne fluttuanti, ove il magnetismo farà loro da scudo e impedirà a Quaritch di trovarli. La dottoressa Grace, ferita dal colonnello Quaritch durante la fuga, vi giunge quasi in fin di vita. Mettendosi nelle mani del suo collega Norm, Jake infila il suo corpo disabile nella capsula del sonno e si risveglia nel suo avatar. Non può tornare da Neytiri e dal suo popolo, che lo credono un traditore. Ha bisogno di qualcosa che lo porti a loro come un segno di Eywa. Chiama e cavalca il suo ikran, il fedele volatile che lo ha scelto e quasi ucciso e che, una volta conquistato, gli resterà fedele per sempre. Lo guida nel cielo alla ricerca del feroce e maestoso ikran rapace più grande dei cieli di Pandora, il turuk rosso e spaventoso che nessuno ha mai osato avvicinare e che è sceso tra gli Omaticaya, nel lontano passato tramandato, soltanto come Turukmakto (un tutt’uno con un antenato leggendario di Neytiri). Jake comanda al suo ikran con la mente, ne vince la paura e lo fa piombare sul turuk dall’alto, la sola direzione in cui gli occhi del grande volatile non vedono. Salta sul terribile e gigantesco rapace/ stabilisce con esso lo tsa’helo, il contatto neuronale, prima che esso abbia il tempo di reagire con violenza/ ne fa la sua creatura volante fedele e docile e su di esso giunge a Neytiri e al suo popolo come turukmakto, nella valle di Eywa, dove si sono rifugiati. Jake porta Grace agli Omaticaya, perché la salvino. La preghiera corale che passa attraverso le menti, le voci e i corpi, in un insieme toccante e lirico, e il carisma di Mo’at non bastano a salvare la scienziata. Ella muore comunicando a Jake l’armonia attraverso la quale si sente conglobata in Eywa.
Il tempo dei Na’vi (armati soltanto di se stessi, delle loro menti e della conoscenza secolare) sembra volgere al termine, con la minaccia incombente della RDA e dei suoi aguzzini militari dotati di mezzi spaventosamente potenti, ma il Turukmakto (che sembra tornato dal passato, come un segno di Eywa) è con loro e non hanno più paura. Lo stesso Tsu’tey accetta le parole di rispetto che Jake gli rivolge e gli si affida con piena fiducia.  Jake diventa l’eroe guida che infiamma i cuori e pare farsi vento, insieme a Tsu’tey, per raggiungere ogni angolo di Pandora e chiamare a raccolta tutte le tribù della popolazione Na’vi. La notte prima dello battaglia decisiva, Jake stabilisce il contatto neuronale con l’albero sacro e formula una preghiera, nella quale, con umiltà e senza sentimenti oscuri, chiede l’aiuto di Eywa. Neytiri lo raggiunge e lo ascolta e, commossa, gli dice che Eywa (imparziale e al di sopra di tutto e di tutti) non esaudisce le preghiere di parte.
Cavalcando i loro ikran i Na’vi giungono da ogni dove e si appollaiano come farfalle lungo i precipizi più incredibili, poi, quando la RDA lancia il suo attacco finale, con bombardieri apocalittici e fanteria armata di lanciamissili catastrofici, oscurano il cielo con i loro voli coloratissimi, arditi e più audaci degli stessi raggi del loro sole Alfa Centauri. Molti sono i volatili leggiadri che cadono in battaglia e lo stesso Tsu’tey viene colpito mentre atterra su uno dei bombardieri e cerca di metterlo fuori uso. Jake si cala in volo su vari bombardieri e li mette fuori uso, diventa l’incubo dei suoi colleghi di un tempo (tipico esempio di Davide contro Golia e di eroe armato soltanto delle sue mani nude e della sua intelligenza indomita). Quella parte del film è un canto del coraggio, un canto epico che giunge dritto al cuore (e che nel feeling dello spettatore celebra il valore senza distinzione di ere, abbracciando gli eroi di tutti i tempi, da quelli omerici a quelli dell’era tecnologica e del 3D).  Tutto il towering valore dei Na’vi e del loro ritrovato turukmakto non basta a capovolgere le sorti della battaglia, che, vinta nel cielo, è impari in terra. L’elicotterista Trudy, dicendo che non si è arruolata per commettere crimini come quello in atto, guida il suo potente elicottero bombardiere contro i suoi colleghi e muore, nel tentativo di evitare il genocidio. Muore anche lo scienziato Norm e il corpo addormentato di Jake (che permette al suo avatar di guidare i Na’vi) rimane in balia del nemico e, privo di aria, rischia di morire. È Neytiri a trovarlo, guidata dal suo legame forte con lui, e a trascinarlo accanto a un respiratore ed è, infine, l’intervento di Eywa ad annientare l’esercito degli umani malvagi, inviando la carica delle bestie possenti che popolano Pandora. Il feroce colonnello senza anima e senza pietà pare alimentarsi con il veleno che lo abita e resistere a tutte le ferite ed è Neytiri a scagliare le due frecce che gli danno il colpo di grazia (e a sussurrare a Jake che Eywa ha esaudito la sua preghiera, mentre il rombo impressionante delle armate di mastodontiche-indistruttibili bestie al galoppo si ode appena e poi cresce come un tuono che travolge tutto).
Il corpo paralitico del marine Jake Sully viene portato sotto l’albero sacro, nella valle dove i Na’vi parlano con Eywa e gli convogliano le loro preghiere comunitarie unendo le loro braccia e le loro nenie. Il corpo umano e il corpo Na’vi del marine che sulla terra rispondeva al nome Jake Sully giacciono quasi affiancati sotto l’albero-luce palpitante. Uno soltanto dei due potrà vivere ed è ovvio che sia quello del marine a dover essere sacrificato, perché l’altro, quello che ha trovato la via della conoscenza, dell’armonia e dell’amore, viva (e guidi la tribù Omaticaya, tra i Na’vi, sulla lussureggiante e magnifica Pandora). Un nodo stringe la gola dello spettatore sensibile, mentre ascolta Neytiri cantare la ninnananna del sonno eterno al corpo umano del suo amato jake ormai Na’vi nella sua mente e nel suo cuore umano quanto in tutte le cellule del suo corpo Na’vi. Lo avvolge in un amorevole magnetismo spirituale la fanciulla Na’vi e lo accompagna nel trapasso, perché egli non provi dolore e possa   fondersi con il divenire naturale ignaro di entropie del mondo di Eywa senza portare con sé ferite disturbatrici dell’armonia. Questa scena è la nota struggente di commozione con cui lo spettatore si congeda da questo particolare film di James Cameron. La conclusione vera e propria avviene come un after-thought, un dato inevitabile e scontato che, nevertheless, aggiunge all’opera una sorta di postfazione sull’alto livello di ‘civiltà’ della popolazione Na’vi: a nessuno dei Terrestri sopravvissuti viene inflitta alcuna condanna (né lieve, né proporzionata ai loro crimini) nessuno di loro viene ‘processato’/ ‘giudicato’/ ‘giustiziato’ (com’è di moda tra i terrestri); vengono semplicemente rimandati tutti ‘a casa’. Obbligati a imbarcarsi e a ritornare sul loro pianeta terra (tanto malandato da non avere più cibo per i suoi abitanti, che, per nutrirsi, sono costretti a coltivare le alghe in mare), i Terrestri superstiti si sentono, probabilmente, ‘condannati’, ma questo è un loro problema: i Na’vi non fanno altro che essere clementi, lasciandoli in vita e permettendo loro di tornare al loro mondo. 

     
ECHI DAL MONDO E DALLA CRITICA (cum… grano salis)
 
Qualcuno ha scritto sul New York Times che “Cameron ha usato malvagi personaggi americani distorcendo gli aspetti del militarismo, del capitalismo e dell'imperialismo”: quel qualcuno (di cui so il nome, che non desidero citare) non si è reso conto che, proprio parlando di ‘militarismo’/ ‘capitalismo’/ ‘imperialismo’ affossa la parte di americanità che vorrebbe difendere, poiché non c’è molto da ‘distorcere’ in ciò che nasce storto (e nulla è più ‘storto’ del genocidio commesso contro ‘nemici’ che tali non sono e che hanno soltanto il torto di essere nati e di vivere su qualche giacimento ‘passibile’ di cupidigia da parte di occhi potenti e senza scrupoli di sorta). Lungi da me l’idea di seminare antiamericanità indiscriminata: io amo e apprezzo il popolo americano (come amo e apprezzo tutti i popoli della terra) e mi sento di affermare che l’ottica di Cameron sia la stessa. Non si tratta di parlare di ‘Americani’ o non Americani/ si tratta di parlare di ‘Terrestri’ avidi, ossia di mostri umani che di umano più nulla hanno conservato, mano a mano che hanno proseguito sulla via del crimine a vari livelli (fino a giungere a quello delle stragi massificate e dei crimini contro l’umanità). Gli uncini che il profit affonda nel sangue dell’umanità indifesa, in disparati angoli del mondo, hanno varie provenienze-nazioni (tra le quali, ormai, spiccano nazionalità che l’opinione pubblica neppure immagina possano affiancare e persino surclassare quella americana). Certamente, parlando di basi spaziali e di mezzi tecnologici che hanno permesso all’uomo di coprire distanze-anniluce come ridere, il regista ha pensato bene di attribuirli agli Americani: se il giornalista in questione avesse usato il cervello, prima di esprimere quel giudizio superficiale e inconsistente, forse se lo sarebbe evitato (e, magari, si sarebbe persino inorgoglito).
Ognuno ha visto Avatar in relazione ai propri ‘ideali’ o ai propri interessi. Evo Morales, primo presidente indigeno della Bolivia, pare amarlo perché lo vede come un esempio di “resistenza al capitalismo” e di “lotta per la difesa della natura”. Mi fa piacere annoverare il parere del presidente Morales tra le critiche positive, ma vorrei ricordargli che non c’è nulla di politico nella lotta per la sopravvivenza (e che i Na’vi nulla sanno di capitalismo e di resistenza o di lotta per la difesa della natura, ma sanno che sono destinati ad essere letteralmente sfracellati dai mezzi meccanici degli esseri umani). Mi dispiace per lui, ma non ha capito nulla: è l’anelito alla vita, unico e solo supremo bene degli esseri viventi, il vero protagonista del valore e del coraggio con cui i Na’vi di Cameron si armano di ali e, con esse, sciamano nel cielo, incuranti e meravigliosi per la loro fragilità/ non c’è politica nel canto di tale anelito, ma soltanto il grido ancestrale che nasce nel petto di chi crea un’opera come Avatar e di chi vi si accosta con anima piena di finestre-occhi ( e di sogni che sanno ancora volare e che sarebbero pronti, eventualmente, a difendersi persino dalla materia da cui provengono, ove e se essa dovesse… divenire  antropofaga).
Russel D. Moore ha scritto sul The Christian Post: “Se tu riesci a far alzare una sala piena di gente nel Kentucky e a farle applaudire la sconfitta del suo paese in guerra, allora devi avere degli effetti speciali straordinari”. Tali parole sono sconcertanti per la loro carica infantile: come può un adulto/ un giornalista pensare che la gente si alzi in piedi e applauda perché “il suo paese in guerra” ha perso tale ‘guerra’? Non vorrei dare una simile spiegazione, ma forse è il caso che non me la risparmi: 1) nel film non è l’America’ ad avere la spot-light, ma la provenienza dal pianeta terra; 2) non c’è nessuna “guerra” in atto, ma una “aggressione” unilaterale progettata dolosamente, con superiorità spropositata e sproporzionata, con mezzi galattici superpotenti capaci di sterminare all’istante e per sempre tutto il mondo umanoide, faunistico e vegetale, nonché minerale di Pandora (poiché, se i Terrestri vi fossero rimasti e vi avessero stabilito le loro ‘miniere’, non se ne sarebbero andati se non a completo collasso dell’equilibrio globale del pianeta e, magari dell’intero sistema stellare di riferimento). Vorrei far notare a Mr Moore che chi commette simili crimini è “il” nemico più spaventoso di tutti gli esseri viventi (umani e non umani/ Americani/ Na’vi o Lillipuziani che siano) e che la gente del Kentucky, alzandosi e applaudendo, non festeggiava la “sconfitta” degli “Americani”, ma quella del “nemico” vero (suo quanto del resto del pianeta terra e di tutti i pianeti dell’universo).
Anche Adam Cohen, sul New York Times, parla di anti-imperialismo (e associa la lotta su Pandora a quella  dei Coloni americani contro l’Inghilterra/ dell’India contro il Raj/ dell’America Latina contro la United Fruit Company). Anche a lui ripeto che Avatar ha superato il tempo delle politiche umane (e delle appartenenze-caste di qualsivoglia origine), trasferendo l’etica su un livello superiore: quello della conoscenza legata soltanto alla parentela con tutto ciò che rende possibile la sopravvivenza. Ross Douthat, sullo stesso giornale, ha scritto che il film è “la lunga apologia di Cameron per il panteismo - una fede che equipara Dio alla Natura, e richiama l'umanità ad una comunione religiosa con il mondo naturale” e che tale scelta è quella “di Hollywood ormai da una generazione”. Mr Douthat should know better: le cose che ha scritto sono quelle che si dicono quando non si trovano appigli negativi e si vuole, comunque e a tutti i costi fare il bastian cuntrari, quando, in altre parole, si ha qualche sassolino nella scarpa e lo si vuole far uscire (e, possibilmente, far finire nell’occhio del malcapitato del momento, che, nel caso specifico, neanche lo vede, con buona pace di chi lo lancia). Non so quale ‘sassolino’ Mr Douthat possa avere contro Cameron, ma so che ha ‘toppato’ di brutto, perché non c’è alcuna “apologia” in Avatar (né per il panteismo né per altro): c’è soltanto un alitante vento di religiosità istintiva e primitiva che è tanto avvincente quanto la natura prepotente che ancora non conosce le ferite snaturanti che l’uomo è capace di infliggerle. Sarà pure la scelta di Hollywood da una generazione, ma meno male e ben venga: vuol dire che il cinema si sta svegliando dal reverie comatoso durante il quale il mondo (e l’America con esso) continuano a dilapidare e distruggere tutto quanto è possibile e a permettere cose come la marea nera tanto attuale e perniciosa quanto le parole qualunquiste e senza senso di Mr Douthat. Senza senso del divino e rispetto per la propria ‘casa’ l’uomo non va da nessuna parte e, anzi, va verso la sua estinzione. Mi piacerebbe dire a Mr Douthat: “Ammàlati di senso del divino, Mr Douthat, ‘do that’ (please) and allow for nature” (chissà, forse, allora, Avatar gli potrebbe scalfire la corazza e toccare il cuore e il mondo potrebbe contare un giornalista in meno tra quelli inclini a ‘non vedere’ per tempo le varie ‘maree nere’ che lo travolgono, perché sono in tutt’altre faccende affaccendati e non hanno ‘canne per il vento’ delle priorità-vita dell’umanità).    
Chiedo venia a Cameron se ho dedicato un po’ di attenzione alle critiche ‘maldestre’ e poco entusiastiche e, per farmi perdonare (se mai dovesse giungergli eco di questo articolo), ne elenco qualcuna delle moltissime positive.
  Peter Travers, critico di Rolling Stone, ha recensito Avatar con le seguenti parole: Avatar “allarga le possibilità di ciò che un film possa fare. Il talento di Cameron può essere tanto grande quanto i suoi sogni” e poi gli ha dato 3,5 stelle su 4 (e vorrei bacchettarlo simbolicamente, perché, con un tale giudizio, il massimo dei voti neppure basterebbe, ma… ci possiamo accontentare del ‘quasi’ massimo, perché, si sa: i critici sono stati/ sono e resteranno stitici per definizione e… per ‘natura’).
 Richard Corliss del Time ha scritto che Avatar è “sicuramente la creazione più intensa e convincente di un mondo fantastico mai visto nella storia del cinema” (grazie, Mr Corliss: essere raggiunti dalla consapevolezza dell’esistenza di persone dall’intelligenza intuitiva, viva e aperta, nonché devoid di  condizionamenti-indottrinamenti è un impagabile conforto).
Il critico di ReelViews, James Berardinelli,  ha dato al film e alla sua storia il massimo voto e ha scritto che  “In 3D, è coinvolgente – ma i tradizionali elementi del film – storia, personaggi, editing, tematiche, risonanza emotiva, ecc. – sono presentati con un'abilità sufficiente a rendere anche la versione in 2D un'avvincente esperienza di due ore e mezza” e io concordo con lui (ho visto gente piangere guardando Avatar in aereo, in 2D).
Roger Ebert, sul Chicago Sun Times, ha definito Avatar “straordinario” (grazie a Dio) e, su Variety, Todd McCarthy hascritto: “il Re del Mondo ha mirato a creare interamente un altro mondo in Avatar, ed è un posto che è veramente da visitare”. Tanti sono coloro che hanno parlato di Avatar, in tutto il mondo, e, per citarli tutti, dovrei fare un trattato dedicato soltanto alla critica, poiché il film è stato osannato, paragonato ad altri film e analizzato, ma mai ignorato.
Interessante è sapere che cosa ne pensano gli altri registi:
Steven Spielberg ha detto che Avatar è “Il più suggestivo e sorprendente film di fantascienza dai tempi di Guerre Stellari”. Frank Wilson Marshall ha scritto: “Avatar è audace e maestoso. È veramente straordinario”. Richard Kelly ha detto che Avatar è "sbalorditivo". John August ne ha parlato come di una "master class". Michael Moore ha detto: “Andate a vedere Avatar, un film brillante [per] i nostri tempi”.
Avatar ha ottenuto il 94% dei voti dei Top Critics di Rotten Tomatoes  (la sintesi di tutte le provenienze mediatiche varie della critica). 
Molto è stato detto e scritto su Avatar. Qualcuno si è persino spinto fino ad arzigogolare dabbenaggini sulla “diversità” e sulla “disabilità”, dimenticandosi del film e del suo respiro universale.
 La critica italiana mi è parsa tutta pro-Avatar (o, almeno, non ho notato pollici verso da nessuna parte). Ho trovato un brustolino fastidioso e urticante in L’Osservatore Romano (ove qualcuno dimostra di avere tante fette di prosciutto sugli occhi e sulla ’ecumenicità’ della conoscenza quante gliene possono bastare per sfamarsi per il resto della vita, ritenendo che il film contenga “tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere”) e un altro in Radio Vaticana, ove qualcun altro (Pellegrini) ha criticato il panteismo e la religiosità ‘materializzata’ in una pianta e poi ha espresso il timore che Avatar possa “segnare la storia del cinema”. Dico soltanto che questa persona mi fa venire in mente un Evangelista che si presentò alla mia porta, alcuni anni fa: mi disse che ‘noi’ Cattolici siamo idolatri perché veneriamo gl’idoli-statue, nelle chiese. Gli risposi domandandogli se avesse una fidanzata e se ne portasse addosso una foto. Arrossì e rispose di sì e poi domandò che attinenza avesse con l’idolatria. Gli strizzai l’occhio e gli consigliai di ‘curarsi’ per la ‘anomalia’ di quella fidanzata di carta che ‘venerava’ proprio come i Cattolici ‘venerano’ le statue. Se ne andò dicendo: “Devo prepararmi meglio, tornerò”. Non lo rividi mai più. Dico la stessa cosa a Pellegrini e anche: per favore, basta con il tempo delle streghe e dei roghi di ciò che non si capisce e che si teme/ non c’è nulla di cui aver paura, in Avatar, a parte il sentire fanciullo e indifeso/ la purezza del cuore e dei passi quotidiani: è ciò “qualcosa di cui aver paura” o una ricchezza che il mondo dovrebbe imparare? Dio è nelle persone e nelle cose, è in ognuno di noi e nel nostro prossimo (e ‘prossimo’ sono anche e soprattutto le minoranze che vengono sterminate in molte latitudini del pianeta terra, continuamente) e vedere al cinema una storia fantastica in cui la religiosità aleggia in tutto e in tutti non deve suscitare paura (come non ne suscitò in Mosé il cespuglio ardente).  È tempo che la chiesa si apra all’arte e alle innovazioni (e che non resti sulla linea degli ‘abbagli’ storici, come quello nei confronti di Galileo Galilei e delle sue scoperte). È tempo che sorrida alla bellezza, quando la vede: l’arte è fantasia e creatività e non può e non deve trasformarsi in strigope senz’ali e senza sogni/ ha bisogno di briglie sciolte e di ippogrifi liberi, ma ciò non vuol dire che, se inventa mondi fantastici (in qualunque ramo artistico: vedi la letteratura o il cinema) debba necessariamente essere definita atea o eretica o senza fede. La fede va vissuta con apertura mentale alla cultura e alla conoscenza (che è altro dalla rigidità vecchia e priva di orizzonti che ucciderebbe la musica e la poesia e addio elegia leggera e soave/ addio letteratura bella e senza pastoie/ addio pluralità di voci e di pensieri e… bentornato antico canto disperato “libertà vo’ cercando, ch’è sì cara…”). Beware, Mr Pellegrini, delle chiusure inutili e delle difese ove non ci sono attacchi e, per favore, intelligenza aperta a tutta rosa dei venti: che film sarebbe stato quel capolavoro assoluto, se avesse prospettato una civiltà Na’vi (di un pianeta primitivo lontano anni luce dalla terra, in un tempo fantascientifico) con delle chiese e dei preti magari cattolici? Che ‘creatività’ (che fantasia e che inventiva) avrebbe dimostrato? I Cattolici non sono idrocefali, dopotutto, non hanno bisogno di essere messi in guardia contro l’arte (e, quando s’incontra l’arte, le si può e le si deve aprire la mente e, possibilmente, il cuore e… stia tranquillo: a Dio ciò non dispiace).
  

-EPILOGO-
La storia del cinema (a mio modesto avviso) si dividerà in “… prima di Avatar” e “dopo Avatar”, perché questo film è un’opera composita importante, straordinaria, diversa e unica e ha aperto le porte a un modo (che era inimmaginabile prima) di fare cinema. Il fatto che Kathryn Bigelow  abbia surclassato il suo ex marito Cameron e il suo Avatar, con il suo Hurt Locker, ai Critics’ Choice Awards non mi sorprende/ mi avrebbe sorpreso il contrario, perché la scelta politica di ogni bussola-‘magnete’ delle varie scale del profit (irriguardoso delle ‘sinapsi’ vitali dell’umanità) mai avrebbe imboccato la direzione del film Avatar, che è un monumento immortale alla vibratilità sottile, sacra, meravigliosa, delicatamente ‘fragile’ e complessa de ‘la vita’ e che è, pertanto, un j’accuse contro tutti gli attentati piccoli e grandi all’indifesa linfa del respiro umano-mondiale-universale. La Bigelow non me ne voglia: non mi sarebbe dispiaciuta affatto la vittoria del cinema al femminile, se tale scelta non avesse volutamente inteso distogliere l’attenzione da un film-evento che (non so quanto consapevolmente o inconsapevolmente) ha osato bucare il muro omertoso delle alleanze oscure tra le leadership mondiali puppet e le multinazionali criminose (tarate su bussole variopinte dell‘oro solido/ liquido/ colorato o trasparente delle varie dislocazioni, e intente, da sempre,  a tessere genocidi e morte addosso ai popoli della terra fino al degrado totale, fino a quando, cioè, non saranno pronte ad esportare la morte nello spazio…).       

Avatar ha ottenuto, comunque, un gran numero di riconoscimenti: il Golden Globe 2010 a James Cameron come miglior regista e un altro come miglior film drammatico/ nomination ai Critics’ Choice Awards/ nomination  ai premi della Directors Guild of Amderica/  nomination al Las Vegas Film Critics Society Awards e al Phoenix Film Critics Society Awards, ricevendo menzioni per gli aspetti tecnici del film, come le scenografie e gli effetti speciali, più che per le interpretazioni del cast/ otto nomination (condivise con The Hurt Locker e An Education) ai premi BAFTA, il più alto numero dell'anno per il premio/ candidature nelle categorie miglior film, miglior regista, migliori effetti visivi, migliore colonna sonora, migliore fotografia, miglior montaggio, migliori scenografie e miglior sonoro/ candidatura alla nomination all'Oscar come miglior film (per il successo ai box office di tutto il mondo, delle recensioni favorevoli ricevute e del buon esito delle proiezioni riservate ai membri della Academy of Motion Picture Arts and Sciences).
  Il regista pare aver ‘pensato’ Avatar come un film “ambizioso” e come una “avventura ‘vecchio stile’ nella giungla con un po’ di coscienza ambientale”.
Il risultato finale va al di là di ciò: è un film ambizioso ed è stato sicuramente “una sfida” per il suo autore, su questo concordo. Non è, però, un’avventura “vecchio stile” con “un po’ ” di coscienza ambientale. C’è altro che un po’ di coscienza ambientale! C’è, in Avatar, il mondo ideale in cui ogni essere umano vorrebbe vivere/ c’è il paradiso terrestre che Adamo si è giocato (con il beneplacito di Eva)/ c’è la nostalgia di paradiso che alberga in ogni mente umana matura e attenta a ciò che conta- vale- è importante- seduce lo spirito a disagio nella materia ristretta-contorta-corrotta.
Devo dire, alla luce dei fatti che, se quelle erano le aspettative del regista, egli voleva fare un film normale e ha partorito, invece, un figlio gifted beyond imagination (e so, invece, che la grandezza di tale parto non è un caso, come mai lo sono i cromosomi trasmessi di padre in figlio).
Un film come Avatar non si è mai visto e mai si vedrà, perché esso è nato da un tessuto connettivo che è diventato una civiltà meravigliosa (da studiare e da conoscere e… persino da additare ai ‘posteri’ per gli input di una saggezza ‘passata’ che pur risulta ancora in gestazione nel futuro).
Niente affatto male per la “avventura vecchio stile” che il “padre” di Avatar e dei suoi personaggi toccanti aveva in mente (mentre preparava un mondo fatto di ambienti che colonizzeranno i nostri sogni per il resto della vita e di popoli ricchi di una cultura ‘aliena’ che è, in realtà, dormiente nelle radici antropologiche dell’uomo).
Peccato che brandelli suggestivi di sceneggiatura siano rimasti fuori dalle inquadrature del film vero e proprio e che il grande regista non abbia potuto condividere con il pubblico mondiale alcune scene fantastiche, come i cerimoniali intessuti su Pandora, alla luce dei falò accesi nella notte, e momenti magici come quello in cui Tsu’tey, il prode principe guerriero na’vi, morendo, riconosce al suo nemico di un tempo, a Jake, la grandezza da guerriero na’vi e gli affida le sue ultime volontà, la vita di coloro che ama e della sua gente. James Cameron aveva detto: “Quello che io cerco sempre è qualcosa di mentalmente intrigante. Spenderò mesi e mesi completando gli effetti visivi per il film, tanto che questo non uscirà prima dell'estate 2009. È una sfida, ed è per questo che  ho deciso di farlo”.
Ha vinto la “sfida”  (altroché se l’ha vinta!), ma non basta dargliene atto: c’è molto di più da dire.
Questo grande del cinema mondiale, con questo particolare film, è andato al di là  del suo stesso genio poliedrico e ha lasciato che la sua opera gli prendesse la mano. La creatura da lui nata, infine, si è trasformata in suo mentore e lo ha condotto in direzioni nelle quali, probabilmente, egli non aveva avuto in mente di guardare e dove si disegnano le linee di storie nella storia/ denunce nella denuncia (vedi il marine usato, azzoppato e rispedito a casa, cioè gettato, come un ormai rotto soldatino di piombo, salvo poi recuperarlo e riciclarlo, per fare uso di quanto di buono gli si possa ancora carpire anche nel suo stato di paralitico/ vedi la scienziata lusingata, agganciata, aggregata, usata e poi, quando si frappone tra l’oro del futuro e i tentacoli avidi del potere, uccisa, tolta di mezzo come un moscerino senza importanza).
Non so cosa ne pensi, a posteriori, colui che ha generato l’opera intitolata Avatar. So che cosa ne penso io (anche se ciò, per il resto del mondo, può non rivestire alcuna importanza).  Il film Avatar farà parlare di sé anche nel futuro: 1) perché si porrà come spartiacque tra le ere cinematografiche passate e quelle future; 2) perché rappresenta un insieme irresistibile di bellezza da vedere, di effetti coinvolgenti che abbracciano e trasportano i sensi dello spettatore tra le realistiche e vivide immagini narrate, di sensazioni-emozioni-sentimenti che ne corteggiano, accarezzano, strizzano, abitano il cuore. Tutto di questo film è straordinario, persino il titolo, eppure, se qualcuno mi avesse dato la possibilità di avere voce in capitolo nella scelta del titolo (conoscendo i contenuti e l’intero allestimento globale), a tutto avrei pensato fuorché al titolo che il film porta. Avrei cercato mille titoli fantastici/ poetici/ saggi/ unici, che potessero essere, per il pubblico mondiale, glimpses di ciò  che la visione avrebbe loro svelato/ ‘pastiglie’ concentrate del mondo racchiuso nella proiezione/ metafore-anticipazione della bellezza multistrato nascosta nei personaggi, nella storia e  nella sua ambientazione: quale errore! Nudo e crudo, così com’è, il titolo ha fatto da paravento a un intero mondo straordinario che aspettava soltanto di essere schiuso al mondo: “Avatar”. Leggendolo non ho pensato molto, non sono stata attratta, non ho deciso di andare a vedere il film (anche perché l’avatar virtuale, inteso come alter ego individuale teso a realizzare nel net, virtualmente, i sogni inconsci proibiti, non è cosa che m’interessi e mi appare, anzi, come un gioco ammazzatempo per gente piuttosto psicolabile). Non è stato il titolo a indurmi alla visione, ma il passaparola delle forti emozioni suscitate in chi si era recato a vedere “Avatar”. È stato allora che il titolo ha cominciato a prendere ‘colore’ (è strano, ma mi rendo conto che, fino ad allora,  quel titolo, nella mia mente, suscitava soltanto immagini sfocate, lontane, in bianco e nero). Sono andata a vedere il film senza un’idea circa ciò che mi avrebbe dato (o tolto, perché ci sono film capaci di imprimere, nella mente e negli occhi dello spettatore, idee/ immagini/ concetti che, alla lunga o da subito sono delle sottrazioni di valori-bellezza o delle assuefazioni al brutto). Pensavo, sotto sotto, che le emozioni “difficili da esprimere” di cui mi avevano parlato potessero essere, in effetti, infantili. Nulla avrebbe potuto prepararmi allo spettacolo che “Avatar” è. Capii, allora, che il titolo, ‘quel’ titolo, era, per ‘quella’ opera di Cameron, ciò che una bandiera è per una nazione (“la spada nella roccia” che nascondeva in sé interi mondi/ sentieri/ musiche/ sogni-viaggi). Capii che non avrebbe potuto esserci titolo migliore/ sintesi più ermetica e insieme ‘effusa’ di ciò che l’opera di riferimento rappresenta.
Il regista ha definito questo film, prima ancora di produrlo, “una sfida”, ma non credo si sia reso conto in toto dell’importanza di ‘questa’ particolare opera nella sua vita. Certo è che “Avatar” ha impegnato James Cameron con anni di  ‘gestazione’/ è stato nella sua mente prima e durante altre opere/ ha sedimentato nei suoi pensieri, nei suoi gesti, nei suoi sonni e, infine, nel suo cuore, prima dei lunghissimi mesi di ‘travaglio’ e del parto vero e proprio.
È vero che il regista ha aspettato, per un decennio e più (ha steso le prime 80 pagine di copione addirittura nel 1996), che la “grafica computerizzata avanzasse” facendo scendere i costi del film e rendendo possibile il nuovo tipo di grafica virtuale (aiutato dal motion capture e dal suo straordinario Reality Camera System, con il quale il digitale può sembrare reale e il reale digitale), ma vero è anche che ad “Avatar” Cameron continua a pensare e che di “Avatar” continua a scrivere (poiché pare sicuro che del film egli stia scrivendo il “prequel”, nel quale canterà le gesta e le vite vissute dai terrestri prima di atterrare su Pandora, e che realizzerà due sequel di continuazione della storia).
Chi scrive sa da dove parte e non sa dove arriverà, poiché i personaggi e la ‘materia’ dello scrivere hanno una vita propria e, spesso, prendono per mano lo scrittore e lo portano dove egli non sapeva di voler andare e dove scopre e descrive cose che non sapeva di aver stivato nel suo inconscio (né quando). Dico questo per esperienza diretta e… (nel frattempo) spero che l’opera cinematografica intitolata “Avatar” possa, un giorno, avere il suo corrispettivo cartaceo (in tomi contenenti l’intera storia narrata dal film/ la vita e la cultura delle popolazioni Na’vi/ le introspezioni dei vari personaggi/ la descrizione e il canto delle meraviglie del pianeta e le speranze e i sogni di un popolo antico che sopravvive al passaggio degli esseri umani e si fa antesignano delle ‘civilta’ giuste e buone dell’universo. Questa mia speranza non è disgiunta dall’illusione che, chissà, proprio le opere come “Avatar” possano aprire gli occhi ai Terrestri e indurli a rinsavire prima… che il tempo ipotizzato da Cameron giunga e li colga senza pianeta terra da abitare e con molte joint ventures criminali pronte a colonizzare l’universo e a fargli fare la fine della terra.

    
   

Una cosa è certa: il nostro amato pianeta terra ha tesori immensi e tanta, tanta bellezza da offrici ancora (tanto è vero che la grandiosità quasi sconvolgente di Pandora non è solo frutto di fantasia e ha origine ancora e sempre sulla terra: alcune sequenze sono state girate a Los Angeles e altre in Nuova Zelanda/ le montagne fluttuanti sono ispirate alle montagne cinesi dello Huangshan).

Un MONITO è ALTRETTANTO CERTO: gli esseri umani farebbero bene a ricordarsi della bellezza della loro "casa" chiamata pianeta terra/ a difenderla e rispettarla/ a non disseminarla di centrali nucleari, di conseguenti montagne giornaliere di scorie radioattive inevitabili e di tragedie in agguato (v. Fukushima e il dramma senza quartiere che da lì si allargherà a milioni di persone)/ a non trasformarla in un AMBIENTE LETALE per gli esseri umani/ a non relegarsi in spazi sempre più alienanti e ristretti simili a quelli della base spaziale su Pandora (ideata, udite-udite, prendendo a modello proprio una struttura realmente esistente sulla terra: l’impianto di trivelle Nobile Clyde Bordeaux -del Golfo del Messico-lupus in fabula del disastro ambientale chiamato "marea nera"...).

 

NOTIZIE sul futuro di AVATAR:
- Avatar è diventato videogioco (Avatar di James Cameron) e libro ( L'universo di Avatar. Genesi del capolavoro di J. C.-pubblicato da Il Castoro-scritto da Lisa Fitzpatrick e corredato da numerosi disegni e bozze, tratta principalmente del lavoro artistico che ha preceduto la realizzazione del film.)

- I sequel promessi da Cameron già nel 2006 (che non dovrebbero essere ambientati "solamente su Pandora, ma anche su altre lune del gigante gassoso Polyphemus", come aveva anticipato il regista) sono una realtà lontana ma certa, stando a quanto segue: "I sequel di Avatar confermati per dicembre 2014 e 2015, ecco dove saranno girati

Il regista James Cameron e la 20th Century Fox hanno firmato un contratto di locazione per lo studio e gli uffici presso l’MBS Media Campus di Manhattan Beach, dove tra l’altro sono stati girati Iron Man 2 e Thor. Gli impianti saranno utilizzati per girare i due sequel di Avatar, il più grande blockbuster di tutti i tempi.// I sequel a questo punto hanno una data di uscita fissata ufficialmente: Avatar 2 arriverà nelle sale di tutto il mondo a dicembre 2014 mentre Avatar 3 nel dicembre del 2015". (Scritto il 12 aprile 2011 - 14:30 da Leotruman in 2011, £D, Avatar, Cinema , James Cameron, News).

- Jon Landau aveva rivelato che il regista stava scrivendo il prequel del film (in cui avrebbe narrato la storia dei personaggi principali del film). Ciò che ne so, oggi, risale ancora al 2010:

"James Cameron‘s Avatar has surpassed $2.35 billion worldwide, and keeps on going. A sequel is almost definite, but won’t be seen on the big screen for a couple of years, at very least. But that doesn’t mean we have to wait until 2012 or 2013 to return to Pandora. Producer Jon Landau revealed to MTV that Cameron plans to write a novel set within the world created in Avatar, a prequel to the story of the film. The plan is to get the book in stores by the end of the year.
Here is what Landau said:

“It would be something that would lead up to telling the story of the movie, but it would go into much more depth about all the stories that we didn’t have time to deal with — like the schoolhouse and Sigourney [Weaver's character] teaching at the schoolhouse; Jake on Earth and his backstory and how he came here; [the death of] Tommy, Jake’s brother; and Colonel Quaritch, how he ended up there and all that.

Cameron’s original 114-page scriptment almost reads like a novel, and contained a lot more information about life in the 22nd century.

According to the treatment, population of Earth has tripled, and the planet is dying due to a combination os “overpopulation, over- development, nuclear terrorism, environmental warfare tactics, radiation leakage from power plants and waste dumps, toxic waste, air pollution, deforestation, pollution and overfishing of the oceans, global warming, ozone depletion, loss of biodiversity through extinction” The scriptment explains that the human race has learned to keep itself alive, but has “lost almost all contact with the natural world, which it has strangled and crushed out of existence.” The United States is covered with cities, crowded and gray, described as “a cross between THX-1138 and a Calcutta train station.” National Parks no longer exist. Jake (named “Josh” in this earlier draft) lives in a “tiny cubicle of an apartment in a vast government housing project” in a small room “reminiscent of a cell at a federal prison”. Paralyzed due to his involvement in “a stupid little war people barely remember,” Jake is described as “a hopeless guy in a hopeless world.” Sully’s brother Thomas died in a Boston subway fire, one of over 100 people asphyxiated in the not-so-unusual accident. Of course, none of this is explained in the theatrical film.

And that is just a bit of the information revealed in the first page or two. I would love to hear more about the world of Pandora, and find out what became of Jake’s brother Tommy, and the future of our home planet, Earth."(Posted on Wednesday, February 17th, 2010 by Peter Sciretta)